Il senso del dolore

L'inverno del commissario Ricciardi

Di

Editore: Fandango (Fandango Tascabili, 25)

3.9
(1689)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 247 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Catalano , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8860442370 | Isbn-13: 9788860442376 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Napoli, 1931. Marzo sta per finire, ma della primavera ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento gelido e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale, amico del Duce – viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. La gola squarciata da un frammento acuminato dello specchio andato in pezzi.
A risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini ed evitato dai sottoposti per il carattere introverso, Ricciardi coltiva nell’animo tormentato un segreto inconfessabile: fin da bambino vede i morti nel loro ultimo attimo di vita e ne sente il dolore del distacco.
Cominciano con l’inverno le stagioni di Ricciardi: il cammino al confine tra due mondi di un uomo condannato a guardare e amare da una finestra, interprete del disagio di un luogo sospeso tra luce e ombra.
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  • 4

    La serie del commissario Ricciardi

    Estate, voglia di noir, di letture non eccessivamente impegnative. Ho iniziato dal primo romanzo della serie ed inevitabilmente sono andata avanti con la lettura fino all'ultimo. Scrive bene de Giovan ...continua

    Estate, voglia di noir, di letture non eccessivamente impegnative. Ho iniziato dal primo romanzo della serie ed inevitabilmente sono andata avanti con la lettura fino all'ultimo. Scrive bene de Giovanni, riesce a coinvolgere il lettore con le storie che hanno come protagonista Ricciardi, il commissario timido, introverso particolarmente sensibile verso le persone più deboli e con la propria esistenza segnata dal tragico dono ereditato dalla madre, "il Fatto" . Interessanti e belle le ambientazioni a Napoli negli anni '30, in particolare ho trovato suggestive quelle durante il periodo natalizio in "Per mano mia". Letture piacevoli dunque, pagine scritte in modo scorrevole e personaggi molto ben delineati e così capita di affezionarci al commissario, a lui come ad Enrica, a Maione, a Rosa, a Livia e con loro si riesce ad immaginare di camminare nei vicoli di quella Napoli così ben descritta dall'autore. Ora, incuriosita dai suoi romanzi, penso che leggerò anche la serie con protagonista l'ispettore Lojacono.

    ha scritto il 

  • 4

    Sono cresciuto a pane e Agatha Christie, quindi ormai mi meraviglio più poco nei gialli.
    Cosa c'è di bello? C'è una scrittura curata ed evocativa, e ci sono dei personaggi tutti ben caratterizzati. ...continua

    Sono cresciuto a pane e Agatha Christie, quindi ormai mi meraviglio più poco nei gialli.
    Cosa c'è di bello? C'è una scrittura curata ed evocativa, e ci sono dei personaggi tutti ben caratterizzati.

    ha scritto il 

  • 4

    L'ispettore Ricciardi - amore a prima vista ;)

    Il talento di Maurizio De Giovanni unito all'abilità del suo protagonista conquistano il lettore sin dalle prima pagine.
    Un ispettore con un talento unico nel suo genere, che conduce le indagini da un ...continua

    Il talento di Maurizio De Giovanni unito all'abilità del suo protagonista conquistano il lettore sin dalle prima pagine.
    Un ispettore con un talento unico nel suo genere, che conduce le indagini da un punto di vista privilegiato…ma non bisogna svelare tropo sshhhhh.
    I co-protagonisci assumono forme più precise man mano che le pagine scorrono: troviamo il dr Modo, medico legale dal cuori d'oro, il simpatico MAIONE, ombra fedele del suo superiore, la dolce tata, che veglia su Ricciardi da quando è nato; e poi Enrica, che cuce alla finestra, ignara (ma non troppo) delle attenzioni che suscita nel giovane commissario
    Da LEGGERE ;)

    ha scritto il 

  • 4

    La verità non è quella che sembra, a volte. Anzi, non lo è quasi mai. È un po' come la strana luce di alcuni lampioni: illumina una volta qua, una volta là. Mai, tutto insieme. Allora ci si deve imma ...continua

    La verità non è quella che sembra, a volte. Anzi, non lo è quasi mai. È un po' come la strana luce di alcuni lampioni: illumina una volta qua, una volta là. Mai, tutto insieme. Allora ci si deve immaginare quello che non si vede. Lo si deve intuire da una parola detta o non detta, un'orma, un'impronta. Una nota, a volte.
    Quelli che fanno il mestiere del Commissario Ricciardi hanno un altro occhio: sono capaci di vedere qualcosa che gli altri non vedono.
    Luigi Alfredo Ricciardi, l'uomo senza cappello, era commissario di pubblica sicurezza presso la squadra mobile della Regia Questura di Napoli.
    Era il 1931.
    Aveva trentun anni, quanti erano gli anni di quel secolo. Nove dell'era fascista.
    Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultimo pensiero. Li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendo fino a scomparire: anzi, come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena.
    L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo attimo prima della fine;e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall'anima prima di essere strappata via.
    Sentiva l'emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia. Perfino l'amore.
    Luigi Alfredo si abituò a pensare alla cosa che gli era successa proprio con quel nome: il Fatto. Da quando gli era capitato il Fatto, come aveva capito dal Fatto. Il Fatto che gli aveva orientato l'esistenza.
    Così era il Fatto, la sua condanna: gli arrivava addosso come il fantasma di un cavallo in corsa, senza dargli il tempo di evitarlo; nessun avvertimento lo precedeva, nessuna sensazione fisica lo seguiva se non il ricordo. Ancora una cicatrice sulla sua anima.
    Avrebbe potuto fare a meno di lavorare, grazie alle rendite di famiglia, alle quali non si interessava più di tanto. Ma lui teneva nascosti sia le rendite sia il titolo, per passare il più possibile inosservato e seguire la vita che si era scelto; o meglio, che lo aveva scelto. Provate voi, avrebbe detto se avesse potuto, a sentirlo, tutto quel dolore: costante, perenne; in ogni forma. Da sempre, tutti i giorni, a chie-dere pace, a reclamare giustizia.
    Ricciardi aveva capito, ben prima di studiarlo sui libri, che il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l'umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell'efferatezza e nella violenza. Il Fatto gli aveva insegnato che la fame e l'amore sono all'origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Sempre e comunque, la fame e l'amore. Li trovavi in ogni delitto, una volta semplificato all'estremo, eliminati gli orpelli dell'apparenza: la fame o l'amore, o entrambi, e il dolore che generano. Tutto quel dolore, di cui lui solo era testimone costante. Il lato oscuro della gente che con-tinuerà ad avere fame e a provare amore.
    Aveva deciso di studiare giurisprudenza, la tesi in diritto penale, poi era entrato in polizia: l'unico modo per raccogliere l'istanza, per alleggerire quel peso. Nel mondo dei vivi, per seppellire i morti.
    Non aveva amici, non frequentava nessuno, non usciva la sera, non aveva una donna. La sua famiglia si esauriva con la vecchia tata Rosa, ormai settantenne.
    Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l'orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l'anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l'avevano conosciuta.
    Non elaborava le parole dei testimoni: c'era il rischio di ricordarle male e, comunque, fuori dal contesto in cui erano pronunciate perdevano di senso, di importanza. Ma fissava nella memoria l'atteggiamento, l'espressione, la passione di chi parlava: l'emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare il dolore degli altri che diventava suo, che bruciava sulla pelle come una frustata, che lasciava una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che infetta il sangue.
    Seguiva stravaganti percorsi, non si atteneva alle procedure, ma alla fine aveva sempre ragione.
    Le sue indagini non avevano requie: una volta cominciate, finivano solo con la soluzione del caso. Né notte, né giorno, e neppure domeniche, fino a quando il colpevole non era in galera. Come se, ogni volta, la vittima fosse un suo parente; come se l'avesse conosciuta personalmente.
    Nell'omicidio di Arnaldo Vezzi, il più grande tenore del mondo, nel suo essere sorpreso dalla morte, sentiva un unico impulso violento, non reiterato. Una solitaria ondata di odio fermo e limpido, con la distruzione che, ritirandosi, aveva lasciato sulla riva. E sentiva il pagliaccio preso alla sprovvista, col suo ultimo canto dolente. Ma sentiva anche, Ricciardi, che le parole e il tono del canto erano dissonanti: che cantava la vittima, non l'autore del sentimento di vendetta.
    Con Vezzi, Dio si era divertito. Si era divertito a dare un talento immenso a un uomo da poco. Davvero da poco. In scena era fantastico, in quarant'anni di carriera una voce, una presenza così, quasi nessuno l'aveva mai vista. La sua bravura toglieva la convinzione agli altri, li rendeva incerti.
    E l'anima di Vezzi piangeva e cantava e chiedeva giustizia: ma la sentiva solo Ricciardi.
    E solo Ricciardi sentiva l'anima di Enrica.
    La osservava ogni sera dalla finestra.
    Si godeva i suoi gesti lenti, metodici, precisi.
    Enrica prendeva la scatola del ricamo: spostava la sedia vicino alla finestra e accendeva l'abat-jour. Era il momento più bello della giornata di Ricciardi: vederla seduta mentre cominciava a ricamare con la mano sinistra, la testa lievemente ripiegata di lato. Gli faceva tremare il cuore.
    Immaginava che prima o poi le avrebbe parlato e le avrebbe detto della pace che gli dava vederla ricamare.
    Le avrebbe chiesto di ricamare davanti a lui e si sarebbe seduto a guardarla; lei avrebbe sorriso, piegato la testa di lato e gli avrebbe det-to di sì, con quella voce che lui non aveva mai sentito.
    E gni sera Enrica si sentiva quegli stessi occhi febbrili addosso, per ore, di là da un vetro d'inverno e senza barriere d'estate,
    E di come quello sguardo era tutto, una promessa, un sogno, perfino un ardente abbraccio.
    Ricciardi pensava all'amore.
    L'amore. Una malattia talvolta mortale, ma necessaria. Forse non si può vivere senza, rifletteva camminando controvento, con le mani nelle tasche del soprabito.

    ha scritto il 

  • 3

    Occhi di vetro, cuore di carne

    Napoli, anni 30. Il commissario Ricciardi, taciturno, misterioso, immerso nelle proprie visioni e nel senso del proprio personale dolore, indaga sull'omicidio di un celebre tenore, genio del canto e p ...continua

    Napoli, anni 30. Il commissario Ricciardi, taciturno, misterioso, immerso nelle proprie visioni e nel senso del proprio personale dolore, indaga sull'omicidio di un celebre tenore, genio del canto e pessimo soggetto umano. Ne seguiamo le vicende, gli eventi disseminati di indizi e intanto conosciamo i personaggi che ruotano intorno al nostro malinconico eroe.
    Il segreto del commissario: vivere sospeso tra mondo dei vivi e mondo dei morti, inevitabilmente lo isola e lo avvolge in una nube di necessario silenzio. Tragico dono quello di vedere le ombre dei morti fissati nell'espressione del loro ultimo istante, ma forse dipende anche da questo l'umanità di Ricciardi, la sua sensibilità verso i poveri e i diseredati, in un contesto in cui la mascella volitiva del duce campeggia, vacuo simbolo di forza immaginaria.
    L'inverno del commissario si conclude nel vento e nella nostalgia, con l'immagine dolce e lontana di una fanciulla incorniciata dalla finestra. Aspettando primavera.

    ha scritto il 

  • 4

    Un poliziotto col sesto senso

    Mi è piaciuto tutto di questo libro: la trama gialla con le sue indagini e i suoi colpi di scena, l’ambientazione napoletana resa con pennellate efficaci, la capacità di descrivere gli stati d’animo ...continua

    Mi è piaciuto tutto di questo libro: la trama gialla con le sue indagini e i suoi colpi di scena, l’ambientazione napoletana resa con pennellate efficaci, la capacità di descrivere gli stati d’animo dei personaggi senza mai risultare prolisso.

    Voltata la prima pagina, sono stata catapultata per qualche perplesso minuto in piena atmosfera da “Sesto senso” e la famosa citazione “Vedo la gente morta” è opportunamente schizzata su dai meandri della memoria, come quelle palline gialle sparate nel film “Inside out” alla coscienza della piccola protagonista. L’autore ci rivela infatti immediatamente lo scomodo dono capitato in sorte al commissario Ricciardi, protagonista del libro: la capacità di vedere i morti e di poter sentire le loro ultime parole, una vera persecuzione che non lo abbandona mai (e non sempre è di aiuto nelle indagini).

    Questo non ne fa un poliziotto paragnosta (anche se alcuni colleghi invididiosi non si spiegano i suoi successi investigativi), al contrario, Ricciardi è una figura seria e dolente, oppressa da un dolore senza tregua che non può condividere con nessuno: una figura inquietante agli occhi di alcuni, ma non priva di fascino, come l’autore non manca di sottolinearci a più riprese. E’ un poliziotto onesto e coscienzioso in una città e in un momento storico, gli anni ’30, in cui non è facile esserlo (non che ci siano molti momenti storici favorevoli per questo, ma alle obiettive difficoltà sul campo si aggiungono qui le pressioni del regime).

    Secondo lui i crimini sono tutti riconducibili a due cause fondamentali: la fame e l’amore. A me sembra una semplificazione poetica, ma in questo particolare romanzo, intriso delle atmosfere teatrali e delle meravigliose melodie della Cavalleria Rusticana, non è fuori luogo.

    ha scritto il 

  • 4

    il commissario Ricciardi, uno sbirro intelligente e onesto: cosa rara e pericolosa

    Questo è il mio nuovo personaggio preferito, questa la descrizione che ne fa il suo creatore e questo è esattamente quello che mi ha trasmesso. Ne sono rimasta affascinata e non vedo l'ora di continu ...continua

    Questo è il mio nuovo personaggio preferito, questa la descrizione che ne fa il suo creatore e questo è esattamente quello che mi ha trasmesso. Ne sono rimasta affascinata e non vedo l'ora di continuare la serie. Di complimenti per la scrittura scorrevole e accattivante de Giovanni ne ha già ricevuti tanti, non posso far altro che associarmi

    ha scritto il 

  • 4

    Il primo capitolo della serie del commissario Ricciardi riscatta pienamente il mezzo passo falso de "L'omicidio Carosino".
    E conferma quanto di buono vi avevo trovato; in particolare la caratterizzazi ...continua

    Il primo capitolo della serie del commissario Ricciardi riscatta pienamente il mezzo passo falso de "L'omicidio Carosino".
    E conferma quanto di buono vi avevo trovato; in particolare la caratterizzazione dei personaggi, non solo del principale ma anche di tutti i comprimari.
    Inoltre il libro mi ha fatto venire la voglia di andare a vedere un opera lirica, magari proprio al San Carlo...cosa mai fatta fino ad ora.
    Ho anche beccato il colpevole, evento abbastanza raro...e non so se ci sono riuscito per una botta de...fortuna o più semplicemente perché ho messo insieme i pezzi che abilmente il De Giovanni ha seminato.

    ha scritto il 

  • 5

    Parlare con le persone che hanno molta più esperienza di te, ti porta a conoscere libri di cui non avevi mai sentito parlare e che meritano di essere letti lentamente e con tutta la tua più totale att ...continua

    Parlare con le persone che hanno molta più esperienza di te, ti porta a conoscere libri di cui non avevi mai sentito parlare e che meritano di essere letti lentamente e con tutta la tua più totale attenzione.
    Questo libro merita, merita tantissimo. De Giovanni sa farti entrare nella storia, ti fa sentire i sentimenti che provano i personaggi del romanzo, te li fa godere fino alla fine. Mi è piaciuto proprio questo aspetto introspettivo che ti mostra ogni sentimento nelle sue più piccole e migliaia di sfumature. L'amore non è solo amore, così l'odio e la fame. Questi sentimenti, solo all'apparenza così semplici, si ingarbugliano tra di loro fino a non permettere più di comprendere cosa stai realmente provando.
    Ricciardi è un uomo la cui anima intriga fin dall'inizio. Conosce il suo dovere, cerca di svolgerlo nel migliore dei modi, ma c'è quel pizzico di amore dentro di lui che lo porta a desiderare una vita diversa. Anche perché, se ama, ama totalmente.
    Bellissimo...rimedierò e leggerò anche gli altri con molto piacere.

    ha scritto il 

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