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Il sergente nella neve - Ricordi della ritirata di Russia

I grandi della narrativa - Novecento italiano Vol. 12

Di

Editore: San Paolo

4.3
(2579)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 144 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000011411 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
suppl. a Fam. Cristiana n.26 del 25 giugno 1997
I grandi della narrativa n.12
Novecento italiano
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  • 3

    Più che una cronaca, un affollarsi di ricordi

    La ritirata di Russia del battaglione Vestone nel gennaio ’43. Più che una cronaca, è un affollarsi di ricordi: i volti dei compagni morti, i rifugi sul Don, le sere con gli amici al paese, le contadi ...continua

    La ritirata di Russia del battaglione Vestone nel gennaio ’43. Più che una cronaca, è un affollarsi di ricordi: i volti dei compagni morti, i rifugi sul Don, le sere con gli amici al paese, le contadine russe nelle isbe. Il tema è lo stesso di “Centomila gavette di ghiaccio”, ma il racconto è molto diverso: Bedeschi ricorda la marcia nella neve, il freddo, la fame. La sua Julia aveva lasciato i rifugi il 26 dicembre, senza viveri, vestiario, con poche armi, come compagnia di pronto intervento, dove il fronte aveva ceduto, e in quelle condizioni iniziò la ritirata. Rigoni narra i combattimenti, perché la sua Tridentina lasciò i rifugi in gennaio, equipaggiata con viveri, vestiario di ricambio, armi. Sempre in testa alla colonna, arrivando x prima nei villaggi, trovava cibo e rifugio nelle isbe, ma ebbe il compito di aprire un varco nella sacca dei russi, permettendo così al resto dell’armata di portarsi in salvo, fino alla disperata battaglia di Nicolajewka, cui ben pochi sopravvissero. Dopo, Rigoni rifiuta di ricordare, racconta in poche pagine come vagando solo nelle retrovie, raggiunse infine la salvezza. Il racconto di Bedeschi è più drammatico e coinvolgente, ma quello di Rigoni rivela l’anima contadina dei soldati, italiani e russi, che sognano di “tornare a baita”. Bellissimo l’episodio in cui i soldati russi e il sergente italiano mangiano insieme nell’isba, senza parole, tornati x un momento uomini e non macchine da guerra.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho conosciuto questo grande uomo grazie all'omonimo e splendido spettacolo teatrale di Paolini. Eccezionale spaccato di una delle vicende più drammatiche e tristi della seconda guerra mondiale italian ...continua

    Ho conosciuto questo grande uomo grazie all'omonimo e splendido spettacolo teatrale di Paolini. Eccezionale spaccato di una delle vicende più drammatiche e tristi della seconda guerra mondiale italiana. Che altro dire... avrei voluto conoscere Stern di persona e parlare con lui. Sono sicuro che avrebbe avuto molto da insegnare.

    ha scritto il 

  • 3

    Grande testimonianza della ritirata dalla Russia dei soldati italiani durante il 1943. Rigoni in modo secco, duro, con frasi anche molto brevi ma molto incisive riesce a trasmettere tutta la fame, la ...continua

    Grande testimonianza della ritirata dalla Russia dei soldati italiani durante il 1943. Rigoni in modo secco, duro, con frasi anche molto brevi ma molto incisive riesce a trasmettere tutta la fame, la sete, il
    gelo, la paura e il dolore vissuti.

    Più niente mi faceva impressione; più niente mi commoveva

    ha scritto il 

  • 5

    "...povere piccole cose sperdute nella guerra..."

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto n ...continua

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato nel 1953, quando le ferite dell’ultimo conflitto mondiale erano ancora fresche, il libro in questione rappresenta anzitutto una ulteriore importante testimonianza di quella immane tragedia che fu per i nostri soldati la ritirata dalla Russia nel ’43 e, nel contempo, riesce ad andare oltre la semplice cronaca: esso è infatti anche una pregevole prova di scrittura per quanto concerne lo stile narrativo. Una scrittura che a tratti diventa pura poesia:
    “Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”
    E ancora: “E l’alba era grigia e il sole non veniva mai e c’era solo la neve e il vento e noi nella neve e nel vento.” / “Si riprende a camminare. I reparti si confondono fra loro. Si alza un forte vento freddo. Siamo tutti bianchi. […] Bestemmie, richiami, urli nella tormenta.”
    È con questo suo periodare tutto sommato pacato, spesso telegrafico e incisivo che l’autore descrive quanto dieci anni più tardi Bedeschi descriverà con una prosa molto più articolata e toni apocalittici.
    Il racconto di Mario Rigoni Stern manca di retorica patriottica e partigiana, intesa nel senso di esaltazione della divisione di appartenenza, che segna indelebilmente il romanzo di Bedeschi, concentrandosi invece sulle reazioni degli uomini messi a dura prova in condizioni al limite della sopportabilità umana ed evidenziando episodi rappresentativi in tal senso, come quando entrando in una isba e trovatala piena di militari russi riesce comunque a farsi dare da mangiare in una atmosfera sospesa e surreale senza che nulla faccia pensare che a trovarsi faccia a faccia siano dei nemici (vedi nota 2). Da notare anche verso la fine il progressivo isolamento dagli altri una volta resosi conto che tutti i compagni ed amici sono ormai morti e dispersi nell’immensità del deserto bianco che lo circonda (vedi nota 1).
    In definitiva Rigoni Stern racconta quello che anche altri hanno raccontato, seppure con un approccio decisamente più letterario, ma non per questo meno incisivo come si vede anche dagli esempi riportati, e aggiunge particolari preziosissimi ad una parte della nostra storia che, anche grazie a gente come lui che ha deciso di raccontarla, avendola vissuta, noi oggi possiamo conoscere nei più duri e spietati particolari.

    (A.A. & L.V.)

    ha scritto il 

  • 5

    "...povere piccole cose sperdute nella guerra..."

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto n ...continua

    Al pari di “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu e “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, anche “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern si è guadagnato a pieno titolo un posto nell’ambito della letteratura di guerra. E, a ben vedere, non soltanto in questa.
    Pubblicato nel 1953, quando le ferite dell’ultimo conflitto mondiale erano ancora fresche, il libro in questione rappresenta anzitutto una ulteriore importante testimonianza di quella immane tragedia che fu per i nostri soldati la ritirata dalla Russia nel ’43 e, nel contempo, riesce ad andare oltre la semplice cronaca: esso è infatti anche una pregevole prova di scrittura per quanto concerne lo stile narrativo. Una scrittura che a tratti diventa pura poesia:
    “Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”
    E ancora: “E l’alba era grigia e il sole non veniva mai e c’era solo la neve e il vento e noi nella neve e nel vento.” / “Si riprende a camminare. I reparti si confondono fra loro. Si alza un forte vento freddo. Siamo tutti bianchi. […] Bestemmie, richiami, urli nella tormenta.”
    È con questo suo periodare tutto sommato pacato, spesso telegrafico e incisivo che l’autore descrive quanto dieci anni più tardi Bedeschi descriverà con una prosa molto più articolata e toni apocalittici.
    Il racconto di Mario Rigoni Stern manca di retorica patriottica e partigiana, intesa nel senso di esaltazione della divisione di appartenenza, che segna indelebilmente il romanzo di Bedeschi, concentrandosi invece sulle reazioni degli uomini messi a dura prova in condizioni al limite della sopportabilità umana ed evidenziando episodi rappresentativi in tal senso, come quando entrando in una isba e trovatala piena di militari russi riesce comunque a farsi dare da mangiare in una atmosfera sospesa e surreale senza che nulla faccia pensare che a trovarsi faccia a faccia siano dei nemici (vedi nota 2). Da notare anche verso la fine il progressivo isolamento dagli altri una volta resosi conto che tutti i compagni ed amici sono ormai morti e dispersi nell’immensità del deserto bianco che lo circonda (vedi nota 1).
    In definitiva Rigoni Stern racconta quello che anche altri hanno raccontato, seppure con un approccio decisamente più letterario, ma non per questo meno incisivo come si vede anche dagli esempi riportati, e aggiunge particolari preziosissimi ad una parte della nostra storia che, anche grazie a gente come lui che ha deciso di raccontarla, avendola vissuta, noi oggi possiamo conoscere nei più duri e spietati particolari.

    (L.V. & A.A.)

    ha scritto il 

  • 4

    Un freddo autentico e profondo

    Toccante e umano. Il racconto di una guerra senza retorica: sporca, fredda e triste. "Il sergente nella neve" è uno di quei testi che aiutano a guardarsi allo specchio, a riconsiderare le proprie fort ...continua

    Toccante e umano. Il racconto di una guerra senza retorica: sporca, fredda e triste. "Il sergente nella neve" è uno di quei testi che aiutano a guardarsi allo specchio, a riconsiderare le proprie fortune e a capire quanto è importante la memoria storica. La cronaca odierna è spesso segnata da episodi di nostalgia per "i tempi che furono" o di auto-proclamazione a eroi partigiani. Invece l'approccio alla storia richiederebbe meno schieramenti di colore e più letture di questo tipo, con tutta l'umiltà e il rispetto che un testo simile riesce a sollevare. Stern racconta la campagna russa con la consapevolezza di chi ha vissuto sulla propria carne quel freddo e quella spossatezza, riuscendo a trasmettere al lettore un po' di quel dolore, di quella fame e di quella sfinita noia dettata dalle lunghe camminate verso l'ignoto, nella vana speranza, per molti spezzata, di tornare "a baita", in quella lontana casa dove toccare la felicità con una doccia, una notte di sonno, un piatto di pastasciutta e un bicchiere di vino.

    ha scritto il 

  • 5

    Siamo nell'inverno tra il 1942 e il 1943 e numerose unità dell'esercito italiano (l'Armata Italiana in Russia o ARMIR) sono impegnate sul fronte orientale per invadere l'Unione Sovietica, insieme ai t ...continua

    Siamo nell'inverno tra il 1942 e il 1943 e numerose unità dell'esercito italiano (l'Armata Italiana in Russia o ARMIR) sono impegnate sul fronte orientale per invadere l'Unione Sovietica, insieme ai tedeschi. Con altri commilitoni, Mario Rigoni Stern, sergente del battaglione Vestone, è impegnato sul fronte del Don a difendere la propria posizione dalle incursioni del nemico. Fino a quando i rovesci militari e la ritirata degli alpini non li costringono ad abbandonare la postazione e a ripiegare, per evitare un tragico accerchiamento. Inizia così una ritirata dolorosa - e, a suo modo, epica - che ha i contorni della catastrofe: continuamente alla prese con le rigide temperature di quelle regioni, con i problemi della fame, del sonno, della stanchezza e in mezzo ad un paesaggio devastato e abbandonato, i soldati devono fare i conti anche con le frequenti sortite del nemico. Una pagina tristissima della nostra storia recente, raccontata con la semplicità di un protagonista che, pur tra tante privazioni e gesti di “ordinario” eroismo, non abdica mai dalla propria umanità.

    ha scritto il 

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