Irisches Tagebuch

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Verleger: Dtv

3.9
(311)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 137 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Italian , Spanish

Isbn-10: 3423000015 | Isbn-13: 9783423000017 | Publish date:  | Edition [16. Aufl

Auch verfügbar als: Audio CD

Category: Fiction & Literature , Travel

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Buchbeschreibung
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  • 5

    “Quando Dio creò il tempo ne fece abbastanza”

    Un agile volumetto che , visto il titolo ed alla luce del suo centinaio di pagine scritte peraltro in carattere largo , si potrebbe essere tentati di catalogare come uno dei tanti racconti di avventur ...weiter

    Un agile volumetto che , visto il titolo ed alla luce del suo centinaio di pagine scritte peraltro in carattere largo , si potrebbe essere tentati di catalogare come uno dei tanti racconti di avventure di viaggio .
    Ma inutile dire che , conoscendo Böll , sarebbe una valutazione frettolosa , riduttiva , ma soprattutto fuorviante perché basta leggerne alcune pagine per scoprire che ciò che l'autore è riuscito a tirare fuori da una sua reale esperienza di vita in Irlanda accompagnato dall'intera sua famiglia , è in realtà un piccolo capolavoro , uno scrigno prezioso che racchiude ricordi , emozioni e sensazioni uniche , raggiungendo poi momenti di autentica poesia nella descrizione di angoli e di personaggi di una terra bellissima ed incredibile mirabilmente riassunta nell'epigrafe all'opera : “ Questa Irlanda esiste , ma chi ci va e non la trova , non può chiedere risarcimenti all'autore. “

    gesagt am 

  • 5

    Caro Heinrich Boll,

    (https://medium.com/@saramarzi/caro-heinrich-b%C3%B6ll-ce6030018de2#.8jov95fm9)
    Diario d’Irlanda. Già il nome è un programma. Sì, uno di quelli di viaggio. Una scaletta, tipo. Non schematica e sinteti ...weiter

    (https://medium.com/@saramarzi/caro-heinrich-b%C3%B6ll-ce6030018de2#.8jov95fm9)
    Diario d’Irlanda. Già il nome è un programma. Sì, uno di quelli di viaggio. Una scaletta, tipo. Non schematica e sintetica, ma musicale, poetica, e perché no pure sensibile e delicata. Un plico di letterine da spedire al migliore amico per fargli sapere dove si è, perché si è lì, quanti rapaci hanno volato sulla propria testa, quale violenza della natura ha fatto infrangere le onde dell’Atlantico contro le scogliere. Manca il francobollo, poi il messaggio può volare.
    Heinrich Böll ha fatto proprio questo: mi ha fatto volare. In alto, in basso, a una spanna da terra e un metro dalle nuvole, tra quelle gonfie d’acqua e quelle più leggere e candide. C’è poco da stupirsi, i virtuosi della Germania, in particolare di quella ottocentesca e novecentesca, hanno il gene della beltà. Non parlo solo di eleganza linguistica, ma di vera e propria squisitezza d’animo. La prosa di Böll, in Diario d’Irlanda, respira e il suo soffio è ritmico ed è capace di mettere in pausa gli orrori della vita; è proprio quello che capita al lettore quando inizia a leggere Diario d’Irlanda — e lo posso garantire. La prima pagina che il lettore volta è il primo passo che lo avvicina a Dublino. E così, tra un paragrafo e l’altro, si trova davvero nel paese più verde del mondo, dove c’è una povertà che è ricca, perché gli scellini condivisi fanno la felicità. La felicità collettiva, si capisce. Nel frattempo sulle sue dita compaiono i primi calli e le sue scarpe si sciupano, perché Böll si spinge in ogni luogo possibile e immaginabile d’Irlanda e instancabilmente con sé porta il lettore.
    Come un sogno ad occhi aperti, Heinrich mostra una panoramica del paese che, a primo impatto, pare disomogenea e precaria. Così come un puzzle i cui pezzi, con pazienza e determinazione, tornano insieme, anche in Diario d’Irlanda ogni sguardo, ogni pensiero e ogni riflessione si combinano perfettamente tra loro, e ne esce un dipinto che è una chiazza verde nel mezzo di una lunga pennellata di blu cobalto.

    Comunque credo di non aver mai sottolineato un libro così tanto. Ogni passaggio è un’ode alla nazione, allo splendore nascosto nelle città e nei villaggi fantasma. Nessun tecnicismo disincanta la lettura, e anche dove il dettaglio arriva per sostituire una virgola di pausa, l’alchimia che Böll ha genialmente creato rimane, fissa e immutata fino alla fine del viaggio. Il bello di Böll, anzi, di Diario d’Irlanda è il coraggio che ha in sé e che esibisce con finezza. E questo coraggio è quello di vedere la bellezza anche dove apparentemente non è. Per questo Heinrich ha fatto della poesia e dello stile musicale le sue armi principali: la poesia è quel tappeto di parole che riesce a estrapolare la bellezza dalla bruttezza; è quel particolare paio di occhiali da vista che i miopi dovrebbero indossare più frequentemente, per abituarsi allo splendore di ogni giorno, ogni situazione e ogni persona. Vedere la bellezza è dunque un atto di coraggio. E il caro Böll, meglio di chiunque altro, ce lo racconta proprio in Diario d’Irlanda.
    Per concludere, cito un passaggio a cui mi sono affezionata e che spero funzioni come finale:
    «Prega» lessi ancora «per Kevin Cassidy che morì a tredici anni il 20–12–1930». Mi sentii come colpito da una scossa elettrica: nel dicembre del 1930 avevo anch’io tredici anni […] avevo preso otto in latino e intanto la bara di Kevin veniva calata nella fossa. Più tardi, quando ebbi lasciata la
    chiesa, Kevin Cassidy, per la strada, si mise a camminare accanto a me. Lo vedevo, vivo e della mia stessa età […] L’ombra di Kevin mi era così vicina che ordinai due whisky quando fui di ritorno all’osteria dei bevitori soli; ma l’ombra non alzò il bicchiere alle labbra, e così bevvi io per Kevin Cassidy morto a tredici anni il 20–12–1930. Bevvi con lui, per lui.

    gesagt am 

  • 3

    L’Irlanda verdissima e selvaggia col suo mare spumeggiante e i suoi abitanti semplici e cordiali, tranquilli e chiacchieroni, poveri ma allegri, grandi consumatori di tè e molto più felici di quanto p ...weiter

    L’Irlanda verdissima e selvaggia col suo mare spumeggiante e i suoi abitanti semplici e cordiali, tranquilli e chiacchieroni, poveri ma allegri, grandi consumatori di tè e molto più felici di quanto pensino di essere in realtà. Tra le città più importanti e i villaggi semidisabitati, Diario d’Irlanda racconta l’Irlanda più vera, quella di un popolo che molto ha sofferto e di cui una buona parte è costretta a emigrare, eppure ricco di speranza, di serenità d’animo, di voglia di godersi la vita anche quando è difficile.

    gesagt am 

  • 4

    It could be worse

    Cio' che sorprende e' l'inguaribile ottimismo degli irlandesi che, pur avviliti da una fame secolare, costretti ad alimentare un secolare flusso migratorio, ridotti in miseria, continuano a pensare... ...weiter

    Cio' che sorprende e' l'inguaribile ottimismo degli irlandesi che, pur avviliti da una fame secolare, costretti ad alimentare un secolare flusso migratorio, ridotti in miseria, continuano a pensare......poteva andare peggio.
    P.S. Sicuramente tanto sara' cambiato, spero che il verde sia rimasto uguale.

    gesagt am 

  • 4

    Se cercate un'Irlanda, povera e calorosa, verde e sognante, la troverete in questo poetico diario scritto da uno straniero in visita nell'isola della birra, del the e dell'emigrazione. Ma è Böll in pe ...weiter

    Se cercate un'Irlanda, povera e calorosa, verde e sognante, la troverete in questo poetico diario scritto da uno straniero in visita nell'isola della birra, del the e dell'emigrazione. Ma è Böll in persona a mettervi in guardia. La bellezza sta negli occhi di guarda. Se non riuscirete a trovare l'Irlanda descritta nel libro non prendetevela con l'autore.

    gesagt am 

  • 0

    In 50 anni cambiano moltissime cose.
    Soprattutto se i 50 anni in questione sono quelli che separano l’oggi dalla metà del secolo scorso.
    (25 anni vedevo come fantascientifica, nonché desiderabilissima ...weiter

    In 50 anni cambiano moltissime cose.
    Soprattutto se i 50 anni in questione sono quelli che separano l’oggi dalla metà del secolo scorso.
    (25 anni vedevo come fantascientifica, nonché desiderabilissima, l’ipotesi di poter telefonare e vedere contemporaneamente le facce, che certi silenzi, certi borbottiì, senza gli occhi non riuscivo a decodificarli)

    L’Irlanda raccontata da Boll nel 1957 era diversa da quella di adesso.
    Di sicuro ora si emigra di meno, di sicuro ci sono meno preti in giro, di sicuro le donne, “le creature operose di questa terra”, hanno trovato posto nelle bettole tra il whisky e la birra.
    In epigrafe al libro Boll scriveva: “Questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore.”
    Sono contenta di esserci andata prima di aver letto il libro.
    Dominano i miei ricordi il verde e la pioggia dolce, i cimiteri trafitti da centinaia di croci celtiche, l’attesa che un lepricano spuntasse da un sasso muschioso degli infiniti pascoli (è incredibile quanto sia verde, l’Irlanda, anche alle porte di Dublino) e quel gusto che definirei “pittoresco” prendendo a prestito il termine dalla storia dell’arte, nel lasciare in stato di finto abbandono le rovine delle antiche abbazie.

    “…non si avverte traccia alcuna di violenza. Il tempo e gli elementi con infinita pazienza si sono divorati tutto quello che non era pietra e dalla terra crescono cuscini su cui le ossa si posano come reliquie: il muschio e l’erba.”

    Se l’avessi letto prima, non l’avrei trovata, l’Irlanda di cui Boll racconta, perché mi sarei ostinata a cercarla.
    E invece.

    “IL folklore è un po’ come l’ingenuità: quando ci si accorge di averla, si è già perduta”

    gesagt am 

  • 4

    Un racconto quasi incantato, pieno di sentimento e nostalgia.

    *****

    I cimiteri sono pieni di persone senza le quali il mondo non poteva vivere.

    Quando Dio creo' il tempo, ne fece in abbondanza. ...weiter

    Un racconto quasi incantato, pieno di sentimento e nostalgia.

    *****

    I cimiteri sono pieni di persone senza le quali il mondo non poteva vivere.

    Quando Dio creo' il tempo, ne fece in abbondanza.

    gesagt am 

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