Il sosia

Di

Editore: Mondadori

3.8
(1863)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 190 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8804258195 | Isbn-13: 9788804258193 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Polledro

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Rilegato in pelle , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

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Descrizione del libro
Un uomo che per vivere ha bisogno di riflettersi nella percezione altrui un giorno si trova d’improvviso di fronte un sosia, come fosse il suo riflesso nello specchio, e non si capisce se sia un’allucinazione schizofrenica o una realtà inquietante. A differenza del tradizionale sdoppiamento del protagonista in un personaggio buono e uno cattivo, o dello sdoppiamento della personalità in base a contraddittorie proprietà in essa contenute, Dostoevskij crea un sosia mobile, cioè che muta e varia continuamente insieme con lo stesso Goljàdkin, il protagonista. Il sosia, il signor Goljàdkin-junior è allo stesso tempo simile e dissimile dal suo originale: è simile per la sua appartenenza al piccolo e arido mondo impiegatizio, per la sua brama di far carriera, di essere il migliore di tutti; invece è dissimile perché è ‘un altro’, un ‘non io’, un rivale.
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  • 1

    爾雅出版的《雙重人》,民國六十五年出版,七十年三刷,譯者邱慧璋,內另收錄短篇〈狂人之夢〉是杜斯妥也夫斯基晚年的作品,〈雙重人〉則是早年成名作《窮人》之後的第二部小說。
    不知道是原文如此還是翻譯問題,基本上看得很吃力,因為句子與句子之間非常片斷,用字遣詞也非常讓人不知所以然,很難順暢的閱讀整個故事,如果講直接一點,這本書的翻譯在現在的眼光來看,很容易被評為像是用google翻譯出來的文章。但假如是作 ...continua

    爾雅出版的《雙重人》,民國六十五年出版,七十年三刷,譯者邱慧璋,內另收錄短篇〈狂人之夢〉是杜斯妥也夫斯基晚年的作品,〈雙重人〉則是早年成名作《窮人》之後的第二部小說。
    不知道是原文如此還是翻譯問題,基本上看得很吃力,因為句子與句子之間非常片斷,用字遣詞也非常讓人不知所以然,很難順暢的閱讀整個故事,如果講直接一點,這本書的翻譯在現在的眼光來看,很容易被評為像是用google翻譯出來的文章。但假如是作者原文就是刻意用這種語法和敘述在講一個故事,那只能說跟現在習慣閱讀的文章相比,十分適應不良。
    相較之下,〈狂人之夢〉篇幅較短,所以就算句子還是一樣令人理解卡卡,大致上比〈雙重人〉想要表達的要能全面容易理解。譬喻的方式非常顯而易見,也可以看出早期和晚年的人生經歷,讓作者想要表達的東西和故事都趨於成熟圓滿。〈雙重人〉則是簡單的故事,鋪陳冗長,為的就是讓讀者更能全面理解主人公葉庫夫.彼得洛維奇.柯里亞金的性格,而角色性格引發自身人生嚴重走鐘,是非常關鍵的因素。
    每次看到柯里亞金一下子想要積極爭取自身權利,但是性格敏感,一看到他人眼色或者時間一拖長,就開始委靡不前,自怨自艾,就覺得這個人真是討人厭,卻又很可憐。如果能夠再堅持一下,說話直接一點,坦白一些,更能看清現實一點,或許後續境遇會好些。偏偏總是陷入自憐,又愛自言自語,面對上司又一句話說不好,想要展現說話的禮節,迂迴到讓人誤會意思,還覺得他到底在講什麼鬼的惹人心生厭惡,只能說活該。
    給的星星很少,主要還是翻譯讓人難以閱讀,內容變成只能半看半猜,還有錯字多到令人無言。這本書還三個人校對過,不知道當時的人校對工作都是怎麼完成的。

    ha scritto il 

  • 2

    Il nemico di dentro

    Il nemico di dentro risulta dallo scontro fallimentare con il nemico di fuori. Dostoevskij parla come Gogol' del moloch burocratico russo della metà del XIX secolo attraverso la storia di un impiegato ...continua

    Il nemico di dentro risulta dallo scontro fallimentare con il nemico di fuori. Dostoevskij parla come Gogol' del moloch burocratico russo della metà del XIX secolo attraverso la storia di un impiegato alienato a causa del fallimento di ogni sua aspirazione di ascesa sociale. Il disturbo si configura come scissione della personalità in due poli opposti. La "metà oscura" emerge dalla nebbia di Pietroburgo e si impossessa della vita del protagonista, Goljadkin, fino a sostituirsene definitivamente. Per arrivare a tale esito, la vicenda passa per avvicinamenti apparentemente amichevoli, piccole schermaglie verbali, intrighi e umiliazioni. La lettura più opportuna di un testo simile, dallo stile farraginoso e faticoso, è quella clinica; alla Otto Rank per intenderci. Tuttavia il riflesso del tema sulle tecniche retoriche usate potrebbe fornire qualche spunto per un'analisi più approfondita, in quanto non sarà fortuito, ipotizzo, l'indulgere dell'autore in endiadi, dittologie, sinonimi, tautologie, coordinazioni, parallelismi, ridondanze. Niente che ripaghi, comunque, dell'insoddisfazione per un romanzo con poche "punte" di genio, che viceversa poteva, dato il tema, esser trattato con una brillantezza e un ventaglio di idee superiori a quelli qui dimostrati: un'insoddisfazione che d'altro canto i lettori di Dostoevskij, con rammarico, condividono con lo scontento autore stesso, che non riuscì mai come avrebbe voluto a riscriverne la storia. Da salvare: il disagio che si prova vivendo, alla lettura, il tormento dato dall'incrinatura di una personalità.

    ha scritto il 

  • 4

    Un errore che si può fare leggendo "Il sosia" è considerarlo una storia convenzionale con una trama convenzionale, dai risvolti razionali e comprensibili. Non è certo tutto oro, d'altronde lo stesso D ...continua

    Un errore che si può fare leggendo "Il sosia" è considerarlo una storia convenzionale con una trama convenzionale, dai risvolti razionali e comprensibili. Non è certo tutto oro, d'altronde lo stesso Dostoevskij si rese conto che trattasi di "un'opera fallita" e "non riuscita", ma io non riesco ad essere tanto severo e credo anzi che la profondità di analisi dell'animo e dei meccanismi cerebrali della figura del pazzo sia assolutamente notevole. È naturale, per l'appunto, che manchi un filo logico, che alcuni pezzi della trama siano meramente abbozzati, perché bisogna osservare le vicende con gli occhi di chi, soggetto ad una mania quasi psicotica, è totalmente incapace di fermare il proprio sguardo su ciò che lo circonda. Il romanzo è un crescendo di mormorii, corse affannose, cefalee e monologhi squinternati e ripetitivi tipici di chi non ha più il lume a sua disposizione. I personaggi che circondano Goljadkin hanno un'importanza (nella trama e nelle vicende pre-pazzia) non comprensibile e non dosabile, dacché la sua attenzione non riesce mai a focalizzarsi su di essi: come molte manie, anche in questa l'atttenzione della mania alla fine finisce col vertere sempre su sé stessa obliando tutto ciò che è attorno. Un'incredibile immersione nella demenza.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij

    Il sosia è un romanzo giovanile di Dostoeskij: apparve nel 1846, quando l’autore era venticinquenne e si era conquistato da poco tempo una certa fama, sia tra il pubblico sia presso i circoli letterar ...continua

    Il sosia è un romanzo giovanile di Dostoeskij: apparve nel 1846, quando l’autore era venticinquenne e si era conquistato da poco tempo una certa fama, sia tra il pubblico sia presso i circoli letterari progressisti, con il suo primo racconto, Povera gente, giudicato come l’opera di un nuovo Gogol’, pienamente inserito nel filone della scuola naturale teorizzata da Vissarion Grigor'evič Belinskij, il grande filosofo e critico letterario sostenitore della necessità del realismo in letteratura. Dostoevskij all’epoca professava idee progressiste, era amico di Belinskij e degli autori raccolti attorno a lui, manifestava interesse per il socialismo nascente nell’Europa occidentale.
    Quando apparve Il sosia, tuttavia, Belinskij lo stroncò, accusandolo di essere prolisso e confuso, e soprattutto del fatto che nel romanzo predominerebbe un’atmosfera fantastica in luogo della descrizione realistica della condizione degli umili: ”Il fantastico, ai giorni nostri, può trovare il suo posto soltanto nei manicomi e non in letteratura, e di esso si devono occupare i medici, e non i poeti.” Altri critici, all’opposto, ritennero il romanzo di fatto copiato da Gogol’, ed Il sosia non ebbe una buona accoglienza neppure tra il pubblico.
    L’accoglienza della critica del tempo ci serve oggi per segnalare come questa opera seconda di Dostoevskij sia di fatto la prima in cui l’autore cerca una sua strada narrativa originale, che si distacchi dal cliché della scuola naturale e nella quale introdurre quella capacità di analisi della psicologia dell’individuo che caratterizzerà la sua produzione posteriore. In altri termini, proprio gli elementi che la critica del tempo indicò come più problematici sono quelli che fanno oggi de Il sosia un tassello importante della produzione letteraria di Dostoevskij e in un certo senso ne certificano la modernità.
    Prima di addentrarci nella vicenda narrata, è ancora necessario sottolineare che l’edizione definitiva del romanzo è del 1866: a distanza di 20 anni dalla prima edizione, Dostoevskij ritornò infatti su Il sosia in occasione della pubblicazione di un volume delle sue opere, intervenendo sulla sua prolissità conclamata con numerosi tagli e cambiando il sottotitolo da Le avventure del signor Goljadkin in Poema pietroburghese. Questo fatto segnala che Dostoevskij, nel pieno della maturità (nel 1866 esce Delitto e castigo), attribuisce una precisa importanza a questo suo romanzo giovanile, tanto da depurarlo degli elementi che ritiene non adeguati rispetto alla sua attuale sensibilità e da conferirgli, attraverso il cambiamento del sottotitolo, un diverso collocamento prospettico, più corale rispetto alla vicenda di un singolo personaggio. È questa edizione definitiva che viene proposta nell’edizione Feltrinelli da me letta: seppure arricchito da una ottima prefazione di Olga Belkina, questo volume sconta quindi il peccato originale di non permettere al lettore di conoscere la prima stesura, e quindi di non consentirgli un incontro con il vero giovane Dostoevskij.
    A dispetto del sottotitolo definitivo, la vicenda ha come protagonista assoluto il Signor Jakov Petrovič Goljadkin. Egli è un modesto impiegato dell’amministrazione statale, che vive a Pietroburgo in un piccolo e squallido appartamento con il suo domestico Petruška. Lo incontriamo un mattino mentre si prepara ad uscire di casa per recarsi ad un pranzo dato da un suo superiore in pensione, e suo antico protettore, in occasione del compleanno della figlia. Goljadkin ne è invaghito (o meglio, vorrebbe sposarla), ma sospetta di avere un rivale in un giovane, nipote di un altro suo superiore, che sta facendo carriera nell’amministrazione. Da subito appaiono gli elementi caratteristici della personalità di Goljadkin: è insicuro, si esprime in modo prolisso e confuso, ritiene di essere una persona retta ed onesta che si mette la maschera solo a carnevale ed è convinto di essere circondato da nemici che tramano per rovinarlo. Nel corso del racconto si scoprirà ciò che è facilmente intuibile da subito, cioè che Goljadkin è in realtà un personaggio meschino, che maltratta il domestico mentre mentre è untuosamente deferente con i superiori, ma anche che questa meschinità è in buona parte indotta dalla scarsissima considerazione che gli altri hanno di lui. Lentamente ma inesorabilmente apparirà sempre più chiaro il suo stato di confusione mentale, che inizia ad emergere dal colloquio con il suo medico, dal quale si reca subito dopo essere uscito di casa in ghingheri, su di una carrozza noleggiata che attira l’attenzione di alcuni giovani colleghi d’ufficio e di un suo superiore.
    Quando, dopo alcune altre avventure, giunge nella casa dove si svolge il pranzo, non viene fatto entrare: ritenendo ciò inspiegabile, entra di soppiatto dalla scala di servizio e viene buttato fuori senza troppi complimenti dal maggiordomo. Mentre, distrutto e facendo ragionamenti sconnessi, torna correndo verso casa nella fredda e fangosa notte di Pietroburgo, incrocia un altro passante, che in breve si rivela essere il suo sosia. Questi entra come nulla fosse a casa sua, ed il mattino seguente Goljadkin lo trova in ufficio, venendo a sapere che è stato appena assunto, che proviene dalla sua stessa città ed ha il suo stesso nome. Mentre Goljadkin è sconvolto dalla cosa, i suoi colleghi, che pure hanno notato una certa somiglianza tra i due, non ritengono vi sia nulla di straordinario nella vicenda.
    All’uscita dall’ufficio Goliadkin-junior (così lo chiama spesso l’autore) chiede aiuto al nostro eroe, non sapendo dove andare a dormire essendo da poco arrivato in città. Goljadkin lo invita a casa sua per la notte, gli offre la cena e i due mentre bevono abbondantemente si fanno confidenze reciproche e giurano di essere amici.
    Già la mattina successiva in ufficio, però, Goljadkin si rende conto che il suo sosia ha un diverso atteggiamento: lo evita e giunge a rubargli una pratica per fare bella figura al suo posto con il direttore. È l’inizio di una serie di avventure che vedono Goljadkin-junior entrare nelle grazie di colleghi e superiori, facendo fare al vero Goljadkin una serie di figure meschine. Invano il nostro eroe cercherà di spiegare ai suoi superiori ciò che sta accadendo: il suo stato di confusione mentale aumenta sempre più, e questi ultimi, che già ne avevano come detto scarsissima stima, si convincono che è un mentecatto: il dramma di questo piccolo uomo si compie così inevitabilmente, e la società lo espelle definitivamente dal suo corpo.
    L’elemento portante del romanzo è, come ovvio, quello del doppio. Il tema del doppio in letteratura non era nuovo ai tempi del giovane Dostoevskij, essendo stato usato sin dall’antichità: in genere, però, sin dal Sosia originale, nell’Anfitrione di Plauto, le due facce del doppio servono a separare visivamente aspetti contrastanti della personalità, a rendere conto della sfaccettatura del carattere umano. Ciò è ancora più vero se si pensa ad alcuni dei più celebri doppi della letteratura moderna, quali le figure del Dr Jekyll e Mr Hyde oppure Dorian Gray ed il suo ritratto, oppure ancora le due metà del Visconte dimezzato di Calvino. Nel caso del romanzo di Dostoevskij, ciò non è vero od almeno, secondo la mia interpretazione, è vero solo in parte. Entrambe le personalità di Goliadkin sono infatti fortemente sfaccettate, entrambe sono un mix inscindibile di aspetti positivi (pochi) e meschinità, si assomigliano molto anche come carattere, e se c’è una differenza tra i due è essenzialmente data dal fatto che Goljadkin-junior riesce nelle cose (rapporti sociali, successo professionale, considerazione altrui) a cui Goljadkin aspira maggiormente. Il punto centrale è però che vi riesce utilizzando gli stessi metodi che utilizzerebbe il vero Goljadkin, se ne fosse capace, se avesse la necessaria lucidità mentale. Il sosia è quindi una proiezione della mente malata di Goljadkin, anche se Dostoevskij si diverte a seminare il racconto di indizi che ci inducono a pensare a volte all’esistenza fisica del sosia, ed a volte al suo essere solo il parto della fantasia del protagonista. Il sosia è quindi ciò che Goljadkin vorrebbe essere, ma questo suo voler essere diverso non riguarda alcun connotato morale della sua personalità, riguarda solo la coscienza della propria incapacità ed irresolutezza. Dostoevskij questo tratto della personalità di Goljadkin lo sottolinea quasi ossessivamente: in ogni situazione in cui deve prendere una decisione o deve giudicare un fatto od una persona, durante i lunghi e sconnessi monologhi interiori che ci trasmettono i suoi pensieri, Goljadkin oscilla costantemente tra una tesi e il suo opposto, senza mai prendere una posizione netta, e quando agisce si pente immediatamente di ciò che ha fatto, rendendo inefficace la sua azione con un comportamento non coerente. Al contrario, Goljadkin-junior è deciso, coerente e conseguente, e l’odio/amore di Goljadkin nei suoi confronti è dettato proprio dal fatto che quest’ultimo riconosce in lui ciò che vorrebbe essere ma non riesce ad essere.
    L’introduzione del doppio, di questo tipo di doppio tutto sommato inusitato, è a mio avviso l’elemento che sgancia il romanzo dal solco della scuola naturale di stampo gogoliano e lo proietta in un universo narrativo che, seppure in nuce, è prettamente dostoevskijano. Al proposito ci ricorda Olga Belkina che quando Dostoevskij lesse a Belinskij i primi quattro capitoli del romanzo, il critico ne fu entusiasta, salvo poi cambiare radicalmente idea all’uscita dell’intero romanzo. Leggendo questi primi capitoli si è infatti portati a pensare, sia per l’ambientazione sia per il tono generale del racconto, che Goljadkin sia un personaggio gogoliano, un umile le cui disgrazie e la cui inadeguatezza derivano in buona sostanza dalle prevaricazioni della società in cui vive. È proprio con l’entrata in scena del sosia nel quinto capitolo che ci rendiamo conto che non è del tutto così, che Goljadkin non è schiacciato dalla società, dal suo essere un piccolo impiegato vessato dai suoi superiori, quanto piuttosto un personaggio schiacciato dalla sua incapacità, in quanto idiota, di adeguarsi al grado di conformismo, alla cattiveria che la società richiede a chi ne voglia far parte. Questa inadeguatezza, che egli vede in tutta la sua gravità dal momento in cui il suo sosia gli mostra come dovrebbe fare, se solo ne fosse capace, lo porta alla pazzia. In altri termini Dostoevskij a mio avviso ribalta il paradigma teorico della scuola naturale: l’umile non è vittima della società perché questa impedisce l’espressione delle sue virtù, ma perché non riesce ad adeguarsi al grado di cinismo ed anche all’esteriorità che richiede. Nel suo primo colloquio con il medico, Goljadkin esprime, come al solito confusamente, questo concetto, laddove dice che nell’alta società bisogna ”saper lustrare il parquet con gli stivali” e si pretendono i motti di spirito… e i complimenti sdolcinati”: il dramma di Goljadkin è che, malgrado ciò che afferma più volte, lustrare il parquet con gli stivali è la sua massima aspirazione esistenziale.
    Questa visione già pienamente dostoevskijana dell’individuo e del suo rapporto con la società è accompagnata da una capacità di trasmettere al lettore la psicologia del protagonista che prefigura i tratti più notevoli e originali della letteratura matura dell’autore. Soprattutto, come detto, l’ampio uso di monologhi interiori, che cresce all’aumentare della confusione mentale del protagonista, il divenire sempre più sconnesso e frammentato dei suoi pensieri, la criticata prolissità che si rivela lo specchio del progressivo distacco dalla realtà di una mente malata, sono altrettanti elementi a mio avviso della modernità del testo, cui fa da sfondo una Pietroburgo fredda, caliginosa, umida, fangosa e oscura, altro elemento importante per la resa dell’atmosfera complessiva della triste storia del Signor Goljadkin.
    Il sosia rappresenta quindi a mio avviso il vero punto di partenza della letteratura di Dostoevskij ed un romanzo di cerniera tra due epoche ben distinte della grande letteratura russa del XIX secolo. Il giovane autore attraverserà fasi drammatiche ed approderà a lidi ideali affatto diversi da quelli che lo ispirarono nella scrittura di questo romanzo, ma alcuni dei paletti da lui qui posti costituiranno il recinto entro il quale pascoleranno i grandi romanzi della maturità. Si può quindi oggi tranquillamente dire che sbagliava Belinskij criticando Il sosia per il suo essere fantastico: Dostoevskij iniziava invece allora a percepire una realtà diversa, ma non meno vera di quella tipicamente naturale di Belinskij.

    ha scritto il 

  • 3

    Molto interessante, ma faticoso

    La particolarità del libro è la novità con la quale viene affrontato l'essere umano; l'individuo non è solo il protagonista di una vita, ma è anche custode di una complessità psicologica che si svilup ...continua

    La particolarità del libro è la novità con la quale viene affrontato l'essere umano; l'individuo non è solo il protagonista di una vita, ma è anche custode di una complessità psicologica che si sviluppa in nevrosi, doppiezza, e follia allo stato puro. L'analisi dei sentimenti e delle ansie di Goljadkin preannuncia di qualche decina di anni la teoria psicoanalitica e per questo motivo " Il sosia", storicizzato e localizzato nella città di San Pietroburgo può e deve essere letto anche tenendo conto dell'assoluta novità. Purtroppo i motivi di interesse terminano qui, perché lo sviluppo narrativo è molto faticoso; il personaggio viene descritto in tutta la sua autorefenzialità e i dialoghi sia con gli altri (pochi) che con sé stesso (ahimé troppi) sono frammentari e ripetitivi. Alcune circonlocuzioni sono veramente fastidiose e spesso ho avuto bisogno di interrompere la lettura per riposare la mente e distendere il pensiero. Opera della giovinezza artistica di Dostoevskij , di grande intelligenza , ma ancora immatura.

    ha scritto il 

  • 5

    Ecco il secondo romanzo di Dostoevskji in ordine temporale , è del 1846 e ci troviamo già di fronte a qualcosa di singolare. Gli editori si aspettavano un lavoro che seguisse il filone realistico e si ...continua

    Ecco il secondo romanzo di Dostoevskji in ordine temporale , è del 1846 e ci troviamo già di fronte a qualcosa di singolare. Gli editori si aspettavano un lavoro che seguisse il filone realistico e si trovarono imbarazzati davanti a questa storia che spiazza il lettore. In effetti Dostojevskji introduce quel tema del doppio, che già nelle letterature classiche aveva avuto la sua nascita ma che avrà seguaci famosi nei secoli successivi. La differenza è che qui “l’altro” cioè il sosia, non imita il protagonista, anzi acquisisce una individualità completamente opposta al nostro Goljàdkin. Tanto il vero Goljàdkin è fragile, impacciato, inopportuno, che soffre di manie di persecuzione e vede nemici ovunque, tanto l’altro è disinvolto, sfrontato, aggressivo. L’altro rappresenta quell’io che Goljàdkin avrebbe voluto essere! E tutta la vicenda si svolge come in un lunghissimo monologo interiore che si sgroviglia nella mente del protagonista e che il lettore segue con crescente angoscia. Non è una lettura semplice, perché come è contorta la mente del protagonista così è complessa anche la scrittura. Nabokov, che notoriamente non apprezzava molto Dostojevskji, definisce il Sosia < < un’opera d’arte perfetta>>!!

    ha scritto il 

  • 2

    E' un romanzo che va contestualizzato nel suo periodo storico. La tematica dello sdoppiamento di personalità adesso può risultare usata e abusata, ma a metà dell'800 anticipava abbondantemente gli stu ...continua

    E' un romanzo che va contestualizzato nel suo periodo storico. La tematica dello sdoppiamento di personalità adesso può risultare usata e abusata, ma a metà dell'800 anticipava abbondantemente gli studi psicologici freudiani e non solo.
    Nettamente inferiore rispetto a "Ricordi Dal Sottosuolo" con cui trovo però in comune i tormenti cervellotici del protagonista sempre rappresentati da dualismi (ragione vs volontà, bontà d'animo vs sfrontatezza, ecc) che in modo diverso portano a pazzia e alienazione in entrambi i romanzi.

    ha scritto il 

  • 3

    II signor Goljàdkin - di mezza età, nubile, impiegato statale a San Pietroburgo - è un uomo infelice. Le sue ambizioni si sono arenate, il suo lavoro non è apprezzato, il suo tentativo di scalata soci ...continua

    II signor Goljàdkin - di mezza età, nubile, impiegato statale a San Pietroburgo - è un uomo infelice. Le sue ambizioni si sono arenate, il suo lavoro non è apprezzato, il suo tentativo di scalata sociale mediante un matrimonio di convenienza è naufragato; ma ciò che più di tutto lo fa soffrire è il pensiero che questi insuccessi siano imputabili alla sua personalità, e dunque la convinzione che se fosse diverso le cose andrebbero in altro modo. Ed ecco che una sera di tormenta, di nebbia e confusione, si imbatte in qualcuno dalle sue stesse fattezze fisiche: identico si direbbe, eppure differente. Capace, propositivo, scaltro. Proprio ciò che lui non è. Qualcuno in grado di raggiungere ciò che a lui è negato. Una beffa del destino o un inganno della mente?
    Il protagonista del romanzo, privato di eccessi ed esasperazioni, non vuole rappresentare altro che il prototipo del lavoratore medio nell'amministrazione russa ottocentesca. Una persona che fa della posizione sociale il senso della vita, che confonde la scala gerarchica con quella della felicità, alle prese con un contesto lavorativo spersonalizzato e piramidale.
    Mi ha ricordato anche un po' Fantozzi, ed ho sorriso quando ho scoperto di non essere stato il primo a notare la somiglianza (http://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero14/02bussole/q14_marco_fantozzi01.htm). Entrambi hanno infatti un forte senso di inadeguatezza e vivono una vita fatta di soprusi, sconfitte e disillusioni. Ma mentre Paolo Villaggio ci mostra questa situazione in chiave paradossale e comica, lo scrittore russo ce ne fa percepire tutta la tragica tristezza.
    Il libro si basa quindi su un profondo studio psicologico e sociologico, originale e in anticipo sui tempi. Soffre però di un difetto: è poco chiaro. La narrazione è a tratti contorta ed il significato stesso sfuggente. Si ha così alla fine del romanzo la spiacevole sensazione di aver letto un libro dal grande potenziale ma dalla solo discreta riuscita.

    ha scritto il 

  • 0

    Angoscia.
    Pazzia pura, schizofrenia, realtà inaccettabile, morte...in fondo, che importa di cosa stiamo parlando? In fondo, cosa importa delle vicende narrate, che rifiutano di farsi capire? In fondo, ...continua

    Angoscia.
    Pazzia pura, schizofrenia, realtà inaccettabile, morte...in fondo, che importa di cosa stiamo parlando? In fondo, cosa importa delle vicende narrate, che rifiutano di farsi capire? In fondo, importa solo di questo eroe meschino (eroe solo, come tutti noi, nelle proprie proiezioni mentali, e meschino di fronte alla realtà) che ci invita a trovare un compromesso etico e cosicenzioso tra gli estremi della personalità e tra gli imperativi della morale, alimento primo dell'immoralità più selvaggia.
    Non conoscevo questa verve umoristica del Maestro, anche se, a dire il vero, sembra fuori luogo, ché non stempera la condizione d'ansia crescente che egli sa creare, invece, mirabilmente, né attribuisce al suo eroe un ruolo goliardico...esso rimane negativo, indipendentemente dalla funzione, questa sì, svolta in maniera egregia, attribuitagli del suo autore.
    Anche la lettura sembra partecipare all'ambiguità di questo libro...piena di riflessioni introspettive, immancabilmente inquadrabili nel contesto descrittorio del protagonista, non è esattamente un incentivo a proseguire, e non tanto per un'assente difficoltà terminologica o sintattica, quanto perché lascia nascere in chiunque il dogmatico quesito: "Sono sicuro di volere conoscere oltre tormenti e vicende del nostro uomo?".
    A ben vedeere, comunque, con un po' d'esercizio d'astrazione dal libro (che, in verità, non riesce facilissimo nemmeno a lettura ultimata, tanto ci si sente invischiati, impastati nella lettura stessa e nel personaggio...) si può assaporare un grumo d'unità d'intenti e risultati: e si finisce per esserne sorpresi, e ammaliati.

    ha scritto il 

  • 4

    La lettura non è travolgente, sicuramente molto meno intensa di "memorie dal sottosuolo".
    Il protagonista è tanto noioso quanto odioso ma l'evidente ironia dell'autore riesce a far ridere spesso di lu ...continua

    La lettura non è travolgente, sicuramente molto meno intensa di "memorie dal sottosuolo".
    Il protagonista è tanto noioso quanto odioso ma l'evidente ironia dell'autore riesce a far ridere spesso di lui e mette abbastanza chiaramente in luce gli aspetti umani che sta analizzando.
    La sensazione che ho avuto, almeno da metà libro in poi, è stata quella di vivere nella mente del personaggio, in una realtà filtrata attraverso i suoi occhi, o forse in incubo. La stessa sensazione che ricordavo aver provato, anni prima, leggendo il processo di Kafka, tanto che quando ho chiuso il libro ho controllato che l'autore fosse proprio Dostoevskij.

    ha scritto il 

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