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Il sergente nella neve

Di

Editore: Giulio Einaudi Editore - Edizione speciale per il Corriere della Sera

4.3
(2536)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 138 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000023980 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 5

    "...povere piccole cose sperdute nella guerra..."

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato ...continua

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato nel 1953, quando le ferite dell’ultimo conflitto mondiale erano ancora fresche, il libro in questione rappresenta anzitutto una ulteriore importante testimonianza di quella immane tragedia che fu per i nostri soldati la ritirata dalla Russia nel ’43 e, nel contempo, riesce ad andare oltre la semplice cronaca: esso è infatti anche una pregevole prova di scrittura per quanto concerne lo stile narrativo. Una scrittura che a tratti diventa pura poesia:
    “Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”
    E ancora: “E l’alba era grigia e il sole non veniva mai e c’era solo la neve e il vento e noi nella neve e nel vento.” / “Si riprende a camminare. I reparti si confondono fra loro. Si alza un forte vento freddo. Siamo tutti bianchi. […] Bestemmie, richiami, urli nella tormenta.”
    È con questo suo periodare tutto sommato pacato, spesso telegrafico e incisivo che l’autore descrive quanto dieci anni più tardi Bedeschi descriverà con una prosa molto più articolata e toni apocalittici.
    Il racconto di Mario Rigoni Stern manca di retorica patriottica e partigiana, intesa nel senso di esaltazione della divisione di appartenenza, che segna indelebilmente il romanzo di Bedeschi, concentrandosi invece sulle reazioni degli uomini messi a dura prova in condizioni al limite della sopportabilità umana ed evidenziando episodi rappresentativi in tal senso, come quando entrando in una isba e trovatala piena di militari russi riesce comunque a farsi dare da mangiare in una atmosfera sospesa e surreale senza che nulla faccia pensare che a trovarsi faccia a faccia siano dei nemici (vedi nota 2). Da notare anche verso la fine il progressivo isolamento dagli altri una volta resosi conto che tutti i compagni ed amici sono ormai morti e dispersi nell’immensità del deserto bianco che lo circonda (vedi nota 1).
    In definitiva Rigoni Stern racconta quello che anche altri hanno raccontato, seppure con un approccio decisamente più letterario, ma non per questo meno incisivo come si vede anche dagli esempi riportati, e aggiunge particolari preziosissimi ad una parte della nostra storia che, anche grazie a gente come lui che ha deciso di raccontarla, avendola vissuta, noi oggi possiamo conoscere nei più duri e spietati particolari.

    (A.A. & L.V.)

    ha scritto il 

  • 5

    "...povere piccole cose sperdute nella guerra..."

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato ...continua

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato nel 1953, quando le ferite dell’ultimo conflitto mondiale erano ancora fresche, il libro in questione rappresenta anzitutto una ulteriore importante testimonianza di quella immane tragedia che fu per i nostri soldati la ritirata dalla Russia nel ’43 e, nel contempo, riesce ad andare oltre la semplice cronaca: esso è infatti anche una pregevole prova di scrittura per quanto concerne lo stile narrativo. Una scrittura che a tratti diventa pura poesia:
    “Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”
    E ancora: “E l’alba era grigia e il sole non veniva mai e c’era solo la neve e il vento e noi nella neve e nel vento.” / “Si riprende a camminare. I reparti si confondono fra loro. Si alza un forte vento freddo. Siamo tutti bianchi. […] Bestemmie, richiami, urli nella tormenta.”
    È con questo suo periodare tutto sommato pacato, spesso telegrafico e incisivo che l’autore descrive quanto dieci anni più tardi Bedeschi descriverà con una prosa molto più articolata e toni apocalittici.
    Il racconto di Mario Rigoni Stern manca di retorica patriottica e partigiana, intesa nel senso di esaltazione della divisione di appartenenza, che segna indelebilmente il romanzo di Bedeschi, concentrandosi invece sulle reazioni degli uomini messi a dura prova in condizioni al limite della sopportabilità umana ed evidenziando episodi rappresentativi in tal senso, come quando entrando in una isba e trovatala piena di militari russi riesce comunque a farsi dare da mangiare in una atmosfera sospesa e surreale senza che nulla faccia pensare che a trovarsi faccia a faccia siano dei nemici (vedi nota 2). Da notare anche verso la fine il progressivo isolamento dagli altri una volta resosi conto che tutti i compagni ed amici sono ormai morti e dispersi nell’immensità del deserto bianco che lo circonda (vedi nota 1).
    In definitiva Rigoni Stern racconta quello che anche altri hanno raccontato, seppure con un approccio decisamente più letterario, ma non per questo meno incisivo come si vede anche dagli esempi riportati, e aggiunge particolari preziosissimi ad una parte della nostra storia che, anche grazie a gente come lui che ha deciso di raccontarla, avendola vissuta, noi oggi possiamo conoscere nei più duri e spietati particolari.

    (L.V. & A.A.)

    ha scritto il 

  • 4

    Un freddo autentico e profondo

    Toccante e umano. Il racconto di una guerra senza retorica: sporca, fredda e triste. "Il sergente nella neve" è uno di quei testi che aiutano a guardarsi allo specchio, a riconsiderare le proprie fortune e a capire quanto è importante la memoria storica. La cronaca odierna è spesso segnata da epi ...continua

    Toccante e umano. Il racconto di una guerra senza retorica: sporca, fredda e triste. "Il sergente nella neve" è uno di quei testi che aiutano a guardarsi allo specchio, a riconsiderare le proprie fortune e a capire quanto è importante la memoria storica. La cronaca odierna è spesso segnata da episodi di nostalgia per "i tempi che furono" o di auto-proclamazione a eroi partigiani. Invece l'approccio alla storia richiederebbe meno schieramenti di colore e più letture di questo tipo, con tutta l'umiltà e il rispetto che un testo simile riesce a sollevare. Stern racconta la campagna russa con la consapevolezza di chi ha vissuto sulla propria carne quel freddo e quella spossatezza, riuscendo a trasmettere al lettore un po' di quel dolore, di quella fame e di quella sfinita noia dettata dalle lunghe camminate verso l'ignoto, nella vana speranza, per molti spezzata, di tornare "a baita", in quella lontana casa dove toccare la felicità con una doccia, una notte di sonno, un piatto di pastasciutta e un bicchiere di vino.

    ha scritto il 

  • 5

    Siamo nell'inverno tra il 1942 e il 1943 e numerose unità dell'esercito italiano (l'Armata Italiana in Russia o ARMIR) sono impegnate sul fronte orientale per invadere l'Unione Sovietica, insieme ai tedeschi. Con altri commilitoni, Mario Rigoni Stern, sergente del battaglione Vestone, è impegnato ...continua

    Siamo nell'inverno tra il 1942 e il 1943 e numerose unità dell'esercito italiano (l'Armata Italiana in Russia o ARMIR) sono impegnate sul fronte orientale per invadere l'Unione Sovietica, insieme ai tedeschi. Con altri commilitoni, Mario Rigoni Stern, sergente del battaglione Vestone, è impegnato sul fronte del Don a difendere la propria posizione dalle incursioni del nemico. Fino a quando i rovesci militari e la ritirata degli alpini non li costringono ad abbandonare la postazione e a ripiegare, per evitare un tragico accerchiamento. Inizia così una ritirata dolorosa - e, a suo modo, epica - che ha i contorni della catastrofe: continuamente alla prese con le rigide temperature di quelle regioni, con i problemi della fame, del sonno, della stanchezza e in mezzo ad un paesaggio devastato e abbandonato, i soldati devono fare i conti anche con le frequenti sortite del nemico. Una pagina tristissima della nostra storia recente, raccontata con la semplicità di un protagonista che, pur tra tante privazioni e gesti di “ordinario” eroismo, non abdica mai dalla propria umanità.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro veramente bello

    Premetto che non ho mai amato molto i libri sulla guerra, ma ho iniziato a ricredermi. E'scritto bene e in certi punti mi ha strappato un sorriso, racconta della ritirata dalla Russia in modo, a mio parere, completo senza appesantire la lettura.
    E' un libro adatto anche ai ragazzi delle scu ...continua

    Premetto che non ho mai amato molto i libri sulla guerra, ma ho iniziato a ricredermi. E'scritto bene e in certi punti mi ha strappato un sorriso, racconta della ritirata dalla Russia in modo, a mio parere, completo senza appesantire la lettura.
    E' un libro adatto anche ai ragazzi delle scuole medie.

    ha scritto il 

  • 4

    stile secco e frammentario per descrivere la frammentarietà e la precarietà della vita in guerra. testimonianza di una treagedia che vissuta a vent'anni vale doppio.

    ha scritto il 

  • 5

    Un must

    Il libro si divide in due parti: "Il caposaldo" (1/3 del libro) che descrive i giorni di resistenza, in trincea sul fiume Don, e "La sacca" (2/3 del libro) che racconta l'interminabile marcia di ritirata, interrotta dai frequenti combattimenti nel disperato sforzo di evitare l'accerchiamento da p ...continua

    Il libro si divide in due parti: "Il caposaldo" (1/3 del libro) che descrive i giorni di resistenza, in trincea sul fiume Don, e "La sacca" (2/3 del libro) che racconta l'interminabile marcia di ritirata, interrotta dai frequenti combattimenti nel disperato sforzo di evitare l'accerchiamento da parte dei soldati russi. Sin dalle prime pagine ci si cala nel freddo e nella neve, di notte, sotto un cielo di stelle. Stilisticamente non è un testo eccellente: su alcuni aspetti l'autore è ripetitivo, a volte persino un po' noioso. Comunque, assieme ai protagonisti italiani del racconto, la narrazione non perde mai la tensione per l'agognato ritorno a casa.
    In definitiva, un cimelio storico e un racconto prezioso: una testimonianza vivida, sobria e sensibile, che colpisce per il suo realismo, per la descrizione di particolari della quotidianità apparentemente banali, ma "veri", che lasciano il passo alla crudezza degli episodi più sanguinosi. Un testo che denuncia la stupidità della guerra. Un testo da leggere per commemorare il sacrificio generoso di tanti connazionali ma anche per scoprirne il notevole valore "tecnico", oltre che umano, purtroppo mal sostenuto dalla retorica della politica e dalla disorganizzazione dei vertici militari.

    ha scritto il 

  • 5

    Un classico. Un classico che criminalmente al liceo non mi hanno mai fatto leggere, un classico di cui ho avevo letto solo spezzoni su un'antologia alle medie. Forse non lo avrei letto con lo stesso spirito, forse.
    Il sergente nella neve, con uno stile asciutto e l'uso del dialetto, un uso ...continua

    Un classico. Un classico che criminalmente al liceo non mi hanno mai fatto leggere, un classico di cui ho avevo letto solo spezzoni su un'antologia alle medie. Forse non lo avrei letto con lo stesso spirito, forse.
    Il sergente nella neve, con uno stile asciutto e l'uso del dialetto, un uso perfetto, non preponderante, ma dosato in certe situazioni per dare un "suono" al contesto (lo stesso vocabolo, "s'cet", ha un suono diverso quando usato da Minelli che, ferito gravemente, piange e esclama disperato "el me s'cet", da quando è usato dal maggiore Bracchi che da buon padre esclama "corai s'cet"), è veramente un classico. Senza un minimo di retorica, riesce a commuovere e a descrivere, anche senza criticare apertamente, l'inadeguatezza dei comandi militari italiani durante la ritirata dalla Russia.

    ha scritto il 

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