J' accuse

Il caso Dreyfus

Di

Editore: Mondadori

4.0
(95)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 170 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Francese

Isbn-10: A000110293 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Storia , Filosofia , Politica

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Descrizione del libro
Una lezione ideologica e storica, letteraria e oratoria, retorica e persino religiosa... un intellettuale insorge e accusa... Per merito di Zola, il caso Dreyfus fu qualcosa di più che un caso giudiziario.
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  • 5

    Attenzione la recensione è scritta senza alcuna competenza e può creare disinformazione. Si assicura che durante la stesura non si è procurato danno ad alcun animale eventualmente presente.

    Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l'operaio diabolico dell'errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da ...continua

    Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l'operaio diabolico dell'errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.
    Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.
    Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell'innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso.
    Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l'altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l'arcata santa, inattaccabile.
    Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un'indagine scellerata, intendendo con ciò un'indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia.
    Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio.
    Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell'Eclair e nell'Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l'opinione pubblica e coprire il loro difetto.
    Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole.

    Se avete letto, non è bellissimo?

    Se gli americani credono di aver inventato il marketing, si sbagliano. L’hanno solo codificato.
    E’ la Francia che ha sempre venduto se stessa con una pubblicità spesso ingannevole. Nella Ville Lumiere così multietnica, centro del mondo culturale e modaiolo dell’epoca, che aveva appena regalato agli USA la Statua della Libertà che con i piedi spezzava le catene del potere, ci fu un processo vergognoso.
    Nel 1894, Alfred Dreyfus, un capitano dell'Esercito, ebreo, fu accusato di aver svolto dell’attività di spionaggio a favore della Germania (la clamorosa sconfitta di Sedan era ancora sullo stomaco degli apparati militari). Processo e giudizio approssimativi. E il risultato fu che Dreyfus fu condannato alla deportazione a vita sull'isola di Caienna. Ovviamente la stampa scatenò un’ondata di antisemitismo. Émile Zola si schierò a favore dell'ufficiale e pubblicò un editoriale in cui accusava i veri colpevoli e le responsabilità di stampa ed esercito.
    Scrisse questo bellissimo testo di indignazione civile e si rimediò una condanna a 1 anno di galera più multa. Non domo, Flaubert pubblicò una lettera aperta al Presidente che provocò la riapertura del caso.
    Tutto finì (finì?) 4 anni dopo la morte di Flaubert. La Corte di Cassazione revocò la sentenza di condanna e Dreyfus fu riabilitato.
    L’11 luglio 1940 la Francia assegnò i pieni poteri a Petain e collaborò al rastrellamento di migliaia di ebrei consegnati al Terzo Reich. Ma Vichy viene ricordata per l’acqua e la Francia una nazione “resistente” con De Gaulle come capo. Marketing strategico.
    Alla faccia dell’indignato, civile, onesto Flaubert.

    ha scritto il 

  • 5

    Ne consiglio a tutti la lettura: un'ottima e veritiera prefazione di Giuliano Ferrara introduce il pensiero di un buon cittadino, come Zola, che è solamente alla ricerca della verità! Sembra assurdo c ...continua

    Ne consiglio a tutti la lettura: un'ottima e veritiera prefazione di Giuliano Ferrara introduce il pensiero di un buon cittadino, come Zola, che è solamente alla ricerca della verità! Sembra assurdo come questa venga di volta in volta insabbiata...molto attuale!

    ha scritto il 

  • 3

    È un testo che va scisso. L'importanza intrinseca è grande: un formale atto d'accusa riguardante l'irregolarità del processo del caso Dreyfus (un'accusa per cui Zola fu condannato, ma che dopo la sua ...continua

    È un testo che va scisso. L'importanza intrinseca è grande: un formale atto d'accusa riguardante l'irregolarità del processo del caso Dreyfus (un'accusa per cui Zola fu condannato, ma che dopo la sua morte si rivelò essere esatta), in cui vengono fatti nomi e cognomi di chi fu implicato nella vicenda riguardante il militare francese; e fu anche una importante ondata controcorrente all'imperante antisemitismo che andava crescendo in Francia.
    Però è, ovviamente, una lettera editoriale, che può risultare anche noiosa e che non si rivela certo una pietra miliare nello stile della letteratura mondiale. Le tre stelle sono una fusione tra le quattro per l'importanza e le due per il testo in sé.

    ha scritto il 

  • 4

    il tempo è galantuomo (ovvero il perché di una lettura e il perché di quattro stelle)

    "Ils ont rendu une sentence inique, qui à jamais pèsera sur nos conseils de guerre, qui entachera désormais de suspicion tous leurs arrêts. Le premier conseil de guerre a pu être inintelligent, le sec ...continua

    "Ils ont rendu une sentence inique, qui à jamais pèsera sur nos conseils de guerre, qui entachera désormais de suspicion tous leurs arrêts. Le premier conseil de guerre a pu être inintelligent, le second est forcément criminel. Son excuse, je le répète, est que le chef suprême avait parlé, déclarant la chose jugée inattaquable, sainte et supérieure aux hommes, de sorte que des inférieurs ne pouvaient dire le contraire. On nous parle de l’honneur de l’armée, on veut que nous l’aimions, la respections. Ah! certes, oui, l’armée qui se lèverait à la première menace, qui défendrait la terre française, elle est tout le peuple, et nous n’avons pour elle que tendresse et respect. Mais il ne s’agit pas d’elle, dont nous voulons justement la dignité, dans notre besoin de justice. Il s’agit du sabre, le maître qu’on nous donnera demain peut-être. Et baiser dévotement la poignée du sabre, le dieu, non!"

    Il 13 gennaio 1898 appariva sulla prima pagina de L'Aurore un'importante lettera aperta all'allora presidente della Repubblica Félix François Faure in cui uno degli autori francesi più noti e affermati del tempo prendeva una netta posizione in quello che era probabilmente l'argomento del momento in Francia e forse non solo: l'Affaire Dreyfus. La storia dell'ingiusta accusa di spionaggio nei confronti di Alfred Dreyfus, del processo a porte chiuse, della successiva degradazione, di verità contrapposte che si contendono la ribalta e di una Francia divisa in due fazioni - i Dreyfusards e gli anti-Dreyfusards - è talmente nota che forse non vale neanche la pena andare oltre nel ricordarla. L'autore era Émile Zola, il titolo è J'accuse, un titolo che da quel momento in poi diventerà il simbolo di ogni denuncia aperta, di ogni presa di posizione netta, di ogni tentativo di fare nomi e cognomi.
    Ecco questo piccolo libro pubblicato dall'editore milanese "La vita felice" è in pratica la pubblicazione del testo integrale di quella lettera nell'originale francese e nella sua traduzione in italiano con l'aggiunta di una breve e interessante nota introduttiva di Giuseppe Pintorno. Il motivo per cui io l'ho letto è stata la curiosità seguita alla conclusione del terzo volume della Recherche di Proust in cui il protagonista, attraverso la frequentazione dei salotti parigini di Madame de Villeparisis prima e della duchessa di Guermantes (Oriane) poi descrive perfettamente l'atmosfera divisa e il vibrante discutere sull'affaire Dreyfus e sul caso Zola. L'ho letto e non ne sono rimasta delusa. Anzi. Un testo decisamente da quattro stelle, quattro stelle che, cosa che non faccio mai, ho voglia in questo caso di motivare. La prima stella è di stima per l'autore; per un autore che negli anni mi ha saputo regalare momenti di lettura bellissimi, personaggi indimenticabili, che mi ha fatto sentire sulla pagina la velocità folle di una locomotiva, la stessa velocità di una locomotiva che ho ritrovato solo in musica e che ha fatto sì che due testi apparentemente distanti e lontani tra loro siano invece legati nella mia testa da uno strano intreccio, da uno strano legame. La seconda stelletta è per la scrittura che ha il dono straordinario della scorrevolezza e della fluidità; per uno stile che non ha cedimenti e sente chiaro dietro di sé l'ombra di uno scrittore pieno di mestiere, talmente ricco di mestiere da riuscire a nasconderlo quasi non ci fosse. La terza stelletta è per il coraggio che ha fatto la fortuna di questo testo. Il coraggio di dire quello che si pensa senza la paura di ciò che potrà avvenire in futuro; senza pensare a quello che non si potrà ottenere oppure a quello che si potrà perdere; senza pensare a come reagiranno gli amici oppure a che uso potranno farne i nemici, ma tenendo il proprio sguardo fisso solo sulla propria correttezza di pensiero. Un coraggio e una correttezza di pensiero rari. La quarta stelletta invece è per l'attualità di questo testo che, se si escludono i momenti di descrizione del caso particolare, ha davvero numerose corrispondenze con quell'esperienza quotidiana che è senza tempo e senza confini e che è possibile ravvisare nella storia del secolo scorso come nella storia più recente. In questo la citazione che ho riportato in apertura non era scelta a caso.
    Concludo con una frase che Zola lascia subito prima delle sue otto accuse dirette e che trovo bella e per fortuna profondamente vera: d'altronde, non dispero affatto del trionfo della verità. Lo ripeto con una certezza ancor più veemente: la verità è in cammino e niente la fermerà.

    ha scritto il 

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