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Io venìa pien d'angoscia a rimirarti

By Michele Mari

(198)

| Softcover | 9788831770453

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Book Description

Recanati 1813. In un austero palazzo un ragazzo tiene un diario nel quale riporta le conversazioni e le azioni del fratello di un anno maggiore, Tardegardo Giacomo... Il libro ripropone il tema del doppio - quello che ha il suo prototipo nel "Dottor Continue

Recanati 1813. In un austero palazzo un ragazzo tiene un diario nel quale riporta le conversazioni e le azioni del fratello di un anno maggiore, Tardegardo Giacomo... Il libro ripropone il tema del doppio - quello che ha il suo prototipo nel "Dottor Jekyll e Mr. Hyde" - realizzando tuttavia con riscontri biografici, filologici e linguistici, una specie di apocrifo leopardiano.

54 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Ma nooo... ci sono rimasta di merda quando ho voltato pagina e ho letto "Indice".
    Comunque è scritto magistralmente; una lezione di vecchio stile.

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    ananke said on Aug 7, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    "Ognuno trova ciò che vuol trovare e che digià conoscea, è questa la verità che poc'anzi risfolgorommi improvvisa e che mi toglie il respiro."

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    angelus novus said on Jul 28, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un erudito libretto di non facile lettura.

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    RobbieB said on Jul 17, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    ✰✰✰✰✰ eccellente

    La poesia Alla luna, alla quale appartiene questo verso è breve, e la luna è solo testimone del ricordare di Giacomo. Molto più corposo Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui la luna è entità splendida e lontana che non può rispond ...(continue)

    La poesia Alla luna, alla quale appartiene questo verso è breve, e la luna è solo testimone del ricordare di Giacomo. Molto più corposo Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui la luna è entità splendida e lontana che non può rispondere alle domande del pastore.
    Però il verso scelto è molto suggestivo.

    La definizione di questo racconto la dà Giacomo stesso: componimento d’ingegno.

    C’è la capacità di linguaggio (un italiano ottocentesco) di cui non c’è da stupirsi, visto che l’Autore è insegnante universitario di letteratura italiana (anche se questo non garantisce capacità particolari oltre quella dell’insegnamento), ma è anche appassionato di Gadda, Landolfi, Manganelli, fumetti e Fantascienza (qualche brivido? calma, poi passa)

    C’è un simpatia leopardiana, ma anche qui nessuna meraviglia. Quale studente non ha apprezzato almeno qualche verso di quest’omino schivo, colto, goloso, infelice nel fisico, con una giovinezza distrutta da una forsennata sete di studio? (qui magari il numero di studenti scema).

    C’è la capacità, con pochi tratti, frasi e schiaffoni, di ricostruite la vita quotidiana di questa nobiltà che vive di campagna in un piccolo e sonnolento paese delle Marche.

    C’è il ritratto di un conte, padrone assoluto, grande osteggiatore dei francesi e la loro rivoluzione, orgoglioso del figlio e della sua scienza, ma che non può fare a meno di sfotterlo un po’. Il ritratto della madre, tutta Chiesa e preghiere, dispensatrice di punizioni. Sintomatica la pretesa della lettura di Bellarmino, che, per chi non lo ricordasse, fu quello che preparò il rogo a Giordano Bruno e per questo lo fecero santo.
    La sorellina ancora piccola ma destinata, dovesse meritarsi l’inferno, al girone dei curiosi.

    C’è il fratello più giovane (di poco) affascinato da Giacomo, dalla sua anima tormentata, dai suoi misteriosi studi e dalle ancora più misteriose attività ginniche. Giacomo è in preda ad una antica ossessione: quella della conoscenza, del “fatti non foste a viver come bruti”, del capire cosa c’è al di là di dicerie, fole, superstizioni, paure.

    E’ del fratello più giovane il diario in cui lui annota l’affettuosa persecuzione con la quale cerca di strappare a Giacomo i suoi segreti di studio, rubandogli di notte qualche librino, qualche foglio.
    Da una ricerca puntigliosa per un Saggio sugli errori popolari degli Antichi tutto si allarga, anzi si allunga, percorrendo strade diverse, ma tutte collegate dai ragionamenti di Giacomo.
    Nel frattempo ci sono gli accadimenti del villaggio: un lupo che sbrana pecore e, una volta, anche un ragazzo, Tano, il fidanzatino di Teresa, Nerina, Silvia, insomma la figlia del fattore.
    La ricerca diventa sempre più lunga, entra in scena la vicenda di un giudice sanguinario dell’Inquisizione francese, antiche storie di caccia ad uomini capaci di trasformarsi in lupi, un antico antenato ucciso in sospetto di tale peccato.

    Stop. Se volete sapere, ve lo leggete. Sono solo 130 pagine di piacere: se obiettate che 12,90 euro sono troppi, leggetevi Il cardellino (in internet 17 euro per 892 pagg).
    Come disse Tony Curtis alla ritardataria Marylin ”non importa quanto si aspetta, ma chi si aspetta”.

    Qualche nota: il paese non si nomina mai, ma è riferito un piccolo gioco criptato tra fratelli, dove Duccio è Giacomo “Duccio, uccio, chi ha ‘gnagnato la farfalla?” risposta “Oh, zietto, babba-bobba il re è a Canati”.
    Che il professore universitario citi la Nerina (conosciuto Tano nei balli delle sere dei dì di festa) che esce dal bosco con un erroneo mazzo di rose e viole avvallando l'errore, mi sembra idea peregrina. Semmai ci richiama l’unica poesia che sa pure il mio verduraio (senza voler offendere il verduraio).
    Colgo l’occasione per testimoniare che a casa mia, in Riviera, si può fare un mazzetto di rose e viole, visto che di rose ho fioritura per tutto l’anno. Alla faccia del nebbioso romagnolo Pascoli.

    Avviso: molte sono le “chiacchierate” zeppe di informazioni dotte. Se ciò inquieta, soprassedete.
    Se dopo averlo letto venisse da scrivere o parlare come i personaggi, non pensare di poter scrivere un racconto sul Foscolo: si è stati solo, felicemente, contagiati.

    Grazie, Leggenda.

    12.07.2014

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    Anina e "gambette di pollo" said on Jul 12, 2014 | 5 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Libro geniale per idea e trame, e di sapienza letteraria fuori del comune per linguaggio e stile. C'è poco altro da dire: Mari si conferma anche qui il miglior scrittore italiano vivente.

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    Il grande marziano said on Jun 30, 2014 | Add your feedback

  • 14 people find this helpful

    Se in qualche modo è possibile provare un piacere anche fisico leggendo - piacere di gola, di palato, di lingua, di stomaco - ecco, un piacere del genere io l'ho provato assaporando le cento trentuno pagine di questo bizzarro, per certi aspetti genia ...(continue)

    Se in qualche modo è possibile provare un piacere anche fisico leggendo - piacere di gola, di palato, di lingua, di stomaco - ecco, un piacere del genere io l'ho provato assaporando le cento trentuno pagine di questo bizzarro, per certi aspetti geniale divertissement di Michele Mari.
    Una storia di lupi mannari ambientata a Recanati, nel 1813.
    Trovata assolutamente folle, soprattutto in considerazione del fatto che protagonista della vicenda è un Giacomo Leopardi quindicenne, e narratore suo fratello Carlo, di poco più giovane. Ma risultato straordinario. 
    Ciò che mi ha sorpreso, sin dalle primissime righe, sono state la naturalezza e l'eleganza (Castiglione avrebbe detto: la grazia e la sprezzatura) della lingua arcaizzante di Michele Mari. Una lingua sapiente, sempre sostenuta da una vena di sottile ironia. Bufalino ha chiamato in causa, per definire questa lingua, le stesse Operette morali di Leopardi e il barocchismo di Landolfi (di cui peraltro Mari riprende le atmosfere gotiche, cupe). Certo è che Mari è riuscito a dar vita ad una prosa che pur imitando - nella sintassi, nel lessico, nella morfologia e persino nell'ortografia - un'altra prosa, non appare mai pedantesca o stucchevole. 
    Semplicemente perfette le caratterizzazioni di padre Monaldo e di madre Adelaide. Ottima anche quella del piccolo, ma già prodigiosamente erudito e cogitabondo Giacomo. A tratti affiora una certa tendenza al compiacimento erudito (che rischia di diventare compiacimento didascalico), ma Michele Mari supera sempre, brillantemente, queste possibili derive. Lo fa anche in ragione di una tecnica narrativa (quella tradizionalissima ma di perdurante efficacia della forma diario), che gli permette rapidi cambiamenti di scena, improvvise accelerazioni nel tempo del racconto. 
    Mi domando solo se l'incontro con la fanciulla che reca con sé un mazzolino di rose e di viole - accostamento floreale già biasimato per la sua impossibilità da Pascoli - sia una clamorosa svista di Mari (cosa possibile, ma molto molto improbabile), o una chiave di lettura di tutto il romanzo. Può anche darsi che si tratti di un semplice ammiccamento ad uno dei più conosciuti topoi della poesia leopardiana. Sarebbe divertente comunque chiederlo un giorno a Mari in persona, se solo le interviste agli scrittori le lasciassero fare, ogni tanto, a qualche sconosciuto utente di aNobii quale io sono e fui...

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    Io sono leggenda said on Apr 25, 2014 | 11 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (198)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Softcover 128 Pages
  • ISBN-10: 8831770454
  • ISBN-13: 9788831770453
  • Publisher: Marsilio
  • Publish date: 1998-01-01
  • Also available as: Paperback , Others
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