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Immanenza

Di

Editore: Mimesis

3.7
(11)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 48 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8857500284 | Isbn-13: 9788857500287 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Philosophy

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Descrizione del libro
La problematica dell’immanenza rappresenta sicuramente il fil rouge dell’intera produzione di Gilles Deleuze. Fin dal suo primo saggio, Mathesis, scienza e filosofia (1946), Deleuze situa infatti il concetto di mathesis universalis a livello della vita, di un’individualità che, però, in sé rivela già una sintesi universale, un sapere collettivo e supremo. Questi stessi rapporti instaurati tra l’uno e il molteplice si ritrovano anche all’interno dell’ultimo scritto di Deleuze, Immanenza: una vita… (1995), dove l’immanenza assoluta trova il suo compimento all’interno di “una vita”, luogo generico dell’essere. Questa vita si connota come singolarità non-individualizzata (ecceità), esattamente come i neonati «si assomigliano tutti e non hanno individualità, ma hanno singolarità, un sorriso, un gesto, una smorfia […]». Concatenamenti ed ecceità vengo a ritrovarsi, in ultima analisi, anche nell’architettura simbolica di un testo come Mille-Piani, la cui breve disamina, sotto forma d’intervista al filosofo, chiude questa raccolta.
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  • 4

    Difficoltà inversamente proporzionale alla lunghezza. 45 pagine. 3 scritti diversi, da affrontare, a meno di non essere studiosi del settore, con vocabolario filosofico alla mano.
    Quello che ho compreso però, specie nell'affrontare il rapporto "scienza - filosofia", è valso la pena (a tratt ...continua

    Difficoltà inversamente proporzionale alla lunghezza. 45 pagine. 3 scritti diversi, da affrontare, a meno di non essere studiosi del settore, con vocabolario filosofico alla mano.
    Quello che ho compreso però, specie nell'affrontare il rapporto "scienza - filosofia", è valso la pena (a tratti davvero tale, ma per mia incapacità) della lettura.

    ha scritto il 

  • 2

    Lettura faticosa questo volumetto di Deleuze: non mi ha preso, non mi ha interessato, non l'ho capito probabilmente o il suo linguaggio non mi ha messo nella disposizione di capirlo. L'ho finito con sollievo e l'ho subito dimenticato. Non saprei dire esattamente di che parla: non me lo ricordo pi ...continua

    Lettura faticosa questo volumetto di Deleuze: non mi ha preso, non mi ha interessato, non l'ho capito probabilmente o il suo linguaggio non mi ha messo nella disposizione di capirlo. L'ho finito con sollievo e l'ho subito dimenticato. Non saprei dire esattamente di che parla: non me lo ricordo più. Uno dei saggetti tratta il concetto di Mathesis, credo, ma se mi annoio la testa se ne va via (per fortuna) e mi sono annoiato, sì mi sono proprio annoiato...

    ha scritto il 

  • 3

    WM1 su Immanenza / Una vita...

    Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli.
    Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strum ...continua

    Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli.
    Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strumenti utilissimi; sia che pubblichino testi scritti ad hoc, sia che ripropongano - scorporandoli da produzioni molto vaste - testi "d'occasione" di filosofi importanti (interventi a conferenze, articoli sull'attualità etc.), uno si ritrova a disposizione oggetti-libro agili e "da battaglia", che può regalare o consigliare come prime letture a chi non abbia familiarità con pensieri come quelli di Foucault, Deleuze, Agamben, Badiou, Derrida etc.
    I "Rasoi" dell'editore Cronopio hanno a monte scelte molto chiare e dirette, quindi si prestano bene a tale utilizzo "guerrigliero"/divulgativo/hit & run etc. Ho più volte consigliato La comune di Parigi di Alain Badiou come lettura introduttiva al pensiero di questo filosofo, e ovviamente Che cos'è un dispositivo? di Deleuze, per quanto di non facile lettura, è una perfetta introduzione alle riflessioni di Foucault su soggettività e libertà.
    Ahimè, finora non posso dire le stesse cose della collana Minima/Volti di Mimesis. Soffermiamoci su Immanenza, studiamo un momento l'oggetto, problema per problema.

    1. Deficit di curatela
    A parte una quarta di copertina laconica e vaga, non c'è una nota introduttiva o postilla dei curatori che spieghi un po' meglio, che contestualizzi: perché raggruppare proprio questi testi sotto il titolo Immanenza / Una vita... (che è il titolo del primo, celebre intervento)?
    Voglio dire: perché questi testi e non altri, che magari avrebbero stabilito tra loro collegamenti più illuminanti e pregnanti, avrebbero portato - per dirla con lo stesso Deleuze - a un "aumento di potenza"?
    Basta affermare, come nella quarta di copertina, che in questi testi si ritrovano "gli stessi rapporti tra l'uno e molteplice"? Questo vale per qualunque testo di Deleuze. E' un po' come mettere insieme i primi scritti di Marx che capitano a tiro (uno scritto a vent'anni, l'altro a cinquanta etc.), non spiegare come mai proprio quelli e giustificarsi dicendo che in essi si ritrovano gli stessi rapporti tra capitale e lavoro.
    Peggio ancora quando leggiamo: "Concatenamenti ed ecceità vengo [sic] a ritrovarsi, in ultima analisi [anche in Mille piani]". A parte che non serve alcuna "ultima analisi" per trovare... i concatenamenti in Mille piani (è sufficiente una prima lettura), "concatenamenti" ed "ecceità" si trovano ovunque, nell'opera di Deleuze (da solo o con Guattari).

    2. Effetto "estrazione dei bussolotti numerati"
    Il primo testo della mini-raccolta è, diciamo così, la "title-track". Ok.
    Il secondo testo è un reperto (1946) riproposto non capisco bene perché (o meglio: perché qui?). Si tratta dell'antica introduzione di Deleuze agli studi sulla gerarchia e anarchia dei numeri del medico Johann Malfatti von Montereggio (1775-1869). Questa introduzione non ha i crismi dell'autosufficienza, contiene troppi riferimenti all'opera che sta presentando, ma i curatori dell'opuscolo non danno la minima informazione su Malfatti e le sue teorie, né spiegano cos'abbia a che fare di preciso questo scritto del Deleuze ventunenne con quello che lo precedeva e con il titolo della raccolta.
    Attenzione: è evidente che i collegamenti ci sono, perché il giovane Deleuze pre-annuncia i temi e i concetti dei suoi scritti a venire. Ma dicendo questo siamo ancora nel labile, nel generico. Mi sarei atteso qualcosa di più stringente.
    Il terzo testo è un'intervista di Catherine Clément a Deleuze in occasione dell'uscita di Mille piani, introdotta da un breve saggio introduttivo della filosofa e scrittrice. E' la parte più "divulgativa" dell'opuscolo, comprensibile e utile a chiunque abbia le minime cognizioni (anche solo orientative) su chi siano stati Deleuze & Guattari.

    3. Insomma, a chi si rivolge questo opuscolo?
    Già, a chi si rivolge?
    A chi non ha bisogno di paratesti e contestualizzazioni, perché sa già chi era Malfatti e quali fossero le sue teorie sui numeri? Oppure al "profano" che potrà godersi senza troppi problemi il colloquio Clément-Deleuze?
    Nel primo caso: siamo sicuri che il lettore erudito avesse bisogno di un simile opuscolo?
    Nel secondo caso: l'effetto è di cripticità e confusione, e l'intro sulla mathesis (piazzata lì senza alcuna spiegazione) non può che pesare come un mattone sull'epa del poveraccio che si aspettava uno strumento più agile, più simile ai "Rasoi" Cronopio.
    Ed è un peccato perché, come sempre, Deleuze apre squarci che fanno cadere la luce da direzioni inattese. E se si pensa che la "title-track" della raccolta è l'ultima cosa pubblicata da Deleuze prima di suicidarsi...
    "Non bisogna limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l'universale morte. Una vita è ovunque in tutti i momenti attraversati da questo o quel soggetto vivente e misurati da tali oggetti vissuti: la vita immanente porta in sé gli eventi o le singolarità..."

    ha scritto il 

  • 3

    come sempre Deleuze per me si colloca tra il leggibile e l'illeggibile, i tre articoli che compongono questo libricino non fanno eccezione.
    Le tesi di fondo alla fine della lettura risultano chiare come anche molti passaggi e molti esempi, ma resta sempre un qualcosa di oscuro che merita un ...continua

    come sempre Deleuze per me si colloca tra il leggibile e l'illeggibile, i tre articoli che compongono questo libricino non fanno eccezione.
    Le tesi di fondo alla fine della lettura risultano chiare come anche molti passaggi e molti esempi, ma resta sempre un qualcosa di oscuro che merita un'ulteriore lettura ed approfondimento. ed è proprio questa sua "inesauribilità" che tanto mi affascina.

    ha scritto il 

  • 5

    Cos'è l'immanenza? Una vita...

    "Una vita contiene solo virtuali" (Gilles Deleuze)


    Corpi, Soggetti, Campi, Coscienze, Virtuali, Vite, Empirismi, Trascendentali... Equazione dolce di immanenza-vita-tempo-spazio.... E' allora meglio partire da Dickens, "Il nostro amico comune", dove un uomo, "una canaglia, un cattivo sogge ...continua

    "Una vita contiene solo virtuali" (Gilles Deleuze)

    Corpi, Soggetti, Campi, Coscienze, Virtuali, Vite, Empirismi, Trascendentali... Equazione dolce di immanenza-vita-tempo-spazio.... E' allora meglio partire da Dickens, "Il nostro amico comune", dove un uomo, "una canaglia, un cattivo soggetto disprezzato da tutti, è ridotto in fin di vita; ed ecco che quelli che se ne prendono cura mostrano una sorta di sollecitudine, di rispetto, di amore per il minimo segno di vita del moribondo. Tutti si danno da fare per salvarlo, al punto che nel più profondo del suo coma il malvagio sente qualcosa di dolce penetrare in lui. Ma via via che si riprende i suoi salvatori diventano sempre più freddi, e lui riacquista tutta la sua volgarità, la sua cattiveria. Tra la sua vita e la sua morte c'è un momento in cui una vita gioca con la morte, e nient'altro."

    La vita in quel preciso momento si cristallizza. Nella distanza palpabile tra la vita e la morte, la vita si spoglia del singolo. Della sua storia, del suo tempo, del suo incistarsi nell'empirico. Ogni singola determinazione propria del soggetto morente viene congelata. Emerge una vita, scevra della persona che l'ha abitata. Neutra, senza aggettivi, Deleuze la definisce pura immanenza.

    Una vita, però, non esiste solo in quel preciso momento in cui la persona sta per spirare. No, una vita preesiste alla singola persona che la abita. E' nel tempo, una vita, l'immenso tempo vuoto che tutto avvolge. Possibilità, il tempo vuoto è un contenitore di possibilità.

    Ma attenzione agli articoli, per Deleuze UNA vita non è LA vita (nè di Dickens nè del malvagio). UNA vita è vita immanente; la vita nostra, carica di vissuti, è LA vita soggettiva. Sussistono allora due vite, che scorrono in parallelo. Una è la nostra vita cosciente, sulla quale il vivente si misura quotidianamente. L'altra vita, la vita immanente, è pura potenza che sorregge il vivente come campo d'applicazione.

    Il tempo. Il tempo non esiste. Non esistono momenti. Non esistono catene articolate di momenti che producono tempi lineari. Esistono frammenti, slegati tra loro. Fram-momenti. Frat-tempi. La vita immanente è vita indefinita. "Non bisognerebbe limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l'universale morte". Deleuze, per confutare l'apparire della vita immanente, pura, solo alla scoccare dell'Ultimo tempo, afferma che perfino "i neonati sono attraversati da una vita immanente che è pura potenza". I bambini posseggono "un gesto, un sorriso, una smorfia" che sono a tutti gli effetti eventi non individuali e senza carattere soggettivo.

    Cosa ne faremo noi, di questa potenza, di questa vita immanente? Si usa dire, nel lessico quotidiano, "Ha sprecato una vita" oppure "Ha vissuto tutta una vita come…." C'è già quindi nel vissuto popolare un modo di guardare alla vita come separazione, come se una vita immanente fosse già presente nella saggezza popolare. Come se già si sapesse che indossiamo una vita quando nasciamo, che questa vita ha molte potenzialità - virtualità scriverebbe Deleuze - ma noi ne realizzeremo una sola soltanto. Che le virtualità esistono e risiedono nello stesso tempo vuoto della vita immanente.

    Incarnare una vita, o attualizzarla come pensa e scrive Deleuze, è estremamente semplice. Accade tutti i giorni. Molto più difficile è pensare una vita immanente come binario separato dalla vita individuale e soggettiva. La vita esteriore, inchiodata all'empirico, è altra rispetto al soffio che permane della vita immanente. Vita esteriore che noi - attraverso le azioni agite durante il nostro percorso naturale - incarniamo come buona e/o cattiva, mentre la vita immanente è neutra, al di là del bene e del male. La vita immanente porta a spasso le peggiori azioni, o le migliori, ma non se ne fa carico. E' solo l'esistenza del soggetto, oppure dell'oggetto, che attualizza. "La vita porta con sè gli eventi e le singolarità, e questi non fanno che attualizzarsi nei soggetti e negli oggetti".

    Questo testo breve, commovente, che ha echi lontani di Spinoza, Husserl, Sartre, è l'ultimo testo pubblicato in vita da Deleuze, giusto qualche mese prima del tragico gesto del novembre 1995. Il filosofo francese è gravemente ammalato da anni; senza un polmone, vive penosamente attaccato a bombole d'ossigeno; le uscite pubbliche si sono rarefatte già da un decennio, gli ultimi libri pubblicati, prima del 1995, hanno già il sapore amaro del testamento. Poi esce questo testo breve, denso. Un inno alla purezza della vita de-soggettivata. Prima, dopo e oltre il soggetto, c'è UNA vita. "Immanenza" doveva fare parte di un libro intitolato "Insiemi e Molteplicità" dove veniva affrontato e chiarito il concetto di virtuale. Ma il tempo è mancato. Rimane questo piccolo gioiello, testimonianza atroce e gioiosa insieme di quanto una vita immanente non soccomba ai neri veli della morte individuale.

    ha scritto il