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Il tempo è un bastardo

Di

Editore: Minimum Fax (Sotterranei; 156)

4.0
(1610)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 391 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Tedesco

Isbn-10: 8875213631 | Isbn-13: 9788875213633 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Matteo Colombo

Disponibile anche come: eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Musica

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Descrizione del libro
Il tempo è un bastardo è un romanzo breve che è valso il premio Pulitzer alla scrittrice americana Jennifer Egan.
Il libro è diventato famoso per lo stile in cui è scritto che esula dalla scrittura tradizionale e che riprende, in modo estremamente originale, alcuni dei metodi moderni della comunicazione, tra cui spiccano numerose pagine che diventano delle slide di powerpoint e alcune abbreviazioni, tipiche della scrittura che i giovani utilizzano per gli sms.
La narrazione si alterna tra prima, seconda e terza persona, dando ritmo e cambiando velocemente l'inquadratura.
Come dice il titolo stesso, il romanzo racconta delle difficoltà legate al passare del tempo, al crescere e all'invecchiare.
Si parla della storia di diverse persone. Sasha è in terapia da uno psicologo perché ha tendenze cleptomani ed è l'assistente di Bennie, che lavora nel settore discografico e sta facendo visita ad una band per chiudere un accordo. Essi sono i due personaggi principali, che restano sempre, più o meno, al centro della scena, in base alle diverse prospettive che vengono descritte.
A volte infatti il racconto parlerà delle persone che i due incontrano nel corso della loro vita.
Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan, è un romanzo divertente e originale che non deluderà gli appassionati delle sperimentazioni letterarie di qualità.
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  • 3

    Meh.
    Avevo il sentore che sarebbe successo senza neanche conoscere la diatriba "romanzo vs raccolta". Chiariamoci, io lo vedo come un romanzo. Però non so, non mi ha lasciato quasi niente. Forse mi sono entusiasmata, specialmente in "Safari", ma credo che sia una cosa abbastanza comune vist ...continua

    Meh.
    Avevo il sentore che sarebbe successo senza neanche conoscere la diatriba "romanzo vs raccolta". Chiariamoci, io lo vedo come un romanzo. Però non so, non mi ha lasciato quasi niente. Forse mi sono entusiasmata, specialmente in "Safari", ma credo che sia una cosa abbastanza comune visto che è un capitolo fenomenale, ma per il resto mi è solo piaciuto. Piaciuto un pochino.

    ha scritto il 

  • 4

    “Dopo un po’, mi sono reso conto che Bennie si era avvicinato. - Di musica ne fai ancora, Scotty? - mi ha chiesto con gentilezza.
    - Ci provo, - ho risposto. - Di solito da solo, per essere più libero. - Sono riuscito ad aprire gli occhi, ma non a guardarlo.
    - Eri un chitarrista pazzes ...continua

    “Dopo un po’, mi sono reso conto che Bennie si era avvicinato. - Di musica ne fai ancora, Scotty? - mi ha chiesto con gentilezza.
    - Ci provo, - ho risposto. - Di solito da solo, per essere più libero. - Sono riuscito ad aprire gli occhi, ma non a guardarlo.
    - Eri un chitarrista pazzesco, - ha detto lui. Poi mi ha chiesto: - Sei sposato?
    - Divorziato. Da Alice.
    - Lo so, - ha detto lui. - Dicevo se ti eri risposato.
    - È durata quattro anni.
    - Mi spiace, bello.
    - Meglio così, - ho detto io. Poi mi sono voltato a guardare Bennie. Era in piedi con la schiena rivolta alla finestra, e mi sono chiesto se ogni tanto si preoccupasse di guardare fuori, se per lui il fatto di avere tutta quella bellezza così a portata di mano significasse qualcosa. - E tu?, - gli ho chiesto.
    - Sposato. Con un figlio di tre mesi.
    A quel punto ha sorriso, un sorriso sfuggente, imbarazzato al pensiero di quel bimbo piccolo, come se sapesse di non meritare tanto. E dietro il sorriso di Bennie c’era ancora la paura: che fossi andato a stanarlo per portargli via quei doni che la vita gli aveva fatto piovere addosso, spazzandoli via nel giro di pochi, enfatici secondi. Per poco non mi piegavo in due a ridere: Ehi, bello, ma non capisci? Tu non hai niente che non abbia anch’io! Sono solo X e O, e quelle ci si può arrivare in un milione di modi diversi. Ma due pensieri mi hanno distratto, mentre stavo lì ad annusare la paura di Bennie: (1) Io non avevo quel che aveva lui. (2) Aveva ragione...
    (Jennifer Egan, “Il tempo è un bastardo”, ed. Minimum fax)

    Non ricordo quando e come venni a conoscenza di “Il tempo è un bastardo”, ma adesso che l’ho finito posso affermare che sono contento che ciò sia accaduto. Il libro della Egan è di difficile classificazione, ma siccome le classificazioni sono, il più delle volte, semplificazioni di una realtà più complessa, eviterò di interrogarmi su quale sia la parola più adatta a definire quest’opera che è un romanzo, ma non lo è, che ha in sé racconti che sono leggibili l’uno indipendentemente dall’altro, ma che pure s’intrecciano tra loro per il ricorrere di personaggi, che ritroviamo in diverse epoche della loro esistenza, il tutto senza che si segua un filo logico-temporale che vada dalla prima all’ultima pagina del libro.
    Se siete amanti solo del romanzo che segue un criterio cronologico lineare, se non vi piacciono tanto le complicazioni derivanti dai continui salti all’indietro o in avanti nel tempo, se non sopportate che il narratore a volte sia onnisciente ed esterno alla storia, altre interno, altre volte ancora sia un personaggio, allora “Il tempo è un bastardo” non fa per voi. Se, invece, queste caratteristiche non vi spaventano e siete in cerca di un libro che sia divertente e al tempo stesso toccante, allora correte in libreria o in biblioteca, perché Jennifer Egan sarà, come lo è stata per me, una piacevole scoperta.
    Il titolo italianizzato (l’originale è “A visit from the Goon Squad”) fa riferimento a quella che certamente è una componente fondamentale dell’opera, cioè il Tempo, questo sconosciuto e indefinibile attore che così tanto muta le nostre esistenze. Non è un caso che ad aprire il libro ci sia una citazione tratta da colui che sul Tempo perduto e ritrovato ha costruito un’immensa e meravigliosa cattedrale letteraria, cioè Marcel Proust. Come scritto, i racconti potrebbero essere letti anche l’uno indipendentemente dall’altro, e la stessa Egan, nell’intervista concessa a Rai Letteratura che ho riportato in avvio di articolo, spiega come non ci si debba affannare alla ricerca ossessiva di legami tra una storia e l’altra, che pure vi sono, come il lettore noterà ritrovando gli stessi personaggi a distanza di anni e nuove faccende impelagati.
    Il Tempo è un bastardo perché cancella esperienze comuni, ma non lo fa in maniera definitiva. Basta una scintilla e la nostra mente ritorna lì, a venti anni prima, a quel giorno che sembrava prometterci un’esistenza diversa e che adesso ci sembra di aver tradito, perché, per nostra colpa o per chissà quale altro motivo, non siamo riusciti a dare consistenza a quei sogni coltivati. I personaggi delle storie narrate dalla Egan sono diversi ed è quasi impossibile voler trovare uno o più protagonisti principale. Certo, ci sono Bennie e Sasha, il primo un ex punk che si è riciclato come produttore discografico, la seconda sua ex collaboratrice con un passato piuttosto ambiguo e la mania di rubare oggetti qua e là. Loro due sono tra i più presenti, ma la Egan parte da loro per portarci, avanti e indietro nel tempo, nelle vite di cantanti falliti, giornalisti in cerca di scoop, adolescenti e non solo alle prese con i moderni social network, generali guerrafondai che cercano di rifarsi una verginità con la collaborazione di attricette in cerca di dieci minuti di notorietà, gruppi di amici caratterizzati dalla dinamica “A ama B, B ama C, C ama D, D ama E” e tutta una serie di esistenze che si sfiorano, lambiscono, si perdono di vista salvo poi ritrovarsi dopo tanti anni, alla disperata ricerca di una rivincita contro quel bastardo che si chiama Tempo, un nemico inafferrabile che non è neanche detto che sia così tanto nemico.
    Nell’intervista che ho riportato, la Egan spiega la genesi del suo libro, affermando che tutto nacque dalla prima breve storia che aveva in mente, riguardante Sasha, e come in seguito la sua attenzione sia stata attratta da un altro personaggio che le si fece incontro e così di seguito; da lì l’idea di scrivere storie connesse ma indipendenti, addirittura scritte con stili diversi e in collisione tra loro. Chiudo, però, sottolineando la parte finale della sua intervista, che mi trova pienamente d’accordo. Di fronte alla perplessità di diversi lettori, i quali cercavano a tutti i costi di ricostruire una trama complessiva, la Egan suggerisce, e io sono d’accordo con lei, di abbandonare questa pretesa e di lasciarsi prendere dalla lettura, di divertirsi e/o commuoversi seguendo le avventure dei diversi personaggi, senza aspettarci la rivelazione su ciò che sarà accaduto loro una volta che avremo finito il libro.

    “...Allora ho pensato a Alice. È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole - oro, i suoi capelli erano oro - e ho sentito il profumo di quegli oli che si metteva sui polsi come contagocce. Patchouli? Muschio? I nomi non me li ricordavo. Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente abbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.
    Ho guardato la città sotto di me. Tutto quel ben di Dio sembrava sprecato, come petrolio versato a piene mani, o qualcos’altro di prezioso che Bennie teneva solo per sé, consumandolo fino all’ultimo perché nessun altro potesse averlo. Ho pensato: Se io ogni giorno avessi una vista del genere da guardare, avrei l’energia e l’ispirazione per conquistate il mondo. Ma il problema è proprio che, quando più avresti bisogno di una vista come quella, nessuno te la dà."

    ha scritto il 

  • 2

    "Ma col tempo si era lasciata prendere da una sorta di amnesia; la sua ribellione e il suo dolore si erano dissolti, liquefacendosi in una dolce, perenne radiosità che era terribile come sarebbe stata terribile la vita, immaginava Ted,

    non ci fosse stata la morte a conferirle forma e solennità."


    Da tempo non leggevo un libro così male. L'ho dovuto asciatre e riprendere più volte, inframmezzarne la lettura con altre letture più congeniali per sopportarlo. E confesso che non lo avrei nemmeno terminato, se non avessi visto ...continua

    non ci fosse stata la morte a conferirle forma e solennità."

    Da tempo non leggevo un libro così male. L'ho dovuto asciatre e riprendere più volte, inframmezzarne la lettura con altre letture più congeniali per sopportarlo. E confesso che non lo avrei nemmeno terminato, se non avessi visto che buona parte della pagine che mi mancavano erano occupate da oscuri diagrammi e grafici -tipo gli insiemi che si facevano alle elementari, bei ricordi- e quindi ero curiosa di capire di cosa si trattasse e sollevata che la lettura fosse quasi conclusa.
    Ebbene, mi accorgo però che se adesso però mi chiedeste cosa fossero tali "insiemi", avrei serie difficoltà a spiegarlo; esattamente come ho serie difficoltà a spiegare tutto il libro, in verità.
    Partiamo da una verità assoluta e basilare: il titolo offre un'autentica perla di saggezza, indubutabile ed inconfutabile. Quindi, se il Pulitzer gli è stato assegnato a priori solo appunto per il titolo, senza che nessun giudice si prendesse la briga di leggerne una sola pagina, allora sarei assolutamente d'accordo.
    Ma siccome temo non sia così -o meglio: mi piacerebbe pensare che non sia in questo modo che i premi vengono assegnati- allora qualcosa -più di qualcosa in verità- non mi torna.
    Non fraintendetemi: il libro è ben scritto, sfoggia un'accurata e precisa scrittura che ne sostiene sapientemente l'architerrura.
    A suo modo, può anche vantare una qualche trama, riconosco obiettivamente.
    Nonostante ciò però è come se galleggiasse in un iper-spazio lontano anni luce dalla nostra dimensione umana, e ci raccontasse pertanto cose assolutamente inconcepibili e con le quali le nostre misere esistenze non potrebbero mai confrontarsi.
    In parole povere, non mi ha detto nulla, non mi ha dato nulla, e men che meno penso di averne ricavato un qualche insegnamento; mi ha fatta ridere con parsimonia, e divertita poco.
    Credo in conclusione di poter affermare che non ne sia valsa poi la pena.

    ha scritto il 

  • 4

    interessante

    originale ed interessante romanzo ambientato quasi interamente nel mondo intellettual/musicale nychese (che non è proprio così entusiasmante ...) fantastico il capitolo del giornalista rock e della tentata violenza

    ha scritto il 

  • 3

    Senza né capo né coda, con tanta gente e tanta confusione,quasi come la vita di molti di noi

    Il tempo è un bastardo, è vero. Sono d'accordo. Stritola tutto, spappola le illusioni, sfilaccia i rapporti, si prende le sue rivincite, rovina le amicizie, gli affetti, i luoghi. Il tempo cambia tutto, il presente ma anche il passato. Ci sono ricordi del nostro passato che non corrispondono a q ...continua

    Il tempo è un bastardo, è vero. Sono d'accordo. Stritola tutto, spappola le illusioni, sfilaccia i rapporti, si prende le sue rivincite, rovina le amicizie, gli affetti, i luoghi. Il tempo cambia tutto, il presente ma anche il passato. Ci sono ricordi del nostro passato che non corrispondono a quello che è accaduto in realtà. Va tutto bene, sono d’accordo, l’ho già detto. E allora? Tutto questo non autorizza l’autrice a esagerare, come invece ha fatto. A Roma si direbbe che si è “allargata”. Ha farcito la storia di tanti personaggi, troppi; troppo americani e troppo sfigati, ha fatto così tanti salti nel tempo e nello spazio che mi ha fatto venire il mal di testa. Se non si ha la fortuna di avere tanto tempo a disposizione, un’amaca o un divano dove stare sdraiati a leggere il libro dall’inizio alla fine, il rischio è di perdersi, come è accaduto a me.

    Molto interessante la descrizione di Napoli, vista con gli occhi americani, come la capitale del degrado, il ritrovo cosmico di tutti i drogati occidentali, la meta preferita dei ladri, ma anche un luogo che custodisce ancora oggi, tra i muri scrostati una grande bellezza e opere d’arte meravigliose.

    (e mi allargo pure io, anche questa potrebbe essere una metafora della vita)

    ha scritto il 

  • 3

    Tre e mezzo

    Vite intrecciate, tagliuzzate, rimesse insieme e incastrate. Una serie di short stories slegate, ma in realtà unite, a raccontarci del tempo che mette scompiglio e pianifica o ribalta a suo piacimento la vita di un gruppo di persone. C'è tanta musica in queste pagine e c'è anche tanta iron ...continua

    Vite intrecciate, tagliuzzate, rimesse insieme e incastrate. Una serie di short stories slegate, ma in realtà unite, a raccontarci del tempo che mette scompiglio e pianifica o ribalta a suo piacimento la vita di un gruppo di persone. C'è tanta musica in queste pagine e c'è anche tanta ironia e malinconia. Non mi sono annoiata, ma nemmeno particolarmente esaltata, a parte per il penultimo capitolo, una presentazione power point che ho trovato geniale, una specie di rivisitazione dei baloon dei fumetti...ma senza il disegno. La Egan scrive in modo piacevole, ha tanti debiti nei confronti di grandi che l'hanno preceduta (io, non so perchè, penso più a DFW, forse per gli anni di riferimento) e penso che di certo fisseremo un altro incontro, per vedere da A e B, cosa è successo a me e a lei. Sperando che il tempo, questa volta, sia un po' meno bastardo del suo solito.

    ha scritto il 

  • 4

    "La Doll era andata in rovina la sera di Capodanno di due anni prima, nel corso di un party spasmodicamente atteso che, nelle previsioni degli intellettuali ferrati in storia del costume e da lei ritenuti degni di invito, avrebbe dovuto rivaleggiare con il Black and White Ball di Truman Capote. « ...continua

    "La Doll era andata in rovina la sera di Capodanno di due anni prima, nel corso di un party spasmodicamente atteso che, nelle previsioni degli intellettuali ferrati in storia del costume e da lei ritenuti degni di invito, avrebbe dovuto rivaleggiare con il Black and White Ball di Truman Capote. «La Festa», così si chiamava, o anche la Lista. Della serie: Tizio è in lista? Un party per festeggiare... cosa? Ripensandoci a posteriori, Dolly non era in grado di dirlo: il fatto che gli americani non fossero mai stati più ricchi, malgrado i tumulti che agitavano il mondo? Sulla carta, la Festa era organizzata da alcuni personaggi, rigorosamente famosi, ma la vera padrona di casa, come tutti sapevano, era La Doll, che aveva più conoscenze ed entrature e carisma di tutte quelle persone messe insieme. Ma La Doll aveva commesso un errore molto umano, o almeno con quel pensiero cercava di consolarsi la notte, quando il ricordo della sua disfatta la trafiggeva come un ferro ardente, costringendola a rigirarsi sul divano letto e a tracannare brandy direttamente dalla bottiglia. Aveva pensato che, essendo in grado di fare una cosa molto, molto bene (ossia riunire la crème de la crème nello stesso posto e nello stesso momento), avrebbe potuto farne bene anche altre. Per esempio la designer. E La Doll aveva avuto una visione: grandi vassoi trasparenti pieni d’acqua e olio, sospesi sotto piccoli faretti colorati, il cui calore avrebbe spinto i due liquidi tra loro incompatibili a intrecciarsi e ribollire e vorticare. Immaginava che gli ospiti avrebbero allungato il collo per guardarli, incantati da quelle forme liquide e cangianti. E in effetti così era stato. Avevano alzato la testa per contemplare con ammirazione i vassoi illuminati. La Doll li aveva osservati da un piccolo séparé che si era fatta allestire in alto, un po’ discosto, per contemplare il panorama del suo successo. Da lassù era stata la prima a notare, poco prima di mezzanotte, che qualcosa in quei vassoi trasparenti carichi d’acqua e olio non andava: si stavano imbarcando leggermente. O era solo un’impressione? Appesi alle loro catene, si stavano afflosciando come sacchi, o in altre parole, fondendo. Poi avevano cominciato a cedere, a piegarsi e dondolare e quindi a staccarsi, spargendo olio rovente sulle teste degli individui più glamorous del paese, e non solo di quello. I quali avevano riportato ustioni, cicatrici, mutilazioni nella misura in cui possono configurarsi come mutilazione una lacrima di tessuto cicatriziale sulla fronte di una stella del cinema, o alcune piccole chiazze pelate sulla testa di un mercante d’arte o di una modella o in generale di una persona favolosa. Ma qualcosa in La Doll s’era inceppato, facendola rimanere immobile e a distanza dall’olio bollente:non aveva chiamato il 911. Paralizzata dall’incredulità, aveva continuato a fissare a bocca aperta i suoi invitati che strillavano e inciampavano e si coprivano la testa, strappandosi dalla carne gli indumenti bucati, roventi, impregnati, e che si muovevano carponi per la sala come i soggetti di certe pale d’altare medievali, condannati all’inferno dalle loro gozzoviglie terrene.
    Le accuse ricevute in seguito – di averlo fatto apposta, di essere una sadica che era rimasta a guardare compiaciuta le sofferenze altrui – per La Doll erano state più terribili che vedere quell’olio cadere impietoso sui suoi cinquecento ospiti. In quel momento era stata protetta da un bozzolo di shock. Ma al seguito aveva dovuto assistere da lucida: la odiavano. Morivano dalla voglia di sbarazzarsi di lei, come se La Doll non fosse neppure un essere umano, ma un topo o un insetto. E c’erano riusciti. Anche prima di scontare sei mesi per lesioni colpose, prima della causa collettiva in seguito alla quale il suo intero patrimonio (mai stato ingente come sembrava) era stato redistribuito in piccoli pezzi alle sue vittime, La Doll era scomparsa. Cancellata. Dal carcere era riemersa ingrassata di dieci chili e invecchiata di cinquant’anni, con i capelli grigi tutti arruffati. Nessuno la riconosceva più, e il mondo in cui aveva prosperato si era rapidamente dissolto: ora perfino i ricchi credevano di essere poveri. Dopo qualche titolo gongolante e qualche foto del suo nuovo, malridotto aspetto, si erano dimenticati di lei."

    ha scritto il 

  • 3

    The time is gone the song is over, Thought i'd something more to say - Pink Floyd

    "Il tempo è un bastardo, giusto? E tu vuoi farti mettere i piedi in testa da quel bastardo?"
    No nessuno di noi lo vorrebbe! Cara Jennifer, non sono solo le rock star a soffrirne, fa male a tutti constatare che il tempo passa e non ci regala nulla. Un giorno sei qui a pogare al tuo concerto ...continua

    "Il tempo è un bastardo, giusto? E tu vuoi farti mettere i piedi in testa da quel bastardo?"
    No nessuno di noi lo vorrebbe! Cara Jennifer, non sono solo le rock star a soffrirne, fa male a tutti constatare che il tempo passa e non ci regala nulla. Un giorno sei qui a pogare al tuo concerto preferito e poi puff... con un salto nel tempo (sempre bastardo sto tempo ehhh) ti ritrovi su una sedia a rotelle a meditare sui tuoi giorni passati. Quante illusioni cara Jennifer ci facciamo. Quanti attimi vissuti troppo velocemente, quante malcelate utopie, quante pippe mentali... ma siamo fatti così, non impareremo mai, nemmeno se ce lo ripeti all’infinito!!
    I tuoi racconti però aprono varchi di vita attraverso i quali spiamo i tuoi variegati personaggi in alternanze temporali, rompi gli schemi classici e ci sbalzi in diversi momenti della loro storia personale, ce li fai vedere giovani e carichi e poi di colpo, la pagina dopo ce li ritroviamo decrepiti e malati.
    "tatuaggi flaccidi afflosciarsi come tappezzeria mangiucchiata dalle tarme su bicipiti svuotati e culi cadenti".
    Hai un pò giocato con la sperimentazione e con lo stile “giovane” ma non sempre sei stata all'altezza di questo sballottamento che dovrebbe lasciare più spazio alle connessioni personali del lettore che cerca di intrufolarsi nei ricordi non suoi e la tua rottura degli schemi sembra un po’ forzata. Sei caduta nella temuta trappola della banalità, ma nel complesso la lettura è piacevole e scorre veloce con qualche pennellata fanta-sociologica che è anche interessante e divertente.
    Qualche spunto carino me lo hai dato e i giochetti che fai con le parole e i personaggi andrebbero approfonditi: vuoi vedere che i vuoti musicali che il tuo ragazzino autistico ci descrive canzone per canzone in maniera così malata e maniacale dovrebbero farci ragionare sulle pause che ogni tanto dovremmo prenderci prima di ributtarci nella frenesia della ns. vita? Vuoi vedere che magari un banale tramonto africano potrebbe diventare un momento indimenticabile a cui ripenseremo quando i gironi si faranno sempre più brevi e le ore scorreranno veloci sulle ns. dita tra progetti che finiscono nel nulla?
    Jennifer, ho apprezzato il tuo sforzo ma il tempo (bastardo) ha voluto che tu scrivessi dopo Wallace, Carver, Franzen e Eugenides (per dirne qualcuno a caso) e ha anche voluto che li leggessi prima di te. Che sfiga... magari non avrei fatto paragoni e magari ne uscivi un filo meglio! Però tutto sommato è stata una lettura piacevole, mi sono divertita, tu hai 10.000 dollari in più sul tuo conto con la causale Pulitzer e io un libro in più da spolverare

    ha scritto il 

  • 4

    Il tempo è un bastardo e crea anche caos!

    Leggere questo libro è stato come leggere la mia mente: un caos! O meglio...un filo logico c'è, sia nel libro che nei miei pensieri: si salta da un punto all'altro, si conoscono i protagonisti in tutti i loro aspetti, viene ampliata e analizzata la loro sfera affettiva fatta di personaggi seconda ...continua

    Leggere questo libro è stato come leggere la mia mente: un caos! O meglio...un filo logico c'è, sia nel libro che nei miei pensieri: si salta da un punto all'altro, si conoscono i protagonisti in tutti i loro aspetti, viene ampliata e analizzata la loro sfera affettiva fatta di personaggi secondari, amici ma anche meteore che poi ritroviamo ad es. nell'ultimo capitolo...eppure è la loro vita e viene evidenziato come il tempo (bastardo) abbia agito su di essa, come azioni abbiano poi avuto delle conseguenze disastrose o anche come delle scelte abbiano influito sul destino. Sono capitoli strutturati come dei racconti, ma collegati tra di loro dai personaggi -protagonisti o da quelli secondari, a tutti viene data dignità e rilievo. Il penultimo capitolo mi ha lasciata perplessa ma essendo pensieri di una bimba può capirsi lo stile scelto e la grafica adottata. Di più non dico!

    ha scritto il 

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