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Il tempo materiale

Di

Editore: Minimum Fax

3.9
(497)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 229 | Formato: eBook

Isbn-10: 8875212864 | Isbn-13: 9788875212865 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 3

    Quella sottile linea fra riflessione e irritazione (per un autore che vuole sfoggiare la propria abilità linguistica)

    http://millenottibianche.blogspot.it/2014/11/giorgio-vasta-il-tempo-materiale.html

    ha scritto il 

  • 3

    Dalla mitopoiesi all’alfamutismo.
    Questo il percorso della favola nera, anzi dell’iperbole raccontata da Vasta in multicolore/multiparole.
    Da chi le parole le usa solo per dire, alla trascendenza degli interlocutori (muti e animali) e delle parole, tante, solo immaginate.
    Il del ...continua

    Dalla mitopoiesi all’alfamutismo.
    Questo il percorso della favola nera, anzi dell’iperbole raccontata da Vasta in multicolore/multiparole.
    Da chi le parole le usa solo per dire, alla trascendenza degli interlocutori (muti e animali) e delle parole, tante, solo immaginate.
    Il delicato sapore delle riflessioni/immaginazioni in cui ci si perdeva per ore da ragazzini (io, per esempio, ero convinto di vivere in un Truman show trasmesso da una specie di sky on demand; oppure,la scoperta della radura dei giornaletti porno l’ho vissuta pari pari…se penso all’abbondaza multimediale di cui disporranno i miei figli mi viene freddo) al progressivo totale smarrimento di una generazione che si trovava, quasi per eccessiva maturità, sbilanciata rispetto alla normalizzazione borghese. Questo delta nella testa di nimbo detona logaritmicamente nel giro di una stagione fino ad un implosione della potenza di un big bang (non a caso nell’ultima scienza esplodono dal nero le stelle nei protagonsti). La compressione non è quella delle vittime del NOI ma della sua personalità.
    La prosa è ubriacante, in alcuni eccessi quasi stomachevole, troppi sapori, troppi odori e troppi colori…non sono sicuro di averli gustati tutti. Grande empatia con Nimbo quando dice invidiando il leader che è uno che da un’idea scintilla la trasforma in falò, a lui rimane sempre scintilla, beh io sono proprio così.
    Lo sfondo degli animali in rappresentazione stile cinico TV è la metafora di cui non ho colto il significato. Non era nella mia generazione lo spirito torturatore ed esplorativo delle loro viscere né il loro parlare immaginato.
    Il fotogramma si ferma alla fine e io non ho capito se Nimbow è già andata, nell’estremo rito sacrificale, o stanno per arrivare i buoni.
    Non lo so se Vasta mi è rimasto troppo avanti o io, grazie alla muffa che avanza nei miei neuroni, sto indietreggiando pericolosamente oppure è soltanto scudo verso il malessere che il romanzo ti sputa addosso.

    ha scritto il 

  • 4

    realismo allegorico

    Dopo la sensazione di disorientamento iniziale nel leggere le prime pagine di questo bel romqnzo, appare chiaro che la vicenda narrata dalla lucida voce di Nimbo, che pur avendo undici anni ragiona, insieme ai suoi compagni, mostrando la consapevolezza e la profondità di un adulto, è una vicend ...continua

    Dopo la sensazione di disorientamento iniziale nel leggere le prime pagine di questo bel romqnzo, appare chiaro che la vicenda narrata dalla lucida voce di Nimbo, che pur avendo undici anni ragiona, insieme ai suoi compagni, mostrando la consapevolezza e la profondità di un adulto, è una vicenda allegorica, rappresentando il percorso dei figli dell' Italia piccolo borghese degli anni settanta, divisa tra degrado e farsa, tra velleità di cambiamento e una cultura di massa consolatoria e conservatrice. Vasta ci fa vedere come i figli di quest'Italia scelgano il terrorismo e la lotta armata: il fascino delle parole e di un certo linguaggio, un linguaggio capace di essere di per sé rivoluzionario, in primo luogo, il fascino di una disciplina che abbraccia il rigore e la serietà bandendo l'ironia che mortifica ed erode l'ideologia, persino di un codice che sancisca l'appartenenza e la diversità rifiutando le modalità comunicative comuni. La rapida escalation di violenza che porta ad "alzare il livello dello scontro" al sequestro e all'omicidio è scritta nella storia del nostro Paese, di cui quella dei piccoli personaggi del romanzo è una chiara metafora. Attraverso un filtro distorto e talora disturbante, una prosa ricca e colta, una scrittura molto visiva e sensoriale, l'autore ci restituisce il sapore reale di quegli anni, risultandoal tempo stesso, meravigliosamente, realistico ed allegorico.

    ha scritto il 

  • 4

    1978.

    1978. Avevo dieci anni. La Telefunken dei miei genitori era ancora in bianco e nero, di quelle a valvole. Quando si spegneva vedevi lo schermo ridursi fino ad un puntino bianco al centro. Fu lì che vidi le immagini del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, in quella che era un ...continua

    1978. Avevo dieci anni. La Telefunken dei miei genitori era ancora in bianco e nero, di quelle a valvole. Quando si spegneva vedevi lo schermo ridursi fino ad un puntino bianco al centro. Fu lì che vidi le immagini del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio 1978, in quella che era una Renault 4 rossa, ma che nella mia memoria è semplicemente grigia, come quegli anni di terrorismo in cui non mancavano mai notizia di stragi, bombe e cadaveri.

    E’ proprio in quell’anno che si svolge la storia dei tre protagonisti di questo libro di Vasta. Tre ragazzini palermitani, i compagni Nimbo – voce narrante – Raggio e Volo, seguono gli avvenimenti, leggono i giornali, non giocano con i loro coetanei, guardano alla vita con uno spietato cinismo.

    ... prosegue qui http://parladellarussia.wordpress.com/2014/08/14/il-tempo-materiale/

    ha scritto il 

  • 4

    "The horror, the horror" nell'Italia delle BR

    E' un filo spinato che viene pressato nel costato del lettore questo libro - non un colpo violento, ma una pressione costante, continua, dolorosa e quasi letale, come quella che Nimbo, Raggio e Volo esercitano sulla loro vittima.
    Questo libro mi ha raccontato l'Italia del 1978 e del terrori ...continua

    E' un filo spinato che viene pressato nel costato del lettore questo libro - non un colpo violento, ma una pressione costante, continua, dolorosa e quasi letale, come quella che Nimbo, Raggio e Volo esercitano sulla loro vittima.
    Questo libro mi ha raccontato l'Italia del 1978 e del terrorismo rosso, riuscendo a trasmettere lo sgomento silenzioso e a raccontare la sofferenza indicibile. E allora avere undicenni capaci di seguire le BR assume un senso compiuto, perché in questo modo siamo davvero messi davanti a ciò che furono quegli anni, soprattutto noi che vivemmo da piccoli quel periodo.
    Ho trovato davvero di grande livello la riflessione di Vasta sul linguaggio: la rivolta estremista usa la parola come arma e anche il linguaggio diviene frattura con gli altri... Il terrorismo rosso ha vissuto di proclami, generando un nuovo codice verbale incomprensibile e folle per il resto del mondo, ma fondamentale per l'esistenza dell'eversione stessa. Così il ruolo dell'alfamuto diviene basilare per spingere i tre ragazzini verso il baratro - e felice intuizione quella di usare gli archetipi della cultura di massa come lettere del proprio nuovo alfabeto.
    E anche come scrittore Vasta mostra una grande capacità nell'usare lo strumento più potente e pericoloso della letteratura : gli aggettivi.

    Da questo passato forse possiamo capire il nostro presente: non siamo forse ora nel 2014 completamente dentro il regno dell'ironia - la più acerrima nemica dei rivoluzionari??

    ha scritto il 

  • 4

    Recensione densa con regalino finale. Astenersi indaffarati.

    Il 1978 è stato, in Italia, l’anno nel quale i conflitti sociali, le lotte di classe, le rivendicazioni e le loro versioni strumentalizzate - ad uso e consumo del sempiterno istinto patrio orientato al tutto cambi perché nulla cambi - raggiunsero il loro apogeo con il sequestro prima e l’uccision ...continua

    Il 1978 è stato, in Italia, l’anno nel quale i conflitti sociali, le lotte di classe, le rivendicazioni e le loro versioni strumentalizzate - ad uso e consumo del sempiterno istinto patrio orientato al tutto cambi perché nulla cambi - raggiunsero il loro apogeo con il sequestro prima e l’uccisione poi di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

    A Palermo - ovverosia alla periferia della storia, giacché la città siciliana non è mai entrata nel novero dei luoghi più caldi degli anni di piombo - tre ragazzini dotati di capacità critico-intellettive proprie degli adulti - anzi, soltanto degli adulti più intelligenti ed eruditi - tentano di affrontare il loro tempo staccandosi completamente dalla realtà quotidiana nella quale sono, loro malgrado, costretti a vivere. Con ragionamenti finissimi e linguaggio ricercato, i tre - sentendosi superiori e odiando genitori, insegnanti, compagni di scuola e, più in generale, la cultura di massa - sfondano le mura di conformismo e come provetti speleologi si incuneano nel corpo di Palermo/Italia, all’interno del quale, è palese, sta capitando qualcosa di significativo. Un qualcosa che dall’esterno si tenta di ignorare o sminuire per mezzo di una stupida ironia e un puerile voltarsi dall’altra parte eseguito giusto un attimo dopo aver ascoltato, con espressione contrita, le ultime nuove al TG della sera. Agli attentanti, ai proclami sempre più definitivi emessi dai terroristi, la gente non sa reagire in altro modo. Si preoccupa, ha paura, ma subito dopo cerca i dimenticare ascoltando l’ultima canzonetta di successo o ridendo alla battuta mediocre pronunciata dal personaggio di uno sceneggiato televisivo.

    La pulizia e l’ordine fittizi con i quali i palermitani/italiani cercano di esorcizzare il putridume di una società alla deriva, vengono accolti dai tre ragazzini con un odio sempre più esacerbato e con il desiderio sempre più impellente di introiettare in quella società sciocca e cieca il virus letale che, finalmente, sia in grado di infettarla a morte.

    È per questo che Nimbo, Volo e Raggio - questi sono i nomi da battaglia che i tre ragazzini si danno - dopo aver tentato di razionalizzare l’irrazionalizzabile con le parole, decidono, sull’esempio delle BR, di passare all’azione. Costituiscono il NOI (Nucleo Osceno Italiano) e partendo dalla scuola media che frequentano, iniziano un percorso eversivo che nella loro testa deve essere ascensionale e portarli, passo dopo passo ma inesorabilmente, al limite estremo. Al punto di non ritorno, alla conquista della colpa come unica possibile conseguenza della militanza attiva e intransigente verso la quale si sentono portati; meglio, verso la quale si sentono obbligati a dirigersi.

    Incominciano con l’appiccare un incendio nel cassetto della cattedra, passano poi a rubare oggetti di cancelleria agli ignari compagni o altro materiale di proprietà della scuola per farne un falò e, calandosi sempre più nel ruolo che si sono autoimposti e avvertendo la necessità di alzare il tiro, di emergere, di diventare visibili nella loro invisibilità di preadolescenti, decidono di uscire dalle ristrette mura scolastiche per colpire la città. La loro ostinazione, la loro folle determinazione, li condurrà fino agli estremi della violenza massima e irrimediabile. Giungono al punto nel quale l’unica possibile soluzione è quella di dichiararsi prigionieri politici. Il loro percorso è terminato. Sembra essere un percorso senza speranza. Sembra, appunto, poiché Nimbo (la voce narrante) capisce, grazie a Winbow - una ragazzina muta e dalla pelle scura nei confronti della quale prova un sentimento che non può essere che definito amore - di dover interrompere quel circolo vizioso che insieme agli altri due membri del NOI aveva messo in moto. Nimbo dice basta. Anche il terribile 1978 è finalmente giunto alla fine. La gente che non sa continuerà a non sapere. Coloro che hanno sempre fatto finta di non capire, continueranno a fingere l’ignoranza. La storia procederà nel suo percorso non curandosi né dei primi né dei secondi e, con eguale superbo distacco, ignorerà i velleitari tentativi di coloro che, sentendosi investiti di un dovere di severa militanza civile, sociale e politica, cercheranno di modificarne la traiettoria con atti incontrovertibili.

    [Ok, adesso basta. Mi tolgo la maschera da “anvedi quanto so’ bravo, me sembro n’intellettuale che c’ha capito tutto” e premio quei pochi (forse dovei limitarmi al singolare) che, con incredibile sprezzo del pericolo e chiaramente senza un cazzo da fare, sono arrivati a leggere fin qui. Vi/Ti premio raccontandovi/ti una storiella il cui titolo potrebbe essere: Il mio ruolo nel sequestro Moro.

    Svolgimento: «In una sera di primavera come tante, me ne stavo comodamente rannicchiato nel pancione di mia madre. Stavamo tornando a casa - io dentro mia madre, mia madre e mio padre - da un pomeriggio di shopping (si usava questo termine nel 1978?) quando, davanti alla cinquecento blu sulla quale stavamo baldanzosamente viaggiando, si palesò la paletta della benemerita. Un maresciallo tipo - ovvero: cicciotto, sudaticcio e con accento campano - fece, senza rinunciare alla teatralità propria del suo ruolo, il gesto di accostare. Mio padre accostò senza riuscire ad evitare un: “E mo’ che vogliono questi?” con sbuffo incorporato.
    “Buonasera”.
    “Buonasera a lei” fece il maresciallo toccandosi la visiera del cappello e chinandosi per esaminare il volto da potenziale terrorista di mia madre. “Favorisca i documenti”.
    “Ecco a lei” disse mio padre porgendoglieli e credendo (sperando) che dopo averli controllati, il milite gli avrebbe fatto cenno di riprendere la marcia.
    Macché! Il maresciallo, scandendo bene le parole, disse: “Scenda dall’auto e apra il bagagliaio”.
    Il bagagliaio? Nella cinquecento? (Cioè, stiamo parlando delle cinquecento di allora, quelle che avevano il motore di dietro).
    Mio padre, incredulo, scese e aprì il cofano. Il maresciallo, dopo aver scambiato un’occhiata con il collega che - va ricordato - per tutto il tempo aveva tenuto sotto tiro mia madre con il mitra d’ordinanza, esaminò con attenzione il piccolo vano dentro il quale c’erano due buste della spesa. Moro non c’era, per quella medaglia se ne riparlerà un’altra volta.
    “Potete andare” disse un po’ deluso.
    “Ma che, cercavate Moro dentro la mia cinquecento?” chiese mio padre ridendo sotto i baffi.
    Tuttavia, lo sguardo truce che gli rivolse il maresciallo e le mascelle sempre più serrate dell’altro carabiniere, gli suggerirono di finirla lì, di risalire in macchina, mettere in moto e riportare a casa la famiglia in espansione.
    A settembre, per vostra disgrazia, sarei venuto alla luce io!»]

    ha scritto il 

  • 5

    Io non so se lo volessi, al momento, ma temo d'avere introiettato, improvvisamente e penosamente, l'essenziale sulla banalità del male e su ogni silenzio spinato, eversivo (d'amore).
    Una sola falla, un'unica - anche vezzosa - lacuna nella narrazione, un trompe-l'œil irrisorio, avrebbero gi ...continua

    Io non so se lo volessi, al momento, ma temo d'avere introiettato, improvvisamente e penosamente, l'essenziale sulla banalità del male e su ogni silenzio spinato, eversivo (d'amore).
    Una sola falla, un'unica - anche vezzosa - lacuna nella narrazione, un trompe-l'œil irrisorio, avrebbero giovato alla respirazione.
    Ma niente.
    Quest'uomo è definitivamente 'colpevole di linguaggio'.

    ha scritto il 

  • 4

    Un'originale storia di iniziazione all'età adulta, quella raccontata da Vasta. Arricchita da una scrittura è densa e forte, evocativa, mai banale e da molte considerazioni interessanti sull'Italia e, soprattutto, sul ruolo della parola e della comunicazione nelle relazioni umane. Il libro comples ...continua

    Un'originale storia di iniziazione all'età adulta, quella raccontata da Vasta. Arricchita da una scrittura è densa e forte, evocativa, mai banale e da molte considerazioni interessanti sull'Italia e, soprattutto, sul ruolo della parola e della comunicazione nelle relazioni umane. Il libro complessivamente è bello. A tratti anche molto bello. Complessivamente mi resta solo una perplessità, ovvero il fatto - come già rilevato da qualcuno - che proprio la complessità e la profondità (maturità) dell'opera porti nel lettore a sviluppare ben presto una sostanziale mancanza di credibilità, in quanto suona davvero poco probabile che un ragazzino di 11 anni possa fare considerazioni di questo tipo, giacché il libro è tutto raccontato in prima persona. Diciamo che Vasta avrebbe forse potuto ovviare all'inconveniente raccontando la storia in terza persona, sebbene in questo modo forse l'impianto narrativo avrebbe perso di immediatezza. Autore comunque da tenere d'occhio.

    ha scritto il 

  • 4

    Noi colpiamo al cuore ma il cuore non c'è

    La surreale storia di tre ragazzetti che fondano una cellula terroristica a Palermo nel 1978, l'anno del rapimento e ammazzamento di Aldo Moro, l'anno della definitiva perdita d'innocenza della Repubblica.


    C'è chi ha scritto che questo libro vale più di mille saggi sociopolitici sugli anni ...continua

    La surreale storia di tre ragazzetti che fondano una cellula terroristica a Palermo nel 1978, l'anno del rapimento e ammazzamento di Aldo Moro, l'anno della definitiva perdita d'innocenza della Repubblica.

    C'è chi ha scritto che questo libro vale più di mille saggi sociopolitici sugli anni 70'. Probabile abbia le sue ragioni.

    Un libro malato, ostico, complesso, pieno di simboli e e paradossi, pervaso da un mondo immaginifico senza pari.

    Vasta fabbrica parole di lotta e le mette in bocca e nei crani rasati di questi essere infantili, criminali e ridicoli, che detestano l'ironia, pronti a sacrificare tutto in nome dell'ideologia, pronti a non risparmiare niente e nessuno, in attesa della sconfitta perfetta contro un nemico che comprende tutto.

    Sino alle ultime pagine, Vasta difende la conoscenza quale forma rara e preziosa per la salvezza, per creare mondi altri, a patto che tale conoscenza, che prende la forma del linguaggio, non si tramuti in un mero strumento meccanico che espelle sentimenti e compassione.

    Quello che meno si ama in questo libro, e lo dico unicamente per gusto personale, è la sua estrema prolissità, giustificabile solo per quello che è l'intento di base dello scrittore.

    narrazione fondamentale.

    ha scritto il 

  • 0

    STORIA DI UN'IMPASSE (di Eleonora Cesaretti)

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1145-storia-di-unimpasse


    Potrei scrivere pagine e pagine parlando delle particolarità del libro di Vasta, eppure non riuscirei ad esaurire tutto il suo potenziale narrativo ed ideologico. C’è però da sottolineare che si tratta di un libro ...continua

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1145-storia-di-unimpasse

    Potrei scrivere pagine e pagine parlando delle particolarità del libro di Vasta, eppure non riuscirei ad esaurire tutto il suo potenziale narrativo ed ideologico. C’è però da sottolineare che si tratta di un libro estremamente complicato, quasi stratificato: dal tema principale si dipanano diversi fili conduttori che, in maniera più o meno manifesta, vanno a scavare, quasi con un lavoro di erosione, la struttura carsica della società della fine degli anni Settanta.

    ha scritto il 

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