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Il tamburo di latta

Di

Editore: Euroclub

4.1
(2122)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 591 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Chi semplificata , Tedesco , Spagnolo , Catalano , Francese , Svedese , Portoghese

Isbn-10: A000044965 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History , Humor

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Descrizione del libro
Finito in manicomio dopo memorabili eventi, il nano, paranoico e mistico, Oskar Matzerath, decide di rievocare, complice il tamburo di latta che si porta appeso al collo, la vita che ha vissuto, una vita profondamente intrecciata alla storia della Germania della prima metà del secolo. Fino a ventotto anni Oskar ha deliberatamente scelto di non crescere: non ha mai superato la statura di un bambino di tre anni e lo ha fatto in odio al padre, anzi ai suoi due padri, e al turpe e normale mondo che lo circonda. La ripugnanza nei confronti dell'universo demoniaco, folle, miserabile e feroce in cui si è trovato a vivere nutre la sua deformità, dà forma alla sua rabbia, modula la sua voce. Oskar sta di fronte alla realtà ad occhi aperti, sbarrati, la guarda in faccia, senza filtri, senza condizionamenti. Come gridata da un paesaggio cupamente leggendario la sua storia resta definitivamente incisa nella memoria dei lettori: la nascita della madre sotto le quattro gonne della mitica nonna contadina, la sua venuta al mondo, ricca di presagi, la decisione di interrompere la crescita in modo da farne ricadere la colpa sull'odiato padre, l'opposizione e l'adesione al regime nazista, fino al crollo della Germania e al lento, tragico sviluppo del dopoguerra, parallelo alla decisione di riprendere la crescita, libero ormai dal complesso paterno e dalla vicinanza dei mostri. Barocco, picaresco, drammatico e potentemente grottesco, Il tamburo di latta è considerato uno dei romanzi epocali del Novecento tedesco, una delle prove più alte della narrativa europea.
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  • 4

    "C'è la Cuoca Nera qui ? Sì-sì-sì "

    Non lo nego, sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo , quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c'è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti.
    Il mio infermiere
    ...continua

    Non lo nego, sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo , quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c'è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico.Ho preso a volergli bene, a questo controllore appostato dietro lo spioncino. Appena mi entra nella stanza, gli racconto vicende della mia vita... E questo racconto ,al ritmo cadenzato del tamburo di Oskar , ci travolge come un fiume in piena e ci sorprende ad ogni capitolo : una storia complessa ,drammatica ,cupa ,con personaggi e immagini memorabili - e sullo sfondo le mostruosità della guerra e del regime nazista In breve: Cosa devo dire ancora : nato sotto lampadine elettriche, crescita deliberatamente interrotta all'età di tre anni, ricevuto tamburo,infranto vetro con la voce, annusato vaniglia, tossito in chiese, imbottito panini Luzie, osservato formiche, deciso crescita ,seppellito tamburo, emigrato a Ovest, perduto Est, imparato mestiere marmista e posato Accademia, ritornato al tamburo e visitato cemento armato ,guadagnato soldi e conservato dito, dato via dito e fuggito ridendo, salito scala,arrestato, condannato,internato,fra breve rilasciato, oggi festeggiato il mio trentesimo compleanno e ho sempre paura della Cuoca Nera- Amen E sempre c'era la Cuoca Nera ( la malvagità ,la ferocia ) protagonista di tutto il racconto , la vera oscura follia Nera sempre la Cuoca dietro m'era. Davanti ora mi viene incontro - nera. Parola e manto ha rivoltato - nera. Coi neri soldi paga - nera. E i bimbi se cantan, non cantano più: c'è la Cuoca Nera qui? - Sì-sì-sì!

    ha scritto il 

  • 5

    Un mondo “Mitico, barbarico, annoiato”

    “Leggevo molto … Non ricordo nemmeno tutto quello che lessi allora…Mi vergogno di dire che le letture di quegli anni non entrarono in me, bensì mi attraversarono. Alcuni brandelli di parole, qualche lembo di testo sono rimasti.”
    Sono alla terza rilettura. La prima ha una data certa, tra il ...continua

    “Leggevo molto … Non ricordo nemmeno tutto quello che lessi allora…Mi vergogno di dire che le letture di quegli anni non entrarono in me, bensì mi attraversarono. Alcuni brandelli di parole, qualche lembo di testo sono rimasti.” Sono alla terza rilettura. La prima ha una data certa, tra il luglio e l’agosto del ‘90. Lo attestano un biglietto ferroviario per la solita Cefalù e una carta d’imbarco Alitalia per Parigi. La seconda lettura risale a una decina d’anni fa ma potrebbero essere cinque o quindici. Tutte e due le lettrici del passato concordano sulla necessità di questa mia rilettura per collocare nel tempo e nello spazio definito da Grass i brandelli di parole e i lembi di testo rimasti a fluttuare che ci evocano (a me attuale e alle due me pregresse) solo un affabulatore dalla spettacolare verve linguistica e narrativa, fantasma scomodo che esige un onorato riposo tra i ricordi compiuti. Il suo posto è tra i romanzi storici e soprattutto politici. Non siamo dalle parti di romanzi periombelicali infarciti di flussi di pensieri sul qui e ora individualista. A pag. 7 Grass ci mette sull’avviso: “ Ci si può atteggiare a scrittore moderno, eliminare il tempo e la distanza, e proclamare o poi far proclamare di avere finalmente risolto il problema spazio-tempo. Si può anche affermare, fin dall’inizio, che al giorno d’oggi è impossibile scrivere , ma poi, per così dire, scriverlo in barba a se stessi, deporne uno bello grosso e finire con l’essere considerato l’ultimo romanziere possibile. Ho anche sentito dire che si fa un’ottima impressione di modestia iniziando col sostenere fermamente che non ci sono più eroi da romanzo, perché gli individualisti, non esistono più, perché l’individualità va scomparendo, perché l’uomo è solo, ogni uomo è ugualmente solo, senza diritto a una solitudine individuale e fa parte di una massa solitaria senza nomi e senza eroi.” Il nostro nano Oskar così riassume la sua vita: Nato sotto lampade elettriche, crescita deliberatamente interrotta all’età di tre anni, ricevuto tamburo, infranto vetro con la voce, annusato vaniglia, tossito in chiese, imbottito panini Luzie, osservato formiche, deciso crescita, seppellito tamburo, emigrato Ovest, perduto est, imparato mestiere marmista e posato Accademia, ritornato al tamburo e visitato cemento armato, guadagnato soldi e conservato dito, dato via dito e fuggito ridendo, salito scala, arrestato, condannato internato, tra breve rilasciato, oggi festeggiato il mio trentesimo compleanno e ho sempre paura della Cuoca nera. La sua statura di nano, di cui rivendica “la paternità”, è la critica alla purezza della razza. Gli serve da camuffamento per guardare dal basso e svelare la falsa morale degli adulti ma è soprattutto la metafora (non il simbolo!) della follia del XX secolo: “ affermò [ il prof. Dell’accademia] che io, Oskar, esprimevo in modo provocatorio, atemporale e tuttavia esprimente la follia del nostro secolo, l’immagine distrutta dell’uomo.” Il suo stesso narcisismo primario, senza sentimenti né morale né pietà, è il ritratto di quella società tedesca che passa dall’adesione al nazionalsocialismo, con tutte le sue nefandezze che sembra scoprire solo dopo la guerra e per cui ha lacrime di coccodrillo provocate dall’affettar cipolle, alla socialdemocrazia crapulona. Non è simpatico Oskar, colui che ha deciso di rimanere non solo nano ma anche bambino. Non siamo chiamati a farne il nostro eroe. Non ci incute nemmeno pietà, a meno che … non si immagini che sia la maschera di un vero nano che per questa sua deformità ne ha patite di cotte e di crude, e che in un rovesciamento dell’inferiorità in superiorità, si racconti e ci racconti questa storia cinica e amorale per la vergogna di confessare la sua sconfitta umana: un nano incolpevole, ai margini del cosiddetto mondo civile, che rischia la vita in nome della razza pura, e che conosce il successo solo grazie alla sua deformità ma a cui è negato uno straccio d’amore disinteressato. Ma gli altri non sono meno nani di lui. Di questi altri non conosciamo un solo pensiero. Di quei mondi – più di cinquantenni di storia ci vengono raccontati - Grass ci rendiconta basandosi su prospettive distorte come quelle di un nano. I personaggi li vediamo muoversi sempre in superficie, mentre la storia tedesca sembra passare sulle loro teste senza scalfirli almeno fino all’occupazione russa ma che si scrollano da dosso emigrando all’ovest senza rimpianti. Il suono del tamburo si affianca a un’altra “dote artistica” del tamburino: l’urlo usato dapprima per difesa se qualcuno vuole togliergli il tamburo poi per abilità artistica secondo i precetti art pour art e poi come esibizione artistica in teatro. Chi ha il potere urla.

    ha scritto il 

  • 3

    L'Oskar treenne mi sta simpatico, quello adulto è uno stronzetto un po' morboso. Con il passare delle pagine ho perso totalmente il filo della storia e tutta la parte finale mi è risultata francamente incomprensibile.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo decisamente originale nello stile narrativo e suscettibile di numerose interpretazioni, allegorico e criptico, popolato da personaggi universali privi di individualità, piccole comparse che vivono le loro minuscole esistenze durante il secolo breve e vengono ingoiate dalla Storia. Forse e ...continua

    Romanzo decisamente originale nello stile narrativo e suscettibile di numerose interpretazioni, allegorico e criptico, popolato da personaggi universali privi di individualità, piccole comparse che vivono le loro minuscole esistenze durante il secolo breve e vengono ingoiate dalla Storia. Forse eccessivamente lungo, essendo un romanzo senza una trama lineare, è facile perdere il filo della narrazione, non tutte le opere belle sono necessariamente complesse, ma direi che in questo caso le due caratteristiche sono inestricabilmente connesse.

    ha scritto il 

  • 5

    ROMANZO STORICO DAL SAPORE FANTASY

    Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ...continua

    Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ruota intorno a un personaggio improbabile, non è però giunto a mescolare il romanzo storico con il racconto di fantasia come fa Günter Grass (Danzica, 16/10/1927). Il premio nobel (1999) tedesco-polacco con “Il tamburo di latta” (1959), realizza, decenni prima di Jonasson, uno sviluppo fantastico del romanzo storico, che va oltre la delineazione di un protagonista peculiare e di fantasia, intorno al quale snodare la storia di un intero secolo. Il tedesco (in realtà nato a Danzica in Polonia), inserisce nella storia della Polonia e della Germania nazista e post-bellica un protagonista e voce narrante (sebbene alternativamente parli di sé in prima e terza persona) del tutto fantastico, una sorta di peter pan, un bambino che giunto all’età di tre anni, appena ricevuto un tamburo di latta, smette di crescere, non può vivere senza il suo tamburo, che suona a tutto spiano e che, se privatone, lancia urla che rompono vetri con precisione mirata. Il bambino rimane un treenne fino al suo ventunesimo compleanno e da quel momento si trasforma in un nano deforme e gobbo. È una novità mescolare fantasia e realtà storica? In realtà non lo è affatto, basti pensare alle opere omeriche, dove accanto a fatti storici compaiono divinità e mostri, ma diversissimo era allora il senso della storia e le meraviglie descritte non venivano percepite come qualcosa di diverso dai fatti reali. Un diverso spirito della narrazione, che rende improbabile un raffronto. Pensiamo invece al romanzo storico nella sua forma moderna. Indubbiamente prevede sempre l’inserimento di personaggi o, addirittura di protagonisti di fantasia, ma questi cercano comunque di mantenere una presunzione di realismo e plausibilità storica. Dobbiamo pensare all’ucronia per avere, in tempi moderni, una deformazione voluta della realtà storica in un mondo fantastico. Il processo realizzato da Grass è dunque più simile a quello degli autori ucronici che la descrizione di terre e luoghi leggendari dei narratori antichi e medievali, con i loro viaggi in terre popolate da grifoni, sciapodi, astomi, unicorni, giganti, ciclopi e altri mostri, narrazioni in cui la mescolanza di realtà e finzione è involontaria o se volontaria ha finalità simboliche. Il percorso narrativo di Grass è diverso. La Storia non muta il suo corso, ma su di essa si innesta il fantastico, uno gnomo dai poteri quasi magici, un Oskar che si muove nella Storia come un Harry Potter per la Gran Bretagna. Il fantasy contamina il romanzo storico. Ne nasce un’opera indubbiamente originale, il cui successo ha certo contribuito a far ottenere al suo autore il riconoscimento del premio nobel. Se non sempre riesco ad apprezzare gli autori insigniti dall’accademia di Stoccolma, il Grass de “Il tamburo di latta” mi trova concorde con i giudici svedesi. L’opera non ha certo la leggerezza de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, né l’umorismo de “La vita è bella”, il film di Roberto Benigni, ma i racconti dal manicomio del nano ex-treenne danno una levità ai fatti della Seconda Guerra Mondiale che, pur non togliendo nulla alla loro gravità, li condiscono di una magia che diventa anche magia narrativa e pur leggendo un autore tedesco-polacco, pare a volte di leggere qualche sudamericano, Marquez, Amado o, addirittura Borges. E il romanzo non è fatto solo da un Oskar dai molteplici cognomi, perché hanno un bello spessore fantastico-leggendario anche gli altri personaggi, spesso fellinianamente deformi, i nonni del bambino, l’amico oblomoviano del Oskar adulto, il nano Bebra e la micro-bellezza Raguna, per non parlare della coppia di padri (anche questa di sapore sudamericano), del fratellastro-presunto figlio, dell’amore per le infermiere e per la matrigna Maria. Anche la trama non è da meno e si dipana tra le innumerevoli morti, mai causate direttamente da Oskar, ma da lui determinate in una sorta di materializzazione di desideri freudiani, gli amori impossibili, i lavori alternativi di Oskar e le vicende della sua famiglia in un succedersi fantasmagorico e surreale di eventi, vero sale della narrazione, mentre la Polonia sta per cadere, cade, è caduta ma non è caduta e camice brune e partigiani sfilano sullo sfondo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    "Brilla per modestia chi all'inizio pretende"

    Non facile da leggere questa farsa del Novecento così come farsa (o tragedia) è stato il secolo stesso. Odio, guerre, violenze, follie collettive, disumanità, ottusità e piccolezza morale. Oskar decide di rimanere piccolo, di terminare la crescita fisica all'età di 3 anni, quasi di mettersi al li ...continua

    Non facile da leggere questa farsa del Novecento così come farsa (o tragedia) è stato il secolo stesso. Odio, guerre, violenze, follie collettive, disumanità, ottusità e piccolezza morale. Oskar decide di rimanere piccolo, di terminare la crescita fisica all'età di 3 anni, quasi di mettersi al livello della statura morale del suo secolo e di vedere da un'altezza differente quel che capita attorno. E battere il tempo sul tamburo di latta, divenendo un tamburino capace di leggere la vita e l'animo della gente. "...non esistono più gli eroi da romanzo, perchè gli individualisti non esistono più, perchè l'individualità ci è scapppata di mano, perchè l'uomo è solo, ogni uomo solo allo stesso modo, senza alcun diritto a una solitudine individuale, e costituisce una massa solitaria senza nomi e senza eroi." Vivere o lasciarsi vivere? Restare sempre piccoli, nascosti, poco visibili, spettatori, fuori dagli eventi o cambiare ruolo, crescere, iniziare una nuova vita? A trent'anni è il momento di scegliere, è il momento di essere uomo. Il tamburo segnerà ancora una volta il tempo, metro di giudizio. E' ora di metter da parte tutte le paure, che necessariamente fanno parte della vita vera. "...perchè l'amore non conosce ore, e la speranza è senza fine, e la fede non conosce limiti, solo il sapere e il non sapere sono legati a tempi e limiti..."

    ha scritto il 

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