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In culo al mondo

By António Lobo Antunes

(140)

| Paperback | 9788806154691

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Book Description

Una guerra coloniale in Africa raccontata dall'alfiere di una nuovagenerazione di scrittori portoghesi, capace di restituirci un pezzo nonglorioso della storia novecentesca.

40 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Le guerre sono sempre una faccenda sporca e crudele, la guerra coloniale lo è doppiamente perché agli orrori del conflitto si sovrappone l’odio razziale e la sopraffazione di un popolo già sottomesso.
    Di questo parla Antunes, in questo romanzo disper ...(continue)

    Le guerre sono sempre una faccenda sporca e crudele, la guerra coloniale lo è doppiamente perché agli orrori del conflitto si sovrappone l’odio razziale e la sopraffazione di un popolo già sottomesso.
    Di questo parla Antunes, in questo romanzo disperato che si svolge in un interminabile, ipnotico monologo che l’autore conduce in prima persona, esponendo i propri ricordi che si intersecano con il presente ad una ascoltatrice, forse frutto della propria immaginazione, desiderosa di interrompere il carico di solitudine che lo pervade, ma nella disperante constatazione che niente e nessuno potrà alleggerire.
    Antònio Lobo Antunes fu medico militare in Angola durante il periodo del regime salazarista e fu testimone impotente nel veder morire ragazzi saltati sulle mine o suicidi per la disperazione, ma anche – e soprattutto – nell'assistere alle torture e alle esecuzioni sommarie operate dalla polizia politica governativa e dai coloni portoghesi. Il suo racconto è anche un grido di dolore per la propria morte interiore, avvenuta in quegli anni, la perdita dell’innocenza, della gioventù e della speranza che nemmeno il delirio, cercato nell’ alcol e nelle droghe, riesce ad attutire.
    Nemmeno il ritorno a casa, durante le rare e brevi licenze né il ritorno definitivo in patria, nel ’74, quando La rivoluzione dei Garofani pose fine al “Vietnam portoghese” poterono nulla sulla devastazione che la guerra aveva causato alla sua anima. I portoghesi rimasti a casa, la società nuova che vi ritrova gli appare ipocrita, falsa ed estranea. Se in Angola gli apparivano come bestie crudeli e stupide, addestrate ad ammazzare, in patria ritrova insetti schifosi dediti all’accumulo e alla soddisfazione dei propri desideri di possesso e di potere.
    L’unica salvezza è la scrittura e Auntes ci conduce in questo viaggio senza ritorno all’inferno attraverso la sua scrittura lucida, cruda e al tempo stesso dolce e commossa, che agisce come un balsamo consolatorio, stende un velo pietoso che protegge sia lui che il lettore. E’ come trovarsi sulla scena del crimine e usufruire di un estratto profumato che aiuti a superare l’odore della morte e della decomposizione.
    In culo al mondo
    Di António Lobo Antunes

    Pubblicato in Portogallo nel 1979, giunse in Italia solo nel 1996 grazie ad Antonio Tabucchi che fece conoscere Lobo Antunes al pubblico italiano. La pregevole traduzione del romanzo è opera di Maria José de Lancastre, moglie dello stesso Tabucchi.

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    Wonderely said on Aug 25, 2014 | Add your feedback

  • 6 people find this helpful

    "La felicità, quella condizione che viene fuori dall'impossibile convergenza di parallele fra una digestione senza acidità e l'egoismo soddisfatto e privo di rimorsi."

    In culo al mondo può sembrare un titolo poco felice, ma vi prego fate conoscere questo libro! Regalatelo, lasciatelo su una panchina nel parco o appoggiatelo su un davanzale: fatelo viaggiare, per favore. Leggetelo prima, mi raccomando.

    ". ...(continue)

    In culo al mondo può sembrare un titolo poco felice, ma vi prego fate conoscere questo libro! Regalatelo, lasciatelo su una panchina nel parco o appoggiatelo su un davanzale: fatelo viaggiare, per favore. Leggetelo prima, mi raccomando.

    "...chissà che questo mattino non nasconda una notte ancor più opaca di tutte le notti finora attraversate, la notte che abita nelle bottiglie di whisky, nei letti sfatti e negli oggetti dell'assenza, una notte con un cubetto di ghiaccio in superficie, tre dita di liquido ambrato e un silenzio insopportabile in fondo, una notte in cui mi perdo, inciampando da una parete all'altra, intontito dall'alcol, raccontando a me stesso il discorso della solitudine grandiosa degli ubriachi, per i quali il mondo è un riflesso di giganti contro cui ribellarsi è inutile."

    Perché mi affanno tanto? Cosa avrà mai di speciale questo libro?
    E' un monologo, ve lo anticipo. La voce narrante - ovvero l'alter ego del nostro Lobo Antunes - racconta a una tizia, raccattata in un bar di Lisbona a notte fonda, della guerra in Angola, ex colonia portoghese, e dei suoi orrori. Della capitale Luanda, che avevo già visto attraverso gli occhi di Kapuściński, degli indigeni e delle loro tradizioni, dei paesaggi africani, dell'afa che fonde i colori e ammorbidisce i contorni del mondo, di corpi mutilati e di vite spezzate in giornate effimere che scorrono in un susseguirsi di attese interrotte. Dei corpi delle puttane che tentano di trattenere le menti ballerine di uomini segnati dalla nostalgia e dal dolore, uomini che non saranno mai più quelli che erano quando salutarono le famiglie, prima di partire e andare lontano a combattere una guerra voluta da un dittatore, un massacro a doppio senso.

    La rilevanza storica delle vicende narrate da Lobo Antunes è uno degli ultimi motivi del mio entusiasmo, sarò sincera. Per me uno che scrive così - leggo che è un amico di Saramago, candidato al Nobel, può parlare di ciò che vuole, lo leggerei comunque.
    Adoro la scrittura di Lobo Antunes, la A-D-O-R-O.
    E' un vortice di parole che non ti lascia via di scampo e ti avvolge coi suoi intrecci che compongono immagini meravigliose.
    Non capisco come qualcuno possa trovarlo pesante o noioso, non lo capisco proprio!

    Attenzione, però, non è uno di quei vortici dal sapore estremamente cervellotico ed intellettualoide, alla Marias, per capirci. Lobo Antunes è un'altra cosa: lui riesce a creare queste spirali di stupore a partire da immagini prosaiche, o addirittura tragiche. Si sente la passione che brucia sotto la sillabe e il lettore la vive in prima persona, se ne fa carico come un fardello da sostenere fino alla fine del racconto. Avvolto in questo linguaggio - verboso, straripante e incontenibile - il lettore si sente a suo agio, parte integrante del panorama costruito dal quel flusso forsennato di pensieri, come spettatore e protagonista insieme.
    Le parole di Lobo Antunes sono un meraviglioso tappeto volante intessuto di ironia e di amaro cinismo, di grande forza e di fratture incurabili.

    "...ci inventiamo il fantastico futuro di una profusione di culle e di figli bruni, e mi sento felice, giustificato e felice, mentre abbraccio il suo corpo nella bassa marea delle lenzuola, con le pieghe che formano un susseguirsi di ombre rifrante sulla spiaggia bianca del cuscino, dove le nostre teste, la sua scura, la mia chiara, si riuniscono in una fusione che possiede i germi strani di un miracolo."

    Il bello è questo, secondo me, che ti ammalia e ti seduce e al tempo stesso ti appassiona e ti promuove a grado di attore - non più di spettatore, almeno a livello di sensazioni, se non di azioni.

    "Diffidiamo dell'umanità come diffidiamo di noi stessi, perchè conosciamo l'egoismo acido del nostro carattere nascosto sotto le apparenze ingannatrici di una vernice generosa."

    Scrivere non significa soltanto avere qualcosa da raccontare: sta tutto nel come la racconti la tua storia, qualunque essa sia.

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    MartinaViola said on Jun 22, 2014 | 3 feedbacks

  • 25 people find this helpful

    " La vita è una lunga battaglia nelle tenebre " *

    “ (…) : ma sono i guerriglieri o Lisbona che ci vogliono assassinare, Lisbona , gli americani , i russi , i cinesi , quel cazzo di figli di troia tutti assieme per fotterci nel nome di interessi che non afferro, ma chi mi ha ficcato in questo culo ...(continue)

    “ (…) : ma sono i guerriglieri o Lisbona che ci vogliono assassinare, Lisbona , gli americani , i russi , i cinesi , quel cazzo di figli di troia tutti assieme per fotterci nel nome di interessi che non afferro, ma chi mi ha ficcato in questo culo del mondo di polvere e di sabbia a giocare a dama con l’anziano capitano ex sergente che puzzava di menopausa da amanuense rassegnato e che soffriva di acrimonia cronica da colite, ma chi mi spiega l’assurdità di tutto questo, le lettere che ricevo e che mi parlano di un mondo che la distanza ha reso straniero e irreale, i calendari che imbratto di croci nel calcolare i giorni che mi separano dal mio ritorno con davanti a me un tunnel interminabile di mesi nel quale mi precipito muggendo, bue ferito che non capisce, che non capisce, che non riesce a capire e finisce col ficcare il triste muso bagnato nelle ossa di pollo con i maccheroni del rancio, allo stesso modo, capisce, che qui in sua compagnia, mi sento un cavallo con le narici infilate nel paniere di vodka, mentre mastico il fieno aspro del limone ? “

    In un flusso inarrestabile di parole, lo scrittore portoghese Antònio Lobo Antunes , fa raccontare ad un reduce di guerra, protagonista del libro e suo alter-ego, nella forma di un monologo interiore che dura tutto il libro, la sua esperienza in Angola, tra il 1970- 73, come medico chirurgo , “ bagnato fino ai gomiti nel sangue vischioso e caldo dei feriti “. Il reduce racconta ininterrottamente , per tutta una notte , fino alle prime ore dell’alba, seduto ad un bar e poi nella sua camera da letto, ad una donna sconosciuta, di cui si intuisce la presenza e il respiro silenzioso , la prorompente femminilità, “concava come una culla per la mia angoscia di uomo “, ma che probabilmente non esiste se non per qualche ora, sagoma obliqua di una fantasia delirante che la ricrea di continuo nella ricerca di un conforto di per sé impossibile. “(…) siamo condannati , lei e io, a una notte senza fine, spessa, densa, disperante, sprovvista di rifugi e di uscite, un labirinto di angoscia, che il whisky illumina di sbieco con il suo chiarore torbido “. Racconta a quella donna senza volto e senza voce, dal cui utero vorrebbe essere risucchiato , le atrocità di quella guerra, l’ostinata cattiveria e assurdità di quella guerra. Il colonialismo portoghese, la dittatura di Salazar, la Pide ( Policia Internacional e de Defesa de Estado ), peccato che quell’Estado sottintenda appunto una dittatura. Difficile riuscire a districarsi tra la selva di parole, difendersi dalla potenza di aggettivi e fiumi di pensieri e di ricordi che ci piovono addosso . Aggettivi che lo scrittore usa forse con una generosità eccessiva risucchiando il lettore in un gorgo infinito di disperazione , nel vortice delirante di un soliloquio autistico. Ma certo è anche vero che quello è l’unico modo possibile per poter guardare quella realtà che lui va denudando davanti ai nostri occhi, la realtà di una guerra crudele, devastante, in cui sono morti più di novemila uomini tra i soldati portoghesi e più di centomila tra i civili africani. Disperazione. E sgomento. Torture, esecuzioni, suicidi. Giovani uomini , bambini, donne esplosi in aria. Cadaveri sbrindellati da mine e pallottole in quello che è stato definito il Vietnam portoghese “ . Il delirio della Storia ( uno dei tanti ) non si può che raccontare con un linguaggio febbricitante, agonizzante, ancora ricoperto, bagnato e insanguinato dall’incubo che l’ha generato. Palpitante di quella oscura follia umana che si intreccia alla storia dell’umanità e che continuamente la minaccia digrignando i suoi denti aguzzi, affondandoli con ingordigia e all’improvviso nel cuore caldo della civiltà mentre la barbarie risale lungo la sua spina dorsale paralizzando ogni possibile evoluzione e riportando l’uomo alla sua originaria brutalità. Impossibile distrarsi o riprender fiato mentre lui tesse febbrilmente la sua rete di parole, quella ragnatela gigantesca sospesa sull’orrore, fatta di dettagli e di ricordi. Ragnatela che tenta di ricongiungersi , di riannodarsi ad una origine, a un punto neutro o felice ma che non riesce a trovare, neppure nel grembo morbido dell’infanzia. Nessun patto di convivenza , solo inquietudine che sgorga come un fiume infinito di sangue rappreso e che i battiti del cuore cercano di emostatizzare . Annullata e sepolta la sua vita in quel cerchio di filo spinato nel 1970 quando viene spedito in Angola, sotto un cielo basso di pioggia, “ andavamo a morire, andavamo a morire e pioveva “, niente per lui potrà esser più come prima, neppure il passato .

    “ E in quel luogo, siamo morti non della morte della guerra, che ci priva all’improvviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dell’attesa, l’attesa dei mesi, l’attesa delle mine sulla pista, l’attesa del paludismo, l’attesa del sempre più improbabile ritorno alla famiglia e agli amici, all’aeroporto o sul molo, l’attesa della posta, l’attesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava per raggiungere gli informatori alla frontiera, portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia nel forno, con un fiore rosso di sangue i cui petali si schiudevano sulla fronte “.

    Nessuna riconciliazione mentre srotola i fili aggrovigliati da dentro le sue viscere , tendendoli fino al loro punto massimo di estensione, lucidi come seta nera, fibre nervose doloranti sulle cui corde tese risuona la musica funebre dell’ umana disfatta.

    “ Mai le parole mi sono sembrate così superflue come in quel tempo di cenere: sprovviste del senso che mi ero abituato a dare loro, di peso, di timbro, di significato, di colore, man mano che lavoravo sul moncherino martoriato di un arto o reintroducevo in una pancia gli intestini fuoriusciti…”

    Le parole verranno come un fiume inarrestabile nell’anno in cui ha scritto e pubblicato in Portogallo questo libro. Le parole varranno otto anni dopo, nel 1979 dopo una lenta, difficile e mai conclusa elaborazione. Decide di abbandonare la sua carriera di medico psichiatra per dedicarsi completamente alla scrittura, per sputare nell’inchiostro quel misto di ossessioni, sangue , dolore e morte. Vomitare tutto quell’inferno che gli brucia dentro, quel buio che lo consuma e lo nutre e che ha scavato dentro di lui, ancora in vita, la sua tomba. Quello che ha visto e vissuto è impossibile da giustificare tantomeno da accettare. “ E’ opportuno costruire muraglie di alcol per difenderci dal peso della luce “. Come un emiplegico che tenta di re-imparare a camminare, esercitando instancabilmente i fili sottili degli arti, per riabituarli al movimento, così il suo linguaggio, disabituato all’uso, ammutolito dopo e per l’orrore, si tende nel libro in una estensione vertiginosa. In un flusso di coscienza che contrae il tempo, dilata e annulla i limiti tra passato , presente e futuro, lacerando la distanza tra i vivi e i morti. E non si sa se son più vivi i morti dei vivi, almeno hanno la possibilità di non vedere più fin dove può spingersi la brutalità umana. Gorgo vischioso che risucchia , che ci risucchia senza possibilità di scelta. E ci depone nudi all’origine del mondo.

    “ No davvero, la felicità, quella condizione che viene fuori dall’impossibile convergenza di parallele fra una digestione senza acidità e l’egoismo soddisfatto e privo di rimorsi, continua a sembrarmi , a me che appartengo alla dolorosa classe di gente inquieta e triste in eterna attesa di un’esplosione o di un miracolo, qualcosa di così astratto e strano come l’innocenza, la giustizia, l’onore, concetti magniloquenti, profondi e in fondo vuoti che la famiglia, la scuola, la catechesi e lo stato mi avevano solennemente rifilato per poter domare meglio, per neutralizzare, se così posso esprimermi, ab ovo, i miei desideri di protesta e di rivolta. Ciò che gli altri esigono da noi, capisce ?, è di non essere messi in causa, di non scuotere le loro vite in miniatura, murate contro la disperazione e la speranza, di non rompere i loro acquari abitati da pesci sordi che fluttuano nell’acqua limacciosa della quotidianità, illuminata dalla lampada sonnolenta di ciò che chiamiamo virtù e che consiste soltanto, vista da vicino, nella tiepida mancanza di ambizioni “.

    Scrittura vertiginosa con un finale in dissolvenza, un’allucinazione che si disperde alle prime luci dell’alba, ma che si rigenera incessantemente da se stessa, con la stessa forza e lo stesso grido doloroso di chi ha visto troppa morte e non può e non vuole dimenticare. Un arcipelago dell’insonnia. Gran bel libro e il Nobel per quest’autore ci starebbe tutto. Chapeau!

    “ Una Specie di rimorso mi porta ad accoccolarmi in un angolo della mia stanza come una bestia braccata, livido di vergogna e di paura, ad aspettare con le ginocchia sulla bocca il mattino che non arriva mai…”

    - Antònio Lobo Antunes -

    *Lucrezio

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    marinaf said on May 29, 2014 | 7 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    E' uno di quei testi difficili da capire, difficili da digerire, da legger e rileggere e sottolineare e studiare.

    Ma poi riusciresti a capirne di più rispetto ad un'unica lettura seppure lenta e soppesata?

    Non credo.

    E' un libro che puoi amare, ch ...(continue)

    E' uno di quei testi difficili da capire, difficili da digerire, da legger e rileggere e sottolineare e studiare.

    Ma poi riusciresti a capirne di più rispetto ad un'unica lettura seppure lenta e soppesata?

    Non credo.

    E' un libro che puoi amare, che puoi abbandonare, che puoi leggere fino alla fine distrattamente o attentamente. Non lo puoi odiare in ogni caso.

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    Irene Elle said on Feb 25, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Narrativa di altissimo livello

    Raramente un monologo riesce ad appassionarmi tanto; anzi, direi che non accade quasi mai. Ma questo romanzo è davvero su livelli di eccellenza e le immagini e le metafore utilizzate, assolutamente inusuali in ambito narrativo, conferiscono un ritmo ...(continue)

    Raramente un monologo riesce ad appassionarmi tanto; anzi, direi che non accade quasi mai. Ma questo romanzo è davvero su livelli di eccellenza e le immagini e le metafore utilizzate, assolutamente inusuali in ambito narrativo, conferiscono un ritmo addirittura travolgente.
    E' un racconto che trasuda dolore da ogni parola, la ricostruzione di una pagina terribile di colonialismo portoghese in Africa, la descrizione dell'impossibilità di riadattarsi alla vita quotidiana "di pace" per chi ne visse le vicende.
    Un capolavoro.

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    Zan1964 said on Dec 17, 2013 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    a tutto Jazz!!

    In culo al mondo è un libro Jazz, nella storia, nelle emozioni e nello stile in cui queste vengono raccontate.
    Metafore, Similitudini e Flashback continui determinano il ritmo della narrazione ai limiti dell'improvvisazione.
    Non a caso per descrive ...(continue)

    In culo al mondo è un libro Jazz, nella storia, nelle emozioni e nello stile in cui queste vengono raccontate.
    Metafore, Similitudini e Flashback continui determinano il ritmo della narrazione ai limiti dell'improvvisazione.
    Non a caso per descrivere la malinconia, la follia umana e il cinismo, l'autore sceglie tre grandi rappresentanti del Jazz: Coltrane, Parker e Gillespie.

    Ne riporto le citazioni:

    - "John Coltrane che soffia dentro il sassofono la sua dolce amarezza di angelo ubriaco"

    -"chiacchierando in un linguaggio strano che avevo difficoltà a capire ma che aveva qualcosa del sassofono di Charlie Parker quando non grida il suo odio ferito per il mondo crudele e ridicolo dei bianchi"

    -"come la tromba di Dizzie Gillespie, emergente dal silenzio con l'impeto di un'arteria che si strappa"

    Non a caso il Jazz è il genere musicale che sincretizza la componente africana e quella europea.
    Non a caso l'autore sceglie gli strumenti a fiato per soffiarci dentro la propria anima e dare corpo al libro della propria vita: bellissimo.

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    Beagle Bau said on Dec 12, 2013 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (140)
    • 5 stars
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  • Paperback 205 Pages
  • ISBN-10: 8806154699
  • ISBN-13: 9788806154691
  • Publisher: Einaudi (Einaudi tascabili 709)
  • Publish date: 2000-01-01
  • Also available as: Hardcover
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