Il tè nel deserto

Di ,

Editore: Garzanti Libri

3.7
(834)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 278 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Francese , Portoghese , Olandese , Chi tradizionale , Polacco

Isbn-10: 8811666732 | Isbn-13: 9788811666738 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: H. Brinis

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Viaggi

Ti piace Il tè nel deserto?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 2

    Uno sguardo oltre confine - 08 mag 16

    Non c’era certo bisogno di alcuna spinta motivazionale per inserire un tale libro cult nella lista delle mie letture. Solo una piccola idea in più, a valle dell’interessante pamphlet regalatomi or son ...continua

    Non c’era certo bisogno di alcuna spinta motivazionale per inserire un tale libro cult nella lista delle mie letture. Solo una piccola idea in più, a valle dell’interessante pamphlet regalatomi or sono due anni da Otto e Ale. E devo dire che, interessante e degno di lettura, non mi ha convinto sino in fondo. Per tre motivazioni forti che ho ricavato dalla lettura: la totale mancanza di accenni all’islam come elemento fondante di una gran parte della vita nordafricana, la poca conoscenza della cultura tuareg, laddove si adombra una loro possibile vita poligamica mentre gli “uomini blu” sono intrinsecamente monogami, l’inconsistenza quasi naif dell’approccio alla vita locale da parte degli americani presenti nel libro. Anche se probabilmente quest’ultima osservazione deriva dall’esasperazione che Bowles mette nel descrivere caratteri d’oltreoceano, forse drogata dalle frequentazioni che nel suo eremo di Tangeri aveva in quegli anni. Perché dal ’47 Bowles si trasferisce dall’America in Marocco, dove vivrà gli ultimi 50 anni della sua vita, e dove ospiterà tra gli altri Truman Capote, Tennessee Williams, Gore Vida, Allen Ginseng, William S. Burroughs e Jack Kerouac. L’altro elemento di “disturbo” è che, avendo visto il film di Bertolucci, mi aspettavo, certo erroneamente, una maggior coscienza delle proprie personali motivazioni da parte dei coniugi Moresby, sia Port (che sullo schermo ha la faccia problematica di John Malkovich) sia Kit (che sempre nel film ha una maggior consapevolezza di cosa voglia nelle sembianze di Debra Winger). Il libro di Bowles, invece, è un lungo omaggio alla scomparsa di sé, alla ricerca delle proprie motivazioni di vita, dove, scontrandosi con la realtà, quest’ultima vince alla grande. I personaggi principali, come detto, sono Port e Kit. Una coppia decentemente in crisi e ragionevolmente con dei soldi alle spalle, tanto che può permettersi non di fare i turisti, ma bensì viaggiatori, che non hanno una reale meta, anche se lontani da quella mitica proposizione di Robert Louis Stevenson (cui spero di arrivare prima o poi): “Io non viaggio per arrivare, io viaggio per andare.” Ed i due si trovano invischiati in tutta una serie di momenti che un viaggiatore reale avrebbe affrontato in altro modo. Port è condotto da un sedicente arabo, nottetempo, in una specie di bordello itinerante di belle signorine, con cui, senza porsi scrupolo, giace, per poi tirarsi indietro, sentirne sensi di colpa, ascoltare le loro parole senza capirne il significato. E guardando il proprio ombelico, Port non trova meglio che ammalarsi di febbre tifoidea, di non accorgersene, e di trovarsi isolato con Kit e senza reali possibilità di cure. Kit stessa, come lei dice alla ricerca del proprio io, in una notte in treno giace, più o meno consapevolmente, con Turner (più o meno, perché sembra che Kit vada a letto con tanti senza capire perché). Rosa dai sensi di colpa non saprà più gestire nulla, e non troverà di meglio che lasciarsi trasportare dagli eventi. Fugge da Port morente, per paura non si sa di cosa. Si perde in un primo deserto, salvata da un probabile Tuareg che la aggrega alle sue mogli, per poi lasciarla in loro balia. Kit che continua a fuggire di arabo in arabo, tanto che alla fine, partendo dal Marocco, si ritroverà in Sudan (!). Di contorno abbiamo l’inutile Turner travolto prima da Kit, poi dai propri sensi di colpa, poi da tutto il contorno (sembra proprio uno di quegli americani in visita a Bowles a Tangeri). Un inutile burattino. Come inutili, se non come macchiette, la strana coppia formata da Eric Lyle e dalla sua sedicente madre. Che vivacchiano rubacchiando agli altri turisti, che continuano a girare lamentandosi di tutto. Esempio di come era facile ed anche inutile fare i turisti subito dopo la Seconda Guerra mondiale. E di come il mondo arabo si sia trovato invaso da gente che ha rovinato completamente la propria e l’altrui esistenza. Un piccolo cammeo è dedicato anche alle guarnigioni francesi del deserto algerino, con quel tanto di presupponenza che i francesi hanno sempre avuto, e quel molto di impreparazione che tutti qui stanno mostrando. Certo, gli avvenimenti si concatenano in modo talmente strano che ci si rende conto di essere trascinati verso azioni e comportamenti quasi obbligati (e sempre sbagliati). Con quel finale, che nel libro è l’unica cosa che preferisco al film, dove la scomparsa di Kit assume una connotazione di coscienza e non di paura. Rimangono, ahimè, soltanto i paesaggi, ed il Sahara, e tutti quegli scorci senza personaggi che sono la parte migliore (soggettivamente) del libro. Che spiace anche sia conosciuto con il fuorviante titolo della prima parte, e non con l’originale: “Un cielo protettore”. E chi è stato nei deserti, capisce, guardando il cielo, il senso di tutto ciò. Sia nelle giornate passate a ripararsi nelle oasi dal grande calore, sia nelle notti a guardar le stelle, finalmente senza altre luci che ne oscurino lo splendore. Non è un caso che abbia impiegato molto a leggere questo romanzo, quindi. Da cui aspettavo un mio ritorno mentale là dove, per problemi di guerre or non è possibile andare. Si, ho ripensato ai miei deserti, ed ho rivissuto la morbidezza libica e l’asprezza algerina. Ma per merito della mia immaginazione. Non di questo libro. Forse andava letto come metafora del perdersi in una inutile ricerca di sé, laddove il proprio io non stava. E forse questo sarebbe stato un altro libro. Rendo comunque omaggio alla figura di Paul Bowles ed alla sua vita, anche se non alla sua opera prima.
    “Spesso, proprio durante un viaggio i suoi pensieri divenivano particolarmente lucidi, e prendeva decisioni cui non poteva arrivare quand’era fermo in un luogo.” (86)
    “- Prima dei vent’anni … pensavo che la vita fosse qualcosa che andasse via via acquistando slancio. Anno per anno sarebbe diventata più ricca e più profonda. Uno imparava sempre più, diventava via via più saggio…. – E ora sai che non è così, vero? È piuttosto come fumare una sigaretta. Le prime boccate hanno un sapore meraviglioso, e non pensi che possa mai esaurirsi. Poi cominci a darlo per scontato. D’improvviso ti rendi conto che si è consumata quasi tutta, e proprio allora ti accorgi che in fondo sa di amaro.” (138)
    “Il deserto è un posto così grande, eppure niente va veramente perduto, mai.” (265)

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    1

    Un libro che pare provenire da un altro mondo. Una storia che sembra ti faccia osservare qualche dettaglio di un passante dalla finestra, ma poi questo esce dalla tua visuale e tu rimani con una speci ...continua

    Un libro che pare provenire da un altro mondo. Una storia che sembra ti faccia osservare qualche dettaglio di un passante dalla finestra, ma poi questo esce dalla tua visuale e tu rimani con una specie di sensazione di vuoto (fa parte di un'opera piu' ampia dell'autore e deve essere contestualizzato? Avrei dovuto informarmi, ma il libro non ha suscitato la voglia di farlo). Una lettura che non consiglio, una storia che sembra vorticosa eppure è piatta come il deserto. Personaggio protagonista femminile di un certo spessore, ma il resto? Dei pochi personaggi, ben due, la madre e il figlio che incontrano durante i loro spostamenti finiscono in un nulla di fatto. [A me sembra di intendere che vadano a letto insieme, se qualcuno può darmi delucidazioni, potrebbe scriverle in commento a queste mie opinioni? Grazie] E poi seriamente, è credibile e minimamente coerente con la protagonista, un finale del genere? Questo libro mi ha lasciata fastidiosamente stupita e non lo consiglio.

    ha scritto il 

  • 4

    Scorci di deserto tra esotismi e pregiudizi

    Un romanzo fuorviante per chi pensa di poter attraversare le sue pagine e conoscere in questo modo il deserto e i popoli che lo abitano.
    Illuminante invece per chi è consapevole che il viaggio è una m ...continua

    Un romanzo fuorviante per chi pensa di poter attraversare le sue pagine e conoscere in questo modo il deserto e i popoli che lo abitano.
    Illuminante invece per chi è consapevole che il viaggio è una metafora e che i luoghi "assoluti", che hanno la forma di un tutto unico, come il mare e il deserto, permettono di conoscerci in modo denso e turbante.
    Pagine interessanti e poetiche di riflessione sulla vita e la morte, sulla possibilità di ricorrere alla follia o a forme estreme di straniamento pur di fuggirle entrambe e di non tornare più a ciò che eravamo o fingevamo di essere prima di iniziare questo viaggio.
    Ho trovato i personaggi "indigeni" molto esotici e funzionali alla narrazione di un viaggio come questo, che è viaggio verso l'ignoto, in cui tutto è mistero appena comprensibile, come la loro lingua e i loro modi di vivere.
    Lo boccerei quindi per lo sguardo carico dell'immaginario occidentale a caccia di esotico ma che in realtà vede in tutto solo se stesso, incapace di entrare in contatto con chiunque.
    Eppure in questo libro, nel vedere se stessi, si scoprono aspetti della natura umana e della nostra psiche che valgono lo sforzo di andare oltre l'ingenuità di questi viaggiatori e dei loro limiti e limitati approcci per lasciar parlare le pagine che scorrono direttamente col nostro inconscio, permettendo ai nostri paesaggi lunari interiori di risuonare.
    Resta un dubbio: ci si può permettere ancora di essere così ingenui e indifferenti rispetto all'umanità e alla natura che si incontra da non vedervi altro che un riflesso delle proprie turbe psichiche per quanto fascinose?

    ha scritto il 

  • 5

    A parte il titolo italiano imbecille...

    Cinque stelle perché questa è scrittura somma, fatta di pagine da leggere e rileggere e perché è uno dei più puri viaggi agli inferi che si possano trovare in letteratura, però ho immaginato di uccide ...continua

    Cinque stelle perché questa è scrittura somma, fatta di pagine da leggere e rileggere e perché è uno dei più puri viaggi agli inferi che si possano trovare in letteratura, però ho immaginato di uccidere i due protagonisti in mille modi a partire più o meno da pagina uno, per quanto sono irritanti.

    ha scritto il 

  • 5

    A really fascinating book. A genuine account of foreigners visiting north Africa during the forties, the contrasts and gaps, the overwhelming nature that is ruling and absorbing their lives in its cyc ...continua

    A really fascinating book. A genuine account of foreigners visiting north Africa during the forties, the contrasts and gaps, the overwhelming nature that is ruling and absorbing their lives in its cycle. I wonder what the reactions were when the novel first was released because of the modernity of the characters that are really representing at the same time the loss of reference points and the pursuit of culture confrontation.
    The idea of a landscape that is kind of breathing and absorbing the travelers in its rhythm.

    ha scritto il 

  • 4

    The Sheltering Sky

    Stupendo
    Letto alcuni anni fa. Forse dovrei tentare una seconda lettura, per ricordare parti del libro che ho un po' rimosso. Da vedere l'omonimo film di Bernardo Bertolucci del 1990 con Debra Winger ...continua

    Stupendo
    Letto alcuni anni fa. Forse dovrei tentare una seconda lettura, per ricordare parti del libro che ho un po' rimosso. Da vedere l'omonimo film di Bernardo Bertolucci del 1990 con Debra Winger e John Malkovich, anche se (e qui mi dispiace ammetterlo, poiché io adoro questo regista) la pellicola non riesce a rendere perfettamente l'atmosfera del romanzo. Vale comunque la pena la visione per la fantastica fotografia, la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto e un cammeo in veste di "special guest star" dello scrittore stesso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Il deserto, i berberi. Una coppia di americani in viaggio alla riscoperta di loro stessi, nel tentativo di ritrovarsi. Si perderanno, invece.

    La donna, rimasta sola, vivrà un'esperienza fuori dal comu ...continua

    Il deserto, i berberi. Una coppia di americani in viaggio alla riscoperta di loro stessi, nel tentativo di ritrovarsi. Si perderanno, invece.

    La donna, rimasta sola, vivrà un'esperienza fuori dal comune che la cambierà forse per sempre.
    Il finale è aperto.

    Bellissimo anche il film di Bernardo Bertolucci. Splendida la colonna sonora.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per