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Il sentiero dei nidi di ragno

Di

Editore: Einaudi (Nuovi Coralli, 16)

3.9
(9061)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 195 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Chi tradizionale , Inglese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Polacco

Isbn-10: A000014215 | Data di pubblicazione: 

Prefazione: Italo Calvino

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    Straordinaria capacità di raccontare ciò che è stato il vissuto della Resistenza

    Fra le categorie in cui taggare questo capolavoro di Calvino ho volutamente deciso di scegliere quella delle "Scienze Sociali" in quanto, al di là del mero racconto che reputo giusto non spoilerare, è ...continua

    Fra le categorie in cui taggare questo capolavoro di Calvino ho volutamente deciso di scegliere quella delle "Scienze Sociali" in quanto, al di là del mero racconto che reputo giusto non spoilerare, è proprio la capacità da parte dell'autore di riuscire a trasmettere in modo semplice, ma efficace, ciò che è stato vissuto durante la Resistenza da individui appartenenti alle più svariate categorie sociali ad esser il vero obiettivo raggiunto da Calvino.
    La già citata semplicità di linguaggio, condita dalla storia di un bambino screanzato, ma desideroso di affetto, stimolano al punto giusto il lettore ad andare avanti nella lettura di questo libro.

    ha scritto il 

  • 4

    Temevo questo romanzo: temevo fosse troppo "politico" e, di conseguenza, un po' pesante. La politica c'è, del resto il contesto è quello della lotta dei partigiani contro i fascisti e contro i tedesch ...continua

    Temevo questo romanzo: temevo fosse troppo "politico" e, di conseguenza, un po' pesante. La politica c'è, del resto il contesto è quello della lotta dei partigiani contro i fascisti e contro i tedeschi, ma è raccontata senza retorica, attraverso gli occhi di un bambino che vive in un mondo difficile, povero non solo a livello economico, ma anche umano e il suo unico desiderio è quello di trovare un amico. Bellissimo.

    ha scritto il 

  • 0

    Ambientato in Liguria ai tempi della seconda guerra mondiale e della resistenza partigiana. L’ho letto in Wikipedia, visto che dopo poche frasi ho dovuto interrompere. È una scrittura che su di me ha ...continua

    Ambientato in Liguria ai tempi della seconda guerra mondiale e della resistenza partigiana. L’ho letto in Wikipedia, visto che dopo poche frasi ho dovuto interrompere. È una scrittura che su di me ha un effetto respingente. Che cosa ci troveranno di così affascinante in Calvino gli altri? Spero di scoprirlo un giorno. Primo romanzo dell’autore.
    [Radio 3. Ad alta voce. Tempo: 5 ore circa. Lettura di Manuela Mandracchia.]

    ha scritto il 

  • 3

    UNA "FAVOLA" REALISTA, PER GRANDI E PICCINI

    Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato una prima volta nel 1947, è il primo dei romanzi scritti da Calvino e rappresenta la Resistenza vista dalla parte di un bambino; un'avventura, un gioco serio ...continua

    Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato una prima volta nel 1947, è il primo dei romanzi scritti da Calvino e rappresenta la Resistenza vista dalla parte di un bambino; un'avventura, un gioco serio e appassionante, un rito di iniziazione alla vita adulta, una scuola di idee, di caratteri, di concezioni.
    Il libro mostra che la Resistenza fu anche crudeltà, assassinio. Un romanzo, dunque, antiretorico e aspro, malgrado il tono fiabesco.
    Il protagonista è Pin, un bambino irriverente, dispettoso che trascorre il proprio tempo solo con gli adulti, dai quali ascolta ed impara storie, linguaggio, malignità...: la sua è la storia di un'infanzia rubata in un contesto storico difficile, pieno di privazioni.
    Pin ha una sorella, la Nera del Carrugio, che fa la prostituta, va con tutti, tedeschi compresi; una notte, Pin ruba la pistola ad uno di questi e la nasconde in un posto segreto, il sentiero dei nidi di ragno.
    Vivrà diverse peripezie, che lo porteranno a frequentare "l'universo dei grandi", ad imparare suo malgrado, il loro linguaggio, la loro volgarità, la loro malizia di adulti.
    Pin è un personaggio che mi ha a tratti irritato per le "marachelle" e a tratti intenerito perchè in fondo è incredibilmente solo, bisognoso di affetto, di dare e ricevere fiducia; è anche lui vittima della guerra, delle scelte dei grandi, che prima lo trattano ora come uno di loro, ora come un "moccioso", il che non va che a confondere il ragazzino e, a volte, a renderlo quasi cinico...

    Davvero un bel libro, a tratti commovente; una lettura consigliata non solo ai ragazzi.

    ha scritto il 

  • 5

    Un intellettuale social-comunista, giovane e impegnato, intento a scrivere un racconto "engagé", supera il rischio di una letteratura servile e crea un'opera, ancora esile e forse immatura (se non alt ...continua

    Un intellettuale social-comunista, giovane e impegnato, intento a scrivere un racconto "engagé", supera il rischio di una letteratura servile e crea un'opera, ancora esile e forse immatura (se non altro alla luce di quello che verrà), che resta un miracolo di freschezza e inventiva. Rileggerlo dopo tanto tempo me lo ha fatto riscoprire. Forse è lo stesso miracolo di tanto cinema neorealista.

    ha scritto il 

  • 4

    “Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena".

    Il romanzo d’esordio del ventitreenne Italo Calvino, pubblicato nell’ottobre del 1947 e qui presentato nell’edizione riveduta e corretta del 1964, è ora racchiuso tra una lunga e meditata prefazione d ...continua

    Il romanzo d’esordio del ventitreenne Italo Calvino, pubblicato nell’ottobre del 1947 e qui presentato nell’edizione riveduta e corretta del 1964, è ora racchiuso tra una lunga e meditata prefazione dell’Autore (1964) e La Recensione scritta da Cesare Pavese per l’Unità (26 ottobre 1947), dove l’intellettuale piemontese inserisce l’opera di Calvino in un più ampio contesto, sottolineando che sembrava avviarsi ad un progressivo esaurimento la tendenza a costruire i romanzi attorno a grossi personaggi, quelli cui intitolare le proprie opere (Madame Bovary, Anna Karenina), “ma poveraccio, disgraziato, chi [...] ha mollato anche i fatti, le cose di carne e di sangue, e brucia incensi di parole in non si sa che cappella privata” E Pavese spiega bene cosa vuol intendere con questa affermazione: “Trasformare dei fatti in parole non vuol dire cedere alla retorica dei fatti, né cantare il bel canto. Vuol dire mettere nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo, comprimercela e martellarla. La pagina non dev’essere un doppione della vita, sarebbe per lo meno inutile; deve valerla, questo sì. Dev’essere un fatto tra i fatti, una creatura in mezzo alle altre”.
    Trovo che questo sia un punto cardine di una certa idea di letteratura che ha conosciuto esiti eccelsi nel corso della modernità, laddove la letteratura si incrocia con la Storia, dando voce ad eventi come la Resistenza che hanno attraversato il vissuto di un’intera generazione di persone e di cui, fin da subito, si sentiva il dovere morale di parlare. Infatti, a proposito di questo suo primo romanzo, Calvino afferma, all’inizio della sua Prefazione: “lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale” di cui ragazzi come lui si fecero portavoce, perchè proprio quei ragazzi, quei partigiani, usciti vincitori dalla lotta armata, si sentivano “depositari esclusivi d’una sua eredità”.
    Bisognava raccontare per non dimenticare, per contrastare le opinioni di chi, dopo averli guardati con diffidenza ai tempi della Resistenza, ora, nell’immediato dopoguerra, li attaccava come fonte di turbamento dell’ordine costituito, e anche per evitare “che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario”; ma, più di tutto, c’era l’urgenza di esprimere qualcosa. Che cosa? “Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo”. E tutto questo incarnava verità tanto profonde che dovevano per forza di cose dar vita ”a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo”. Per questo, a quel tempo, “scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo”, non con un intento agiografico, ma per raccontare cosa erano stati i partigiani e mettere in luce l’aspetto fondamentale: “Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi”, che quella scelta non avete saputo farla. Una verità che i partigiani sentivano sulla propria pelle, senza aver bisogno di esprimerla a parole; una convinzione che si inseriva in una precisa, per lo più inespressa, filosofia della storia; una certezza che animava tutti, indistintamente, e che faceva sì che i partigiani, qualunque fossero le loro motivazioni, financo le più abiette, fossero i portabandiera del Progresso, dell’avanzamento della società verso un ideale di Pace e di Giustizia: “Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. […] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia [=progresso storico], non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. […] Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni”.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Figure femminili nel romanzo

    Di questo libro si è spesso parlato del taglio neorealista, dell'innovazione data dall'osservare la guerra attraverso gli occhi di un bambino, della scelta dell'autore di rappresentare un gruppo di c ...continua

    Di questo libro si è spesso parlato del taglio neorealista, dell'innovazione data dall'osservare la guerra attraverso gli occhi di un bambino, della scelta dell'autore di rappresentare un gruppo di combattenti non eroico, non esemplare (come invece avrebbe voluto chi propugnava una letteratura edulcorata e celebrativa della Resistenza). Io invece ho trovato molto interessante soffermarmi su una lettura delle figure femminili che si trovano nel romanzo. Calvino non concede giudizi sui personaggi, li descrive e basta. Ecco come noi troviamo donne dai caratteri molto stereotipati: la Nera, la sorella di Pin, è la tipica ragazza del villaggio che si prostituisce con i soldati americani che stanziano in Italia: questo è il suo ruolo nel romanzo, evocato innumerevoli volte da Pin davanti alla compagnia di resistenti, davanti agli uomini del carrugio. Non ci si sofferma sulle motivazioni che spingono questa giovane donna a tale scelta, non c’è sorpresa o indignazione, solo testimonianza. La seconda figura è Giglia: ella incarna la promiscuità, è un’adescatrice (molto suggestivo il momento in cui Pin descrive le occhiate fameliche gettate dai compagni sulla donna). È colei che tenta il Dritto e che causa l’incendio del rifugio. Di lei non si individuano altre sfaccettature, eppure a mio parere ci sarebbe molto altro da descrivere, sarei stata molto attratta dalla descrizione di una donna che è costretta a seguire il marito in questo gruppo di “peggiori resistenti possibili”. La terza figura è la Grande Assente, la madre di Pin: di lei non si parla, non si accenna nulla, eppure sicuramente è il personaggio che maggiormente ha forgiato il carattere del ragazzo. Ho trovato questi ritratti molto interessanti perché degli uomini della Resistenza si è sempre detto molto, mentre le donne sono sempre state personaggi di “sfondo”. Unico esempio contrario: “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò. Nel testo di Calvino hanno trovato una presenza che offre molti spunti di analisi.

    ha scritto il 

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