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Il trionfo della morte

By Gabriele D'Annunzio

(346)

| Paperback | 9788804506461

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24 Reviews

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    "Leggetelo per capire come D'Annunzio abbia provato ad innovare il genere romanzo", disse la mia professoressa di letteratura contemporanea. Io l'ho letto, e l'unica cosa che posso dire è che il genere romanzo non aveva nessun bisogno di questo "cora ...(continue)

    "Leggetelo per capire come D'Annunzio abbia provato ad innovare il genere romanzo", disse la mia professoressa di letteratura contemporanea. Io l'ho letto, e l'unica cosa che posso dire è che il genere romanzo non aveva nessun bisogno di questo "coraggioso" tentativo. Noioso e banale fino al dolore fisico.

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    Fabio Salis said on Feb 23, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ricordo, in un'antologia scolastica, un estratto di questo libro (quello nel quale Giorgio, rimuginando sui piedi di Ippolita, scorge nella bruttezza della loro forma l'indizio di una volgarità plebea). Di quel brano mi restò impresso soprattutto un ...(continue)

    Ricordo, in un'antologia scolastica, un estratto di questo libro (quello nel quale Giorgio, rimuginando sui piedi di Ippolita, scorge nella bruttezza della loro forma l'indizio di una volgarità plebea). Di quel brano mi restò impresso soprattutto un termine, meglio, un aggettivo che mi sembrava, ad un tempo, calzante e assolutamente inadeguato: panico.
    Panico era, per D'Annunzio, l'armonioso e asciutto rapporto che veniva a stabilirsi tra i corpi sottili dei due amanti e la Natura circostante, dentro la quale i due quasi sparivano. Tutto Il trionfo della morte, forse, può essere ricondotto al concetto di dissoluzione, di abbandono, di una mollezza capace di stordire i sensi, mentre invita a non opporre alcuna resistenza: si sfalda, qua dentro, la carne degli uomini (l'umanità intera è come un grande corpo martoriato, marcescente, coinvolto in un inarrestabile processo di deformazione, di abbrutimento nel quale persino la sostanza, senza più alcuna gabbia che la tenga, si disperde. Il corpo dell'umanità è quello del corteo dei pellegrini poveri, storpi e deformi, che D'Annunzio descrive), si logora il senno di Giorgio, si allenta il pudore di Ippolita, si scompone in molecole l'amore, esasperato da una sensualità stanca, da una contatto continuato che non porta complicità, ma solo stanchezza (arriva, in ogni amore, il tragico momento in cui l'amante da Compagna, diventa Nemica).
    In un simile quadro nulla resiste, alla fine, tranne la morte, punto di luce, promessa di calma, di pace (quella pace alla quale Giorgio brinda durante l'ultimo, fatale pasto), solenne e agognata (paradossale che la morte appaia come la sola salvezza possibile), la musica, vagamente salvifica, e la noia (l'unico brivido di piacere lo danno l'amore rievocato e l'illusione di una serenità ancora possibile).
    Colpiscono, nella scrittura precisissima di D'Annunzio, alcune frasi leggere come veli, stupendamente fluttuanti, e altre laceranti, colme di una pena resa con parole che non la tradiscono (lo scrittore riesce a raccontare persino il dolore, pazzo, di due madri). Con altrettanta forza colpiscono però alcuni ragionamenti involuti, riproposti in modo quasi ossessivo. E colpisce lo spregio nei confronti del sentimento (considerato prerogativa esclusivamente femminile), delle donne e della vita.
    L'inizio e la fine del libro, rispettivamente principio e conclusione di una triste parabola d'amore e di morte, sono esemplari: la sonnolenta e placida lentezza del primo introduce il lettore nella storia; il ritmo forsennato del secondo, caratterizzato da un drammatico crescendo, lo rigetta con forza nella realtà.

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    alice said on May 31, 2013 | 1 feedback

  • 2 people find this helpful

    L'eterna sigaretta di Zeno Cosini

    Meraviglioso frutto di un giovane superbo. Giovane; si sente, mio buon Gabriele, la tua posa istrionica nell'uso delle parole, in ogni rima interna, in ogni ridondanza. Si vede che ci vuoi mostrare che sei bravo; sei bravo, lo sei troppo. Il tuo desi ...(continue)

    Meraviglioso frutto di un giovane superbo. Giovane; si sente, mio buon Gabriele, la tua posa istrionica nell'uso delle parole, in ogni rima interna, in ogni ridondanza. Si vede che ci vuoi mostrare che sei bravo; sei bravo, lo sei troppo. Il tuo desiderio di lasciarci stupefatti diventa fatica nel computare le parole, nel tenere a mente ogni aggettivo, ogni atmosfera inebriante, e diventa stucchevole. Unica pecca; te la perdono.

    A diciott'anni mi avrebbe mandato in sollucchero.
    Giorgio, rampollo della nobile genia degli antieroi d'europa, uomini nervosi di un continente vecchio, languente, sarebbe stato il mio uomo. La sua inimicizia per il vitalismo animale, naturale, il suo rifugio nell'oltre-vita come elevazione dal basso dominio della biologia, il suo amore per la malattia, la fascinazione per la debolezza, sono stati miei. Ho anch'io trovato molte anime gemelle nei libri, fumando innumerevoli sigarette all'ombra benevola di Zeno Cosini. E anche Giorgio entra di diritto nella mia galleria degli avi incapaci cui guardo con venerazione e distanza perché in fondo, nella vita mi trovo e la vita, e non la morte, affermo.
    A diciott'anni mi avrebbe mandato in sollucchero; a ventitré, è come ritrovarsi con un vecchio amico nel tuo lontano paese d'infanzia. Oltre gli anni nei suoi tratti (o nei tuoi occhi) riesci a vedere che non è cambiato. Hai una voglia nostalgica di ritornare a tutti i discorsi di un tempo, che conosci a memoria. Ti stupisci ancora dell'affinità profonda che c'è tra voi, e lo ami come lo amasti allora, e come farai sempre. Lo lasci col sentimento mesto che, nonostante i tuoi sogni siano altrove, la tua vita, il tuo credo, la più ancestrale delle tue verità rimanga lì, con lui, immutata negli anni, luminosa come la prima intuizione che avesti da giovane. Lo saluti chiamandolo fratello, e poi riprendi la tua valigia d'attore, da uomo d'altre avventure, e risali sul tuo treno consueto. La tua vita è lontana, e sai che per tanto, o forse mai, lo rivedrai.

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    Stefano Allen said on Apr 5, 2013 | Add your feedback

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    É proprio vero...chi ha il pane non ha denti e chi ha denti non ha il pane.
    Sinceramente manderei sia Giorgio Aurispa sia Andrea Sperelli in miniera così da far passare loro tutte le "paturnie"(o seghe mentali che dir si voglia).
    Quanto allo stile d ...(continue)

    É proprio vero...chi ha il pane non ha denti e chi ha denti non ha il pane.
    Sinceramente manderei sia Giorgio Aurispa sia Andrea Sperelli in miniera così da far passare loro tutte le "paturnie"(o seghe mentali che dir si voglia).
    Quanto allo stile di D'Annunzio é a dir poco pomposo e saccente(anche a lui un giretto in miniera non avrebbe fatto male).

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    easyreader said on Nov 20, 2012 | Add your feedback

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    Le parole scorrono fluide e hanno il potere di mostrarti innanzi la terra d'Abruzzo, la ghiaia rovente nei pomeriggi estivi, il placido Adriatico punteggiato delle barche dei pescatori...
    Non ho mai amato particolarmente D'Annunzio, ma devo ammettere ...(continue)

    Le parole scorrono fluide e hanno il potere di mostrarti innanzi la terra d'Abruzzo, la ghiaia rovente nei pomeriggi estivi, il placido Adriatico punteggiato delle barche dei pescatori...
    Non ho mai amato particolarmente D'Annunzio, ma devo ammettere che scrive in modo sublime!

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    guppy said on May 31, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    E' il romanzo del mio io decadente...
    ... come si cambia nella vita! a 18 anni leggevo D'Annunzio, a 35 Harry Potter e vi assicuro che sto molto meglio adesso!!! ;)))

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    Ghibel said on Mar 6, 2012 | 2 feedbacks

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