Il segreto di Lady Audley

Di

Editore: Fazi (Le porte, 84)

3.7
(159)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 497 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8881124882 | Isbn-13: 9788881124886 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Chiara Vatteroni ; Postfazione: Sandra Petrignani

Disponibile anche come: eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Rosa

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Descrizione del libro
Uscito a puntate tra il 1861 e il 1862 sulle pagine delle riviste letterarie del tempo, riscuotendo uno straordinario successo di pubblico, il racconto è caratterizzato dal meccanismo dell'indagine a ritroso. L'eroina del romanzo, abbandonata dal marito, riesce a rifarsi una vita inventandosi una nuova identità. La ritroviamo Lucy Audley, moglie di un rispettabile gentiluomo. Ma la sua nuova sicurezza rischia di andare in pezzi quando il giovane e sfaccendato rampollo di casa, Robert Audley, incontra un vecchio compagno di scuola che non vede da anni e che si rivela essere proprio George Talboys, il precedente marito della protagonista. D'un tratto George scompare misteriosamente. Sarà l'amico Robert a intraprendere le indagini...
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  • 4

    E' brava Mary Elizabeth Braddon!
    Ingegnosa e brava nell'architettare tutta la storia. E' brava anche nel far credere al lettore di aver capito tutto della trama fin dalle prime pagine.
    In parte è così ...continua

    E' brava Mary Elizabeth Braddon!
    Ingegnosa e brava nell'architettare tutta la storia. E' brava anche nel far credere al lettore di aver capito tutto della trama fin dalle prime pagine.
    In parte è così, ma non del tutto.

    ha scritto il 

  • 4

    Dietro a ogni cattiveria c'è una donna

    Il motivo per cui La Braddon sia stata ignorata per tanto tempo, e continua ad esserlo, visto che dei suoi molti romanzi uno solo è reperibile in italiano, questo è il vero mistero.
    Il mistero di lady ...continua

    Il motivo per cui La Braddon sia stata ignorata per tanto tempo, e continua ad esserlo, visto che dei suoi molti romanzi uno solo è reperibile in italiano, questo è il vero mistero.
    Il mistero di lady Audley resta tale solo per poche pagine, e non si suppone sia merito di un particolare acume del lettore svelarlo in cosi poco tempo.
    Mistero svelato eppure lettura non rovinata, anzi, nonostante l'identità di Lady Audeley sia presto chiara, l'interesse verso l'evolversi della storia aumenta.
    La Braddon è brava nel dare al suo aletr ego voce e sembianze maschili, tanto brava da rendere credibile ogni suo pensiero, persino quelli poco lusinghieri nei confronti del genere femminile.
    Robert Audley, da vero dandy indolente, si dedica per la prima volta a quello che dovrebbe essere il suo mestire, decide di cercare indizi allo scopo di creare le basi accusatorie nei confronti dell'omicida, ma lo fa con pigrizia e snervante tranquillità.
    La tensione narrativa permane per tutto il racconto pur essendovi molti punti deboli e scontati, uno su tutti l'intrusione in casa di Robert, una conseguanza decisamente scontata date le rivelazioni dell'incauto detective.
    Leggerazza che si può scusare visto il percorso evolutivo che la scrittrice fa percorrere al suo personaggio, una strada impervia che lo porterà ad abbandonare i suoi cari libri francesi e le solitarie fumate per abbracciare una vita matura e completa in piena conformità con l'epoca in cui vive.

    La personalità di Lady Audley immortalata da uno sconosciuto pittore preraffaelita piuttosto bravo nel riuscire ad intrappolarne la celata malignità, ricorda vagamente il più celebre dei quadri, anche se in questo caso la tanto temuta opera d'arte viene tenuta ben nascosta in un boudoir, celata agli occhi dell'unica persona in grado di riconoscerne il "valore".

    Nessuno se non un preraffaelita avrebbe a tal punto esagerato ogni lineamento di quel viso cesellato per dare una livida luminosità alla carnagione da bionda e una luce strana e sinistra agli intensi occhi azzurri. Nessuno se non un preraffaelita sarebbe riuscito ad imprimere a quella graziosa bocca imbronciata l'espressione dura e quasi maligna che aveva nel ritratto. [...] credo che il pittore avesse copiato tante bizzarre mostruosità medioevali da disorientare il proprio cervello, perchè la signora, in quel ritratto aveva qualcosa che ricordava l'aspetto di un demone.

    Eppure, nonostante il titolo, non è lei a predominare in queste cinquecento pagine, la sua immagine meschina e vendicativa prevalica sulla sua fisicità e così percepiamo solo la sua inquietante presenza. Ovunque vada, lo stesso Mr Audeley, non può smettre di pensare a lei e persino i due uomini, che più hanno sofferto a causa sua, non possono esimersi dal pretendere la sua incolumità al di sopra di ogni senso di giustizia terrena.

    Se le scavasse una tomba nel cimitero più vicino e ve la seppellisse viva, non potrebbe escluderla dal mondo e da ogni rapporto sociale in modo più sicuro.

    Qualsiasi cosa è preferibile alla pubblica accusa di omicidio, il buon nome della famiglia innanzitutto, e così finisce la "vita" per Lady Audley con buona pace di tutti.

    Al pari del più noto Wilkie Collins, la Braddon ci regala questo perfetto sensation novel, anche se come tutti i romanzi del suo genere, risente della pubblicazione a puntate e delle "necessità" dei lettori.
    Ma se per noi, più che per Mr Audley, risulta facile e scontato intuire che fine abbia fatto il cadavere del povero George, non altrettanto semplice è intuire quali saranno le sensazionali rivelazioni finali, ed è in questo il grande merito della scrittrice.
    Fra un viaggio in treno e uno in corriera, attraverso l'Inghilterra vittoriana, ristorati al caldo di una bella locanda o tremebondi un una pessima stamberga piena di spifferi, la Braddon ci conduce in un viaggio carico di amarezza e rimpianto, dolore atroce e straziante, come quello provato dal povero e ingenuo George, un viaggio che porterà tutti i passeggeri verso tempi migliori e luoghi di perfetta pace e tranquillità.

    In tutta la mia vita non ho mai letto una riga di poesia che per me significasse qualcosa di più di un mucchio di parole in rima, ma dalla morte di mia moglie mi sembra di somigliare a un uomo in piedi su una spiaggia bassa e lunga con delle spaventose scogliere che gli incombono alle spalle e la marea che sale lenta ma inesorabile intorno ai piedi. Sembra avvicinarsi ogni giorno di più, quella marea nera e spietata; non mi assale con grande frastuono e impeto possente, ma striscia, si arrampica furtiva, scivola verso di me, pronta a chiudersi sopra la mia testa quando meno sono pronto alla fine.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Misoginia e conformismo "sans merci" !

    L'ho apprezzato come documento di un'epoca più che come romanzo, il lettore ed il protagonista della storia sanno già tutto fin da subito , la soddisfazione e il piacere stanno nel vedere che ci si p ...continua

    L'ho apprezzato come documento di un'epoca più che come romanzo, il lettore ed il protagonista della storia sanno già tutto fin da subito , la soddisfazione e il piacere stanno nel vedere che ci si prende sempre che tutto è come si era previsto, dalla post fazione del romanzo ( ottima) si apprende che è una tecnica molto usata all'epoca ( tra l'altro ho letto da poco il testo di Eco : "Il super uomo di massa " che tratta proprio dei meccanismi del romanzo popolare e ho letto questo romanzo con piacere anche in quell'ottica ...) , quindi il meccanismo del romanzo si intuisce da subito e quindi non ci si aspetta certo da quel lato alcun che ... ci si gode l'Inghilterra dell'epoca, i vari tipi umani , le varie descrizioni dei vari tipi appartenenti alle varie classi sociali e lavorative ... gli ambienti, le magioni , i luoghi di villeggiature ... ecc... ecc...
    Quel che non mi aspettavo assolutamente è stato il totale, devastante, agghiacciante, "maschilismo" dell'autrice, non una parola buona verso il suo sesso, le donne del romanzo sono veramente bistrattate e qualsiasi atteggiamento abbiano , sono meschine e sbagliano secondo i giudizi che l'autrice per bocca del protagonista ci propina, non mi aspettavo una tale assoluta misoginia ( disprezzo per le donne) ! Anche quella che dovrebbe essere la cattiva," la belle dame sans merci " è solo una povera ragazza punzecchiata talmente da avere si reazioni forti , ma solo di rimando , la riducono ad un tale stato di esasperazione per i continui colpi infertigli che ha si reazioni forti ma , poveretta, io direi che è legittima difesa ...
    Agghiacciante che una poveraccia possa essere rinchiusa in manicomio così facilmente !
    Tutta la mia pietà va a lady Audley !
    Tutto agghiaccianteeeee!!!!
    Il protagonista maschile oltre a farsi uscire di bocca rospi e fango sul genere femminile, mostra un'omosessualità latente , infatti poi la sistemazione finale dei protagonisti direi che la conferma, non la consumerà ( forse) ma di sicuro c'è ! In una società diversa, sarebbe convissuto col suo amore maschile e avrebbe lasciato le donne in pace ...

    Come anticipato sopra la post fazione è veramente ben fatta anche se breve e da soddisfazione perché rileva gli atteggiamenti misogini , anche se non sa spiegarli ... anche perché la scrittrice è una Lady Audley anziché una Lady Talboys e quindi ???? Un compiacere la moralità dell'epoca che lei stessa infrange nella vita?
    O forse, sarebbe bello, l'autrice ha volutamente scritto un romanzo mostrando le ipocrisie e la cattiveria inflitta sotto la cappa del buonismo , proprio per avere da parte dei lettori una consapevolezza di certe storture della società, di certa moralità elastica verso quelli della propria cerchia e inflessibile verso l'altro, in questo caso l'altra , una ragazzetta che voleva solo una vita lieve ...

    Oggetto libro:
    Incollato, carta da poco, bella copertina e null'altro ... troppo costoso per i materiali scadenti con cui è fatto !

    P.S. Dickens con il suo ultimo romanzo incompiuto "Il mistero di Edwin Drood" stava andando in questa direzione di romanzo "del mistero e dell'investigazione" , chissa che belle opere avrebbe potuto darci se non fosse morto !!

    ha scritto il 

  • 4

    Il segreto di Lady Audley di Mary Elizabeth Braddon
    titolo originale: Lady Audley's Secret

    "Si estendeva in una zona prativa bassa, ricca di boschi e di pascoli, e vi si giungeva per un viale di tigli ...continua

    Il segreto di Lady Audley di Mary Elizabeth Braddon
    titolo originale: Lady Audley's Secret

    "Si estendeva in una zona prativa bassa, ricca di boschi e di pascoli, e vi si giungeva per un viale di tigli, fiancheggiato da prati su entrambi i lati. Al di sopra delle alte siepi, il bestiame osservava con curiosità chi passava, chiedendosi cosa mai potesse volere, perchè non esistevano strade di transito e, a meno che ci si recasse al Castello, non vi era motivo di trovarsi lì."

    romanzo mistery del 1862 scritto da una contemporanea inglese di Wilkie Collins e Charles Dickens; uscì a puntate sulle pagine delle riviste letterarie del tempo come ogni feuilleton che si rispetti.

    Mary Elizabeth Braddon è un'autrice prolifica (più di ottanta romanzi), ma poco tradotta (voi ne conoscete altri?) e poco pubblicizzata; sono arrivata a questo titolo grazie ad un suggerimento di Davide Nidasio a cui sono molto grata perchè è assolutamente il mio genere.

    Un librone di 500 pagine che non deve scoraggiare: la trama è appassionante, i personaggi ben caratterizzati e non manca il filino di mistero che amalgama il tutto.
    Robert Audley, giovanotto pigro e benestante, incontra casualmente un vecchio amico, George; quest'ultimo è appena tornato da un lungo viaggio intrapreso tre anni prima, per migliorare la propria situazione economica. l'unico suo desiderio è ora ritrovare la cara moglie Helen e il figlioletto, abbandonati per cercar fortuna. Ma l'uomo scopre che l'amata moglie è morta e la disperazione lo coglie. Robert cerca di rimanergli vicino e per distrarlo si fa accompagnare a trovare il vecchio zio Audley, appena risposatosi con una giovanissima donna.
    Durante la visita George scompare misteriosamente ed è a questo punto che Robert, alter ego maschile dell'autrice, comincia a maturare, prendersi cura degli altri, buttarsi alle spalle quella pigrizia mentale e indifferenza verso il prossimo che lo caratterizzava.

    L'autrice non sembra avere molta simpatia per le donne del suo secolo: servendosi del personaggio di Robert le appella come esseri spietati, perfidi, interessati e cattivi; descrive magnificamente la pazzia che colpisce l'altra protagonista del libro, una pazzia cieca, ma fredda, intelligente e astuta.
    ma anche questo, forse, può essere spiegato leggendo la biografia di Mary Elizabeth Braddon: convisse per 13 anni con l'uomo che poi sposò perchè questi era già sposato con una donna pazza ricoverata in manicomio e dovettero aspettare la sua morte per coronare il loro amore.

    Che mi è piaciuto moltissimo l'ho già detto? Buona lettura
    (in copertina: Blanzifiore di Dante Gabriel Rossetti)

    ha scritto il 

  • 3

    Un pregevole giallo

    Mi sono accostata a questo libro quasi per caso, vittima dell'incantesimo che la casa editrice Fazi sta operando su di me in questo periodo; grazie a lei ho scoperto Wilkie Collins e, quando ho letto ...continua

    Mi sono accostata a questo libro quasi per caso, vittima dell'incantesimo che la casa editrice Fazi sta operando su di me in questo periodo; grazie a lei ho scoperto Wilkie Collins e, quando ho letto sul frontespizio della copertina che la Braddon era da considerarsi una rivale di Collins in quanto a maestria nel genere, non ho avuto esitazioni ed ho acquistato il libro.
    Come spesso accade per chi ha tante aspettative, non sono stata del tutto soddisfatta della mia scoperta, stavolta. L' autrice ha di certo un buono stile di scrittura e anche una certa capacità nel tenere avvinto il lettore, però non è assolutamente all'altezza di Collins, a cui basta la sola introduzione per creare "il caso" e immergerti nella narrazione fino all'ultima pagina. Ciò che scrive raramente lo si può considerare scontato, mai banale; mentre la Braddon di descrizioni prolisse e talvolta fuori contesto ne fa parecchie.
    Non si capisce per quale motivo certi incisi a mo' di flashback vengano a trovarsi nel bel mezzo della descrizione di un evento presente, e ad un certo punto tu, lettore, temi di aver perso il filo...
    Si tratta di intermezzi brevi, è vero, ma hanno comunque la capacità di disorientare e annoiare, a mio avviso.
    Ma questa è solo una parte della mia verità; in generale, è stata una piacevole lettura, e il protagonista suscita la simpatia e l'empatia necessaria per convincerci a seguire insieme a lui l'ombra dell'amico perduto. Come molti hanno sottolineato, lo scopo non è tanto individuare "l'assassino", palese fin dall'inizio, e nemmeno il movente, altrettanto chiaro; lo stimolo principale alla lettura è costituito dalla sfida tra i due protagonisti della vicenda, ovvero Lady Audley, con tutte le sue ambiguità e macchinazioni, e il nostro detective Robert Audley, da giovane indolente a scaltro e implacabile avversario.
    C'è una breve parentesi romantica, che preferivo, tuttavia, avesse una conclusione ben diversa; e c'è un colpo di scena finale: troppo buonista, a mio avviso.
    Nelle ultime dieci pagine si cerca di chiudere tutte le parentesi di minore rilievo aperte per dire la parola "fine"; forse, proprio in questo punto, avrei gradito più dettagli.
    Insomma, potrei consigliarlo, ma non lo considero di certo un capolavoro!

    ha scritto il 

  • 3

    La Braddon si è rivelata una interessante scoperta e spero che vengano tradotti anche altri suoi romanzi. Immagino l'ansia dei lettori del tempo che aspettavano di leggere lo sviluppo della storia pun ...continua

    La Braddon si è rivelata una interessante scoperta e spero che vengano tradotti anche altri suoi romanzi. Immagino l'ansia dei lettori del tempo che aspettavano di leggere lo sviluppo della storia puntata dopo puntata. Anche se fin dall'inizio è chiaro al lettore che Lady Audley è un personaggio torbido e che nasconde più di un segreto, è lo svolgersi della storia che tiene inchiodati alle pagine, c'è un mistero, c'è ambiguità, c'è un'indagine, e molti personaggi ben caratterizzati. Fra tutti il mio preferito è stato Robert, giovane benestante e pigro, che però svela e rivela qualità notevoli fino alla fine.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    I classici ottocenteschi che possiamo solo amare.

    Lady Audley è bellissima e amata da tutti, sebbene del suo passato di istitutrice di umili origini non si sappia molto. Una strana rete di coincidenze (o meglio la Provvidenza) fanno sì che il nipote ...continua

    Lady Audley è bellissima e amata da tutti, sebbene del suo passato di istitutrice di umili origini non si sappia molto. Una strana rete di coincidenze (o meglio la Provvidenza) fanno sì che il nipote del ricco marito di Lady Audley si ritrovi, suo malgrado, a incrociare la sua strada e svelare il mistero (anzi i misteri) della vita della seducente signora...
    Pubblicato a puntate, un "giallo" come lo intendevano nell'Ottocento, in cui si capisce sin da subito che la colpevole sarà Lady Audley ma è il come e perché a tenerci attaccati alle pagine, godendo comunque di un colpo di scena finale tutt'altro che scontato.
    I personaggi sono la parte più interessante perché la Brandon, seppur all'interno di alcuni stereotipi d'epoca, riesce a regalarci delle descrizioni estremamente vive e precise: la fanciullesca diabolica di Lucy Audley, l'indolenza di Robert Audley, i sogni ad occhi aperti di George Talboys, l'angelicata Miss Talboys, il rozzo Luke Marks, l'astuta cameriera Phoebe, la cieca e viziata Alicia Audley, il vecchio e illuso Lord Audley.
    Una vera boccata d'aria fresca in questo 2016 così difficoltoso dal punto di vista delle letture. A volte tornare indietro nel tempo aiuta.

    ha scritto il 

  • 4

    Perfetto feuilleton vittoriano

    Definire questo libro un "giallo" è, forse, non del tutto giusto perché, come spesso succede in questo genere di storie, è chiaro fin da subito chi e perché, ma il punto della narrazione non è esattam ...continua

    Definire questo libro un "giallo" è, forse, non del tutto giusto perché, come spesso succede in questo genere di storie, è chiaro fin da subito chi e perché, ma il punto della narrazione non è esattamente il crimine in sé, quanto piuttosto le peripezie di chi, a vario titolo, se ne trova coinvolto; in questo caso, Robert Audley.
    Se si tiene in considerazione questo aspetto, si riesce forse ad apprezzare meglio tutta la struttura narrativa, estremamente tipica dei romanzi "a puntate" dell'epoca: descrizioni interminabili (e, ammetto, spesso mortalmente noiose, ma funzionali al senso vittoriano dell'ambientazione di una storia - era pur sempre l'epoca dei Preraffaelliti, per dirne una), dilemmi morali interiori che a noi "moderni" spesso sembrano esagerati e superflui, una società spesso squilibrata ("matrimoni tra cugini, approvati dalla famiglia, ma che davéro?"): la causa scatenante della narrazione, diciamo il fatto da raccontare, finisce quasi a fare da cornice a tutto il resto, ma il suo passare in sordina non impedisce al volume di essere comunque un'ottima lettura.

    ha scritto il 

  • 3

    ”Una seccatura inevitabile, riscattabile solo dalla sua brevità“

    Questa è la vita secondo Robert Audley. E pensare che lui, giovane e non privo di attrattive, di ragioni per lamentarsi ne avrebbe assa ...continua

    ”Una seccatura inevitabile, riscattabile solo dalla sua brevità“

    Questa è la vita secondo Robert Audley. E pensare che lui, giovane e non privo di attrattive, di ragioni per lamentarsi ne avrebbe assai poche: ha un'ottima posizione sociale; dispone di una cospicua rendita annua; ha una graziosa cugina che non desidera altro che diventare sua moglie; e, se solo trovasse la voglia di lavorare, avrebbe di fronte a sé la prospettiva di una brillante carriera come avvocato, professione che esercita nominalmente, ma che in realtà non ha mai neppure tentato d'intraprendere.
    Il problema è che al nostro Robert, di tutto ciò non importa assolutamente nulla: indifferente, apatico e pigro per natura, egli deplora qualsiasi attività che possa turbare la routine della sua quotidianità abitualmente divisa tra la lettura di romanzi francesi, le serate in poltrona a fumare la pipa, e le consuete passeggiate per le strade di Londra, a racattare malconci cani randagi da ospitare nel suo appartamento di Fig-Tree Court.
    Il caso vuole, che durante una di queste passeggiate, egli s'imbatta in George Talboys, un vecchio compagno di scuola appena tornato in patria ed ansioso di riabbracciare la moglie Helen e il figlioletto Georgey, che non vede da quando, tre anni prima, era salpato per l'Australia in cerca di fortuna.
    Quando però, l'inattesa scoperta della morte di Helen manda in frantumi tutte le speranze del povero George, Robert, preoccupato per lui, decide di accoglierlo in casa e, allo scopo di distrarlo, lo porta con sé ad Audley Court, la sontuosa tenuta dove vivono sua cugina Alicia e il padre di lei, sir Michael. Quest'ultimo, vedovo da molti anni, si è appena risposato con Lucy, una fragile ed affascinante fanciulla appena ventenne dagli ignoti natali, che per qualche strano motivo è piuttosto restia ad incontrare gli ospiti.
    Un giorno, proprio all'indomani di una visita ad Audley Court, George scompare misteriosamente, e l'indolente Robert, improvvisatosi detective, inizia suo malgrado ad indagare.

    È un peccato che l'editoria nostrana abbia sempre snobbato Mary Elizabeth Braddon: scrittrice prolifica, dalla vita - per l'epoca - assai anticonvenzionale, che nella seconda metà dell'Ottocento riscosse un grande successo tra i lettori (con la critica, invece, i rapporti furono decisamente meno idilliaci) facendosi presto notare come una sorta di alternativa femminile a Wilkie Collins, fino ad allora incontrastato maestro del mystery.
    Il raffronto con quest'ultimo, del resto, è pienamente comprensibile, e non a caso la stessa Braddon lo cita con disinvoltura - o per meglio dire, lo fa citare al suo protagonista - alludendo scherzosamente proprio alle tipiche dinamiche impiegate da Collins per sorprendere il pubblico.
    In realtà non posso fare a meno di pensare che sotto questo aspetto, l'autrice avrebbe avuto davvero bisogno di qualche utile suggerimento, perché se c'è un'impresa in cui il romanzo fallisce clamorosamente, è appunto quella di tenere il lettore col fiato sospeso.
    Non solo, infatti, il famoso segreto di Lady Audley si palesa fin dai primi capitoli, ma - il che è ancora peggio - le scoperte che poco alla volta condurranno Robert alla verità non dipendono quasi mai da delle sue ipotetiche deduzioni, bensì da incredibili coincidenze e provvidenziali rivelazioni che, senza alcun autentico sforzo da parte sua, se non di carattere puramente morale, gli offrono la soluzione del mistero su un piatto d'argento.
    In tutta onestà, però, per quanto l'elemento "sensazionale" lasci effettivamente a desiderare, è innegabile che il romanzo di per sé funzioni e che riesca ad imporsi fin dalle prime pagine all'attenzione del lettore.
    A colpirmi favorevolmente è stata innanzitutto la prosa della Braddon: forbita, meticolosamente descrittiva (in qualche frangente, forse, persino troppo) e piacevolmente ironica; un genere di scrittura, insomma, che non ha proprio niente da invidiare a quella dei maggiori esponenti letterari dell'epoca.
    L'autrice, è vero, non si addentra particolarmente nella psiche dei suoi personaggi, fatta eccezione per il protagonista, ma di tanto in tanto si lascia andare a riflessioni sulla natura umana e sulla vita in generale, tali da rivelare una vastità di pensiero e una capacità di penetrazione che, tanto più in un'opera di questo tipo, segnano un netto discrimine tra il mero romanzo d'intrattenimento e la Letteratura con la L maiuscola.

    Parlando proprio dei personaggi, però, non posso evitare di soffermarmi su quello che a parer mio è il vero errore dell'autrice: il fatto di non averli sfruttati abbastanza.
    Benché il romanzo, infatti, debba la maggior parte della sua riuscita alla presenza di comprimari interessanti, la Braddon, di certo per soddisfare in primo luogo le esigenze dell'intreccio e focalizzare l'attenzione su Robert, si accontenta di lasciarli in secondo piano, o addirittura di relegarli quasi nell'oblio, come avviene nel caso di Clara Talboys, la sorella di George: una bella figura femminile di cui, imperdonabilmente, l'autrice ci concede soltanto una visione fugace ma comunque sufficiente per coglierne la sofferenza, la forza di carattere, e il desiderio di vendetta: tutti elementi che sembrano destinati a ricoprire un ruolo centrale nella trama, ma di cui, purtroppo, in seguito non troviamo più traccia.
    Un altro appunto che mi sento di fare, riguarda la caratterizzazione vera e propria dei personaggi, e nello specifico, l'abitudine della scrittrice di elencarne i meriti piuttosto che mostrarceli coi fatti.
    Abbiamo capito, perché lei ce lo ripete più volte, che sir Michael - che si presenta ai nostri occhi innanzitutto come un credulone un po'patetico e pressoché privo di discernimento - è in realtà un signore dall'animo nobile e di sani princìpi, ma ad essere onesti, l'unico esempio concreto di questa presunta nobiltà risiede nell'amore cieco e nella sciocca indulgenza nei confronti della giovane sposa: atteggiamenti che, a dirla tutta, non gli fanno poi così onore!
    Stesso discorso per sua figlia Alicia. L'autrice allude spesso al suo grande cuore, ma quando penso a Miss Audley - che peraltro ho apprezzato molto e che avrei voluto vedere più presente nella storia - il primo lato della sua personalità che mi viene in mente non è certo la così detta bontà d'animo.
    Al contrario, ciò che colpisce maggiormente sono proprio quei lati caratteriali che la Braddon non sottolinea mai, ma che emergono nitidamente durante la lettura, e che non a caso, conferiscono ai personaggi i tratti più autentici dell'umanità.
    Come dimenticare, ad esempio, l'imperdonabile debolezza di sir Michael che, all'età di quasi sessant'anni, perde la testa per una fanciulla praticamente coetanea di sua figlia e, in nome di tale discutibile infatuazione, non esita ad impelagarsi in un assurdo matrimonio e a mettere da parte la sua (fino a quel momento) adorata Alicia?
    E come non comprendere, di conseguenza, il disappunto e la gelosia di quest'ultima - ragazza indomita e dalla lingua tagliente - di fronte alla nuova situazione domestica? Come biasimare il suo ostinato risentimento nei confronti della matrigna? Come non capire, malgrado tutto, la frustrazione e la rabbia suscitata dalla perseverante indifferenza dell'amato cugino?

    Tra tutti, però, a spiccare per lo spessore psicologico è proprio lui, Robert Audley: il ragazzo che non ha mai dovuto lottare per raggiungere alcun obiettivo; che ha trascorso la vita sottraendosi ad ogni obbligo o fatica; che ha sempre considerato le relazioni umane come seccature di poco conto o, al più, come legami convenzionali dettati da un blando e non del tutto consapevole affetto. Lo stesso Robert che, di fronte alla perdita del suo più caro amico, capisce, per la prima volta sul serio, cosa significhi voler bene a qualcuno; trova il coraggio di mettersi in discussione, di andare oltre le proprie posizioni di comodo e il proprio tiepido cinismo, e arriva finalmente ad assumersi le proprie responabilità.
    Col procedere della narrazione assistiamo così alla lenta e inesorabile evoluzione morale del personaggio: lo vediamo tormentato dai dubbi, attanagliato dai sensi di colpa, paralizzato di fronte alla necessità di scegliere da che parte stare: perseguire la verità e ottenere la giustizia a qualsiasi costo, o proteggere i propri cari mettendo a tacere la coscienza e voltando lo sguardo altrove?
    Impossibile non chiedersi quanto del travaglio interiore di Robert dipenda da un'autentica nobiltà d'animo, e quanto invece debba ascriversi all'estremo tentativo di preservare la tranquillità ormai solo fittizia della propria vita abitudinaria.
    Ad ogni modo, non credo di esagerare se affermo che, a dispetto del genere letterario, più che come sensation novel, Il Segreto di Lady Audley si lascia apprezzare proprio in quanto romanzo di formazione: una formazione, se vogliamo, un po' sui generis (Robert, del resto, ha quasi trent'anni) ma forse, proprio per questo, ancor più degna di nota.

    In parte deludente, nonostante le premesse, ho trovato invece l'eponima Lady Audley, ennesimo prevedibile ritratto di donna falsa, manipolatrice e priva di cuore.
    Sono rimasta piuttosto perplessa nell'apprendere (quanto ci sia di vero, non saprei dirlo) che la sua figura avrebbe destato, a suo tempo, un grande scalpore tra i lettori. La mia sensazione, ad essere sincera, è che a restare colpiti dalla natura perversa del personaggio siano stati piuttosto i critici moderni, o per meglio dire, quella parte di lettori - tra cui molti degli stessi addetti ai lavori - che ancora si cullano nell'infondata fantasia di un pubblico vittoriano retrogrado, bacchettone e sempliciotto.
    Nel personaggio di Lady Audley infatti non vi è proprio niente di scandaloso: la letteratura vittoriana, a onor del vero, ha conosciuto figure femminili ben più controverse della sua (una su tutte, la Becky Sharp de La Fiera delle Vanità) e quanto al presunto scalpore derivante dall'affidare un ruolo centrale ad un simile personaggio, sarebbe opportuno ricordare che a dispetto del titolo, Lady Audley non riveste affatto il ruolo della protagonista, né l'autrice lascia trapelare alcun sentimento benevolo nei suoi confronti o alcuna intenzione di giustificarne le azioni.
    Se mai, il solo a mostrare un minimo di clemenza verso Lucy, è ancora una volta Robert, ma anche qui vale la pena di far notare che il fastidioso buonismo del giovane non deriva né da una sorta di lassismo morale né da alcun reale sentimento di solidarietà, bensì da quel misto di bontà d'animo e ritrosia ad assumersi le proprie responsabilità, che ahimè lo caratterizzano.

    Profondamente vittoriano nelle tematiche, nello stile, e nelle tipologie di personaggi, il romanzo, in perfetto accordo con la letteratura dell'epoca, trova la sua chiave di volta nel messaggio morale incarnato dalla vicenda di Robert: vale a dire nell'aperta - seppur bonaria - condanna della passività, e nell'esortazione cristiana a diventare artefici e protagonisti attivi della nostra vita, rifuggendo la codardia ed accettando con umiltà i compiti e le prove che Dio ha scelto di assegnarci.

    “Spero che nessuno avrà da obiettare sulla mia storia perché la fine vede tutti i buoni contenti e in pace. Se la mia esperienza di vita non è molto lunga è però molteplice, e posso tranquillamente sottoscrivere quello che un sovrano potente – nonché grande filosofo – ha dichiarato, affermando di non aver mai visto, né con l’occhio della gioventù né con quello della vecchiaia, che «i giusti fossero derelitti e che la loro progenie dovesse elemosinare il pane».”

    Così, con questo epilogo a metà strada tra il più utopistico ottimismo e la più disarmante ingenuità, Mary Elizabeth Braddon si congeda infine dai suoi lettori, destando magari qualche perplessità in chi, come me, propende maggiormente per una visione disincantata della condizione umana, ma lasciando comunque, anche nella sottoscritta, un vivo desiderio di approfondire la conoscenza con questa brava autrice ingiustamente dimenticata.

    ha scritto il 

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