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JPod

By Douglas Coupland

(38)

| Paperback | 9780747582229

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Book Description

Ethan Jarlewski and five co-workers whose surnames end in 'J' are bureaucratically marooned in JPod. JPod is a no-escape architectural limbo on the fringes of a massive Vancouver game design company. The six workers daily confront the forces that def Continue

Ethan Jarlewski and five co-workers whose surnames end in 'J' are bureaucratically marooned in JPod. JPod is a no-escape architectural limbo on the fringes of a massive Vancouver game design company. The six workers daily confront the forces that define our era: global piracy, boneheaded marketing staff, people smuggling, the rise of China, marijuana grow-ops, Jeff Probst, and the ashes of the 1990s financial tech dream. JPod's universe is amoral and shameless. The characters are products of their era even as they're creating it. Everybody in Ethan's life inhabits a moral grey zone. Nobody is exempt, not even his seemingly straitlaced parents or Coupland himself. Full of word games, visual jokes and sideways jabs, this book throws a sharp, pointed lawn dart into the heart of contemporary life.

73 Reviews

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    Questa, caro Douglas, è un po' una pugnalata...

    Tra di loro si considerano reciprocamente alla stregua di “vacui cartoon umani”. Sono un campionario delle più disparate eccentricità pop partorite dalla sottocultura di massa degli anni ’80 e ’90, e condividono in sei un bizzarro habitat cubicolare, ...(continue)

    Tra di loro si considerano reciprocamente alla stregua di “vacui cartoon umani”. Sono un campionario delle più disparate eccentricità pop partorite dalla sottocultura di massa degli anni ’80 e ’90, e condividono in sei un bizzarro habitat cubicolare, affettuosamente ribattezzato jpod in onore dell’iniziale dei loro cognomi, in seno a una mega-multinazionale canadese. La loro sfida più grande consiste nel mantenere la loro integrità di beati eletti nell’universo dei geek da battaglia, e soprattutto in quell’”avere un lavoro senza lavorare”, obiettivo davvero arduo da raggiungere all’interno di una compagnia “in cui la produttività viene misurata con ogni sistema metrico mai concepito dall’uomo”. Cowboy vive segnato dall’ossessione per la morte e l’astinenza sessuale; il “malvagio” Mark è sprovvisto di qualsivoglia senso dell’umorismo ed è puntualmente bersagliato dai compagni per questo; John Doe è cresciuto in una comune di invasate hippie che lo ha preservato, suo malgrado, da ogni possibile forma di contagio mediatico e commerciale, ragion per cui la sua massima aspirazione è al conformismo più disarmante, anche in ambito sessuale; Bree è per converso affetta da una specie di ninfomania d’elite che la rende fragile quanto volubile negli interessi come nelle relazioni; Kaitlin tende a recitare nei panni della prima della classe o semplicemente è solo la più sana di mente, e fatica per questo a integrarsi in un team che vive con estrema ripugnanza; con una simile accozzaglia umana in guisa a fargli da controparte d’elezione, parrebbe avere vita facile come specchio della normalità il mite Ethan, quello più razionale, meno infognato con gli assurdi dettami della filosofia nerd, quello che sembra provare sentimenti meno morbosi e più ortodossi (rivolti masochisticamente verso l’ostile Kaitlin, ultima arrivata). L’apparenza inganna, e al lettore non serve troppo tempo per accorgersene. La quotidianità del giovane protagonista è infatti ammorbata da una coppia di genitori fedifraghi che sono un esplosivo coacervo di stravaganze e pericolose inclinazioni: mamma ha una piantagione di hashish in cantina, amanti più o meno giovani di entrambi i sessi e più di uno scheletro nell’armadio di cui sbarazzarsi con l’aiuto del malcapitato figlio; il babbo è invece un fallito il cui solo scopo nella vita è quello di ottenere finalmente una parte con battute in pellicole di infimo livello o spot pubblicitari (non ci riuscirà), e che affoga la propria rassegnazione nelle gare di ballo, nelle miscele di rum e Gatorade e in occasionali relazioni con le vecchie compagne di scuola dei figli. Figli, perché nel cast rientrano anche un fratello, Greg, agente immobiliare, e soprattutto il socio di quest’ultimo in affari tutt’altro che leciti, il minacciosissimo Kam Fong. Riusciranno i sei scoppiati del jpod (e il loro capo Steve, insopportabilmente idiota e ordinario, prima che un grosso trauma e l’eroina lo rivoltino come un calzino) a completare la progettazione di un videogame di skateboard, sabotato dai superiori con sceneggiature infantili o orrende derive fantasy, prima che l’azienda riveda i suoi piani e opti per la cancellazione? Tra lettere d’amore al clown di McDonald, Ronald, bizzarri esercizi matematici, brevi interviste (onanistiche) per fantomatici corsi di inglese e intere paginate di ciarpame informatico, assisteremo al naufragare di un candido sogno per perdenti, rimpiazzato dall’edulcorante sapore di una realtà vincente.

    Per quanto destinata, magari, a lasciare il tempo che trova, una pur dozzinale analisi critica di “Jpod” non può in alcun modo prescindere dai necessari paralleli con le più simili tra le precedenti opere dell’autore. La domanda corretta da porsi, a romanzo ultimato, dovrebbe essere: “cosa resta della mitica Generazione X, quindici anni dopo?”. La risposta è nelle vostre mani, abbastanza impietosa. Non certo quel respiro ampio per quanto vago, generazionale appunto, che in quell’opera prima era una benzina sorprendente nonostante una prospettiva di sconfinato disincanto. Gli (anti)eroi di “Jpod” potrebbero essere i fratelli minori o, meglio, dei cugini giovani, ma in comune con Andy, Dag e Claire hanno davvero pochissimo. Non quello spessore “umano” fatto di debolezze e disorientamento, reso nelle psicologie con tendenza alla stilizzazione ma anche buona efficacia. Al confronto, questi quasi trentenni sono caricature del modello invecchiate male, figurine di carta ideate per rendere alla meno peggio una certa idea del disordine di questi anni, in ambito sentimentale, comunicativo, culturale. delle surreali favole di allora, praticamente non vi è traccia. La testimonianza confusa ma sincera dello smarrimento di quello che all’epoca era il ceto medio lascia il posto a una generale tendenza al divertissement, alla stravaganza pacchiana, al bombardamento di stimoli e rimandi a tratti contraddittori, che tendono a solleticare l’epidermide del lettore, a distrarlo senza soluzione di continuità. La trama semplice e divagante di un tempo è rimpiazzata da un groviglio di situazioni anche divertenti, ma fondamentalmente iperboliche e assai poco credibili. L’universo geek raccontato con grazia ed equilibrio mirabili in “Microservi” (ad oggi il vero titolo imperdibile dello scrittore canadese) è qui ridotto a una barzelletta che non fa nemmeno particolarmente ridere, una scenografia di cartapesta, un fondale privo di profondità, un pretesto più simbolico che altro, anche se svuotato di significati degni di una qualsiasi riflessione. Poi certo, Coupland è sempre il solito fenomenale intrattenitore: infarcisce anche questo testo di dettagli grotteschi, curiosità assortite da fanatici della rete, spiccioli di weirdness colorata, tuffi a bomba nel grande e un po’ avvizzito calderone degli anni ottanta, con quell’immaginario condiviso che in maniera non troppo onesta ci pungola nel vivo, nostalgia canaglia. Non c’era internet ai tempi, mentre oggi siamo alla sovraesposizione. Un po’ come per l’inventiva di un autore che ha già raccontato questo tipo di attualità fino alla nausea – certe volte bene, certe volte meno – e ora si vede costretto a fare i salti mortali per non ripetersi, ricorre a qualche baracco nata di troppo e sostanzialmente fallisce. Lo stratagemma di menzionare se stesso nella prima frase del libro, in qualità di residuato di una cultura pop bersagliata ma in fondo amatissima, poteva e doveva valere come campanello d’allarme. Alla quarta autocitazione, il narcisismometro tendeva ormai pericolosamente alla soglia di massima criticità. Ma ridursi a fare di sé un personaggio tra gli altri, ferocemente cinico poi (ma chi ci crede?), solo per ritagliarsi il più comodo degli alibi narrativi è un colpo davvero basso, duro da incassare, una trovata del tipo “raschiamo la morchia in fondo a questo barile” che dal buon Douglas non ci si aspettava. Tre stelle comunque, perché quest’uomo rimane un dannato, adorabile, fratello maggiore.

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    Seashanty said on Aug 7, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Un romanzo scritto da un fuori testa, con uno stile fuori di testa che parla di fuori di testa! Oppure... uno spledido scorcio ironico della mia generazione, nata e cresciuta in un bombardamento costante di informazioni e stimoli visivi.
    Spassoso e s ...(continue)

    Un romanzo scritto da un fuori testa, con uno stile fuori di testa che parla di fuori di testa! Oppure... uno spledido scorcio ironico della mia generazione, nata e cresciuta in un bombardamento costante di informazioni e stimoli visivi.
    Spassoso e stra-consigiato soprattutto a chi "vegeta" nel mondo dell'IT! Quattro stelle!

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    Ic@rus said on Apr 3, 2014 | Add your feedback

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    突然想起沒看過這本就找來看了。
    超無聊勁好笑書籍的最佳例子。(毆)
    一班在遊戲製作公司工作的怪人會花費所有精力及心機去做盡最無聊的事只是為了不用做真正要做的工作,總之就是很蠢很邪惡很歡樂。

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    AZURE said on Mar 5, 2014 | Add your feedback

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    Dopo "Microservi", Coupland torna sul luogo del delitto e ci propone la storia di un gruppo di programmatori sopra le righe. Rispetto all'altra opera qui spinge più a fondo il pedale del farsesco, riuscendo comunque a regalarci un'opera frizzantissim ...(continue)

    Dopo "Microservi", Coupland torna sul luogo del delitto e ci propone la storia di un gruppo di programmatori sopra le righe. Rispetto all'altra opera qui spinge più a fondo il pedale del farsesco, riuscendo comunque a regalarci un'opera frizzantissima.

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    Little Icelander said on Jan 3, 2014 | Add your feedback

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    <<Una volta che sei al jPod, non c'è via di scampo>>

    JPod è uno di quei libri rari, che ti estraniano completamente dalla realtà e ti catapultano in un mondo surreale eppure in cui ti senti davvero vivo, partecipe. Cinquecento pagine che scorrono rapidissime, come un telefilm di cui non ti puoi ...(continue)

    JPod è uno di quei libri rari, che ti estraniano completamente dalla realtà e ti catapultano in un mondo surreale eppure in cui ti senti davvero vivo, partecipe. Cinquecento pagine che scorrono rapidissime, come un telefilm di cui non ti puoi perdere neanche una puntata, e quanto l'hai iniziato vorresti vederlo sempre, senza mai staccarti dallo schermo.
    Ethan Jarlewski lavora al jPod, un team di programmatori di mondi per i videogiochi in cui tutti i membri hanno la stessa iniziale del cognome (J, appunto), e sono tutti "normalissimi" nerd, che si dilettano a sfottersi a vicenda, ad organizzare tornei di Tetris, a ideare sfide per saggiare la propria primazia in campo matematico e comico, oltre a sabotare i noiosi lavori che vengono loro sottoposti dal marketing.
    Ethan avrebbe una vita già abbastanza appetitosa per diventare il protagonista di un romanzo, ma ci pensano comunque i suoi genitori (un attore dilettante e ballerino professionista, e una coltivatrice di marijuana di cui si innamorano tutti) a complicargli le giornate, tra omicidi involontari, stalker annoiate, amicizie pericolose e favori dai risvolti incomprensibili.
    Douglas Coupland racconta una storia emozionante e piena di colpi di scena, tra cui la sua calata in campo come vero e proprio deus ex machina delle vicende, in cui l'irriverenza e l'autocritica sono d'obbligo (<<Guardai gli occhi freddi di Coupland; era come guardare dentro due pozzi pieni di neonati annegati>>).
    Ogni personaggio di questo romanzo è degno di nota e non può essere facilmente dimenticato: il Malvagio Mark, ossessionato dal cibo dopo essere rimasto chiuso per quattro giorni in un magazzino in cui il suo unico nutrimento erano chewing gum stantii e Gatorade; John Doe, sopravvissuto ad un'infanzia hippie e diventato l'uomo mediocre per eccellenza, alla continua ricerca di passatempi, passioni e pensieri standard; Bree, impegnata nella continua opera di seduzione e conquista di uomini; Kaitlin, alter ego femminile di Ethan, dotata dello stesso umorismo e della stessa verve creativa (geniale la sua macchina degli abbracci, progettata per i geek che si sovraccaricano emotivamente quando hanno un contatto fisico con altri esseri umani); Cowboy, imprevedibile e pericoloso; Kam, malavitoso cinese che si rivela però un grande amico. Insomma, ce n'è per tutti i gusti ed è impossibile riassumere un intreccio così scoppiettante e vivace in poche righe.
    Tra scambi di abiti con clandestini, misteriose sparizioni, cadaveri riesumati, convegni lesbici, serate di karaoke e viaggi verso oriente, JPod si conferma un romanzo geniale, ironico, sempre sopra la media. Da morire dal ridere.

    La mia recensione completa su http://librisucculenti.blogspot.it/2013/12/jpod-anno-ii…

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    Pitichi said on Dec 31, 2013 | 2 feedbacks

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    I've noticed that we're googling every ten minutes. The problem is, after a week of intense googling, we've started to burn out on knowing the answer to everything. God must feel that way all the time. I think people in the year 2020 are going to be ...(continue)

    I've noticed that we're googling every ten minutes. The problem is, after a week of intense googling, we've started to burn out on knowing the answer to everything. God must feel that way all the time. I think people in the year 2020 are going to be nostalgic for the sensation of feeling clueless.

    Bree said, "I think computers ought to have a key called I'M DRUNK, and when you push it, it prevents you from sending email for twelve hours."
    Kaitlin said, "I've got another one: a key called FUCK OFF. You press it every time your computer does something annoying-in turn this would somehow Force your computer to experience pain. And if you pushed SHIFT/FUCK OFF, you'd end up with FUCK OFF AND DIE, the computer equivalent of a razor being raked across your nipples."

    How to create your name if you become a stripper. Basically, just figure out the last expensive form of sugar or sweetness you ate today... Molasses, Sweet'N Low, Wanilla Wafer, Tang, Brown Sugar, The Doublemint Twins, Cinnamon.
    My own stripper name is "M&M.

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    Frau Blucher said on Oct 23, 2013 | Add your feedback

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