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Insegnare al principe di Danimarca

By Carla Melazzini

(148)

| Paperback | 9788838925696

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Book Description

L'autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall'indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meravigl Continue

L'autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall'indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meraviglioso dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell'idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata. Ne troverete di fiori in queste pagine, e di ragazzini fiorai, e anche di rovine. Uno lo anticipiamo qui, è un tulipano finto, così come l'ha raccontato una bambina che era stata bocciata in seconda elementare: ­ C'era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: 'Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore'. Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano. Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre. Carla ha chiesto a un compagno di classe: 'Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?' 'Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale.' 'Però l'ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?' 'È meglio morire.'

14 Reviews

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    Tutti gli insegnanti dovrebbero accostarsi a questo libro...troverebbero tra le pagine molta disillusione realistica e, ossimoricamente (m poi nemmeno tanto) un bel po' di speranza.
    Il progetto Chance tenta ha come meta il raggiungimento dell'obbligo ...(continue)

    Tutti gli insegnanti dovrebbero accostarsi a questo libro...troverebbero tra le pagine molta disillusione realistica e, ossimoricamente (m poi nemmeno tanto) un bel po' di speranza.
    Il progetto Chance tenta ha come meta il raggiungimento dell'obbligo per coloro che vengono catalogati come rifiuti umani. Molto da imparare...io ho imparato molto.
    Bellissima la postfazione del marito dell'autrice.

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    Bucaneve said on Aug 19, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Il fenomeno oggi più conosciuto, anche perché spesso nelle pagine di cronaca di molti quotidiani è quello del quartiere di Scampia, ma prima di Scampia ci sono stati e ci sono altri Bronx Napoletani. Quello di San Giovanni a Teduccio e quello di Barr ...(continue)

    Il fenomeno oggi più conosciuto, anche perché spesso nelle pagine di cronaca di molti quotidiani è quello del quartiere di Scampia, ma prima di Scampia ci sono stati e ci sono altri Bronx Napoletani. Quello di San Giovanni a Teduccio e quello di Barra tra questi. Tra l’altro in questo libro è spiegato molto bene, con poche e chiare parole, con quale meccanismo si vengano a costituire realtà come questi Bronx.
    E’ in questa realtà al limite del reale che viene attuato una parte del programma Chance ed è qui ed in questo ambito che lavora e si realizza l’esperienza di Carla Melazzini, maestra di strada.
    Oddio. La definizione di maestra di strada in questo caso non rende assolutamente l’idea di che cosa sia Chance e di cosa possa (debba) essere stato lavorare in quel contesto, poiché Chance finisce con l’essere una sorta di esperienza educativa totalizzante per le varie componenti (gli insegnanti, ma anche gli alunni, e gli assistenti sociali e le mamme di strada) che ne facevano parte, che in esso si integravano e di volta in volta ne erano attori. Chance infatti nasceva dalla precisa analisi e volontà di Marcello Rossi Doria con il dichiarato obiettivo di recuperare al mondo scolastico quella fetta di alunni (enorme) che la scuola italiana finisce inevitabilmente con il perdere, o che forse deliberatamente perde.
    La perdita è praticamente sempre definitiva. Non c’è possibilità di ritorno perché non esiste un’altra chance. E non esiste perché la scuola italiana ha un’impostazione tale, che si è aggravata sempre più nel tempo a causa della scarsezza di fondi, che non le consente alcuna adattabilità alle necessità del territorio e soprattutto dei ragazzi che la frequentano.
    La sfida di Chance non era quindi solo riavvicinare i ragazzi di Barra e San Giovanni alla scuola, ma anche inventare e realizzare un tipo di scuola completamente differente, costantemente aperta al territorio, dove con aperta non si fa riferimento solo agli orari, ma soprattutto appunto aperta all’interazione/interpretazione del territorio e del vissuto dei ragazzi, e la partecipazione/collaborazione in molti casi delle loro famiglie.
    Non è possibile parlare dell’esperienza di Chance su cui sono state scritte diverse cose e si spera che molte altre vengano scritte in futuro. Quello invece che dalla lettura degli scritti della Melazzini emerge, sono le riflessioni sull’esperienza e sul significato che questa ha avuto per tutti: educatori e ragazzi.
    Un paio di cose colpiscono di questi scritti. La prima è la presa di coscienza del gruppo degli autori di non poter utilizzare schemi ed approcci chiusi. Tutto è dinamica poiché tutto, ma soprattutto il successo del recupero, dipende da quali equilibri si creano, da quali stimoli vengano dai ragazzi, che i ragazzi non possono essere considerati solo dei contenitori vuoti, ma che anzi spesso sono fin troppo pieni e che devono essere svuotati, rassicurati, resi confidenti in se stessi prima di poter effettuare un qualsiasi percorso educativo.
    Ma anche l’idea, il convincimento, di percorso educativo è qualcosa che via via può modificarsi perché anche il processo di “svuotamento e rassicurazione” nel corso del quale un ragazzo può scoprire di avere particolari abilità che non aveva mai avuto modo di far emergere, è percorso educativo.
    In definitiva tutto è percorso educativo.
    Un altro aspetto interessante sono le considerazioni che vengono fatte sul territorio e sulle condizioni di vita in quartieri come quelli descritti.
    Sono di fatto delle zone di guerra dove però non si svolge una guerra “tradizionale”, ma ugualmente i ragazzi vivono sin da piccoli con la consapevolezza che si può morire per strada sotto gli occhi di tutti, che chi trasgredisce le regole verrà ucciso perché una punizione esemplare è necessaria.
    I ragazzi di questi quartieri abitano la morte esattamente come quelli che vivono in un campo profughi in Palestina, vivono gli stessi disagi psicologici, ma paradossalmente noi, la maggior parte, i normali, i sani, non abbiamo questa consapevolezza. Tendiamo a pensare che la vita in questi quartieri si svolga secondo una certa normalità, che invece è del tutto assente. Ecco da questa consapevolezza ulteriore nasce una migliore capacità di Chance di essere attrattivo per questi ragazzi che trovano un luogo dove possono parlare, con il linguaggio che più gli si aggrada, della loro realtà sapendo che non troveranno giudizi e moralismi, ma che contemporaneamente riesce ad essere un modello alternativo, un qualcosa che in qualche maniera dice: ok, se stringi un patto con me e non lo trasgredisci alla fine potrai avere un’occasione diversa. Forse potrai anche andare lontano da qui.
    Un’ultima cosa mi ha colpito il giudizio chiaro e ben definito sul volontariato, ance quello di Stato, che in luoghi come questo finisce con l’essere solo un assistenzialismo buono a tacitare la coscienza di chi il volontariato lo fa, spesso senza nemmeno chiedersi quali siano i reali bisogni delle persone oggetto del volontariato stesso. L’assistenzialismo diventa un’altra occasione perché certi meccanismi e certi comportamenti camorristici si sentano autorizzati a prendere piede.

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    spalluzza said on Apr 16, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    questo libro mi è stato regalato d un'amica insegnate, parla di una città dove il rapporto docente allievo può essere una risorsa contro il nulla sociale, può essere l'unica ancora di salvezza.per molti un libro potente...

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    Girasogno said on Oct 7, 2012 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Una mia collega, vedendomi con questo libro in mano, mi ha detto: «Ecco, questo è un testo che tutti gli insegnanti dovrebbero leggere». Non ne sono tanto sicuro. Forse molti colleghi insegnanti non se lo meritano. Non meritano il piacere e la commoz ...(continue)

    Una mia collega, vedendomi con questo libro in mano, mi ha detto: «Ecco, questo è un testo che tutti gli insegnanti dovrebbero leggere». Non ne sono tanto sicuro. Forse molti colleghi insegnanti non se lo meritano. Non meritano il piacere e la commozione che questa lettura offre. Riconcilia con il lavoro. Dà ancora l'illusione che questo nostro sia un lavoro socialmente utile. Carla Melazzini parla qui del progetto «Chance», rivolto a giovani sottoproletari delle periferie sociali, culturali, economiche (e geografiche) di Napoli. Non sono principi di Danimarca, ma soffrono allo stesso modo. Sono quelli di cui lo Stato (e la scuola) si è dimenticato, alla faccia dell'articolo 3 della nostra Costituzione.
    E poi arrivano insegnanti come Carla e ti regalano perle come questa: «Solo se impara ad ascoltare l'insegnante può avere la pretesa di essere ascoltato». Accidenti... Non sarò il principe di Danimarca, ma intorno a questa frase ho rimuginato parecchio. Grazie.

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    Jakobvongunten said on Oct 1, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    appena iniziato ma ci farei volantini e manifesti. DA LEGGERE senza se e senza ma.

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    Silvia Bonacini said on Jul 10, 2012 | Add your feedback

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    A tratti talmente doloroso da richiedermi una lettura dilazionata nel tempo: la passione del saper vedere, del porsi domande e scegliere di esserci e di fare. Carla Melazzini è morta nel 2009, ma non è vero che non c'è più: grazie anche a questo libr ...(continue)

    A tratti talmente doloroso da richiedermi una lettura dilazionata nel tempo: la passione del saper vedere, del porsi domande e scegliere di esserci e di fare. Carla Melazzini è morta nel 2009, ma non è vero che non c'è più: grazie anche a questo libro più persone hanno conosciuto la forza del progetto Chance, e rafforzato (o recuperato) la certezza giovanile che vivere significa "non essere mai un fiore finto"

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    Diana Colazzo said on Jun 22, 2012 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (148)
    • 5 stars
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    • 3 stars
    • 2 stars
  • Paperback 258 Pages
  • ISBN-10: 8838925690
  • ISBN-13: 9788838925696
  • Publisher: Sellerio
  • Publish date: 2011-06-01
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