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Italiopoli

Di

Editore: TEA

3.0
(91)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 258 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8850217528 | Isbn-13: 9788850217526 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Crime , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
Un paese che affonda sotto i colpi di una classe dirigente sempre più prodiga di cattivi esempi, in un deserto di valori. Un ceto politico affannosamente complementare nella finzione tra Destra e Sinistra. Un potere barricato in un residence privo di cultura, che sostituisce la realtà con la sua rappresentazione televisiva. L'Italia mafiosa di oggi, ben oltre la mafia tradizionale negli interessi e nei comportamenti. Un viaggio della mente e del cuore per denunciare una società in pezzi, e cogliere i segnali di "nuove resistenze" nella stagione peggiore degli ultimi cinquant'anni.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    1

    Suggerisco ad Oliviero Beha di cambiare mestiere.

    Premessa: il titolo di questo libro è "Come resistere nella palude di Italiopoli" e non solo "Italiopoli" come erroneamente indicato nel sito: un sito di pretesi ed aspiranti letterati dovrebbe fare attenzione almeno a scrivere bene i titoli dei libri, no?


    Ho comperato questo libro dopo es ...continua

    Premessa: il titolo di questo libro è "Come resistere nella palude di Italiopoli" e non solo "Italiopoli" come erroneamente indicato nel sito: un sito di pretesi ed aspiranti letterati dovrebbe fare attenzione almeno a scrivere bene i titoli dei libri, no?

    Ho comperato questo libro dopo essere andato a trovare una mia amica libraia, e dopo averle chiesto di suggerirmi qualcosa di interessante. In realtà si è limitata ad indicarmi un bancone dove aveva messo diversi titoli sui quali praticava un forte sconto (mi pare il 25% sul prezzo di copertina), dove ho a lungo indugiato senza trovare nulla che mi interessasse. Mi dispiaceva però uscire dal negozio senza acquistare nulla, per cui - come extrema ratio - alla fine ho preso questo libro sul quale mi ero soffermato un paio di volte senza grande convinzione nell'esame dei vari titoli in promozione. I motivi dell'indugio erano due: il primo è che il titolo evocava il sensazionalismo tipico del giornalismo d'assalto delle inchieste tipo "La Casta" della coppia Rizzo-Stella, che tanto successo ha avuto generando anche diversi cloni e creando un genere letterario contraddistinto dalla mera denuncia delle malefatte del mondo politico e della classe dirigente in genere; il secondo è rappresentato da un'antipatia a pelle che ho sempre provato nei confronti dell'autore, che ogni tanto compare in tv con aria saccente a pontificare su vari argomenti, in genere il calcio, come se fosse l'unico che "ha capito tutto" e che dispensa le sue pillole di verità a noi poveri appartenenti al "popolo bue".

    Ho letto questo libro, e devo dire che solo una delle due motivazioni che mi respingevano da questo libro ha trovato conferma, e cioè l'antipatia nei confronti di Beha, poichè in realtà questo libro non appartiene affatto al genere della denuncia delle malefatte, di cui dicevo sopra, poichè non contiene altro che chiacchiere e illazioni dello stesso Beha, che lancia frecciate a destra e a sinistra, sempre in modo polemico, e senza dirci un fatto a noi sconosciuto che sia uno. Il concetto che sta sotto a tutto il libro si può riassumere come segue: l'intera società italiana è come una palude nella quale dietro all'apparente conflittualità dei vari attori c'è un complessivo accordo per mantenere lo status quo, dal quale tutti traggono dei vantaggi: le forze contrapposte non sono alternative e quindi tendenzialmente finalizzate a sconfiggersi reciprocamente, ma "complementari" le une alle altre. L'immagine che Beha utilizza per estrinsecare questo concetto è quella dei "ladri di Pisa", "Cioè quelli che di giorno litigano e di notte si mettono d'accordo per rubare" (cfr. pag. 9), immagine che viene continuamente riproposta.

    La tesi viene quindi sviluppata traendone una chiave per leggere tutte le varie vicende che vengono analizzate, che peraltro sono tutte o quasi cose già ben note. Un chiaro esempio di questo "metodo", consistente nel raccontare cose note per trarne conferma per una tesi, è l'analisi che Beha compie della Rai ed in particolare di due celebri direttori generali di questa istituzione, e cioè Pier Luigi Celli e Flavio Cattaneo. Di Celli dice che sostanzialmente fu messo a fare il D.G. della Rai dal centrosinistra, ed in particolare dalla fazione dalemiana; di Cattaneo dice che invece fu nominato D.G. dal centrodestra, di ascendenze leghiste o giù di li ..... e sai che novità? Se non ce lo avesse detto Beha, non lo avremmo saputo mai. Comunque, Beha si lancia in un attacco ad entrambi, basato sull'assunto che entrambi, dopo vari proclami di riforma dell'azienda e di meritocrazia, si sono poi adagiati in una situazione comoda contraddistinta dalla negazione pratica dei proclami teorici. Anche qui: sai che informazione! come se non si sapesse che un carrozzone come la Rai è di fatto non-riformabile, se non con una sua liquidazione ....... Altro concetto ricorrente, la non opposizione che la sinistra fa nei confronti di Berlusconi (i famosi ladri di Pisa), le leggi fatte a quattro mani come per esempio quella (oramai famigerata) sull'indulto, promossa dal governo Prodi, l'inconsistenza della sinistra (le "primarie" dell'Unione che promossero la candidatura di Romano Prodi alla presidenza del consiglio, nelle elezioni del 2006, vengono perennemente definite come "urne alla casereccia" - cfr. pag. 48).

    Insomma, c'è molto da ridire, nel senso che l'opinione dell'autore può anche essere rispettata, ma certo non brilla per approfondimento, anzi, caso mai si può considerare decisamente banale. Non c'è altro aggettivo per definire un ragionamento qualunquistico che può ben esprimersi anche nel proverbio popolare "Mmazza 'mmazza so' tutti 'na razza". D'altra parte cosa solletica di più i bassi istinti del pubblico rispetto ad un generalizzato "J'accuse" in cui tutti sono delinquenti o, nella migliore delle ipotesi, conniventi per poter entrare in quel luogo del potere che l'autore, non so perchè, definisce continuamente "Residence"? C'è molto da ridire, perchè se Beha crede di farci un piacere e di darci qualcosa dicendoci che la nostra classe dirigente è squallida, beh ..... lo sapevamo già da soli, non c'era bisogno di comperare, sia pure con lo sconto (bontà della mia libraia), il suo "pamphlet" (così lo definisce, forse un po' pretenziosamente).

    Il prezzo più alto, però, non è quello pagato in euro, poichè questo è oggettivamente minimo (io alla fine ho speso 6,00 euro) e comunque è nulla rispetto allo stile pessimo con il quale questo libro è stato scritto. I difetti dello stile di Beha sono molteplici, cercherò di elencarne alcuni.

    In primo luogo, è troppo autocelebrativo ed autoreferenziale. Beha è invidioso del successo altrui, e lo si percepisce continuamente sia laddove tributa obtorto collo l'elogio di altri "mostri sacri" del giornalismo attuale, come per esempio Marco Travaglio, sia laddove invece si lascia andare ad autocitazioni ed autoincensamenti. Per esempio, a pag. XII parla de "La Casta" dicendo: "il libro di Stella-Rizzo, caso nazionale ma restato solo un prezioso catalogo di nefandezze, non era ancora uscito mentre andava in stampa Italiopoli", con ciò volendo dire, in poche parole: 1) che "La Casta" è appunto un (per quanto prezioso) catalogo, cioè un'analisi accurata senza alcuna sintesi, un mero elenco; 2) che "La Casta" è arrivato comunque dopo il suo libro Italiopoli. Il che non è vero, nel senso che forse Italiopoli è stato stampato prima, ma di certo non contiene neppure l'1% dei dati che Stella e Rizzo hanno pubblicato nella loro inchiesta, in modo forse - almeno a mio giudizio - un po' eccessivo. A pag. 21, dopo aver posto una serie di interrogative retoriche, l'autore si autocelebra dicendo "Queste poche righe possono sembrare l'ululato alla luna di uno sfigato, di un moralista, di uno sconfitto. Opinioni a confronto o a scontro, insomma, e immersioni nello spleen o nel cattivo umore. Magari. Firmerei di corsa, sarebbe soltanto un problema mio, e di chi si sente come me .....", cercando di ritagliarsi l'immagine di un eroe romantico ("l'ululato alla luna") ma che è nel giusto, grazie ad una sua (del tutto presunta) superiorità morale, e che ha pure un suo seguito. Ed ancora, scrive un intero capitolo "contro" Marcello Veneziani ("Le omissioni barbariche", pagg. 79/84), che - per carità! - non è nessuno, ma forse è soltanto reo di sottrarre all'autore la palma di intellettuale di riferimento dell'ambito di centrodestra, o almeno nell'ambito mediatico di centrodestra No, non ci siamo proprio ..... Non mi dilungo con altri esempi, perchè il concetto è chiaro. Un altro difetto è l'uso di parole troppo ricercate, almeno per il linguaggio giornalistico. "Intiero" (al posto del più comune "intero"), "intemerata", "arcana imperii", "capataz", "basso impero", l'autore usa continuamente espressioni oggi desuete, e comunque improbabili in un contesto in cui poi, all'improvviso, ci parla di Berlusconi chiamandolo "il Berlusca" o peggio "il Caimano", con un modo assolutamente colloquiale inaccettabile in un pamphlet degno di questo nome.

    Ed ancora, l'autore pone continuamente domande retoriche, ad ogni piè sospinto compare un punto interrogativo, la cui risposta è scontata oppure ci viene data perentoriamente pochissime righe dopo. Faccio un esempio tratto da pag. 46, nel paragrafo dove si è analizzata la "comicità" del Bagaglino definendola in pratica una reale rappresentazione della società italiana, comica di per sè, senza bisogno di una iniezione di comicità per far sorridere (che poi dove abbia visto questa comicità è un mistero, se c'era un programma che non faceva ridere era proprio il Bagaglino, ed infatti l'ultima edizione è stata stoppata anzitempo). Bene, allora l'autore dice: "Rimane, per avere un'idea, il manifesto politico del Bagaglino. E' troppo poco? Ma il fatto che almeno a teatro siano così espliciti non prelude forse a qualche reazione di strada, se non proprio a una rivoluzione? Non sta insomma franando il basso impero, e soprattutto non lo sta facendo sotto gli occhi di tutti?" Tre interrogative su quattro frasi, e sono tutte interrogative la cui risposta è appunto scontata. E a pag. 47, inizio di un nuovo paragrafo, si ricomincia: continue interrogative ..... un'ossessione: penso che Beha si ponga da solo le domande, forse perchè non gliele pone nessuno, per dare autorità al suo discorso, come per dire: "Vi darò le risposte che voi, a gran voce, mi chiedete". In realtà risulta solo fastidioso, ed inutilmente retorico, ed infine sembra che faccia tutte queste domande come artificio per "allungare il brodo" del concetto che va ad esprimere. Altro difetto: talvolta l'autore si perde in ragionamenti il cui senso è incomprensibile. Alle pagine 47 e ss. l'autore sviluppa il seguente concetto, sempre nel solco della "complementarietà" fra i vari soggetti della società italiana: Sabrina Ferilli può bene definirsi di sinistra e contemporaneamente reclamizzare i "cinepanettoni" poichè praticamente non ha una sua coerenza. Potrebbe anche essere vero, e certo la Ferilli non penso abbia un seguito grazie alla sua attività politica o culturale, ma semmai per altri motivi. Ecco perchè Beha può dire, a pag. 51: "[La Ferilli] In questo caso ha però il grande merito, a volerle prestare la debita attenzione non soltanto in superficie come fa la grancassa dei media, di personificare contemporaneamente l'icona della sinistra odierna e la sua inconsistenza". Cosa c'entra, quindi, quello che afferma subito dopo, e cioè: "Moretti [Nanni, n.d.r.] sta all'impegno come Sabrina ai 'cinepanettoni'. E l'equazione è chiarissima per tutti"? Cosa c'entra Nanni Moretti con le incongruenze della Ferilli? E perchè l'equazione dovrebbe essere chiarissima addirittura "per tutti"? Sarò stupido, ma per me non solo non è chiara, ma non è neppure un'equazione, è semplicemente un'idiozia tentare di paragonare Sabrina Ferilli con Nanni Moretti. Punto.

    Cercherò anche io di non allungare il brodo: questo libro è, nel migliore dei casi, uno "sfogo" dell'autore per non essere abbastanza considerato dal mondo politico/mediatico attuale. E' scritto in modo ridondante ed esageratamente antiquato, e non offre contenuti che giustifichino il suo acquisto

    ha scritto il 

  • 3

    Bisogna distinguere due piani di lettura: quello contenutistico e quello stilistico. Dal punto di vista delle informazioni fornite, "Italiopoli" è un libro interessante che permette al lettore di confrontarsi in maniera schietta con una realtà sociale che rischia di incancrenirsi a tutti i livell ...continua

    Bisogna distinguere due piani di lettura: quello contenutistico e quello stilistico. Dal punto di vista delle informazioni fornite, "Italiopoli" è un libro interessante che permette al lettore di confrontarsi in maniera schietta con una realtà sociale che rischia di incancrenirsi a tutti i livelli. In questo senso è valido l'accostamento a "La Casta" che qualcuno ha proposto: il testo di Beha dà uno spaccato più ampio, tirando dentro tutti. Il vero problema di questo libro è lo stile, la prosa: si legge a fatica e le informazioni si perdono in mille rivoli contemporaneamente. Troppe frasi incidentali, troppe parentesi, periodi troppo lunghi e vezzi stilistici appesantiscono la lettura sino a renderla a tratti fastidiosa. E' come se Beha avesse voluto tentare un esperimento (tutt'altro che riuscito!): utilizzare linguaggi e stilemi letterari per un testo di denuncia. "La Casta", in tal senso, è molto più organico e puntuale: non mi stupisce quindi la sostanziale differenza di vendite tra i due testi.

    ha scritto il 

  • 5

    Oliviero Beha è un giornalista incredibile.
    Legge l'informazione degli altri e ci aiuta a ragionare. Così facendo riesce a farci vedere la realtà sulla quale noi, troppo spesso, chiudiamo gli occhi.
    Scomodo, perchè mette in fila le notizie e ne fa memoria. In un paese dove fare memoria sta diven ...continua

    Oliviero Beha è un giornalista incredibile. Legge l'informazione degli altri e ci aiuta a ragionare. Così facendo riesce a farci vedere la realtà sulla quale noi, troppo spesso, chiudiamo gli occhi. Scomodo, perchè mette in fila le notizie e ne fa memoria. In un paese dove fare memoria sta diventando reato. Questo libro, nel suo stile, disegna un'immagine reale di questa Italia e insieme al lettore si domanda quale siano le speranze per il futuro.

    ha scritto il 

  • 3

    Come sempre.....

    ...tutte le volte che leggi un libro di denuncia sulle malefatte di questo popolaccio cui ti "disonori" di appartenere, ti chiedi come sia possibile che nessuno paghi mai, governanti e governati!


    L'autore spera (beato lui!) in una "rivoluzione" pacifica che finalmente affranchi i cittadini ...continua

    ...tutte le volte che leggi un libro di denuncia sulle malefatte di questo popolaccio cui ti "disonori" di appartenere, ti chiedi come sia possibile che nessuno paghi mai, governanti e governati!

    L'autore spera (beato lui!) in una "rivoluzione" pacifica che finalmente affranchi i cittadini dai suoi rappresentanti : ma è proprio in quel "rappresentanti" che sta il problema!

    Volenti o nolenti, quei "rappresentanti" ci..."rappresentano" pienamente, e quindi?!? Beha "immagina" un Cittadino che non c'è, un Cittadino immaginario che si riscatti.Ma siamo sicuri che, ammettendone pure l'esistenza, questi voglia davvero riscattarsi??? Io credo che l'unica speranza di "guarigione" sia stata scritta da un "certo" Svevo, negli ultimi 12 righi de "La coscienza di Zeno".

    Pessimismo? Catastrofismo? No! Semplice realismo!

    ha scritto il 

  • 2

    Ahi serva Italia, di dolore ostello ...
    Italia mia benché’l parlar sia indarno...
    Il compianto per le sventure del Belpaese ha una lunga tradizione letteraria. Ai nostri giorni è diventato un filone giornalistico che si arricchisce quotidianamente di denunce di privilegi di casta, abusi di potere ...continua

    Ahi serva Italia, di dolore ostello ... Italia mia benché’l parlar sia indarno... Il compianto per le sventure del Belpaese ha una lunga tradizione letteraria. Ai nostri giorni è diventato un filone giornalistico che si arricchisce quotidianamente di denunce di privilegi di casta, abusi di potere, scempi paesaggistici, connivenze e collusioni criminali e così via: una marea di fango che ormai non indigna neanche più, tanto pervasivo è diventato questo clima corrotto e disonesto da portarci all’assuefazione o alla mitridatizzazione. E’ cosi che si può riassumere la tesi di fondo del libro di Beha, libro faticoso non solo e non tanto per lo sconforto causato dalle iniquità descritte, quanto per lo stile indisponente dell’autore. Ogni frase diventa un campionario di calembour, figure retoriche, citazioni che si accumulano fino a soffocare il senso. Beha, giornalista sportivo, sembra uno di quei bravissimi palleggiatori che, innamorati della sfera, non la mollano mai e si esibiscono in dribbling, colpi di tacco, veroniche e sombreri, dimenticando che lo scopo del gioco è un altro.

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo molte pagine passate a meditare sul qualunquismo e il disfattismo piano piano si fanno avanti altre categorie di pensiero derivanti dalla lettura che grazie alla sua insistenza su alcuni temi finisce per consolidare in chi legge la percezione della fondatezza di alcune tesi; come semrpe capi ...continua

    Dopo molte pagine passate a meditare sul qualunquismo e il disfattismo piano piano si fanno avanti altre categorie di pensiero derivanti dalla lettura che grazie alla sua insistenza su alcuni temi finisce per consolidare in chi legge la percezione della fondatezza di alcune tesi; come semrpe capita in questi casi l'analisi spietata di una situazione lascia spazio a pochi squarci disperanza. Può una classe dirigente, in qualunque settore operi non lasciare spazio alla speranza?

    ha scritto il