Il tempo materiale

Di

Editore: Minimum Fax

3.9
(582)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 229 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese

Isbn-10: 8875212864 | Isbn-13: 9788875212865 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura , Adolescenti

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Descrizione del libro
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  • 0

    Quel che resta della ricchezza e complessità narrativa sicula se le togli il dialetto.

    Perché direi che Vasta non è altro che questo, una idea narrativa molto astrusa e ripiegata su se stessa che però non sapendo utilizzare la ricchezza cromatica del dialetto non riesce a nascondere il ...continua

    Perché direi che Vasta non è altro che questo, una idea narrativa molto astrusa e ripiegata su se stessa che però non sapendo utilizzare la ricchezza cromatica del dialetto non riesce a nascondere il fatto che si tratti solo di triste masturbazione intellettuale.
    Come si può capire, anche le operazioni di scrittori che utilizzano il dialetto mi lasciano perplesso. Ma almeno lì c'è questa esplosiva potenza cromatica che lascia un minimo di senso all'operazione. Qui non c'è nemmeno quello.
    Provate a pensare che cosa sarebbero stati i primi capitoli di questo romanzo, l'infanzia dei protagonisti, se invece di questa lingua arida e inutilmente cerebrale ci fosse stato il dialetto. Un'altra cosa, no? Sempre senza senso, ma migliore.
    Che dire, poi ci lamentiamo se i nostri scrittori vendono 200 copie, familiari, parenti e reti di amici a parte. Chiaro, che con pippe di questo tipo non vai lontano. Al massimo raccogli i plausi diafani e privi di qualsiasi aderenza alla realtà del nostro inoffensivo apparato culturale. Ma la narrativa, la scrittura, sono proprio un'altra cosa.

    ha scritto il 

  • 1

    Verba volant, scripta manent

    Il libro di Giorgio Vasta parte con un titolo che pare una riflessione, "Il tempo materiale".
    Cosa significas per il tempo assumere consistenza ? Quand'è che il tempo si fa materia, diventa vivo ?

    non ...continua

    Il libro di Giorgio Vasta parte con un titolo che pare una riflessione, "Il tempo materiale".
    Cosa significas per il tempo assumere consistenza ? Quand'è che il tempo si fa materia, diventa vivo ?

    non si sa.....perché in tutta l'opera non si capisce come possa adattarsi un titolo simile alla pochezza verbale e narrativa di Giorgio Vasta.
    Com'è possibile iniziare un libro con un elenco di oggetti completamente slegati fra loro.....com'è possibile definire un filo spinato "torvo" ?

    Lo sa solo Giorgio vasta.

    ha scritto il 

  • 2

    Fin troppo e inutilmente complesso

    Non mi ha convinto per niente, vuoi per la scrittura, per me, fin troppo artificiosa, di una ricercatezza un po' fine a se stessa e soprattutto poco credibile, vuoi perché l'ho trovato molto ma molto ...continua

    Non mi ha convinto per niente, vuoi per la scrittura, per me, fin troppo artificiosa, di una ricercatezza un po' fine a se stessa e soprattutto poco credibile, vuoi perché l'ho trovato molto ma molto noioso.
    Ci sono delle parti indubbiamente di spessore, ma quando non c'è credibilità per me tutto perde senso: è l’implausibilità dei personaggi, ragazzini di 11 anni che parlano, pensano ed agiscono come degli antagonisti di lunga esperienza.
    L'autore rilegge il 1978, l'anno più terribile, forse, della storia italiana, attraverso gli occhi di tre preadolescenti che sulla base della fascinazione esercitata dal delitto Moro, decidono a loro modo di fare la rivoluzione, nella Palermo fatiscente, quasi apocalittica, un paesaggio di morte. Questi tre adolescenti si mettono in testa di diventare giovani terroristi in erba, parlando e agendo come, per l'appunto, dei brigatisti.
    Non c'è un'epoca che mi appassioni più dei cosiddetti "Anni di piombo", o per dirla con l'eleganza di Zavoli, della "Notte della Repubblica", anche perché penso sia uno dei momenti in cui la Storia italiana ha davvero influenzato (e viceversa, ovviamente) la storia personale di chi ha vissuto quegli anni.
    Giorgio Vasta ha scritto un romanzo di una complessità enorme, che ha sicuramente più e più livelli di lettura, come tutti i grandi romanzi che si rispettano, che incuriosisce e respinge in egual misura.

    ha scritto il 

  • 5

    Un esordio - pubblicato nel 2008 - questo di Giorgio Vasta che scava nel materiale mnemonico collettivo, impasta tutto ciò che degli "anni di piombo" non abbiamo mai risolto in termini di elaborazione ...continua

    Un esordio - pubblicato nel 2008 - questo di Giorgio Vasta che scava nel materiale mnemonico collettivo, impasta tutto ciò che degli "anni di piombo" non abbiamo mai risolto in termini di elaborazione del conflitto e se ne serve per allestire un romanzo di formazione nero, ponderoso, doloroso. La Palermo del 1978 è il teatro in cui si muove l'inquietudine straordinariamente analitica (un artificio narrativo che mina alla base il realismo della vicenda ma non la sua credibilità) di tre ragazzini undicenni impegnati a mettere in discussione le basi dello stolido vivere civile italiano, fino a mettere in piedi una vera e propria cellula pseudo-brigatista. Tutto ovviamente sconfina nel simbolico, ma non per questo è meno bruciante, meno vivo.

    ha scritto il 

  • 4

    Compagno di scuola

    Elusa ogni informazione preliminare (a parte gli alti voti espressi dagli amici…), ho cominciato questo libro cercando invano di individuare una gerarchia fra i molteplici e variegati elementi di cui ...continua

    Elusa ogni informazione preliminare (a parte gli alti voti espressi dagli amici…), ho cominciato questo libro cercando invano di individuare una gerarchia fra i molteplici e variegati elementi di cui esso si compone, dapprima per spirito di classificazione (E’ il diario di un ragazzino? Un grottesco? Un libro politico? Un romanzo di formazione? Uno spaccato di un’Italia provinciale negli anni ’70?) e poi per attenuare il disagio crescente che la lettura produce

    Invano, come ho detto.
    Perché “Il tempo materiale” è tutto quanto sopra elencato ed altro ancora, che origina dall’assemblaggio in apparenza disordinato degli ingredienti più svariati: Aldo Moro e la stracciatella, animali parlanti e linguaggio muto, comunicati politici, Carosello e compiti di scuola, ironia e ridicolo (”l’enfasi è l’unico modo per accedere alla visione, alla profezia della storia. Certo si diventa ridicoli, ma non ci sono alternative: tra l’ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo, come afferma il più determinato degli alieni undicenni).

    Che ad uno sguardo retrospettivo, così alieni poi non sono, se si prova a connettere il filo rosso che lega l’origine sociale, culturale, psicologica di una monocorde vita di periferia dove gli echi degli eventi arrivano attutiti e trasfigurati, al momento dell’azione: Un’eccitazione. Il bisogno di essere famelici, di qualcosa che prenda e trascini, di qualcosa su cui concentrarsi. Sulla lotta, per esempio. Perché di questo si tratta. La parola “lotta” contiene sesso, rabbia e sogno.

    Messa in atto questa connessione e imboccata questa strada, per imitazione o pubertà, per protagonismo o tempesta ormonale, per amore, per gioco o forse per caso, tutto il resto procede inarrestabile come per inerzia. I fatti si susseguono senza che alcun freno inibitore si frapponga e lo stesso lettore/testimone non può che sentirsi coinvolto assistendo impotente alla concretizzazione dell’irrazionale.

    Ad ulteriore stridore con la materia grezza trattata, si aggiunga l’originale stile sofisticato di Vasta che apre imprevisti inserti di poesia, curiosi quadri d’ambiente che ritraggono con precisione le coordinate, storiche e di vita quotidiana, del periodo, ed un protagonista che affronta il mondo circostante guidato poco dalla razionalità e molto dalla sensibilità sensoriale: annusa, assaggia, tasta ogni oggetto ed ogni immagine, perfino quelle televisive, con un approccio quasi animale e tanti sono gli animali disseminati lungo il racconto, malati, feriti, storpi, testimoni e indicatori di un disfacimento che non è solo morale ma che corrode anche il tempo materiale e dal quale la via di fuga più immediatamente praticabile sembra essere l’algida e geometrica disciplina della lotta armata.

    ha scritto il 

  • 4

    tu, ossessiva enfatica rivoluzionaria infanzia

    è che si era tutti bambini più grandi, negli anni '70. il peso della storia, il peso materiale di quel tempo, entrava nelle nostre vite insieme ai tg guardati mentre si pranzava. in bianco e nero le i ...continua

    è che si era tutti bambini più grandi, negli anni '70. il peso della storia, il peso materiale di quel tempo, entrava nelle nostre vite insieme ai tg guardati mentre si pranzava. in bianco e nero le immagini, in silenzio noi. davanti ad alcune notizie più che ad altre, e davanti all'errequattro col portabagagli aperto parcheggiata in via caetani, di più di più. si cresceva prima, o così forse sembra ora. fatto sta che mi è piaciuta enormemente la scelta di giorgio vasta per questo libro, di dare la parola a ragazzini di undici anni nella palermo dei giorni del sequestro moro, e far loro parlare una lingua adulta, complessa come gli improbabili ragionamenti in cui si dibattono per creare una cellula terrorista e fare la rivoluzione, ma affiancata da un alfamuto di gesti silenziosi.
    il linguaggio preso come chiave per raccontare la difficoltà di quegli anni, i contrasti, il sovvertimento delle categorie individuali e sociali stabilite dai valori del boom. lo stesso protagonista nimbo riassume in sé l'ossimoro: ha un soprannome etereo, che ha a che fare con le nuvole (il nembo) e con l'aureola dei santi, ma ha una voglia divorante di farsi profeta di una storia pesante. una volontà di linguaggio che lo prende come una febbre alla gola, «un'epidemia dalla quale non cercare scampo».
    per questo non ho trovato un limite ma una forza, lo smaccato surrealismo del romanzo. e quella che alcuni lettori hanno definito inverosimiglianza io la vedo come potenza simbolica. per cui ci sono, sì, i fatti e i fenomeni e gli oggetti reali di quegli anni (i trasferelli accanto alle brigate rosse, alan ford e l'almanacco del giorno dopo accanto alla consuetudine coi morti ammazzati, zigo zago e obabaluba) ma tutto il resto è dichiaratamente mitopoiesi pura. retorica alta, consapevole. estraniamento attraverso l'infezione di una lingua che serve ad allontanarsi dal presente [«ce ne andiamo via da palermo semplicemente parlando»] e contemporaneamente a calarcisi dentro [«le brigate rosse (...) parlano - o meglio scrivono - come noi. i loro comunicati sono complessi, le frasi lunghe e potenti. sono gli unici in italia a scrivere così»].
    il passaggio alle azioni dimostrative, a quel punto, per i tre ragazzini sembra follemente naturale. è la legge del male innocente. l'allucinazione della colpevolezza come presa di responsabilità. se siamo arrivati fin qui, dirà uno dei tre, è perché abbiamo capito che la paura e il desiderio non sono esperienze contrapposte ma mescolate e inseparabili. con dei nomi di battaglia mettono in scena il gioco crudele di chi è nato quasi imparato e ora è famelico perché ha preso il contagio: nimbo a un certo punto definisce se stesso cupo e ideologico. e poi anche concentrato, tetro, abrasivo. è lettore di giornali e ascoltatore di telegiornali, è aduso alla cronaca politica. è un mangiatore di vetro. ma è anche impastato di sghemba ingenuità, e sono sempre le parole a farla saltar fuori all'improvviso come una molla. il suo prorompere in «accidenti» e «accipicchiolina» mentre i suoi avversari dicono «cazzo!». c'è tutto, in miscugli come questo. eroismo distorto e tabelline, crudeltà e lunghi pomeriggi di noia, proclami e riparazione posticcia. un po' come dire, fuori dal libro, le lacrime nazionalpopolari per via caetani, e il ministro dell'interno che arriva sul luogo del ritrovamento prima della telefonata di rivendicazione. e poi ci sono i fastidi di pelle, il sapore metallico del sangue, della lavagna d'ardesia toccata con la punta della lingua, della saliva. è un libro pieno di umori corporei condensati, di crudezza e di utopia. un libro particolarissimo, con situazioni insistentemente urticanti e un passaggio di tre pagine di cui ho retto con qualche difficoltà il malessere. lascio in sospeso solo il giudizio sul finale. non so come considerare dal punto di vita narrativo l'ultimo atto in odore di chiusa consolatoria e auto-penitenziale. d'altra parte, utilitaristicamente, una lorinbocol abbastanza provata dagli sviluppi precedenti ha tratto giovamento dallo stemperarsi della tensione. perché se si fosse trattato di un film, pur consapevole della finzione alla fine avrei atteso con una certa ipocrisia la scritta: nessun bambino e/o animale è stato maltrattato durante le riprese. il compagno morana ma anche i gatti, i cani, le lumache, gli asini, le api e perfino le zanzare utilizzati vivono felici in una fattoria alle porte di palermo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Una delusione

    Morboso, inverosimile, pesantissimo. Salvo cinque paragrafi ("Abbiamo vent'anni...", pp. 270-271) su 274 pagine.

    Un talento sprecato.

    ha scritto il 

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