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Il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti

By Fedor M. Dostoevskij

(46)

| Paperback

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Book Description

Com’è noto, nel 1849 Dostoevskij fu arrestato, assieme ad altri membri del gruppo detto dei Petasevey, che finì con la condanna a morte di alcuni di loro. L’esecuzione fu sospesa all’ultimo momento, e la pena commutata per Dostoevskij a quattro anni Continue

Com’è noto, nel 1849 Dostoevskij fu arrestato, assieme ad altri membri del gruppo detto dei Petasevey, che finì con la condanna a morte di alcuni di loro. L’esecuzione fu sospesa all’ultimo momento, e la pena commutata per Dostoevskij a quattro anni di lavori forzati. In seguito si innamorò di Maria Dmitrievna, che sposò nel 1857. La loro vita coniugale fu un seguito di tormenti ma l’amore dello scrittore non venne mai meno, e il ricordo di questa prima passione durò per sempre; tanto che Dostoevskij vi ritornò con molti suoi scritti. Al passato, anche, si riallacciano gli unici due romanzi cosiddetti umoristici, “Il villaggio di Stepancikovo” e il “Sogno dello ziuccio”. Nonostante lo sforzo per nasconderlo, il riflesso del dolore e delle amarezze provate, con quella profondità di visione acquisita con le esperienze, riaffiora attraverso lo schermo di questa vena per lui insolita.

15 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Anime pure

    Un romanzo umoristico di Dostoevskij in cui il protagonista, zio del narratore, a causa della propria eccessiva bontà subisce raggiri e offese da parte di un personaggio parassita, ovvero Foma Fomic.
    Incredibile e senza apparente spiegazione razional ...(continue)

    Un romanzo umoristico di Dostoevskij in cui il protagonista, zio del narratore, a causa della propria eccessiva bontà subisce raggiri e offese da parte di un personaggio parassita, ovvero Foma Fomic.
    Incredibile e senza apparente spiegazione razionale, come l'autore russo riesca a far rivivere le anime dei personaggi anche attraverso una storia semplice e banale, portando alla vita gli stessi ogni volta che il lettore sfogli una pagina.

    "Io con calore presi a dire che anche in chi è caduto si possono mantenere vivi sentimenti umani altissimi, che la profondità dell'animo umano è insondabile, che non bisogna disprezzare chi è caduto, ma al contrario bisogna andare loro incontro e risollevarli, che è falsa la misura universalmente accettata del bene e della moralità, e così via, e così via."

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    Andresilver said on Apr 19, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Qualcuno mi ha suggerito quest'opera come “chicca” del mio scrittore preferito e devo dire che la definizione ci sta a pennello: un vero gioiellino, costruito in modo impeccabile. Pare che lo stesso Dosto considerasse questa come la sua opera miglior ...(continue)

    Qualcuno mi ha suggerito quest'opera come “chicca” del mio scrittore preferito e devo dire che la definizione ci sta a pennello: un vero gioiellino, costruito in modo impeccabile. Pare che lo stesso Dosto considerasse questa come la sua opera migliore (bè... fino a quel momento! direi che dopo di capolavori ne sono venuti fuori dalla sua penna!) e questo perché, per dirla con le sue stesse parole “vi sono due grossissimi caratteri tipici, elaborati (secondo me) alla perfezione, caratteri russi in tutto e per tutto e mai rappresentati fin ora nella letteratura russa.” (Piccola parentesi: avevo già avuto modo di constatare che Dostoevskij avesse molto a cuore il riuscire a rappresentare nelle sue opere l'anima del popolo russo, e questo l'ho sempre trovato molto affascinante...)
    I due personaggi in questione sono l'uno l'opposto dell'altro: da una parte la personificazione della boria, dell'amor proprio non giustificato da nessun talento (e nemmeno da una presunta vita di sofferenze e umiliazioni che voglia in qualche modo essere riscattata), dall'altra la bontà, la generosità, il candore portati all'estremo, fino a sconfinare nell'assoluta incapacità di affermare la propria personalità e persino la propria dignità di essere umano. E' incredibile come queste due figure così diverse si compenetrino a vicenda e quasi si completino: come potrebbe essere Fomà Fomic il tiranno stolto e vanaglorioso che è, se non avesse dall'altra parte un uomo che gli si sottomette in tutto (sebbene non a causa di un mero servilismo bensì di un'estrema nobiltà d'animo)?
    Dal punto di vista della narrazione, fin dalle prime pagine mi è sembrato quasi di vivere un deja-vu (o meglio... un deja-lu!!!) con L'idiota... Le premesse sono simili: una serie di personaggi; una situazione “complicata” non svelata del tutto ma di cui si intuisce la portata; l'arrivo di un personaggio estraneo alla vicenda proprio nel momento in cui questa raggiunge il suo apice. L'equilibrio continuamente minacciato sembra sul punto di spezzarsi definitivamente: i nodi vengono al pettine e si ha l'impressione che la situazione stia per precipitare da un momento all'altro... Eppure la cosa più bella è che, nonostante i continui colpi di scena, la “coerenza interna” dei due caratteri è talmente grande da far sì che nessuno dei due smentisca mai la propria indole; anzi, il “lieto fine” (così raro in Dosto) non ha altra funzione che confermare la perfezione e la reciprocità dei due caratteri contro ogni aspettativa del buon senso, fino alla fine.
    Credo che davvero in questo breve romanzo, il mio amato scrittore abbia dato il meglio di sé... e chissà se è proprio dallo studio di alcuni di questi personaggi, così finemente tratteggiati (sebbene, inevitabilmente, semplificati e quasi caricaturali), che poi hanno preso vita le figure grandiose delle sue opere più celebri!

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    newlife said on Oct 22, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un Dostoevskij molto diverso da quello al quale siamo abituati. Un racconto che somiglia molto ad una piece teatrale con i sui dialoghi serrati, i colpi di scena, la rapidità di esecuzione dei vari "atti". Comunqueè ancora il grande scrittore dei car ...(continue)

    Un Dostoevskij molto diverso da quello al quale siamo abituati. Un racconto che somiglia molto ad una piece teatrale con i sui dialoghi serrati, i colpi di scena, la rapidità di esecuzione dei vari "atti". Comunqueè ancora il grande scrittore dei caratteri russi. Il libro non ha pretese filosofiche ma rappresenta quasi una ricerca sull' "Uomo" russo, la miseria morale, la sua ignoranza, la volubilità del carattere. Ma è Dostoevskij e dunque non ci dobbiamo aspettare trama e finale banali. Così che l'orrendo despota alla fine diventa protagonista della salvezza. Un Dostoevskij da scoprire-

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    Diceros said on Aug 25, 2013 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Da questo libro che D scrisse dopo la sua scarcerazione dal gulag siberiano non mi aspettavo molto quindi son stato piacevolmente sorpreso.
    Bellissime tutte le figure descritte ma è la figura centrale, Fomà Fomic, il vero gioiello dei questo libro. ...(continue)

    Da questo libro che D scrisse dopo la sua scarcerazione dal gulag siberiano non mi aspettavo molto quindi son stato piacevolmente sorpreso.
    Bellissime tutte le figure descritte ma è la figura centrale, Fomà Fomic, il vero gioiello dei questo libro. Egli riesce, grazie al proprio sconfinato amor proprio, grazie alla sua capacità di girare la realtà a suo favore ed alle sue infinite scenate di vittimismo, a far cadere letteralmente ai suoi piedi i signori di Stepancikovo. Un truffatore o un truffatore involontario? Egli sfrutta a suo favore la bontà e la credulità facendo addirittura credere agli altri di essere lui il più buono e pieno di virtù. Egli sa concedere grazia per proprio tornaconto, si inscena vittima e martire rinunciando a vantaggi immediati per vantaggi futuri. Si ingrazia tutti. Ma lo fa per proprio carattere o per un fine calcolo?
    Ma la domanda prinicipale che mi pongo è: vincerà anche le prossime elezioni?? Aspettate….. Forse mi sto confondendo….

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    Paranoid Android (Meno male che Anobii c'è!) said on Jan 2, 2013 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    http://antoniodileta.wordpress.com/2012/12/12/il-villag… “Immaginatevi dunque un ometto, il più insignificante, il più vile, un rifiuto della società, non necessario a nessuno, assolutamente r ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2012/12/12/il-villag…

    “Immaginatevi dunque un ometto, il più insignificante, il più vile, un rifiuto della società, non necessario a nessuno, assolutamente ripugnante, ma dotato di un amor proprio sconfinato, e per giunta privo di qualsiasi talento con cui poter in qualche modo giustificare il suo amor proprio così morbosamente esasperato. Vi avverto in anticipo: Fomà Fomìč è la personificazione del più sconfinato amor proprio, ma al contempo di un amor proprio molto particolare, e precisamente di quello che si associa alla più completa nullità e, come accade abitualmente in simili circostanze, di un amor proprio offeso, mortificato dai duri insuccessi passati, suppurato da molto tempo e da allora a ogni incontro e a ogni successo altrui secernente da sé invidia e veleno. Ed è inutile dire che tutto questo è condito dalla più indecente permalosità e dalla più forsennata diffidenza. Mi si chiederà: da dove viene fuori un tale questo amor proprio?”
    (Fëdor Dostoevskij, “Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti”)

    “Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti” è considerata un’opera minore di Dostoevskij, quasi fosse una sorta di allenamento dello scrittore in vista dei successivi capolavori della maturità post - Siberia. Sono riuscito finalmente a procurarmi e a leggere questo testo, dopo averlo cercato invano per librerie. L’ho trovato alla recente Fiera della piccola e media editoria a Roma. Va detto che il romanzo, scritto di ritorno dai tremendi anni siberiani, non è certo paragonabile a capolavori quali “L’Idiota”, “I demoni”, “Delitto e castigo”, “Memorie dal sottosuolo” o “I fratelli Karamazov”. Ciò premesso, a mio avviso rappresenta pur sempre un mirabile saggio dell’arte di essere romanziere.
    In questo testo Dostoevskij non scende ancora a fondo negli abissi della psiche umana, come farà negli anni a seguire, piuttosto mette maggiormente in luce la sua vena ironica e una certa leggerezza accompagna tutta la vicenda narrata. Non mancano, tuttavia, qua e là, passaggi in cui è prefigurata quella profondità d’analisi che farà di lui uno scrittore – filosofo di rara grandezza.
    Com’è intuibile dal titolo, in questo libro l’autore descrive alcuni abitanti del villaggio di Stepànčikovo e in particolare uno di essi, Fomà Fomìč, un buffone di mezza età che ha fallito la scalata sociale ma che per motivi all’apparenza inspiegabili riesce a insinuarsi nell’esistenza di una famiglia del villaggio, sconvolgendone le abitudini, con atteggiamenti supponenti e odiosi, che pure, invece che procurargli disistima, lo rendono presto una sorta di autorità per tutta una serie di personaggi collaterali deboli di carattere e piuttosto stolti.
    Il narratore della vicenda, nipote del soggetto presso la cui proprietà si è installato Fomà, assiste con sbigottimento crescente alla dilagante follia collettiva che impedisce agli altri di prendere coscienza del vuoto che Fomà rappresenta. Il romanzo, ripeto, non ha lo “spessore” né la struttura, la mole, degli altri sopra citati, piuttosto somiglia a un’agile rappresentazione teatrale, non priva di momenti esilaranti e d’intrighi sentimentali.
    Le opere di Dostoevskij restano di grande attualità, perché a parte le vicende specifiche (e quindi al netto delle carrozze trainate dai cavalli che troviamo al posto dei nostri odierni treni) sono pregne di spunti di riflessione sull’uomo, sulle sue grandezze e sulle sue debolezze. Non mi sembra di scoprire nulla di nuovo nell’avvertire come tuttora, in diversi ambiti privati e pubblici, il mondo pulluli di Fomà Fomìč, che con l’arte della retorica e l’eloquio forbito abbindolano coloro che non hanno sufficiente volontà critica e preferiscono, in maniera inspiegabile, farsi affascinare da sceneggiate o promesse di vario genere.

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    Sisifo77 said on Dec 12, 2012 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Come sempre Dostoevskij mi rimane appiccicato addosso, non esco. Mi rapisce gentile, innocente.
    Questo romanzo è profondamente diverso da tutti gli altri suoi lavori; negli intenti, nella struttura, nell'esposizione.
    È un vero pezzo di teatro: l'az ...(continue)

    Come sempre Dostoevskij mi rimane appiccicato addosso, non esco. Mi rapisce gentile, innocente.
    Questo romanzo è profondamente diverso da tutti gli altri suoi lavori; negli intenti, nella struttura, nell'esposizione.
    È un vero pezzo di teatro: l'azione è affidata al dialogo ed ai personaggi; due ambienti e niente più. La trama non è un capolavoro, questo è certo, ma alla fine dell'ultima pagina, quando chi narra, da bravo capocomico che uscendo a sipario chiuso tira gli ultimi fili, mi accorgo che non ha nessuna importanza. Sono i personaggi ad essere monumentali, indimenticabili. Estremizza ogni soggetto, delineando anche chi fa una breve apparizione in scena. Nell'introduzione Erri De Luca dice che in alcuni tratti ricorda De Filippo; in effetti è così.
    Il narratore, estraneo alla vicenda ma sempre presente, assiste incredulo al carattere dei protagonisti e mi identifico in lui, nutrendo sentimenti estremi: odiando e provando pena. Dostoevskij inventa qui caratteri al limite della macchietta, facendo in modo che il lettore sprofondi nel loro giudizio, per poi riscattarli (a dire le verità forse in modo un po' forzato).
    Non mancano saporiti interventi satirici e sarebbe bello poter capire meglio a chi fossero rivolti.
    Di certo, ripeto, tutto mi rimane addosso e, come sempre quando leggo Dostoevskij, mi sento un po' meglio.

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    rdduende said on Mar 11, 2012 | 1 feedback

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