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Indignazione

By Philip Roth

(374)

| Paperback | 9788866213093

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Book Description

Indignazione racconta dell'educazione di un giovane uomo alle terrificanti opportunità e ai bizzarri impedimenti della vita nell'America del 1951. È una storia di inesperienza, stoltezza, resistenza intellettuale, scoperta sessuale, coraggio ed error Continue

Indignazione racconta dell'educazione di un giovane uomo alle terrificanti opportunità e ai bizzarri impedimenti della vita nell'America del 1951. È una storia di inesperienza, stoltezza, resistenza intellettuale, scoperta sessuale, coraggio ed errore. È una storia narrata con tutta l'energia inventiva e l'arguzia di cui Roth è maestro, e un ulteriore poderoso tassello nella sua analisi dell'impatto della storia americana sulla vita di individui vulnerabili.

417 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Romanzo essenziale, intenso e "piacentissimo". Che vita può attendersi un giovane onesto, intelligente e serio come Marcus Messner? Una vita predestinata al successo, alla felicità e all’amore. Invece Roth designa Marcus Messner come la sua vittima s ...(continue)

    Romanzo essenziale, intenso e "piacentissimo". Che vita può attendersi un giovane onesto, intelligente e serio come Marcus Messner? Una vita predestinata al successo, alla felicità e all’amore. Invece Roth designa Marcus Messner come la sua vittima sacrificale. Le scelte che dovevano salvargli la vita si rivelano la causa che gliela distruggono perché non riesce ad attenersi alla illogicità del Sistema, inteso come l’insieme delle norme, delle regole e delle consuetudini della società. L'indignazione è troppa. Il giovane ripercorre gli errori della sua breve vita durante un’atroce agonia che neanche la morfina riesce più ad alleviare.

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    S.. said on Sep 8, 2014 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Scrittura molto fluida di Roth, la storia appare quasi grottesca, a tratti divertente. Per questo il finale, drammatico e tragico, sorprende e spiazza.

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    Catta said on Aug 3, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Philip Roth “Indignazione”: Sono semisvenuto su un divano. Forse ... forse ho esagerato, dico al più vicino del gruppo di vecchi amici. Ci siamo ritrovati dopo molti anni che sembrano non essere passati. I soliti stronzi di allora, di sempre, per sem ...(continue)

    Philip Roth “Indignazione”: Sono semisvenuto su un divano. Forse ... forse ho esagerato, dico al più vicino del gruppo di vecchi amici. Ci siamo ritrovati dopo molti anni che sembrano non essere passati. I soliti stronzi di allora, di sempre, per sempre. Mi guardo intorno. La tavola mi urla che quel “forse” è la puntuale rappresentazione dell'ipocrisia del mondo occidentale. Distolgo gli occhi e fisso il soffitto. Le voci si confondono con gli oggetti tutt'intorno, un calda atmosfera melange mi avvolge. Allungo le gambe verso il centro del salone, verso la terrazza. Poi non ricordo.
    Ecco, immaginatevi di essere me in quel momento, anzi non ancora.
    Mentre tu dormi soddisfatto, la bocca leggermente aperta, il più esagerato tra gli amici, il classico volgarone da matrimonio, quello che non ha mai avuto il senso del limite, che con il suo grande cuore non è mai riuscito a bilanciare il suo piccolo cervello, chiede silenzio e ti indica. Si porta il dito indice davanti al naso, sibila e si dilegua. Pochi secondi e la scatola di botti che mostra, “O pernacchio nuccleare”, come sta scritto tra altri geroglifici orientali, attira l'attenzione del gruppo. Il volgarone si ferma e ti si avvicina. Ti guarda e sorride agli altri. Muove una mano davanti ai tuoi occhi ebeti. Ti accorgi della sua vicinanza ma non capisci, non ne hai la forza, non ti interessa. Lo vedi dissolversi. Tutti gli altri lo guardano e lo fanno fare. Tira fuori un petardo, o meglio “Il Petardo”, quello definitivo, devastante, ignorante. Ti si avvicina di nuovo sibilando, e tu per la seconda volta lo lasci fare. Si piega, proprio di fronte a te, mentre gli altri aprono la portafinestra che da sulla terrazza. Il Volgarone, “Il Petardo” tra i tuoi piedi, con la miccia ormai a pochi millimetri dal Bic arancio pronto a scintillare e la via di fuga verso la terrazza dove tutti gli altri sono già in attesa. Tu laggiù in fondo, beato, non totalmente ignaro ma battuto, che, inconsapevole, consapevolmente subisci quello che tra pochi istanti accadrà ...
    Se avete già letto “Indignazione” avrete di sicuro già provato quello che succederà allo scoppio del petardo, esattamente tra la fine del primo e lunghissimo capitolo e la successiva brevissima conclusione.
    Se non lo avete ancora letto leggetelo al più presto, vi assicuro che una botta così forte non è che proprio tutti riescano a descriverla così tragicamente bene … o no?

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    Manricogallotti said on Jul 8, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Roth non delude mai. Indignazione è un'ottima apologia, ironica, dissacrante e paradossale, narrata da un giovane studente e ambientata durante gli anni "restrittivi" del maccartismo statunitense. Uscire fuori dal coro può portare fatalmente alla mor ...(continue)

    Roth non delude mai. Indignazione è un'ottima apologia, ironica, dissacrante e paradossale, narrata da un giovane studente e ambientata durante gli anni "restrittivi" del maccartismo statunitense. Uscire fuori dal coro può portare fatalmente alla morte, se si vive in un clima impositivo, intriso di dogmi morali elargiti come panacea di tutti i mali, ma non si può non scegliere di essere sé stessi, sempre.
    Lo consiglio.

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    Claudia said on Jun 27, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    la favoletta morale dice che non è conveniente né desiderabile avere un carattere di quelli che si infiammano al primo sussulto di polemica, al primo segnale di possibile ingiustizia. [o al primo equivoco].
    il vero pericolo per un ragazzo di dicianno ...(continue)

    la favoletta morale dice che non è conveniente né desiderabile avere un carattere di quelli che si infiammano al primo sussulto di polemica, al primo segnale di possibile ingiustizia. [o al primo equivoco].
    il vero pericolo per un ragazzo di diciannove anni non è la guerra, non è il biliardo, non l'alcol, non il treno, non le ragazze. non gli altri.
    il saggio impartisce la sua lezione: per vivere insieme alla moltitudine degli umani e per sopravvivere è necessario piegarsi a qualche compromesso ed è necessario mangiare qualche saporito boccone di merda.

    ecco il roth che non ti aspetti.
    quello mediocre.

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    flound said on Jun 27, 2014 | 6 feedbacks

  • 7 people find this helpful

    Per una buona metà del libro mi sono persino meravigliata che chi stavo leggendo fosse Philip Roth... Eppure i “sintomi” c'erano tutti: la prepotenza di uno stile immediato, a tratti eccessivo, che va dritto al cuore delle cose e al mio cuore; ...(continue)

    Per una buona metà del libro mi sono persino meravigliata che chi stavo leggendo fosse Philip Roth... Eppure i “sintomi” c'erano tutti: la prepotenza di uno stile immediato, a tratti eccessivo, che va dritto al cuore delle cose e al mio cuore; la commistione di comicità e amarezza (devo ridere? devo piangere? forse tutte e due...); la sensazione di essere strappata da me stessa e trascinata via... Sì, sì... i sintomi erano quelli!
    Ma ciò che mi ha sorpreso, è come Roth sia riuscito a fare tutto questo senza ricorrere alla sua estenuante (seppur ammaliante), densa prosa. In questo romanzo tutto è semplice, lineare: la brevità fa sì che non sia dato spazio a nulla che non sia strettamente connesso alla vicenda principale. Il risultato è un romanzo strepitoso, in cui non vi è nulla di superfluo, e ogni singola frase, ogni singola parola, arriva a destinazione.

    Nella prima parte (e fino all'incontro con Olivia) sembra il racconto di un ragazzo qualunque, uno dei tanti adolescenti americani che, cresciuto in seno a una famiglia amorevole, alla quale si sente fortemente legato, a un certo punto sente tuttavia il bisogno di staccarsi, o peggio ancora di “strapparsi”, per sfuggire alle ansie di un genitore le cui paure (non tanto di ciò che gli altri potrebbero fare a lui, quanto di ciò che lui, il figlio perfetto, potrebbe fare a se stesso) stanno trasformandosi in una fobia dagli esiti intollerabili.
    La “perfezione” − e la sua inseparabile compagna, la “deviazione” − sono temi cari a Roth (Pastorale Americana ne è l'esempio lampante). Qui però il lavoro che fa l'autore è magnifico: Marcus Messner è sì uno studente modello, che ambisce a laurearsi col massimo dei voti per poter essere arruolato nella guerra in Corea col grado di ufficiale e sfuggire così a una morte che lui ritiene certa, ma ci accorgiamo subito che dietro questo “modello di virtù” si nasconde un carattere forte, ribelle e non privo di contraddizioni.
    Se l'incontro con Olivia determina l'inizio di quelle “scelte accidentali, banali, addirittura comiche” che finiranno per produrre “gli esiti più sproporzionati”, il cuore e l'apice del romanzo sono rappresentati dal colloquio con il decano Caudwell. Non riuscendo a trattenere le risate, leggevo l'esilarante scambio di battute fra i due, e proprio qui − nell'incontro/scontro fra il patetico perbenismo americano e l'altrettanto assurda pretesa di avere per forza ragione, di voler essere lasciati in pace a tutti i costi, di indignarsi per qualsiasi cosa − si rivela tutta la tragicità di questo conflitto e di questo romanzo.
    Di fronte al decano, Marcus non rappresenta la forza ribelle ma propositiva della gioventù, che cerca di opporsi al bigottismo della “tradizione”. Marcus si illude di ribellarsi al sistema, così come si era illuso di ribellarsi alla pressione soffocante di suo padre; in realtà è lui stesso − con le sue scelte, con la sua incapacità di affrontare ciò che sente estraneo, con la sua tendenza a scappare dai problemi anziché risolverli, col suo ridicolo trincerarsi dietro l’ineccepibilità della propria condotta − a costruire attorno a sé la propria gabbia e quindi la propria condanna. Bellissimo il passaggio in cui Marcus si rende conto che essere fuggito da suo padre non gli è servito a nulla... lui è suo padre: è le sue stesse paure, le sue stesse reazioni incontrollate, il suo stesso cocciuto e sterile “no” a un sistema al quale lui stesso ha scelto di sottomettersi.
    L’irrazionalità della vita (altro tema caro all’autore) qui si tinge dei colori foschi di un fato auto-imposto (il ritornello della morte che lo attenderebbe in Corea suona come un inquietante leit motiv): saranno pure “accidentali, banali, addirittura comiche” le scelte che possono condurci laddove mai avremmo creduto di arrivare, ma sono pur sempre scelte. E, vuole dirci forse Roth, persino la nostra “indignazione” verso un mondo in cui non ci riconosciamo deve superare il banco di prova della vita, e non è detto ci riesca.

    I libri di Roth lasciano in bocca un sapore molto particolare... è il sapore delle risate mescolate alle lacrime e poi ancora alle risate, anche se alla fine credo che a vincere sia sempre il sorriso. Chissà, forse se dovessi consigliare un primo approccio a questo autore, lo farei partire proprio da qui, da questo romanzo che in 141 pagine godibilissime racchiude molti dei temi a lui cari, e lo fa senza sbagliare un colpo.

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    newlife said on Jun 10, 2014 | Add your feedback

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