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Il tempo è un bastardo

Di

Editore: Minimum Fax (Sotterranei; 156)

4.0
(2014)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 391 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Tedesco , Chi tradizionale , Finlandese , Francese , Portoghese , Coreano

Isbn-10: 8875213631 | Isbn-13: 9788875213633 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Matteo Colombo

Disponibile anche come: eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Music

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Descrizione del libro
Il tempo è un bastardo è un romanzo breve che è valso il premio Pulitzer alla scrittrice americana Jennifer Egan.
Il libro è diventato famoso per lo stile in cui è scritto che esula dalla scrittura tradizionale e che riprende, in modo estremamente originale, alcuni dei metodi moderni della comunicazione, tra cui spiccano numerose pagine che diventano delle slide di powerpoint e alcune abbreviazioni, tipiche della scrittura che i giovani utilizzano per gli sms.
La narrazione si alterna tra prima, seconda e terza persona, dando ritmo e cambiando velocemente l'inquadratura.
Come dice il titolo stesso, il romanzo racconta delle difficoltà legate al passare del tempo, al crescere e all'invecchiare.
Si parla della storia di diverse persone. Sasha è in terapia da uno psicologo perché ha tendenze cleptomani ed è l'assistente di Bennie, che lavora nel settore discografico e sta facendo visita ad una band per chiudere un accordo. Essi sono i due personaggi principali, che restano sempre, più o meno, al centro della scena, in base alle diverse prospettive che vengono descritte.
A volte infatti il racconto parlerà delle persone che i due incontrano nel corso della loro vita.
Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan, è un romanzo divertente e originale che non deluderà gli appassionati delle sperimentazioni letterarie di qualità.
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  • 4

    Banana ed altro - 23 agosto 2015

    Mi incuriosì per le citazioni libropeutiche, e per aver vinto il Premio Pulitzer nel 2011. Tanto che decisi di comperarlo senza aspettare edizioni economiche o sconti. Un piccolo inciso sul Pulitzer, ...continua

    Mi incuriosì per le citazioni libropeutiche, e per aver vinto il Premio Pulitzer nel 2011. Tanto che decisi di comperarlo senza aspettare edizioni economiche o sconti. Un piccolo inciso sul Pulitzer, che è eminentemente un premio giornalistico, ma che, come sottoprodotto, ha anche dei premi che variano dalla letteratura all'arte ed alla musica; e nella narrativa viene assegnato ad un'opera di un autore statunitense, che tratti in preferenza della vita americana. Chiuso l’inciso veniamo ora al libro, che una volta chiuso, vorrei tornare ad aprire, vorrei tornare ad immergermi nella vita di Benny, di Sasha, di Dolly, e di tutti i personaggi (anche di Lincoln, perché no) di cui la fertile mente di Jennifer Egan ha popolato questo spazio. Un libro magistrale, forse non semplicissimo (pieno di nomi, di rimandi, ed anche di musica, con citazioni neanche tanto scontate). Ma sicuramente un libro che non mi si scollava di dosso. Che inizia tra l’altro con una difficile traduzione del titolo. In italiano ci si rifà al tempo chiamandolo bastardo, come in spagnolo, dove lo si chiama canaglia. Mentre in francese si ceca di svelare un po’ di più chiedendosi nel titolo che cosa abbiamo fatto dei nostri sogni. In inglese, dicevo, è più complicato. Si parla di una visita di una “Goon Squad”, termine ha origine nella metà degli anni '90, dove indica gruppi di teppistelli che venivano assoldati per intimidire, e presto passato ad indicare, nel lato violento, una banda criminale, e nel lato “leggero” un accolita di teppisti. La Egan lo usa per indicare il nocciolo duro da cui si dipartono le storie, una specie di band rock degli anni ’70 in quel di San Francisco, con il suo bassista-manager Bennie (e quanto c’è in lui del grande Bill Laswell?), il suo chitarrista-fenomeno Scotty, il batterista Bosco e le groupie (Jocelyn, Rhea e Alice). Il bello, ed il difficile, della storia è che non seguiamo la band in un percorso temporale sincrono, ma ci vengono sfornati 13 capitoli, che possono quasi leggersi come tredici racconti (ognuno ha un suo sviluppo interno ed una sua coesione), ma che sono legati perché nei racconti entrano ed escono i personaggi della band, ma anche quelli a loro legati, in una specie di Girotondo alla Schnitzler, che, andando su e giù nel tempo, dai mitici anni ’70 a qualche anno del prossimo futuro (ma forse del nostro presente) cerca di sviluppare il tema che ad un certo punto dice uno dei personaggi: come siamo passati da A a B? cioè “com'è successo che da rockstar io sia diventato un ciccione che nessuno s’incula?”. Da qui capite il riferimento del titolo francese. Uno degli assi portanti, che parte dalla band di cui sopra, sarà Bennie, pieno di idee verso la nuova musica che, partendo dal rock puro degli anni ’70 passa per le propaggini estreme, tra canzoni d’impegno e suoni duri (forse heavy metal, forse altro). E per le sue capacità di talent e di manager. L’incontro che farà maturare Bennie è con il divo rock Lou, emblema di tutto il meglio ed il peggio delle star. Sempre pieno di soldi e droga, con famiglie che costruisce e sfascia. E con le storie, cui cambierà la vita, con Jocelyn e, forse, con Rhea. E mentre si imbastiscono i primi tradimenti all'odore di fumo pesante (con Bennie che non si dichiara ad Alice, così che lei si mette con Scotty), per riscattare la sua incapacità di suonare e di amare, Bennie fonda una casa discografica, che avrà un enorme successo nel lanciare nuovi talenti. Qui si inserisce il secondo volano della storia, Sasha, che dopo una gioventù sbandata, trova il suo posto come segretaria di Bennie, raddrizzando le storie che a lui cominciano ad andare storte. Anche se di Sasha sappiamo di più, per una lunga seduta di analisi, in cui scopriamo la sua pulsione cleptomane, ed il breve amore per il giovane e belloccio Alex. Bennie, fatta fortuna, con la moglie Stephanie si sposta nelle zone “in” di New York, dove Stephanie verrà a poco a poco risucchiata e corrotta dallo star system, e dai nuovi ricchi repubblicani. Mentre tentava ancora di avere una sua strada come giornalista al servizio di Dolly, portandosi appresso il fratello giornalista e fuori di testa, che viene condannato a 5 anni per tentato stupro al Central Park di un’attricetta che sta intervistando. La vita di Bennie va a rotoli quando si rifiuta di cedere al mercato (mitica la scena in cui al consiglio d’amministrazione che vuole portare la casa discografica verso facili successi porta a colazione della merda, dicendo “Volete vendere merda? Allora mangiate merda!”), e viene licenziato. Stephanie lo lascia, rifacendosi una vita con gli alimenti, perché nel frattempo lascia anche Dolly, la cui agenzia di promoter va a rotoli per un party sbagliato. Sasha sparisce e la troviamo anni dopo, sposata con Drew, un chirurgo dai buoni sentimenti, vivere ai margini di un deserto con la brillante figlia Alison, maniaca di Power Point (e molto bello è il capitolo fatto tutto a slide) ed il secondo figlio quasi autistico Lincoln, che cerca nei dischi le pause di silenzio (e ne fa una disamina acuta e coinvolgente analizzando David Bowie ed i Led Zeppelin, i Police e Jimi Hendrix). Dolly cerca di risalire la china facendo la promoter per un generale sudamericano in odore di massacri civili, coinvolgendo in un servizio fotografico l’attricetta dello stupro al Central Park. Ma anche questo andrà a rotoli, e lei si ritirerà in campagna a fare torte artigianali. Bennie tocca il fondo, poi trova nuovo sprint in un nuovo matrimonio, e nell’idea (vincente) di lanciare un concerto live del vecchio Scotty, rimasto sempre nell’ombra, ma sempre fedele a sé stesso. Anche se ormai imbolsito (come da citazione di cui sopra). E per il lancio usa come elemento di spinta Lulu, la figlia di Dolly che riesce a convincere Scotty a salire sul palco, e Alex (l’amore di Sasha sempre di cui sopra), anche lui sposato e con figlio piccolo. Ad un certo punto c’è anche una riunione di (quasi) tutti a casa di Lou, per assisterne gli ultimi istanti di vita. Con gli echi di chi ricordava la stessa casa, trenta anni prima, piena di tutti altri fermenti ed altri suoni. Io ho ricostruito la storia lineare perché mi piaceva fare così, ma come detto, la scrittrice riesce a farne una storia che va su e giù nel tempo, durante la quale siamo noi a dover ricostruire i pezzi saltati o accennati. Perché invece lei, nella sua circolarità, inizia con la mini-storia di Sasha e Alex, e finisce con Benny e Alex che vanno alla vecchia casa di Sasha, senza sapere della di lei nuova vita. Succede anche molto altro che tralascio per brevità e curiosità. Ribadendo il piacere della lettura, gli stimoli cultural-musicali che propone. E ritornando alla domanda su come abbiamo fatto, anche noi, a passare da quell'A che eravamo al nostro B attuale. Domandandoci anche com'è che, dentro, spesso, non ci sentiamo diversi, anche se tutto intorno a noi ci dice il contrario. Una bella lettura assolutamente da consigliare (e non preoccupatevi di ricostruire le storie come fa il vostro amico maniaco ma godetevele e rimanete sempre su quella domanda). Buona lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro raro

    Meritato Pulitzer. Un "romanzo per racconti" che è anche una riflessione sul nostro tempo, sui nuovi linguaggi, sul tempo, la memoria, su come ogni cosa sia vivida ed eterna finché abita il ristretto ...continua

    Meritato Pulitzer. Un "romanzo per racconti" che è anche una riflessione sul nostro tempo, sui nuovi linguaggi, sul tempo, la memoria, su come ogni cosa sia vivida ed eterna finché abita il ristretto spazio del presente. Personaggi memorabili, piccole vicende iconicamente azzeccatissime, una certa grazia... un libro raro in questi anni.

    ha scritto il 

  • 5

    La scrittura è buona, scorrevole, ma non particolarmente originale. La costruzione del libro è invece perfetta con i rimandi fra i vari racconti. Anche i personaggi sono ben costruiti. Va letto. ...continua

    La scrittura è buona, scorrevole, ma non particolarmente originale. La costruzione del libro è invece perfetta con i rimandi fra i vari racconti. Anche i personaggi sono ben costruiti. Va letto.

    ha scritto il 

  • 4

    Struttura per certi versi originale, costituita da una serie di racconti brevi che dialogano tra loro raccontando le storie dei diversi protagonisti a diverse età. Però è la struttura stessa a rallent ...continua

    Struttura per certi versi originale, costituita da una serie di racconti brevi che dialogano tra loro raccontando le storie dei diversi protagonisti a diverse età. Però è la struttura stessa a rallentare e a rendere un po' indigesta la lettura.
    Globalmente un bel libro.

    ha scritto il 

  • 1

    Per me è no

    Premio pulitzer? All'intento, non all'esito. E' intrigante l'idea di costruire un libro su storie di personaggi, giocando sul tempo, sul prima e sul dopo. Ora li vedi che ricordano un certo fatto; ora ...continua

    Premio pulitzer? All'intento, non all'esito. E' intrigante l'idea di costruire un libro su storie di personaggi, giocando sul tempo, sul prima e sul dopo. Ora li vedi che ricordano un certo fatto; ora vedi il capitolo (che viene dopo) dove quel fatto capita. Originale anche il capitolo costruito come una presentazione di Power Point. Interessante anche il fatto che da capitolo a capitolo il libro abbia pure cambiamenti di stile. Ma non basta. I personaggi son troppi, o meglio, sono un numero tale che alla fine non ti ricordi più chi fossero. E non è mica vero che tutto ruota su due personaggi e basta: ruota ANCHE su di loro, ma non solo. Uno e mezzo, va'...

    ha scritto il 

  • 5

    DFW, sei proprio tu?

    Non sono l'unica ad aver notato delle analogie tra la scrittura di Jennifer Egan in questo romanzo e quella di David Foster Wallace {e a me viene in mente soprattutto La scopa del sistema: Sasha (JE) ...continua

    Non sono l'unica ad aver notato delle analogie tra la scrittura di Jennifer Egan in questo romanzo e quella di David Foster Wallace {e a me viene in mente soprattutto La scopa del sistema: Sasha (JE) è una specie di Lenore (DFW), Lenore (DFW) è una specie di Sasha (JE)}. Il potere evocativo che ha la scrittura di DFW echeggia in quella di JE in un modo che uno che abbia letto qualcosa di lui non riesce a non fermarsi un attimo durante la lettura di quello che ha scritto lei e dire "un momento...DFW, sei proprio tu?".
    Che poi non è lui, e il libro non è nemmeno un plagio. Complice una secondo me ottima traduzione, è una lettura eccellente che va bene anche per chi David Foster Wallace non sa nemmeno chi sia (ora però ve la andate a leggere qualcosina, ok?).

    Il succo della recensione sconclusionata è che a me è piaciuto tantissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Se ci sono i bambini

    “Usciremo dal nostro corpo e ci ritroveremo gli uni con gli altri in forma di spiriti. Ci incontreremo in questo luogo nuovo, tutti quanti, e all'inizio ci sembrerà strano, ma presto a sembrare strano ...continua

    “Usciremo dal nostro corpo e ci ritroveremo gli uni con gli altri in forma di spiriti. Ci incontreremo in questo luogo nuovo, tutti quanti, e all'inizio ci sembrerà strano, ma presto a sembrare strano sarà che prima si potesse perdere qualcuno, o se stessi”.

    Intimidazione, spionaggio, assalto. Queste sono le armi che una “goon squad”, un gruppo di mercenari e criminali nell'America premoderna, usava per avere ragione di coloro che non cooperavano. E al di là del discorso etimologico, davvero Jennifer Egan ci sorprende con l'elaborazione di un insieme di personaggi e racconti, che sembra moltiplicare indefinitamente la maschera della realtà e della sua percezione, in un caleidoscopio di stili e strutture dalla consistenza malleabile e iridescente. Noi lettori veniamo intensamente coinvolti nelle fuggevoli vicende dei protagonisti, al loro posto e con i loro occhi nel momento più interessante e decisivo di quelle straordinarie e poliedriche esistenze. Nessuno dei caratteri è protagonista, ciascuno è necessario. Quante realtà sono simultaneamente presenti in questo libro? Quante in ogni attimo passato e futuro? Quanto possiamo permetterci di perdere? Ogni dettaglio narrato assume un abito poetico, ogni evento costituisce una scoperta passeggera; perché sono espressione di una visione complessiva che non ha chiusura né confini, sono una sfera, una parte ribelle del meccanismo: il distillato dei sogni e delle maledizioni di individui che manipolano a tal punto la realtà da perderne il controllo, venendone alterati a loro volta. Sembra voler disinnescare una contraffazione, l'autrice, con una scrittura talmente profonda, resiliente e eclettica, da rivelarci la natura eroica e polivalente di ogni essere umano, la verità multiforme e piena di grazia che si nasconde dietro al volto e allo sguardo di ciascuno di noi, suoi preziosi, involontari e insostituibili cooperanti.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro che ha vinto un Pulitzer per la narrativa non a caso. La scrittura della Egan è semplice ma mai banale, le storie dei vari personaggi che sfilano elegantemente nella pagine sono intrecciate perf ...continua

    Libro che ha vinto un Pulitzer per la narrativa non a caso. La scrittura della Egan è semplice ma mai banale, le storie dei vari personaggi che sfilano elegantemente nella pagine sono intrecciate perfettamente e in maniera innovativa, i salti temporali sono un tocco di classe che fa di questo libro una scoperta piacevole. Parlando di temi alle volte leggeri e alle volte seri riesce a far soffermare il lettore sull'incisività del trascorrere del tempo nella vita delle persone.

    ha scritto il 

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