Il trionfo della morte

Di

Editore: Mondadori

3.8
(346)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 556 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804506466 | Isbn-13: 9788804506461 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook , Altri

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Rosa

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  • 1

    Solo moda e nulla più

    Bisogna leggere D'Annunzio liberi da sciocchi preconcetti ideologici.
    Al che si fa chiaro il divario che intercorre fra l'opera profondamente innovatrice della sua produzione poetica e la mediocrità d ...continua

    Bisogna leggere D'Annunzio liberi da sciocchi preconcetti ideologici.
    Al che si fa chiaro il divario che intercorre fra l'opera profondamente innovatrice della sua produzione poetica e la mediocrità della sua prosa. Uno stile davvero fastidioso, che rende ardua la lettura non per complessità sintattiche - tutt'altro -, ma per la sua connaturata sgradevolezza. Arrivare alla fine ha rasentato la tortura.

    ha scritto il 

  • 5

    Trionfo della morte - trilogia della rosa 3

    Nel romanzo che chiude questa trilogia, protagonista è la morte esplorata nelle sue varie facce, quella morbosa, nell'osservare quella degli altri, quella che accompagna sempre Giorgio Aurispa nelle s ...continua

    Nel romanzo che chiude questa trilogia, protagonista è la morte esplorata nelle sue varie facce, quella morbosa, nell'osservare quella degli altri, quella che accompagna sempre Giorgio Aurispa nelle sue elucubrazioni e da lui auspicata per porvi appunto fine, quella poi invocata per spezzare la sua schiavitù dall'amore verso Ippolita, quella di Ippolita per rendere reale quello che molti vagheggiano e cioè l'idealizzazione del possesso supremo nella morte della persona amata, e poi quella per lui perfetta, la morte di entrambi per fermare il vortice senza fine dei pensieri nell'estremo atto finale (ma lei non era tanto d'accordo!).
    In queste pagine, ma del resto anche negli altri romanzi della trilogia, d'Annunzio con una descrittività maniacale fa dei profondi profili introspettivi dei personaggi, che denotano gli studi da lui fatti sulle scienze, moderne per l'epoca, che sancivano il rapporto tra l'inconscio e i comportamenti del genere umano.
    Ci regala poi delle bellissime pagine nel capitolo sulla visita al
    Santuario di Casalbordino, di una visionarietà che sconfina nel surreale, fatti ed eventi da lui osservati direttamente.
    Su tutto traspare, nelle descrizioni dei luoghi, delle usanze e delle
    tradizioni, l'amore per il suo Abruzzo, terra da lui mai dimenticata.
    La morte quindi come voluttà estrema, lungamente pensata e poi portata a termine con fredda ed esaltata lucidità per placare le proprie nevrosi e trovare finalmente pace tra le braccia di colei che tutti accoglie indistintamente.
    La lettura è molto pesante, le lunghe descrizioni a volte spossano, ma l'italiano di d'Annunzio non ha eguali per ricercatezza, varietà ed eleganza, e questo aiuta molto, per chi sa apprezzarlo, nella lettura di questo libro, che può meritatamente definirsi come un vero e proprio "Trionfo della morte"!!

    ha scritto il 

  • 5

    "L'amore è la più grande fra le tristezze umane perché è il supremo sforzo che l'uomo tenta per uscire dalla solitudine."

    Terzo e ultimo dei cosiddetti “romanzi della rosa”, l’opera è incentrata sulla storia d'amore che vivono Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio. Si tratta di un rapporto alquanto tormentato che ha inizio a ...continua

    Terzo e ultimo dei cosiddetti “romanzi della rosa”, l’opera è incentrata sulla storia d'amore che vivono Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio. Si tratta di un rapporto alquanto tormentato che ha inizio a Roma, tra il profumo dell'incenso e delle violette, e ha fine in modo tragico in una località marina di quell'Abruzzo tanto caro a Gabriele d’Annunzio.
    Non privo di elementi autobiografici, il romanzo presenta una componente molto importante, forse ancor più dell'eros, che aleggia nel corso della narrazione: la morte, “l'invincibile”, come non a caso s'intitola il libro sesto. Questa, infatti, non si svela soltanto nella parte conclusiva, al momento del gesto folle dell'Aurispa, ma nel procedere della storia si possono scorgere diversi elementi che l’annunciano, rendendola così onnipresente: la chiazza nerastra lasciata dal suicida sulla strada, a Roma; Ippolita che cala il velo nero sull'ultimo bacio prima che Giorgio si rechi a Guardiagrele; il funerale del parroco del paese; il ragazzetto con la stampella del corteo funebre; il figlio della sorella Cristina, il bimbo dalla grossa testa sempre china sul petto; il viso cadaverico dell'ingorda zia Gioconda; il violino dello zio Demetrio che sta chiuso nella custodia come un cadavere nella bara; il bambino annegato nelle acque di San Vito; le masse pellegrinanti a Casalbordino. Suonano tutti come presagi di morte, per non parlare del ricordo, sempre vivo nella memoria del protagonista, dello stesso Demetrio, lo zio suicida, l'uomo dolce e meditativo nel quale spiccava “una ciocca bianca tra i capelli oscuri che gli si partiva di sul mezzo della fronte”.
    Una storia molto intensa, al pari dei suoi protagonisti: Giorgio, che “non poteva sottrarsi al bisogno di cercare la felicità nel possesso di un'altra creatura”, rappresenta forse la parte più tormentata, quella che più soffre all'interno della coppia; il suo è anzitutto un dolore spirituale che si acuisce ogni volta in cui viene meno il controllo su Ippolita. E non si tratta di un possesso puramente fisico quello al quale lui aspira. Lei, che è donna sensuale, anzi la voluttà in persona, finisce per rappresentare invece la parte più materiale poiché ostenta un terribile attaccamento alla vita, al suo corpo, a quello dell'amante e al sesso. Tanti sono gli aspetti sotto i quali d’Annunzio la presenta, al punto che la donna diventa via via quasi irriconoscibile rispetto alla creatura calma e dotata di singolare dolcezza quale era inizialmente apparsa. A tratti crudelmente puerile, come quando con un fermaglio infilza per le ali una farfalla crepuscolare, Ippolita finisce per diventare la “Nemica”, come più volta la definisce Giorgio. Particolarmente incisiva una delle sue ultime immagini, ovvero quando, durante la sera fatale, da novella Eva offre una pesca da lei morsa al compagno. Sempre durante quell’ultima sera in Ippolita la trasformazione si porta a compimento e lei diventa ormai un essere voluttuoso e terrificante al tempo stesso, soprattutto quando le sue risa rompono il silenzio della notte: “Ed ella a un tratto fu presa da un riso nervoso, frenetico, incoercibile – lugubre come il riso d’una demente”.
    (estate 1992)

    ha scritto il 

  • 1

    "Leggetelo per capire come D'Annunzio abbia provato ad innovare il genere romanzo", disse la mia professoressa di letteratura contemporanea. Io l'ho letto, e l'unica cosa che posso dire è che il gener ...continua

    "Leggetelo per capire come D'Annunzio abbia provato ad innovare il genere romanzo", disse la mia professoressa di letteratura contemporanea. Io l'ho letto, e l'unica cosa che posso dire è che il genere romanzo non aveva nessun bisogno di questo "coraggioso" tentativo. Noioso e banale fino al dolore fisico.

    ha scritto il 

  • 3

    Ricordo, in un'antologia scolastica, un estratto di questo libro (quello nel quale Giorgio, rimuginando sui piedi di Ippolita, scorge nella bruttezza della loro forma l'indizio di una volgarità plebea ...continua

    Ricordo, in un'antologia scolastica, un estratto di questo libro (quello nel quale Giorgio, rimuginando sui piedi di Ippolita, scorge nella bruttezza della loro forma l'indizio di una volgarità plebea). Di quel brano mi restò impresso soprattutto un termine, meglio, un aggettivo che mi sembrava, ad un tempo, calzante e assolutamente inadeguato: panico.
    Panico era, per D'Annunzio, l'armonioso e asciutto rapporto che veniva a stabilirsi tra i corpi sottili dei due amanti e la Natura circostante, dentro la quale i due quasi sparivano. Tutto Il trionfo della morte, forse, può essere ricondotto al concetto di dissoluzione, di abbandono, di una mollezza capace di stordire i sensi, mentre invita a non opporre alcuna resistenza: si sfalda, qua dentro, la carne degli uomini (l'umanità intera è come un grande corpo martoriato, marcescente, coinvolto in un inarrestabile processo di deformazione, di abbrutimento nel quale persino la sostanza, senza più alcuna gabbia che la tenga, si disperde. Il corpo dell'umanità è quello del corteo dei pellegrini poveri, storpi e deformi, che D'Annunzio descrive), si logora il senno di Giorgio, si allenta il pudore di Ippolita, si scompone in molecole l'amore, esasperato da una sensualità stanca, da una contatto continuato che non porta complicità, ma solo stanchezza (arriva, in ogni amore, il tragico momento in cui l'amante da Compagna, diventa Nemica).
    In un simile quadro nulla resiste, alla fine, tranne la morte, punto di luce, promessa di calma, di pace (quella pace alla quale Giorgio brinda durante l'ultimo, fatale pasto), solenne e agognata (paradossale che la morte appaia come la sola salvezza possibile), la musica, vagamente salvifica, e la noia (l'unico brivido di piacere lo danno l'amore rievocato e l'illusione di una serenità ancora possibile).
    Colpiscono, nella scrittura precisissima di D'Annunzio, alcune frasi leggere come veli, stupendamente fluttuanti, e altre laceranti, colme di una pena resa con parole che non la tradiscono (lo scrittore riesce a raccontare persino il dolore, pazzo, di due madri). Con altrettanta forza colpiscono però alcuni ragionamenti involuti, riproposti in modo quasi ossessivo. E colpisce lo spregio nei confronti del sentimento (considerato prerogativa esclusivamente femminile), delle donne e della vita.
    L'inizio e la fine del libro, rispettivamente principio e conclusione di una triste parabola d'amore e di morte, sono esemplari: la sonnolenta e placida lentezza del primo introduce il lettore nella storia; il ritmo forsennato del secondo, caratterizzato da un drammatico crescendo, lo rigetta con forza nella realtà.

    ha scritto il 

  • 5

    L'eterna sigaretta di Zeno Cosini

    Meraviglioso frutto di un giovane superbo. Giovane; si sente, mio buon Gabriele, la tua posa istrionica nell'uso delle parole, in ogni rima interna, in ogni ridondanza. Si vede che ci vuoi mostrare ch ...continua

    Meraviglioso frutto di un giovane superbo. Giovane; si sente, mio buon Gabriele, la tua posa istrionica nell'uso delle parole, in ogni rima interna, in ogni ridondanza. Si vede che ci vuoi mostrare che sei bravo; sei bravo, lo sei troppo. Il tuo desiderio di lasciarci stupefatti diventa fatica nel computare le parole, nel tenere a mente ogni aggettivo, ogni atmosfera inebriante, e diventa stucchevole. Unica pecca; te la perdono.

    A diciott'anni mi avrebbe mandato in sollucchero.
    Giorgio, rampollo della nobile genia degli antieroi d'europa, uomini nervosi di un continente vecchio, languente, sarebbe stato il mio uomo. La sua inimicizia per il vitalismo animale, naturale, il suo rifugio nell'oltre-vita come elevazione dal basso dominio della biologia, il suo amore per la malattia, la fascinazione per la debolezza, sono stati miei. Ho anch'io trovato molte anime gemelle nei libri, fumando innumerevoli sigarette all'ombra benevola di Zeno Cosini. E anche Giorgio entra di diritto nella mia galleria degli avi incapaci cui guardo con venerazione e distanza perché in fondo, nella vita mi trovo e la vita, e non la morte, affermo.
    A diciott'anni mi avrebbe mandato in sollucchero; a ventitré, è come ritrovarsi con un vecchio amico nel tuo lontano paese d'infanzia. Oltre gli anni nei suoi tratti (o nei tuoi occhi) riesci a vedere che non è cambiato. Hai una voglia nostalgica di ritornare a tutti i discorsi di un tempo, che conosci a memoria. Ti stupisci ancora dell'affinità profonda che c'è tra voi, e lo ami come lo amasti allora, e come farai sempre. Lo lasci col sentimento mesto che, nonostante i tuoi sogni siano altrove, la tua vita, il tuo credo, la più ancestrale delle tue verità rimanga lì, con lui, immutata negli anni, luminosa come la prima intuizione che avesti da giovane. Lo saluti chiamandolo fratello, e poi riprendi la tua valigia d'attore, da uomo d'altre avventure, e risali sul tuo treno consueto. La tua vita è lontana, e sai che per tanto, o forse mai, lo rivedrai.

    ha scritto il 

  • 3

    É proprio vero...chi ha il pane non ha denti e chi ha denti non ha il pane.
    Sinceramente manderei sia Giorgio Aurispa sia Andrea Sperelli in miniera così da far passare loro tutte le "paturnie"(o segh ...continua

    É proprio vero...chi ha il pane non ha denti e chi ha denti non ha il pane.
    Sinceramente manderei sia Giorgio Aurispa sia Andrea Sperelli in miniera così da far passare loro tutte le "paturnie"(o seghe mentali che dir si voglia).
    Quanto allo stile di D'Annunzio é a dir poco pomposo e saccente(anche a lui un giretto in miniera non avrebbe fatto male).

    ha scritto il 

  • 4

    Non sono un cultore del Vate e, devo essere sincero, è la mia prima lettura (se escludiamo gli approcci scolastici), tuttavia sono stato rapito. Pagina dopo pagina ho assaporato la scrittura raffinat ...continua

    Non sono un cultore del Vate e, devo essere sincero, è la mia prima lettura (se escludiamo gli approcci scolastici), tuttavia sono stato rapito. Pagina dopo pagina ho assaporato la scrittura raffinata e ricca di atmosfere (entusiasmante la descrizione del luogo di vacanza, la stanza da letto.
    Forse ha contribuito una edizione del 1942 con annotazioni, sottolineature e la percezione di essere stato preceduto da mille altri occhi.......

    ha scritto il 

  • 3

    Le parole scorrono fluide e hanno il potere di mostrarti innanzi la terra d'Abruzzo, la ghiaia rovente nei pomeriggi estivi, il placido Adriatico punteggiato delle barche dei pescatori...
    Non ho mai a ...continua

    Le parole scorrono fluide e hanno il potere di mostrarti innanzi la terra d'Abruzzo, la ghiaia rovente nei pomeriggi estivi, il placido Adriatico punteggiato delle barche dei pescatori...
    Non ho mai amato particolarmente D'Annunzio, ma devo ammettere che scrive in modo sublime!

    ha scritto il