Il tamburo di latta

Di

Editore: Feltrinelli (U.E. 2078)

4.1
(2231)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 604 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Chi semplificata , Tedesco , Spagnolo , Catalano , Francese , Svedese , Portoghese

Isbn-10: 8807720787 | Isbn-13: 9788807720789 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Bruna Bianchi

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Umorismo

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Descrizione del libro
Romanzo epocale, "Il tamburo di latta" compie cinquant'anni e conserva tutta la sua carica provocatoria. In modo umoristico e grottesco, narra la vicenda del protagonista Oskar Matzerath, il tamburino inseparabile dal suo tamburo e con una voce potentissima che manda in frantumi i vetri. Dal manicomio dove è rinchiuso Oskar rievoca la propria storia, indissolubilmente intrecciata alla storia tedesca della prima metà del Novecento. Scorrono così nel fiume del suo racconto immagini memorabili, a partire da fatti leggendari come il concepimento e la nascita della madre sotto le quattro gonne della nonna, passando per la sua venuta al mondo ricca di presagi, fino all'ascesa irresistibile del nazismo e al crollo della Germania. È stato nel giorno del suo terzo compleanno che Oskar, in odio alla famiglia, al padre, alla società ipocrita, ha deciso di non crescere più. Da quell'osservatorio particolare che è la città polacco-tedesca di Danzica e poi da Düsseldorf, grazie alla sua prospettiva anomala di nano, può guardare al mondo degli uomini dal basso e scorgerne così meglio le miserie e gli orrori, mentre la sua deformità si staglia contro la ripugnanza della normalità piccolo-borghese. Con occhi disincantati e spalancati sulla ferocia e violenza del mondo grida una rabbia che non risparmia la viltà e la corruzione di nessuno, neppure le proprie. Di questa pietra miliare della letteratura contemporanea viene ora proposta una nuova traduzione.
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  • 2

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... ...continua

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... e il nazismo... e la guerra... e il dopoguerra... e la rimozione... o la non rimozione... tutto quello che volete. Ma che palle!

    ha scritto il 

  • 5

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il ...continua

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il mondo e tutti i corpi vengono da essi infilzati, analizzati, interrogati. E il grottesco la fa da padrone e risponde agli interrogativi, alle debolezze, ai sospetti, alle diabolicità, ai soprusi, alle disuguaglianze. Il grottesco infilza la stanchezza fisica, morale, intellettuale, spirituale dell’umanità.” (dalla recensione di Enzo Schiavi)

    Mentre cercavo un esordio per questo commento, fra i sinonimi di “grottesco” ho trovato – oltre a bizzarro, stravagante, caricaturale – anche brutto, deforme, mostruoso.
    Deforme. Ecco qui: non è solo Oskar ad essere deforme (brutto no, mostruoso a volte sì e non fa nulla per nasconderlo), è l’intero romanzo ad esserlo. Un romanzo deforme che – sulla scia della tradizione picaresca e in un ambiguo rapporto di imitazione/stravolgimento del romanzo di formazione tedesco* – piega, altera la forma tradizionale e, attraverso quest’aberrazione, si offre di interpretare la realtà sotto una luce diversa. É quello che fa Oskar quando, ormai è inutile ripeterlo, sceglie di diventare un outsider arrestando volutamente la propria crescita in segno di rifiuto, di difesa e allo stesso tempo di forza nei confronti della società che lo circonda; tant’è vero che egli fin dall’inizio si autodefinisce un “eroe”, riconosce la propria superiorità intellettuale e, seguendo gli insegnamenti del suo “maestro” Bibra, si pone non come spettatore, bensì come protagonista della tribuna della vita. Un paradosso, se pensiamo al contesto politico-ideologico nel quale è ambientata la vicenda, l’ascesa del nazismo: calcare il palco non nelle vesti di un superuomo, ma di una creatura reietta dalla società, che proprio in virtù della sua marginalità ha il privilegio di smascherare le ipocrisie dei benpensanti, di contemplare la bassezza della natura umana e decidere di non farne parte.

    É per questo che ho un debole per i romanzi che io, esagerando, amo definire “folli”. Quelli in cui l’assurdità, l’eccesso non sono fini a se stessi, ma diventano l’unico strumento possibile per essere ancora più realisti, ancora più “chirurgici”... perchè in questi casi solo trascendendo la “normale” soglia della verosimiglianza riusciamo a catturare e a restituire gli aspetti più torbidi della realtà (penso, per citarne alcuni, a Il teatro di Sabbath di Roth, Mentre morivo di Faulkner, Perturbamento di Bernhard, Viaggio al termine della notte di Cèline, Il maestro e Margherita di Bulgakov...)
    Credo che sia inutile insistere sulla complessità stilistica e simbolica di quest’opera (il nanismo prima e la deformità poi, il tamburo, la voce vetricida, il rapporto coi propri padri, il senso di colpa, ecc.). Basti sapere che ogni fase della vita Oskar, ogni sua scelta, ogni suo atteggiamento, giusto o sbagliato, condivisibile o no, si porta dietro un significato profondo, senza tuttavia tradire mai la vocazione letteraria del romanzo. Questo per dire che, per quanto denso di contenuti, Il tamburo di latta costituisce uno di quei rari casi in cui forma, anzi, de-formità e sostanza si integrano perfettamente, al punto di dare l’impressione che non vi è nulla di “troppo” e nulla di “non abbastanza” : che tutto, insomma, non poteva essere che così.

    Un’ultima parola la spendo sul valore delle scelte di volta in volta compiute da Oskar. É vero che a ognuna di esse è offerta in qualche modo una “giustificazione” (caso emblematico: Oskar decide di smettere di crescere, e per questo cade nella botola lasciata inavvertitamente aperta dal padre/non padre Matzerath, cogliendo così anche l’occasione per dare ad altri, oltre che a se stesso, una valida ragione per odiarlo), ma è anche vero che tale giustificazione è piuttosto un pretesto offerto a questi “altri”, che ne hanno bisogno molto più di lui.

    Sin dall’inizio mi era chiaro: gli adulti non ti comprenderanno , se non ti vedranno crescere più in modo visibile (e, già qui, una bella “frecciata” alla gente comune, incapace di cogliere una “grandezza” che non sia meramente fisica) ti considereranno un tardone, trascineranno te e il loro denaro da cento medici e, se non la tua guarigione, vorranno almeno una spiegazione della tua malattia. Per ridurre al minimo sopportabile la noia dei consulti dovevo dunque fornire, ancor prima che il medico si pronunciasse, una ragione plausibile dell’arresto della mia crescita.

    In questa presa di coscienza della necessità dell’uomo di trovare a tutti i costi una spiegazione, si nasconde secondo me un grandissimo messaggio che ci fa tornare alle considerazioni iniziali sul grottesco e sulla deformità. Non è Oskar che ha bisogno dei propri stratagemmi, è il resto del mondo che li pretende: incapace com’è, come siamo, di accettare la realtà così come si presenta – con le sue brutture e mostruosità, coi suoi eccessi e i suoi assurdi – ma incapaci anche di accettare le forme bizzarre di una protesta, di un uscire fuori dal coro che sveli e denunci queste stesse assurdità, meglio ingannarci e farci credere che una spiegazione, per quanto fasulla, sia sempre possibile e lasciare il privilegio di contemplare la verità ai pochi “grandi” che lo meritano davvero.

    Un capolavoro che vale la propria fama e l’impegno (non la fatica) che ci vuole per portarlo a termine.
    5/5

    * Consiglio vivamente a tutti gli interessati la lettura di questo breve saggio di Alessandro Costazza: Oskar Matzerath e le stratificazioni di senso di un personaggio www.ledonline.it/acme/allegati/Acme-09-II-05-Costazza.pdf
    Semplice, chiaro e molto interessante; spiega bene quello che io neanche ho voluto sfiorare su alcune delle simbologie interne al romanzo e sul rapporto che ha quest’ultimo con il romanzo picaresco e quello di formazione. Merita.

    ha scritto il 

  • 5

    Un redoble...

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer. ...continua

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer.

    Recomendado para aquellos que quieran recordar la infancia y sientan que su marca es imborrable.

    Además, hayq ue tenerle paciencia al libro, hay que acostumbrarse al ritmo de Grass impuso en la obra... ¡pero vale la pena!

    ha scritto il 

  • 0

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci ...continua

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci fosse più storia e meno stramberie, ma la storia entrava di sfuggita e nel complesso l'impostazione del romanzo non mi catturava.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo visionario, sempre in bilico tra realtà e allucinazione, sgradevole, complesso. Pesa sul lettore un senso di oppressione e di angoscia, un disgusto di fondo dovuto alle immagini forti e ai det ...continua

    Romanzo visionario, sempre in bilico tra realtà e allucinazione, sgradevole, complesso. Pesa sul lettore un senso di oppressione e di angoscia, un disgusto di fondo dovuto alle immagini forti e ai dettagli che Oskar il tamburino descrive con maniacale precisione di quanto accade dentro e fuori di lui, da prima che venisse al mondo, dalla fine del 1800, fino al compimento dei suoi 30 anni, nel 1954. Tutto nasce da sotto le quattro gonne di nonna Koljaiczek, la Grande Madre, seduta nei campi di patate nella Casciubia, la regione a nord della Polonia, passata dal controllo tedesco all’indipendenza dopo la prima guerra mondiale ed individuata come “corridoio di Danzica”, e tutto sarebbe dovuto finire lì sotto, luogo di protezione e di creazione, se la storia avesse avuto un senso, una sua circolarità, se non fosse passata attraverso la piaga del nazismo, l’occupazione tedesca della libera città di Danzica, l’orrore dell’Europa in fiamme sotto le bombe, lo sterminio degli ebrei, i bunker costruiti dai tedeschi lungo le coste atlantiche della Francia, l’arrivo dei russi e la loro occupazione che si sostituisce a quella tedesca, la miseria e il degrado della Germania post bellica, straziata da un ipocrita senso di colpa, la creazione del muro, il capitalismo imperante dell’ovest, la guerra fredda e la cortina di ferro. Tutto questo Oskar, che da quando ha tre anni ha deciso di non crescere più e di non staccarsi dal suo tamburo di latta, racconta attraverso la voce del suo tamburo, voce di denuncia e di contestazione fino a quando, con la morte del suo padre tedesco Matzerath, soffocato da una spilla distintivo del nazismo che doveva nascondere ai sovietici arrivati per la liberazione, Oskar non revoca la sua decisione, riprende a crescere e seppellisce il tamburo col padre. Il tamburo è voce ma è anche protezione, arma di difesa dagli orrori che registra e dalla crescita che rifiuta per non allinearsi a quel mondo adulto che gli orrori compie.
    Un riassunto? Per me sarebbe impossibile, lo fa Oskar nelle pagine finali del libro. “”Cosa devo dire ancora: nato sotto lampadine elettriche, crescita deliberatamente interrotta all’età di tre anni, ricevuto tamburo, infranto vetro con la voce, annusato vaniglia, tossito in chiese, imbottito panini Luzie, osservato formiche, deciso crescita, seppellito tamburo, emigrato a Ovest, perduto Est, imparato mestiere marmista e posato Accademia, ritornato al tamburo e visitato cemento armato, guadagnato soldi e conservato dito, dato via dito e fuggito ridendo, salito scala, arrestato, condannato, internato, tra breve rilasciato, oggi festeggiato il mio trentesimo compleanno e ho sempre paura della Cuoca Nera- Amen”.
    Sì, amen anche per me, che sono arrivata alla fine di una lettura indigesta come una peperonata alle tre di notte. Come fai a dargli meno di 4 stelle, ma che faticaccia!

    ha scritto il 

  • 5

    Tra le cose meravigliose di questo periodo. Veramente magnifico. Una lingua perfetta, nuova, sua (il che è ancora più importante e notevole), un mirabilissimo senso del ritmo e una consapevolezza abba ...continua

    Tra le cose meravigliose di questo periodo. Veramente magnifico. Una lingua perfetta, nuova, sua (il che è ancora più importante e notevole), un mirabilissimo senso del ritmo e una consapevolezza abbagliante. Queste sono le vere grandi opere letterarie, quelle che portano un tono inedito, antico e talmente peculiare e idiosincratico da non poter essere ripetuto. La voce, il timbro, il tono: Grass, pur nelle enormi variazioni di arpeggio e orchestrazione, nei virtuosismi, nei vari mood e nelle varie declinazioni, non sbaglia mai una nota, non stona mai, non perde un secondo l'intonazione corretta, non perde mai il ritmo, il tempo. Davanti a libri come questo ci si rende conto quanto poco alta e poco conspevole sia la gran massa di cose che si leggono, per quanto belle e interessanti.
    Davvero stupendo: una polimorfica capacità di modificare la voce, i gorgeggi, il modulato, dal grottesco al lirico. E con quale maestria serpeggia la catena degli eventi per cui, per esempio, dal funerale di uomo, passando per un trombettista ubriaco e gatticida, si arriva al racconto, eccezionale, della Notte dei Cristalli! La narrazione, congegnata a orologeria, scorre con una logica perfetta E assurda, liscia e impenetrabilmente coerente pur nella sua folle arbitrarietà. È un capolavoro e io mai me lo sarei aspettato così alto e magistralmente congegnato.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Per me questo libro è stato abbastanza difficile da leggere principalmente perché mi perdevo spesso nei ragionamenti contorti di Oskar. A dire il vero, non sono in grado di dire se mi sia piaciuto o n ...continua

    Per me questo libro è stato abbastanza difficile da leggere principalmente perché mi perdevo spesso nei ragionamenti contorti di Oskar. A dire il vero, non sono in grado di dire se mi sia piaciuto o no: in certi momenti l'ho trovato affascinante, in altri molto irritante, in altri ancora noioso. Ho trovato la figura di Oskar abbastanza snervante con il suo guardare il mondo dall'alto in basso. Storia a parte, Gunter Grass ha uno stile molto originale. E' la storia di un uomo, Oskar, nano e dal fisico poco piacevole a vedersi, rinchiuso in un istituto in cui si sente un suono simile a quello provocato da un tamburo di latta che ha il significato del suo passato. Quest'uomo ricorda la propria vita vissuta in una Germania agli albori del 1900 assieme alla sua famiglia. Religione e realtà del suo tempo riaffiorano nel protagonista facendo odiare la sua famiglia: vorrebbe una sua collocazione ed esprimere il proprio punto di vista, ma ha ripugnanza per ciò che lo circonda e non gli appartiene. Non vuole che le cadute degli eventi e la sua coscienza intesa come valutazione positiva da se stesso appaiano difformi da come effettivamente sono. Segue diligentemente ciò che gli accade osserva con pazienza la realtà che lo circonda, ma la rifiuta perché non vuole che appaia diversa da come effettivamente è: vuole con semplicità che si mostri senza condizionamenti. Nel raccontare la storia Grass usa una scrittura diretta determinando uno stile semplice e naturale.

    ha scritto il 

  • 5

    Il tamburo di latta. G. Grass.

    Lo stile narrativo di G. Grass mi ha colpito immediatamente: la scrittura è diretta, sembra scaturire dalla penna dell'autore senza sforzo, e le avventure di Oskar, per quanto fantastiche e mirabolant ...continua

    Lo stile narrativo di G. Grass mi ha colpito immediatamente: la scrittura è diretta, sembra scaturire dalla penna dell'autore senza sforzo, e le avventure di Oskar, per quanto fantastiche e mirabolanti, sono credibili grazie a questo talento.
    L'approccio al romanzo è entusiasmante: la figura del tamburino e la sua psicologia sono così complesse ed elaborate da creare un immediato interesse nel lettore che, per quanto mi riguarda, è rimasto pressoché immutato fino alla fine del romanzo.
    Gli elementi fondamentali della storia sono nascita dal sapore mitologico del protagonista, il dono del tamburo, che diventata estensione e tramite nei rapporti interpersonali, il "potere vetricida" della voce, usato da Oskar in maniera divertentissima, la decisione ferrea di interrompere la crescita a tre anni e quella di riprenderla alla morte del padre, la propria deformità, percepita come un talento, la capacità di reinterpretare il vissuto secondo una propria visione di comodo, quasi che la via interiore si sovrapponga continuamente al quotidiano e, non ultima, la forza di reinventarsi continuamente al variare delle situazioni esterne.
    Molte parti grottesche, addirittura esilaranti, si alternano ad altre drammatiche, con lo sfondo di una Germania precedente al secondo conflitto mondiale.
    Oskar è un eroe perché concepisce la propria esistenza come un evento unico e gestibile, credendo in maniera totale alle proprie possibilità, benché lui stesso oggetto, in più occasioni, di sfruttamento e manipolazioni.
    Romanzo bellissimo!

    "Discorrendo, toccammo gli argomenti più leggeri: io volli sapere se lui considerava il nostro destino inevitabile. Lui lo considerava inevitabile. Se era del parere che tutti gli uomini debbono morire, volle sapere Oskar. E lui riteneva certa anche la morte finale di tutti gli uomini, ma non era sicuro che tutti gli uomini dovessero nascere; parlò di sé come di uno nato per errore, e Oskar si sentì ancora di più apparentato con lui. " Klepp.

    ha scritto il 

  • 4

    “..finché l’uomo spera, ricomincerà sempre daccapo a farla finita serbando la speranza.”

    Oskar e le sue ossessioni, manie, stranezze, particolarità e bruttezze mi è piaciuto assai, la sua storia di non crescita, di ribellione e imposizione di una vita quasi autistica prima durante e dopo ...continua

    Oskar e le sue ossessioni, manie, stranezze, particolarità e bruttezze mi è piaciuto assai, la sua storia di non crescita, di ribellione e imposizione di una vita quasi autistica prima durante e dopo la seconda guerra è stata tanto assurda quanto favolosa. Lui è proprio quello che definirei un antieroe, più volte nel corso della lettura l’ho detestato al punto che avrei voluto tirargli una sberla ma lui è così e la scelta di questo personaggio così antipatico secondo me ha reso il romanzo curioso e per nulla scontato.
    Tutto ciò è stato caratterizzato da un susseguirsi di capitoli scritti in modo perfetto, densi e pieni di significato e di metafore, ognuno con la sua particolarità. Grass è stato una scoperta per me, la sua scrittura è a regola d’arte perchè varia in ogni capitolo a seconda di quello che sta raccontando, ad esempio il passaggio dalla prima alla terza persona che usa spesso rende l’idea della “stravaganza” del personaggio.
    E il tamburo?? Ne vogliamo parlare? Come la coperta di Snoopy questo è il prolungamento di Oskar che per molto, troppo tempo ha saputo esprimersi solo così, tambureggiando.

    ha scritto il 

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