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Io venìa pien d'angoscia a rimirarti

By Michele Mari

(200)

| Softcover | 9788831770453

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Book Description

Recanati 1813. In un austero palazzo un ragazzo tiene un diario nel quale riporta le conversazioni e le azioni del fratello di un anno maggiore, Tardegardo Giacomo... Il libro ripropone il tema del doppio - quello che ha il suo prototipo nel "Dottor Continue

Recanati 1813. In un austero palazzo un ragazzo tiene un diario nel quale riporta le conversazioni e le azioni del fratello di un anno maggiore, Tardegardo Giacomo... Il libro ripropone il tema del doppio - quello che ha il suo prototipo nel "Dottor Jekyll e Mr. Hyde" - realizzando tuttavia con riscontri biografici, filologici e linguistici, una specie di apocrifo leopardiano.

55 Reviews

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    Intervista impossibile a Michele Mari

    "Non cigola, la porta, quando viene ad aprirmi, ma i miei occhi sono catturati dagli oggetti appesi –impiccati ai chiodi- sulle pareti d’ingresso. Una testa con il ghigno di un pirata e un pappagallo sulla spalla, una stampa con impresso in nero il n ...(continue)

    "Non cigola, la porta, quando viene ad aprirmi, ma i miei occhi sono catturati dagli oggetti appesi –impiccati ai chiodi- sulle pareti d’ingresso. Una testa con il ghigno di un pirata e un pappagallo sulla spalla, una stampa con impresso in nero il numero 5, una mano che mostra cinque dita, un fiore da cinque petali. Mi sento osservata dai sedici occhi degli otto scrittori che Mari tiene come numi tutelari sulla scrivania: Melville, Stevenson, London, Salgari, Conrad, Poe, Verne e Defoe." E allora incomincia questa impresa fatta di parole, alla scoperta del segreto della scrittura di un autore che è stato condannato in primo grado per Lesione dell’immagine imperitura del più grande poeta italiano della modernità,attraverso la scrittura di “ Io venia pien d’angoscia a rimirarti”.

    E allora professore, come ha accolto la sentenza?

    Premesso che le sentenze sono tutte da rispettare (lo dice ultimamente anche chi con il rispetto ha un lungo contenzioso) lei sa bene che si tratta solo del primo grado e io non posso che sperare un ravvedimento in sede d’appello anche perché il risarcimento richiesto è fuori della portata delle mie modeste finanze.

    Come è andata la storia?
    Beh, una banalissima storia di permalosità di un discendente di Giacomo, che non avendo una sua propria dignità da difendere si è aggrappato ad un blasone immeritato e affidandosi ad un leguleio malato d’istrionismo.

    Lei invece…
    Io mi sono difeso da me. Non poteva essere altrimenti. "Ho sempre interagito con i miei personaggi" e chi meglio di me poteva sapere quello che Giacomo adolescente sentiva? E guardi che prima di sostituirmi a lui ho letto bene quello che lui ebbe da dire e da dirsi.

    Ma come prova a carico non hanno portato proprio una frase che lei mette in bocca a Leopardi?
    “Noi rimanevamo Tardegardo (Giacomo) ed Orazio [i fratelli giocavano ad impersonare, rispettivamente, Pompeo e Cesare], e dando cominciamento a quel giuoco non sapevamo cosa quelle due fantasime avrebbero detto, né fatto: e pur una volta iniziato elle atteggiavansi da sè sole, senza che noi dovessimo meditar sulle parole e su’ gesti; Cesare e Pompeo rivivevano d’una vita gelosamente lor propria, e noi eravamo quai minatori, ch’estraevamo dalle lor pieghe, senza poterlo sapere, tante ascose verità. Lo stesso m’avviene scrivendo. Prima di stendere la mia scrittura io non so ancora cosa la mia Luna dirà, né donde trarrà le risposte, ma carta dopo carta, direbbe il padre Dante, io m’inluno, e veggo le cose dal suo punto d’osservazione, e dimentico Tardegardo, e scrivo secondo ella ditta.” E mi chiedo cosa li abbia turbati in questa chiarissima asserzione di Giacomo che sottoscrivo ma che non ho avrei potuto inventare. Solo chi scrive sa come lo scrittore possa diventare succube del personaggio e come debba piegarsi ai suoi diktat.
    Ho convenuto con il p.m. che confacente alla mia natura era il personaggio. È una colpa a priori essere affascinato dalla faccia lunare del Leopardi piuttosto che da quella solare degli eroi del nostro tempo, il cui lascito più cospicuo è una montagna di debiti, roba da ragionieri, invece che una montagna non scalabile di profondissime riflessioni?

    ...ma l’accusa era di vilipendio di cadavere per aver nientemeno trasformato in licantropo l’immenso Leopardi con l’aggravante dei futili motivi, quello del trastullo di un sedicente scrittore
    Si rende conto del ridicolo? È lo stesso povero ragazzo, nonostante la sua altissima intelligenza, a non farsi una ragione di questa sua predilezione per il volto oscuro della vita, la luna appunto, nonostante cerchi di compiacere il beffardo genitore, nemico giurato delle superstizioni legate al corpo celeste notturno. È il suo senso di colpa a fargli dubitare di se stesso.
    Dobbiamo tenere conto che il racconto, in forma di diario, è di Orazio il fratello. È lui che ci induce al sospetto che l’iperattivismo del fratello abbia qualche legame con il lupo sceso dalla Marsica a “flagello portare”. È Orazio che adombra il parallelo tra l’antenato mandato al rogo da uno dei tanti inquisitori del cinquecento europeo e il fratello cosi’ diverso da lui e che non è più, per giunta, il suo compagno di giochi. È Orazio che va a scovare il libro genealogico e ne adduce la scoperta a Giacomo che invece sembra ignorare sia il libro segreto che l'azione furtiva del fratello. Possibile che Giacomo non si accorga che il fratello gli ha trafugato il libro dove ci sarebbero le prove della tara ereditaria di licantropia? È lui, Orazio, che ci inculca il dubbio. Forse con il trito espediente letterario del ritrovamento fortunoso del documento. Possiamo anche dargli l’attenuante della buona fede. Accecato dal dolore dell’allontanamento del fratello, sempre più preso come da malattia degli studi e anche di una nuova passione per la figlia del fattore -passione peraltro non corrisposta- ci insinua il dubbio che fosse stato Giacomo a liberarsi del rivale e non il lupo di cui nessuno trova le tracce. Ma non ci crede fino in fondo:i confini tra il sogno e la realtà sono labilissimi. La mollica di pane che Giacomo gli dà è l’aglio che scaccia il vampiro o il modesto arnese per pulirsi le dita sporche di cibaglia?

    Professore, lei così si libera da ogni responsabilità e i giudici non potevano che ricusare la sua difesa, deboluccia veramente. Non è che sia trincerato dietro le crisi adolescenziali di Orazio per sciorinarci una ulteriore versione in chiave esoterica di Giacomo Leopardi?
    Guardi. Mi sembra di averle già detto che non mi è mai capitato di "desiderare di essere un personaggio letterario. Ho avuto proiezioni sempre verso gli scrittori, per una sorta di ambizione." Chi meglio di Leopardi e la sua luna? "In qualche caso però avvengono corti circuiti, nei quali non si può distinguere tra autore e personaggio. Un esempio: Gadda, impossibile da distinguere da Gonzalo della Cognizione del Dolore." Ecco, se devo essere sincero, il mio rapporto con Pirobutirro ha influenzato quello con Giacomo. Non le sembra il personaggio Gaddiano malato anch'esso di lincatropismo dell'animo e che può avere ucciso la madre o anche no?

    Ammette quindi un suo coinvolgimento emotivo e pertanto una sua responsabilità in quella che potremmo definire un’ iperbole, un’estremizzazione del carattere lunare del Leopardi?
    Diciamo che il non poter essere io tabula rara per natura ma uno strumento determinato in qualche maniera, ha condizionato il mio punto di vista senza che però coincidesse con quello fantasmatico del fratellino. Piuttosto mi sono concentrato sulla riflessione del Leopardi sulla paura: paurosa nella sua verità:” Caro Orazio», seguitò, «tu non immagineresti di quali mostruosità è capace la mente dell’uomo quando si tratti di deformare il vero, prestandogli que’ colori e quelle fattezze che più ci dilettano o più ci spaventano.» E poich’io riguardàilo con uno sguardo interrogativo, ripigliò: «L’immaginazioni più belle son quelle
    che maggiormente sommuovono l’animo, scompigliandone la quete non altrimenti che un ciotto scompiglia la superficie dell’acqua. Non havvi peggior nemico all’uom dell’inazione, come purtroppo sassi chi per corso di Storia e per censo non ha necessità di procacciarsi il cibo ogni giorno, e per ciò stesso si giace in poter della torpida Noja. Contrastan la Noja la varietà e la molteplicità delle sensazioni, che distraendo il nostro animo lo tengono in un aggradevole movimento; ma ancor più la contrasta l’intensità d’ogni singola sensazione, e poiché la più intensa e più antica sensazione provata dall’uomo si fu e si riman la paura, teniamo per certo che non si dia immaginazione fascinosa che non contenga almeno una parte di paura, ed anzi che quanto più spaventose saranno le immagini, tanto maggior ne sarà la beltà».E risovvengati ancora del terror panico che ci assalìa sul punto d’esser scoperti, [i fratelli giocavano a nascondersi con la sorella]allor che tenevamo il respiro e il sangue ci batteva per le vene sì forte che paventavamo lo sentisse il cacciatore, e pur era quella la cosa cui anelavamo maggiormente con tutto il nostro animo, la cosa più temuta: esser scoperti! E questo avvien specialmente pel contrasto fra quel che vien detto e l’aspetto sì placido e dolce della lampa lunare, dal quale contrasto nasce un sentimento più vivo della bellezza e non so che accrescimento religioso della paura”
    .
    Le sembrano parole che avrei potuto riportare coerentemente con un’accusa di licantropia? Solo l’ingenuo e immaturo Orazio poteva piegare alla sua popolana fantasia le parole del fratello. Piuttosto è come se fosse Giacomo a mettere in guardia il fratello dalle proprie malate supposizioni sul suo conto.

    Appunti sono stati diretti a questa sua imitazione della lingua settecentesca a guisa, noti la mia propensione all’imitazione!, del Manzoni con quella secentesca. Cosa interpretata come una ‘guittata’, una mancanza di rispetto per quei grandi uomini.
    Io tendo a marcare linguisticamente la diversità fra personaggi… cioè a far passare la diversità antropologica attraverso la lingua. Per me la scrittura si pone (non sono io a volerlo, è qualcosa che per me è indiscutibile) come linguaggio altro, rituale, quasi araldico. "La letteratura deve parlare di cose non mondane e in un’ottica ultra-manierista. Ecco, io sono sempre rimasto affascinato da questo tipo di posizione, e poi ho scoperto che mi era anche congeniale scrivere così perché per una sorta di pudore classicistico, o meglio neo-classico, io mi sono accorto che attraverso lo schermo del manierismo, attraverso la complicazione della scrittura, l’arcaismo, riuscivo a dire di me cose molto più scabrose, intime, delicate, che altrimenti non avrei mai detto, altrimenti mi sarebbe sembrato di mettermi a nudo davanti al pubblico scrivendo cose imbarazzanti, o addirittura volgari, o banali."

    Allora dobbiamo fidarci delle emozioni dei suoi lettori, alcuni dei quali hanno parlato di stati di alterazione mentale, di un’ansia quasi materna per le sorti di Giacomo come se tutto quello che sapevano di lui fosse scomparso all'improvviso, scongiurando che almeno il licantropismo non si accanisse non bastandogli la congiuntivite cronica e la scoliosi grave ?
    Non è il lettore il vero interprete della narrazione alla faccia dello scrittore e, mi permetta, dei giudici inquisitori?

    N.B.
    Nella recensione trovasi riferimenti ad un'intervista rilasciata da Mari al quotidiano" Il Manifesto" nel 2013.

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    Maria Francesca e basta said on Sep 20, 2014 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Ma nooo... ci sono rimasta di merda quando ho voltato pagina e ho letto "Indice".
    Comunque è scritto magistralmente; una lezione di vecchio stile.

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    ananke said on Aug 7, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    "Ognuno trova ciò che vuol trovare e che digià conoscea, è questa la verità che poc'anzi risfolgorommi improvvisa e che mi toglie il respiro."

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    angelus novus said on Jul 28, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un erudito libretto di non facile lettura.

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    RobbieB said on Jul 17, 2014 | Add your feedback

  • 4 people find this helpful

    ✰✰✰✰✰ eccellente

    La poesia Alla luna, alla quale appartiene questo verso è breve, e la luna è solo testimone del ricordare di Giacomo. Molto più corposo Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui la luna è entità splendida e lontana che non può rispond ...(continue)

    La poesia Alla luna, alla quale appartiene questo verso è breve, e la luna è solo testimone del ricordare di Giacomo. Molto più corposo Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in cui la luna è entità splendida e lontana che non può rispondere alle domande del pastore.
    Però il verso scelto è molto suggestivo.

    La definizione di questo racconto la dà Giacomo stesso: componimento d’ingegno.

    C’è la capacità di linguaggio (un italiano ottocentesco) di cui non c’è da stupirsi, visto che l’Autore è insegnante universitario di letteratura italiana (anche se questo non garantisce capacità particolari oltre quella dell’insegnamento), ma è anche appassionato di Gadda, Landolfi, Manganelli, fumetti e Fantascienza (qualche brivido? calma, poi passa)

    C’è un simpatia leopardiana, ma anche qui nessuna meraviglia. Quale studente non ha apprezzato almeno qualche verso di quest’omino schivo, colto, goloso, infelice nel fisico, con una giovinezza distrutta da una forsennata sete di studio? (qui magari il numero di studenti scema).

    C’è la capacità, con pochi tratti, frasi e schiaffoni, di ricostruite la vita quotidiana di questa nobiltà che vive di campagna in un piccolo e sonnolento paese delle Marche.

    C’è il ritratto di un conte, padrone assoluto, grande osteggiatore dei francesi e la loro rivoluzione, orgoglioso del figlio e della sua scienza, ma che non può fare a meno di sfotterlo un po’. Il ritratto della madre, tutta Chiesa e preghiere, dispensatrice di punizioni. Sintomatica la pretesa della lettura di Bellarmino, che, per chi non lo ricordasse, fu quello che preparò il rogo a Giordano Bruno e per questo lo fecero santo.
    La sorellina ancora piccola ma destinata, dovesse meritarsi l’inferno, al girone dei curiosi.

    C’è il fratello più giovane (di poco) affascinato da Giacomo, dalla sua anima tormentata, dai suoi misteriosi studi e dalle ancora più misteriose attività ginniche. Giacomo è in preda ad una antica ossessione: quella della conoscenza, del “fatti non foste a viver come bruti”, del capire cosa c’è al di là di dicerie, fole, superstizioni, paure.

    E’ del fratello più giovane il diario in cui lui annota l’affettuosa persecuzione con la quale cerca di strappare a Giacomo i suoi segreti di studio, rubandogli di notte qualche librino, qualche foglio.
    Da una ricerca puntigliosa per un Saggio sugli errori popolari degli Antichi tutto si allarga, anzi si allunga, percorrendo strade diverse, ma tutte collegate dai ragionamenti di Giacomo.
    Nel frattempo ci sono gli accadimenti del villaggio: un lupo che sbrana pecore e, una volta, anche un ragazzo, Tano, il fidanzatino di Teresa, Nerina, Silvia, insomma la figlia del fattore.
    La ricerca diventa sempre più lunga, entra in scena la vicenda di un giudice sanguinario dell’Inquisizione francese, antiche storie di caccia ad uomini capaci di trasformarsi in lupi, un antico antenato ucciso in sospetto di tale peccato.

    Stop. Se volete sapere, ve lo leggete. Sono solo 130 pagine di piacere: se obiettate che 12,90 euro sono troppi, leggetevi Il cardellino (in internet 17 euro per 892 pagg).
    Come disse Tony Curtis alla ritardataria Marylin ”non importa quanto si aspetta, ma chi si aspetta”.

    Qualche nota: il paese non si nomina mai, ma è riferito un piccolo gioco criptato tra fratelli, dove Duccio è Giacomo “Duccio, uccio, chi ha ‘gnagnato la farfalla?” risposta “Oh, zietto, babba-bobba il re è a Canati”.
    Che il professore universitario citi la Nerina (conosciuto Tano nei balli delle sere dei dì di festa) che esce dal bosco con un erroneo mazzo di rose e viole avvallando l'errore, mi sembra idea peregrina. Semmai ci richiama l’unica poesia che sa pure il mio verduraio (senza voler offendere il verduraio).
    Colgo l’occasione per testimoniare che a casa mia, in Riviera, si può fare un mazzetto di rose e viole, visto che di rose ho fioritura per tutto l’anno. Alla faccia del nebbioso romagnolo Pascoli.

    Avviso: molte sono le “chiacchierate” zeppe di informazioni dotte. Se ciò inquieta, soprassedete.
    Se dopo averlo letto venisse da scrivere o parlare come i personaggi, non pensare di poter scrivere un racconto sul Foscolo: si è stati solo, felicemente, contagiati.

    Grazie, Leggenda.

    12.07.2014

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    Anina e "gambette di pollo" sotto i 5000 ... said on Jul 12, 2014 | 5 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Libro geniale per idea e trame, e di sapienza letteraria fuori del comune per linguaggio e stile. C'è poco altro da dire: Mari si conferma anche qui il miglior scrittore italiano vivente.

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    Il grande marziano said on Jun 30, 2014 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (200)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Softcover 128 Pages
  • ISBN-10: 8831770454
  • ISBN-13: 9788831770453
  • Publisher: Marsilio
  • Publish date: 1998-01-01
  • Also available as: Paperback , Others
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