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Italia De Profundis

Di

Editore: Minimum Fax

3.8
(252)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 348 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8875211876 | Isbn-13: 9788875211875 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Travel

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Descrizione del libro
Un luogo che ho disimparato ad amare.
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  • 4

    non è un libro facile: genna sa come prendere a calci nello stomaco il lettore, e questa volta ci va giù pesante.
    non so quanto abbia senso scriverne adesso, credo ci voglia tempo per riprendersi dal libro.
    per uscirne.
    per riprendere fiato.
    non è un libro per tutti, ma è ...continua

    non è un libro facile: genna sa come prendere a calci nello stomaco il lettore, e questa volta ci va giù pesante.
    non so quanto abbia senso scriverne adesso, credo ci voglia tempo per riprendersi dal libro.
    per uscirne.
    per riprendere fiato.
    non è un libro per tutti, ma è un gran bel libro.

    ha scritto il 

  • 3

    deludente

    mi aspettavo un libro più radicale, un pò come ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE, e invece ho trovato il solito Genna ma con in mezzo cose alquanto noiose e anche un pò scontate.

    ha scritto il 

  • 5

    Ti odio.
    E grazie te lo scrivo a pugni chiusi.
    Potessi prendere a rasoiate ogni pagina lo farei.
    Ma poi tornerei indietro.
    E lo sai che sono pigro.
    E tu troppo pignolo.
    E diventerebbe un puzzle di lacrime.
    Tu sai sempre tutto.
    Io no
    Quindi ten ...continua

    Ti odio.
    E grazie te lo scrivo a pugni chiusi.
    Potessi prendere a rasoiate ogni pagina lo farei.
    Ma poi tornerei indietro.
    E lo sai che sono pigro.
    E tu troppo pignolo.
    E diventerebbe un puzzle di lacrime.
    Tu sai sempre tutto.
    Io no
    Quindi tengo insieme le pagine.

    Tu dimentichi.

    ha scritto il 

  • 0

    (e comunque Genna De Profundis, tutto sommato, sarebbe stato il titolo più azzeccato)

    a tratti per me insostenibile, a tratti molto interessante, a tratti veramente eccezionale. Lo considero il perfetto esercizio zen-preparatorio-propedeutico al riabbordaggio del signor Antonio Moresco.

    ha scritto il 

  • 4

    E' strano quello che mi succede quando leggo Genna.
    Per la maggior parte del tempo non capisco. Decisamente troppi riferimenti filosofici, mistici, alti che davvero non sono alla mia portata. Eppure continuo a leggere, in qualche modo rapita dalle parole che non comprendo.
    C'è una sor ...continua

    E' strano quello che mi succede quando leggo Genna.
    Per la maggior parte del tempo non capisco. Decisamente troppi riferimenti filosofici, mistici, alti che davvero non sono alla mia portata. Eppure continuo a leggere, in qualche modo rapita dalle parole che non comprendo.
    C'è una sorta di attrazione/repulsione nei confronti dei suoi scritti, questo in particolare, qualcosa che mi attrae, forse il gusto del decadente, della rovina, dell'annuire nel leggere del marcio che ci circonda, e qualcosa che mi respinge, quel qualcosa che non vorrei vedere, un qualcosa del piangersi addosso che mi da fastidio, ma che riconosco come mio.
    La prima parte è davvero ostica, la seconda, la descrizione di un viaggio nell'inferno di un villaggio turistico siciliano è quanto di più vicino a quello che provo spesso e volentieri durante i miei spostamenti pendolari o quando mi capita di stare in mezzo a gruppi di gente sconosciuta.
    Forse è snobbismo, forse è solo presa di coscienza di quanto in basso siamo tutti arrivati.
    Si può solo risalire?

    ha scritto il 

  • 5

    Alcuni elementi random di Italia De Profundis di Genna. Un libro che riesce a scorticarti. Lo scrittore, nella premessa molto più lunga del racconto effettivo, si immerge in una discesa all'inferno che lo porterà in situazioni estreme, in vicende al limite. L'abisso nel quale il debole e contradd ...continua

    Alcuni elementi random di Italia De Profundis di Genna. Un libro che riesce a scorticarti. Lo scrittore, nella premessa molto più lunga del racconto effettivo, si immerge in una discesa all'inferno che lo porterà in situazioni estreme, in vicende al limite. L'abisso nel quale il debole e contraddittorio "io" del protagonista Genna si immerge possiede però dei lampi di luce e di disperata speranza. L'incontro con la droga, la percezione che le sostanze non aumentano e allargano la coscienza, quanto piuttosto è la lucida interruzione della dipendenza che rimette in gioco l'attenzione e la possibilità di meditazione. L'autopunizione dei rapporti masochistici con i trans. La vicenda del pedofilo morente. In queste storie in effetti c'è una luce di fondo. Luce assente nel neon abbagliante del mondo commercializzato e virtuale del terrificante villaggio turistico, luogo del vero racconto. Le maschere tragiche che Genna incontra nel villaggio parlano di un paese esausto, rovinato dall'avidità di denaro, dalla superficiale grettezza dei più. Un paese in sfacelo per il quale Genna canta il De Profundis. Ma l'Italia è Genna e Genna è anche l'Italia e il suo viaggio verso l'Inferno più che una redenzione aspetta un'implosione finale, una deflagrazione conclusiva dell'organismo sociale osservato nella sua decomposizione. Genna si rifiuta di osservare con sguardo cinico e ironico il triste spettacolo del disfacimento italico. Piuttosto si getta in questa dolorosa esperienza di compassione e compartecipazione, esperienza segnata dalla costante messa in discussione del proprio "io" sempre mutevole e capace di rimirarsi dall'esterno. Anche Genna si fa scorticare, così come il lettore che arranca dolorante per le pagine del testo. Un testo che lamenta la morte dell'umano, la morte di un paese, l'Italia, all'avanguardia nella sparizione globalizzata dell'umano. Ma anche un testo che sa cogliere in questa morte degli elementi di luce, osservando la realtà dalla postazione originale di una "metafisica non dualista" e di una dolorosa prova di immedisimazione tra oggetto osservato e soggetto narrante.

    ha scritto il 

  • 0

    IO

    ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta


    Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identi ...continua

    ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

    Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

    “io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

    Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l’”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell’”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

    leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

    Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
    e una fresca presa di sale
    impregna il tuo sguardo.

    Di me nessuno vuol sapere,
    di chi io sia la spezia
    e di quale amore la durata.

    Spesso canta il lupo nel mio sangue
    e allora l’anima mia si apre
    in una lingua straniera.

    Luce, dico allora, luce di lupo,
    dico, e che non venga nessuno
    a tagliarmi i capelli.

    Mi annido in briciole straniere
    e sono a me parola sufficiente.
    Effimero, mi dico,
    perché presto cesserà ogni annidare,

    e scorre via il resto di ogni ora.

    Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

    “Mi annido in briciole straniere
    e sono a me parola sufficiente.
    Effimero, mi dico,
    perché presto cesserà ogni annidare”

    questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

    oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

    Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
    Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

    caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-”cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?

    Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
    Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
    Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

    ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà, con la scrittura diventano un’altra cosa...

    Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
    Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

    ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…

    ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

    mai in ritardo caro gius

    1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

    caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

    forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

    la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

    ALLEGATO
    Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
    Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

    Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
    Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
    In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
    Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

    Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

    Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

    Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
    Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

    il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

    ***

    questo pezzo non è propriamente un’intervista, rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

    il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

    in realtà devo dire che è stato proprio per colpa di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

    ha scritto il 

  • 4

    Genna è "un esplicito stronzo" sia come persona che come personaggio letterario - lo dice lui - e dice anche tante altre cose col suo stile sempre all'altezza del virus di cui prende parte, la realtà, la società, lo sfascio...

    ha scritto il 

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