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Il tempo è un bastardo

Di

Editore: Minimum Fax (Sotterranei; 156)

4.0
(1933)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 391 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Tedesco , Chi tradizionale , Finlandese , Francese , Portoghese , Coreano

Isbn-10: 8875213631 | Isbn-13: 9788875213633 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Matteo Colombo

Disponibile anche come: eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Musica

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Descrizione del libro
Il tempo è un bastardo è un romanzo breve che è valso il premio Pulitzer alla scrittrice americana Jennifer Egan.
Il libro è diventato famoso per lo stile in cui è scritto che esula dalla scrittura tradizionale e che riprende, in modo estremamente originale, alcuni dei metodi moderni della comunicazione, tra cui spiccano numerose pagine che diventano delle slide di powerpoint e alcune abbreviazioni, tipiche della scrittura che i giovani utilizzano per gli sms.
La narrazione si alterna tra prima, seconda e terza persona, dando ritmo e cambiando velocemente l'inquadratura.
Come dice il titolo stesso, il romanzo racconta delle difficoltà legate al passare del tempo, al crescere e all'invecchiare.
Si parla della storia di diverse persone. Sasha è in terapia da uno psicologo perché ha tendenze cleptomani ed è l'assistente di Bennie, che lavora nel settore discografico e sta facendo visita ad una band per chiudere un accordo. Essi sono i due personaggi principali, che restano sempre, più o meno, al centro della scena, in base alle diverse prospettive che vengono descritte.
A volte infatti il racconto parlerà delle persone che i due incontrano nel corso della loro vita.
Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan, è un romanzo divertente e originale che non deluderà gli appassionati delle sperimentazioni letterarie di qualità.
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  • 5

    Se ci sono i bambini

    “Usciremo dal nostro corpo e ci ritroveremo gli uni con gli altri in forma di spiriti. Ci incontreremo in questo luogo nuovo, tutti quanti, e all'inizio ci sembrerà strano, ma presto a sembrare strano ...continua

    “Usciremo dal nostro corpo e ci ritroveremo gli uni con gli altri in forma di spiriti. Ci incontreremo in questo luogo nuovo, tutti quanti, e all'inizio ci sembrerà strano, ma presto a sembrare strano sarà che prima si potesse perdere qualcuno, o se stessi”.

    Intimidazione, spionaggio, assalto. Queste sono le armi che una “goon squad”, un gruppo di mercenari e criminali nell'America premoderna, usava per avere ragione di coloro che non cooperavano. E al di là del discorso etimologico, davvero Jennifer Egan ci sorprende con l'elaborazione di un insieme di personaggi e racconti, che sembra moltiplicare indefinitamente la maschera della realtà e della sua percezione, in un caleidoscopio di stili e strutture dalla consistenza malleabile e iridescente. Noi lettori veniamo intensamente coinvolti nelle fuggevoli vicende dei protagonisti, al loro posto e con i loro occhi nel momento più interessante e decisivo di quelle straordinarie e poliedriche esistenze. Nessuno dei caratteri è protagonista, ciascuno è necessario. Quante realtà sono simultaneamente presenti in questo libro? Quante in ogni attimo passato e futuro? Quanto possiamo permetterci di perdere? Ogni dettaglio narrato assume un abito poetico, ogni evento costituisce una scoperta passeggera; perché sono espressione di una visione complessiva che non ha chiusura né confini, sono una sfera, una parte ribelle del meccanismo: il distillato dei sogni e delle maledizioni di individui che manipolano a tal punto la realtà da perderne il controllo, venendone alterati a loro volta. Sembra voler disinnescare una contraffazione, l'autrice, con una scrittura talmente profonda, resiliente e eclettica, da rivelarci la natura eroica e polivalente di ogni essere umano, la verità multiforme e piena di grazia che si nasconde dietro al volto e allo sguardo di ciascuno di noi, suoi preziosi, involontari e insostituibili cooperanti.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro che ha vinto un Pulitzer per la narrativa non a caso. La scrittura della Egan è semplice ma mai banale, le storie dei vari personaggi che sfilano elegantemente nella pagine sono intrecciate perf ...continua

    Libro che ha vinto un Pulitzer per la narrativa non a caso. La scrittura della Egan è semplice ma mai banale, le storie dei vari personaggi che sfilano elegantemente nella pagine sono intrecciate perfettamente e in maniera innovativa, i salti temporali sono un tocco di classe che fa di questo libro una scoperta piacevole. Parlando di temi alle volte leggeri e alle volte seri riesce a far soffermare il lettore sull'incisività del trascorrere del tempo nella vita delle persone.

    ha scritto il 

  • 3

    Lo stravolgimento della consueta narrazione lineare è senza dubbio la particolarità che più colpisce di questo libro, che richiede uno sforzo da parte del lettore, non sempre, lo ammetto ricordavo i n ...continua

    Lo stravolgimento della consueta narrazione lineare è senza dubbio la particolarità che più colpisce di questo libro, che richiede uno sforzo da parte del lettore, non sempre, lo ammetto ricordavo i nomi e collegavo i personaggi da un capitolo all'altro. Nel complesso non mi ha entusiasmata più di tanto, però all'interno dei vari capitoli ho trovato molti pensieri degni di nota, piccoli particolari che mi hanno fatto andare avanti nella lettura e frasi che ho sottolineato per rileggerle in un secondo tempo.

    ha scritto il 

  • 4

    Intrigante, sia nella struttura (racconti "incatenati" a formare un romanzo - certo non tutti ugualmente riusciti; il mio preferito: “Voi” - con continui salti temporali - dai primi anni '70 ad un gen ...continua

    Intrigante, sia nella struttura (racconti "incatenati" a formare un romanzo - certo non tutti ugualmente riusciti; il mio preferito: “Voi” - con continui salti temporali - dai primi anni '70 ad un generico futuro prossimo - e cambi di registro) che nei contenuti, per quanto facilmente intuibili: una lunga, schizzata riflessione postmoderna sul mistero del tempo che passa e sul come ognuno di noi ci cambia dentro (di rado nel modo in cui vorrebbe), e ci scompare.
    Colonna sonora rigorosamente analogica e sporca di punk rock anni '70; una traccia su tutte: “The passenger” di Iggy Pop.

    ha scritto il 

  • 4

    IL TEMPO E' RELATIVO

    Il romanzo di Jennifer Egan, premio Pulitzer 2011, dimostra che dopo secoli di narrativa esistono ancora spazi proficui e inesplorati per la sperimentazione. Non avevo mai letto un romanzo così innova ...continua

    Il romanzo di Jennifer Egan, premio Pulitzer 2011, dimostra che dopo secoli di narrativa esistono ancora spazi proficui e inesplorati per la sperimentazione. Non avevo mai letto un romanzo così innovativo, dalla struttura unica e particolare. Una serie di capitoli, ognuno possibile racconto a sé stante, collegati con il presente ed il successivo da uno dei protagonisti; con un continuo spostamento temporale che abbraccia un periodo lunghissimo dai primi anni '80 ad un ipotetico 2020; e soprattuto con un continuo cambio della voce narrante, che cattura il lettore fino al momento in cui questi non indovina di chi si tratta, ad esclusione dei protagonisti trasversali di tutto il romanzo, Bennie e Sasha, che vengono sempre narrati dall'esterno. E soprattutto un ardito, lunghissimo capitolo, strutturato come una presentazione di power point, criticato e osannato ma che non lascia indifferenti. L'autrice narra le vicende di una generazione ruotante attorno alla scintillante, ma ricca di ombre, industria discografica americana; personaggi di cui si narra la vita con continui viaggi nel tempo, ma che vengono descritti sempre come se per loro esistesse solo il presente, senza mai accennare a passato e futuro. Forse volutamente, non traspare felicità da nessun avvenimento narrato, come se fosse una dimensione scontata, oppure inesistente. Nonostante venga citato più volte, non si avverte neanche la presenza di una qualsiasi forma d'amore, ma solamente affetto, anche se indirizzato verso gli amici e mai coinvolgendo un parente. In definitiva un romanzo unico nella produzione mondiale recente, che lancia nell'etile degli scrittori di successo la giovane e disinibita scrittrice americana.

    ha scritto il 

  • 4

    L'aspetto più affascinante di questo romanzo postmoderno/questi racconti con personaggi ricorrenti (racconti, per quanto mi riguarda) è il gioco che si instaura di racconto in racconto (o di capitolo ...continua

    L'aspetto più affascinante di questo romanzo postmoderno/questi racconti con personaggi ricorrenti (racconti, per quanto mi riguarda) è il gioco che si instaura di racconto in racconto (o di capitolo in capitolo, se preferite). Ogni racconto cambia punto di vista, ambientazione e tempo, e tu-lettore hai la possibilità di vedere personaggi apparsi in precedenza sotto una luce e in un momento diverso delle loro vite.
    Risultato: oltre al «Time's a goon» che fa da angosciante filo conduttore, i personaggi principali assumono una dimensione più completa e sfaccettata. Non sei solo il protagonista della tua storia, sei anche un personaggio secondario e una comparsa in quelle degli altri.
    Un esperimento interessante e ben riuscito.

    ha scritto il 

  • 3

    Come quelle giornate che sembrano non finire mai, quando torni a casa ti spalmi sul divano senza neanche togliere le scarpe e resti lì con i pensieri che nascono e vagano senza controllo e vorresti ...continua

    Come quelle giornate che sembrano non finire mai, quando torni a casa ti spalmi sul divano senza neanche togliere le scarpe e resti lì con i pensieri che nascono e vagano senza controllo e vorresti avere un interruttore per spegnerli.
    Questo libro è stato così, stancante ma impossibile da lasciare e a 40 pagine dalla fine ho capito perché: “La sensazione che tra me e te ci sia tanta roba che deve ancora succedere”
    Eppure nelle precedenti 350 pagine di roba ne era già successa fra continui salti temporali e personaggi tutti collegati fra loro tanto da farmi pensare ai sei gradi di separazione.
    Il tempo è un bastardo, si, non perdona niente, non fa sconti e non cancella nulla ma non è sempre colpa sua, se lasciassimo sedimentare i sentimenti senza continuare ad agitarne la superficie convinti di cambiare o far accadere le cose, se le lasciassimo accadere da sole forse sarebbe meno bastardo.
    E poi….fra associazioni e separazioni i miei pensieri mi hanno portato qui
    https://www.youtube.com/watch?v=lrXIQQ8PeRs

    ha scritto il 

  • 3

    Meh.
    Avevo il sentore che sarebbe successo senza neanche conoscere la diatriba "romanzo vs raccolta". Chiariamoci, io lo vedo come un romanzo. Però non so, non mi ha lasciato quasi niente. Forse mi so ...continua

    Meh.
    Avevo il sentore che sarebbe successo senza neanche conoscere la diatriba "romanzo vs raccolta". Chiariamoci, io lo vedo come un romanzo. Però non so, non mi ha lasciato quasi niente. Forse mi sono entusiasmata, specialmente in "Safari", ma credo che sia una cosa abbastanza comune visto che è un capitolo fenomenale, ma per il resto mi è solo piaciuto. Piaciuto un pochino.

    ha scritto il 

  • 4

    “Dopo un po’, mi sono reso conto che Bennie si era avvicinato. - Di musica ne fai ancora, Scotty? - mi ha chiesto con gentilezza.
    - Ci provo, - ho risposto. - Di solito da solo, per essere più libero. ...continua

    “Dopo un po’, mi sono reso conto che Bennie si era avvicinato. - Di musica ne fai ancora, Scotty? - mi ha chiesto con gentilezza.
    - Ci provo, - ho risposto. - Di solito da solo, per essere più libero. - Sono riuscito ad aprire gli occhi, ma non a guardarlo.
    - Eri un chitarrista pazzesco, - ha detto lui. Poi mi ha chiesto: - Sei sposato?
    - Divorziato. Da Alice.
    - Lo so, - ha detto lui. - Dicevo se ti eri risposato.
    - È durata quattro anni.
    - Mi spiace, bello.
    - Meglio così, - ho detto io. Poi mi sono voltato a guardare Bennie. Era in piedi con la schiena rivolta alla finestra, e mi sono chiesto se ogni tanto si preoccupasse di guardare fuori, se per lui il fatto di avere tutta quella bellezza così a portata di mano significasse qualcosa. - E tu?, - gli ho chiesto.
    - Sposato. Con un figlio di tre mesi.
    A quel punto ha sorriso, un sorriso sfuggente, imbarazzato al pensiero di quel bimbo piccolo, come se sapesse di non meritare tanto. E dietro il sorriso di Bennie c’era ancora la paura: che fossi andato a stanarlo per portargli via quei doni che la vita gli aveva fatto piovere addosso, spazzandoli via nel giro di pochi, enfatici secondi. Per poco non mi piegavo in due a ridere: Ehi, bello, ma non capisci? Tu non hai niente che non abbia anch’io! Sono solo X e O, e quelle ci si può arrivare in un milione di modi diversi. Ma due pensieri mi hanno distratto, mentre stavo lì ad annusare la paura di Bennie: (1) Io non avevo quel che aveva lui. (2) Aveva ragione...
    (Jennifer Egan, “Il tempo è un bastardo”, ed. Minimum fax)

    Non ricordo quando e come venni a conoscenza di “Il tempo è un bastardo”, ma adesso che l’ho finito posso affermare che sono contento che ciò sia accaduto. Il libro della Egan è di difficile classificazione, ma siccome le classificazioni sono, il più delle volte, semplificazioni di una realtà più complessa, eviterò di interrogarmi su quale sia la parola più adatta a definire quest’opera che è un romanzo, ma non lo è, che ha in sé racconti che sono leggibili l’uno indipendentemente dall’altro, ma che pure s’intrecciano tra loro per il ricorrere di personaggi, che ritroviamo in diverse epoche della loro esistenza, il tutto senza che si segua un filo logico-temporale che vada dalla prima all’ultima pagina del libro.
    Se siete amanti solo del romanzo che segue un criterio cronologico lineare, se non vi piacciono tanto le complicazioni derivanti dai continui salti all’indietro o in avanti nel tempo, se non sopportate che il narratore a volte sia onnisciente ed esterno alla storia, altre interno, altre volte ancora sia un personaggio, allora “Il tempo è un bastardo” non fa per voi. Se, invece, queste caratteristiche non vi spaventano e siete in cerca di un libro che sia divertente e al tempo stesso toccante, allora correte in libreria o in biblioteca, perché Jennifer Egan sarà, come lo è stata per me, una piacevole scoperta.
    Il titolo italianizzato (l’originale è “A visit from the Goon Squad”) fa riferimento a quella che certamente è una componente fondamentale dell’opera, cioè il Tempo, questo sconosciuto e indefinibile attore che così tanto muta le nostre esistenze. Non è un caso che ad aprire il libro ci sia una citazione tratta da colui che sul Tempo perduto e ritrovato ha costruito un’immensa e meravigliosa cattedrale letteraria, cioè Marcel Proust. Come scritto, i racconti potrebbero essere letti anche l’uno indipendentemente dall’altro, e la stessa Egan, nell’intervista concessa a Rai Letteratura che ho riportato in avvio di articolo, spiega come non ci si debba affannare alla ricerca ossessiva di legami tra una storia e l’altra, che pure vi sono, come il lettore noterà ritrovando gli stessi personaggi a distanza di anni e nuove faccende impelagati.
    Il Tempo è un bastardo perché cancella esperienze comuni, ma non lo fa in maniera definitiva. Basta una scintilla e la nostra mente ritorna lì, a venti anni prima, a quel giorno che sembrava prometterci un’esistenza diversa e che adesso ci sembra di aver tradito, perché, per nostra colpa o per chissà quale altro motivo, non siamo riusciti a dare consistenza a quei sogni coltivati. I personaggi delle storie narrate dalla Egan sono diversi ed è quasi impossibile voler trovare uno o più protagonisti principale. Certo, ci sono Bennie e Sasha, il primo un ex punk che si è riciclato come produttore discografico, la seconda sua ex collaboratrice con un passato piuttosto ambiguo e la mania di rubare oggetti qua e là. Loro due sono tra i più presenti, ma la Egan parte da loro per portarci, avanti e indietro nel tempo, nelle vite di cantanti falliti, giornalisti in cerca di scoop, adolescenti e non solo alle prese con i moderni social network, generali guerrafondai che cercano di rifarsi una verginità con la collaborazione di attricette in cerca di dieci minuti di notorietà, gruppi di amici caratterizzati dalla dinamica “A ama B, B ama C, C ama D, D ama E” e tutta una serie di esistenze che si sfiorano, lambiscono, si perdono di vista salvo poi ritrovarsi dopo tanti anni, alla disperata ricerca di una rivincita contro quel bastardo che si chiama Tempo, un nemico inafferrabile che non è neanche detto che sia così tanto nemico.
    Nell’intervista che ho riportato, la Egan spiega la genesi del suo libro, affermando che tutto nacque dalla prima breve storia che aveva in mente, riguardante Sasha, e come in seguito la sua attenzione sia stata attratta da un altro personaggio che le si fece incontro e così di seguito; da lì l’idea di scrivere storie connesse ma indipendenti, addirittura scritte con stili diversi e in collisione tra loro. Chiudo, però, sottolineando la parte finale della sua intervista, che mi trova pienamente d’accordo. Di fronte alla perplessità di diversi lettori, i quali cercavano a tutti i costi di ricostruire una trama complessiva, la Egan suggerisce, e io sono d’accordo con lei, di abbandonare questa pretesa e di lasciarsi prendere dalla lettura, di divertirsi e/o commuoversi seguendo le avventure dei diversi personaggi, senza aspettarci la rivelazione su ciò che sarà accaduto loro una volta che avremo finito il libro.

    “...Allora ho pensato a Alice. È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole - oro, i suoi capelli erano oro - e ho sentito il profumo di quegli oli che si metteva sui polsi come contagocce. Patchouli? Muschio? I nomi non me li ricordavo. Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente abbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.
    Ho guardato la città sotto di me. Tutto quel ben di Dio sembrava sprecato, come petrolio versato a piene mani, o qualcos’altro di prezioso che Bennie teneva solo per sé, consumandolo fino all’ultimo perché nessun altro potesse averlo. Ho pensato: Se io ogni giorno avessi una vista del genere da guardare, avrei l’energia e l’ispirazione per conquistate il mondo. Ma il problema è proprio che, quando più avresti bisogno di una vista come quella, nessuno te la dà."

    ha scritto il 

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