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Il tempo materiale

Di

Editore: Minimum Fax

3.9
(510)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 229 | Formato: eBook

Isbn-10: 8875212864 | Isbn-13: 9788875212865 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 3

    Sì, insomma, buono, ma direi che a undici anni i ragazzini non sono così maturi, almeno io così non ne ho mai visti e nemmeno sono mai stata così, e devo dire che ne sono felice. Un ragazzino così da ...continua

    Sì, insomma, buono, ma direi che a undici anni i ragazzini non sono così maturi, almeno io così non ne ho mai visti e nemmeno sono mai stata così, e devo dire che ne sono felice. Un ragazzino così da grande è un devastato. I ragazzini non parlano così, non pensano così e non si comportano così. Poi questa prosa, va bene bellissima, misurata e calibrata nei minimi dettagli e tutto, però che peso... Per capire tutto ciò che dice devi leggerla lentissimamente, se no ti perdi le sfumature nascoste ovunque, insomma, una prosa troppo pesante e impegnativa, così pregnante che davvero affatica il lettore, toglie spontaneità alla narrazione, figuriamoci a usarla per descrivere i pensieri di tre undicenni, insomma, alleggerirei tantissimo, anche se si trattasse di un romanzo con adulti per protagonisti.

    ha scritto il 

  • 4

    Idologia vs Ironia

    Romanzo d'esordio impressionante per maturità e rigore nel quale l'autore rilegge il 1978, annus horribilis della storia italiana, attraverso gli occhi di tre preadolescenti che sulla base della fasci ...continua

    Romanzo d'esordio impressionante per maturità e rigore nel quale l'autore rilegge il 1978, annus horribilis della storia italiana, attraverso gli occhi di tre preadolescenti che sulla base della fascinazione esercitata dal delitto Moro, decidono a loro modo di fare la rivoluzione.
    L'io narrante è Nimbo, un ragazzino di undici anni che esperisce la realtà in una maniera del tutto originale, non contentandosi cioè dell'osservazione del mondo, ma aggiungendo ad essa anche l'uso degli altri sensi, il tatto, il gusto, l'olfatto. Vasta traduce il tutto con un linguaggio nuovo, fatto di una sorta di espressionismo stilistico - talora anche troppo manierato - ricco di aggettivi ed immagini, una specie di lente colorata che deforma tutto ciò su cui si posa.
    La lotta contro lo Stato è la molla dalla quale scaturisce la storia ed anche il filo conduttore della narrazione, ma insieme a metafore, simboli e allegorie, mille sono i fili, più o meno sotterranei, che si intrecciano fra le pagine.
    Uno di questi lo individuerei nell'impossibilità di comunicare tra bambini e adulti (e probabilmente nella difficoltà di comunicare in generale): i tre protagonisti cercano a modo loro di capire quello che succede intorno a loro, ma nonostante si esprimano e ragionino come uomini rimangono dei ragazzini, lasciati soli a confrontarsi con avvenimenti epocali. L'emulazione delle Brigate Rosse finisce così per essere un misto di gioco ed impegno, il tentativo di avere visibilità, di affermare se stessi, di essere colpevoli pur di essere.
    Altro tema importante è quello del linguaggio: Nimbo, Raggio e Volo (nomi di battaglia dei tre undicenni) rifiutano quello convenzionale perché espressione di una realtà che vogliono cambiare, per sostituirlo con l'alfamuto, un codice di comunicazione fatto di posture e gesti che utilizzano i simboli della cultura di massa dell'epoca rileggendoli in funzione dei loro scopi, un uso delle forme cambiando i contenuti che esse dovrebbero rappresentare, simile per certi aspetti a quello che facevano Schifano, Angeli, Festa, Rotella, gli artisti della pop-art.
    Il tempo materiale è un romanzo duro e a tratti angoscioso, che procede con andamento sincopato: frasi brevi e ritmo incalzante sottolineano le fasi della narrazione dedicate all'azione, alle malefatte del gruppo, ad esse si alternano monologhi o surreali dialoghi ideali con animali od oggetti in cui il protagonista cerca faticosamente di elaborare quello che sta succedendo e se nella prima parte dell'opera la riflessione precede e prepara l'azione, nella seconda accade l'esatto contrario con Nimbo che fatica a stare dietro a quello che succede, a capire dove sta andando e perché.
    Se posso trovare una pecca in quest'opera è che una volta raggiunto il climax, la storia da l'impressione di scivolare verso il finale in maniera un po' troppo rapida. Forse si tratta di una scelta intenzionale dell'autore per rendere al meglio l'idea del precipitare degli eventi, tuttavia mi sembra uno scarto di velocità che stride con l'armonia del racconto. Ancora un'ultima annotazione a proposito del rigore con cui è costruito il romanzo: in certi momenti ho avuto l'impressione di una precisione e di un controllo quasi eccessivi, una sensazione simil-claustrofobica, come se tutto fosse consequenziale, già compreso dentro la trama.
    Gusto personale, sia chiaro, infinitesimi granelli di sabbia in un ingranaggio ben rodato. Poca roba per uno tra i romanzi italiani più importanti degli ultimi tempi.

    ha scritto il 

  • 4

    Qui Quo Qua e l'aulente macchina militante di Zio Rimbaud.

    Così, se l'avesse scritto Tom Wolfe assunto dalla Disney Company, potrebbe essere un titolo alternativo del libro.

    In una Palermo con tratti di Calcutta, contemporaneamente ai fatti storicamente avven ...continua

    Così, se l'avesse scritto Tom Wolfe assunto dalla Disney Company, potrebbe essere un titolo alternativo del libro.

    In una Palermo con tratti di Calcutta, contemporaneamente ai fatti storicamente avvenuti - l'azione si svolge nel 1978 - tre bambini, con un linguaggio volutamente deragliato dalla norma (la madre ha un soprannome maschile, femminile il padre ed è solo l'inizio), al punto d'aver scombinati pure i sensi, simbolismi e sinestesie abbondano, così come sogni didascalici e animali parlanti, (ma nulla di diverso da quanto accade di solito a Qui Quo Qua), agiscono nel loro ambiente, emulando le Brigate Rosse secondo quanto hanno appreso dai media e dalla loro personale ricostruzione dei fatti.

    Colossale metafora, colta allegoria e costruita teatralizzazione, con probabile sapiente utilizzo d'altre millemila figure retoriche e ferramenta drammaturgiche che non sto a ricercare giacché tolte le notissime, per me un apocope può essere indifferentemente un coupé Citroën o un piatto tradizionale casertano.
    L'artifizio, il susseguirsi di note incongrue prepara bene il momento in cui cala gli assi (quasi tutte creazioni linguistiche o concetti). Naturalmente partoriti nell'odio feroce di disprezzo dei tre ragazzini: di fatto è un libro violentissimo, ma di idee ben lontano dal banale ne trasmette molte.

    L'ho letto - nonostante non sia my cup of tea solitamente tendo a un triste zdanovismo - in ottemperanza a un desiderio, un principio e una necessità. Il principio è quello di deviare dalla troppa esperienza. A oltre 50 anni si diventa bravissimi a trovare i libri che ci piaceranno. Il rischio è di trovare solo quelli che rispondono a criteri rodati e alla lunga darsi sempre ragione, autostrada verso il rincoglionimento definitivo.
    La necessità è di sapere come è apparve quel periodo a chi non c'era. Vasta era ancor più giovane dei protagonisti: otto anni all'epoca dei fatti. E come apparve a lui è molto evidente: i terroristi erano agenti di un mondo autoreferenziale mediatico.

    E questo è esattamente come le fonti prevalenti hanno cercato di presentare, derubricare e ricostruire: una possente follia cervellotica: non per caso gli annunci televisivi di un nuovo comunicato delle Brigate Rosse erano sempre - dicasi sempre - preceduti dall'aggettivo "delirante" (e prima erano "sedicenti").

    Vasta - da bimbo - non poteva assorbire altro, altro non c'era. E non poteva assorbire altro nemmeno dalla parte allegra della televisione, quella che mimano i tre nelle loro creazioni - come raffinata vendetta, trasformando in arma i cascami dei regali dell'Italia, perché se i comunicati erano deliranti, il divertimento televisivo non era nazional popolare, ma demenzial provinciale. E Il saggio impara molte cose dai suoi nemici.

    Le canzoncine, i pupazzetti, le schifezze, le battutine, gli ammiccamenti costituenti la gran parte del panem et circenses RAI, sono il degno gonfalone di uno Stato colle idee chiare: trattiamoli da imbecilli fin da bambini e li avremo rimbecilliti per tutta la vita.

    Qui si sdoppia rispetto alla realtà e devia. Come va a finire non ve lo dico, ma i violentissimi creativi creatori di linguaggi intendono la differenza tra soddisfazione estetica del linguaggio stesso e il banale farsi capire, tanto che un personaggio – volutamente creato muto – fa capire di sé, nel momento che conta, molto di più; al punto di attrarre difensori dalla sua parte, obiettivo completamente mancato dal Nucleo Rivoluzionario.

    Quello libresco, perché nella realtà invece di tifosi (almeno fino a che non ammazzarono professori e giornalisti, per capire invece che poliziotti e carabinieri erano poveri cristi, carne da cannone Pasolini non bastò: a molti occorse più tempo) - ce ne furono milioni.

    ha scritto il 

  • 4

    "BEATO CHI CI CREDE, NOI NO NON CI CREDIAMO"

    ll libro è molto bello, estremamente pensato senza per questo diventare sterile.
    E però ho l'impressione che finirà per aggiungere una pietra ulteriore al tumulo che da quarant'anni viene edificato pe ...continua

    ll libro è molto bello, estremamente pensato senza per questo diventare sterile.
    E però ho l'impressione che finirà per aggiungere una pietra ulteriore al tumulo che da quarant'anni viene edificato per seppellire ciò che era e resta indicibile: che al di là delle geometrie dei potenti e del desiderio di purezza dei ragazzini, fino al delitto Moro le BR godettero di un consenso sociale tanto silenzioso quanto vasto.

    Buon anno.

    ha scritto il 

  • 3

    Quella sottile linea fra riflessione e irritazione (per un autore che vuole sfoggiare la propria abilità linguistica)

    http://millenottibianche.blogspot.it/2014/11/giorgio-vasta-il-tempo-materiale.html

    ha scritto il 

  • 3

    Dalla mitopoiesi all’alfamutismo.
    Questo il percorso della favola nera, anzi dell’iperbole raccontata da Vasta in multicolore/multiparole.
    Da chi le parole le usa solo per dire, alla trascendenza degl ...continua

    Dalla mitopoiesi all’alfamutismo.
    Questo il percorso della favola nera, anzi dell’iperbole raccontata da Vasta in multicolore/multiparole.
    Da chi le parole le usa solo per dire, alla trascendenza degli interlocutori (muti e animali) e delle parole, tante, solo immaginate.
    Il delicato sapore delle riflessioni/immaginazioni in cui ci si perdeva per ore da ragazzini (io, per esempio, ero convinto di vivere in un Truman show trasmesso da una specie di sky on demand; oppure,la scoperta della radura dei giornaletti porno l’ho vissuta pari pari…se penso all’abbondaza multimediale di cui disporranno i miei figli mi viene freddo) al progressivo totale smarrimento di una generazione che si trovava, quasi per eccessiva maturità, sbilanciata rispetto alla normalizzazione borghese. Questo delta nella testa di nimbo detona logaritmicamente nel giro di una stagione fino ad un implosione della potenza di un big bang (non a caso nell’ultima scienza esplodono dal nero le stelle nei protagonsti). La compressione non è quella delle vittime del NOI ma della sua personalità.
    La prosa è ubriacante, in alcuni eccessi quasi stomachevole, troppi sapori, troppi odori e troppi colori…non sono sicuro di averli gustati tutti. Grande empatia con Nimbo quando dice invidiando il leader che è uno che da un’idea scintilla la trasforma in falò, a lui rimane sempre scintilla, beh io sono proprio così.
    Lo sfondo degli animali in rappresentazione stile cinico TV è la metafora di cui non ho colto il significato. Non era nella mia generazione lo spirito torturatore ed esplorativo delle loro viscere né il loro parlare immaginato.
    Il fotogramma si ferma alla fine e io non ho capito se Nimbow è già andata, nell’estremo rito sacrificale, o stanno per arrivare i buoni.
    Non lo so se Vasta mi è rimasto troppo avanti o io, grazie alla muffa che avanza nei miei neuroni, sto indietreggiando pericolosamente oppure è soltanto scudo verso il malessere che il romanzo ti sputa addosso.

    ha scritto il 

  • 4

    realismo allegorico

    Dopo la sensazione di disorientamento iniziale nel leggere le prime pagine di questo bel romqnzo, appare chiaro che la vicenda narrata dalla lucida voce di Nimbo, che pur avendo undici anni ragiona, ...continua

    Dopo la sensazione di disorientamento iniziale nel leggere le prime pagine di questo bel romqnzo, appare chiaro che la vicenda narrata dalla lucida voce di Nimbo, che pur avendo undici anni ragiona, insieme ai suoi compagni, mostrando la consapevolezza e la profondità di un adulto, è una vicenda allegorica, rappresentando il percorso dei figli dell' Italia piccolo borghese degli anni settanta, divisa tra degrado e farsa, tra velleità di cambiamento e una cultura di massa consolatoria e conservatrice. Vasta ci fa vedere come i figli di quest'Italia scelgano il terrorismo e la lotta armata: il fascino delle parole e di un certo linguaggio, un linguaggio capace di essere di per sé rivoluzionario, in primo luogo, il fascino di una disciplina che abbraccia il rigore e la serietà bandendo l'ironia che mortifica ed erode l'ideologia, persino di un codice che sancisca l'appartenenza e la diversità rifiutando le modalità comunicative comuni. La rapida escalation di violenza che porta ad "alzare il livello dello scontro" al sequestro e all'omicidio è scritta nella storia del nostro Paese, di cui quella dei piccoli personaggi del romanzo è una chiara metafora. Attraverso un filtro distorto e talora disturbante, una prosa ricca e colta, una scrittura molto visiva e sensoriale, l'autore ci restituisce il sapore reale di quegli anni, risultandoal tempo stesso, meravigliosamente, realistico ed allegorico.

    ha scritto il 

  • 4

    1978.

    1978. Avevo dieci anni. La Telefunken dei miei genitori era ancora in bianco e nero, di quelle a valvole. Quando si spegneva vedevi lo schermo ridursi fino ad un puntino bianco al centro. Fu lì che vi ...continua

    1978. Avevo dieci anni. La Telefunken dei miei genitori era ancora in bianco e nero, di quelle a valvole. Quando si spegneva vedevi lo schermo ridursi fino ad un puntino bianco al centro. Fu lì che vidi le immagini del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, in quella che era una Renault 4 rossa, ma che nella mia memoria è semplicemente grigia, come quegli anni di terrorismo in cui non mancavano mai notizia di stragi, bombe e cadaveri.

    E’ proprio in quell’anno che si svolge la storia dei tre protagonisti di questo libro di Vasta. Tre ragazzini palermitani, i compagni Nimbo – voce narrante – Raggio e Volo, seguono gli avvenimenti, leggono i giornali, non giocano con i loro coetanei, guardano alla vita con uno spietato cinismo.

    ... prosegue qui http://parladellarussia.wordpress.com/2014/08/14/il-tempo-materiale/

    ha scritto il 

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