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Jakob von Gunten

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Publisher: Siruela

4.1
(284)

Language:Español | Number of Pages: 126 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) English , Italian , Catalan

Isbn-10: 8478446680 | Isbn-13: 9788478446681 | Publish date: 

Translator: Juan José del Solar

Also available as: Paperback , Softcover and Stapled , Others

Category: Education & Teaching , Fiction & Literature , Philosophy

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Book Description
«Aquí se aprende muy poco, falta personal docente y nosotros, los muchachos del Instituto Benjamenta, jamás llegaremos a nada, es decir, que el día de mañana seremos todos gente muy modesta y subordinada. La enseñanza que nos imparten consiste básicamente en inculcarnos paciencia y obediencia, dos cualidades que prometen escaso o ningún éxito. Éxitos interiores, eso sí. Pero ¿qué ventaja se obtiene de ellos? ¿A quién dan de comer las conquistas interiores?» Así empieza Jacob von Gunten, la tercera novela de Robert Walser, la más amada por el autor, pero también la más discutida e innovadora, escrita en 1909 en Berlín, tres años después de haber dejado el instituto donde se había educado. Y el gran protagonista de esta “historia singularmente delicada”, según juicio de Walter Benjamin, es el propio Instituto Benjamenta: el alumno Jacob, a través de su diario, nos introduce en todos sus secretos, en sus dramas y pequeñas tragedias y en todos sus misterios, convirtiéndolo en uno de los escenarios más memorables de la literatura del siglo XX. Robert Walser nació en Biel (Suiza) en 1878 y publicó quince libros, entre ellos las novelas Los hermanos Tanner y El ayudante y las prosas breves El paseo y La rosa. Murió mientras paseaba un día de Navidad de 1956 cerca del manicomio de Herisau, donde había pasado los últimos años de su vida.
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  • 4

    Non ho molte cose da dire dopo la lettura di questo romanzo di formazione se non che a volte mi ha ricordato l'atmosfera del romanzo di Buzzati, Il deserto dei tartari in particolar modo nella rarefazione e sospensione della vita che ho trovato molto simile. Mi viene in mente un altro titolo para ...continue

    Non ho molte cose da dire dopo la lettura di questo romanzo di formazione se non che a volte mi ha ricordato l'atmosfera del romanzo di Buzzati, Il deserto dei tartari in particolar modo nella rarefazione e sospensione della vita che ho trovato molto simile. Mi viene in mente un altro titolo parafrasato, questa volta ispirato a Kundera, "L'impercettibile superficialità dell'essere", per tutto ciò che è solamente accennato e mai approfondito. La prosa è ineffabile ed inaferrabile, sempre in bilico tra sogno, favola e realtà, vieni immerso in uno spazio unico e senza tempo: l'Istituto. Ne esci così, senza particolari emozioni o stimoli, con una sensazione di distacco e a volte anche di incomprensione.

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  • 4

    La malia della parola

    Sfuggente.
    La forma del diario per ritagliare spazi inconsueti al narrare, ma un diario senza date per sfuggire all'ordine del tempo. Il racconto di Jakob è una continua fuga dal centro delle cose, abile nel compiere uno scarto, una finta seducente prima che ci si avvicini al significato ultimo d ...continue

    Sfuggente. La forma del diario per ritagliare spazi inconsueti al narrare, ma un diario senza date per sfuggire all'ordine del tempo. Il racconto di Jakob è una continua fuga dal centro delle cose, abile nel compiere uno scarto, una finta seducente prima che ci si avvicini al significato ultimo della sua esperienza, quasi volesse tenersi per sè il segreto, o metterci nelle condizioni di scoprirlo da soli, ma solamente se si desidera andare fino in fondo alla questione.

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  • 0

    un mio amico, che insegna, ha fatto l'altro
    mese un fascicoletto su ariosto con tante


    immagini e ariosto di qua e ariosto di là e la
    biografia e il periodo storico e le statue più


    belle e gli esercizietti mi pare e le poesie
    e via così allora il fascicoletto va a stamparlo ...continue


    un mio amico, che insegna, ha fatto l'altro mese un fascicoletto su ariosto con tante

    immagini e ariosto di qua e ariosto di là e la biografia e il periodo storico e le statue più

    belle e gli esercizietti mi pare e le poesie e via così allora il fascicoletto va a stamparlo

    in fotocopisteria lì c'è una ragazza giovanissima e pura glielo stampa gli fa una manciata di copie non so

    e poi gli fa, al mio amico, ma senti, tu insegni forse? e forse insegni italiano?

    ce lo racconta a tavola io sono uno che sta sempre composto a tavola perché ho un atteggiamento

    scoliotico per via della caduta del muro di berlino, mi è caduto all'epoca sulla schiena allora a tavola

    sto sempre composto ma questa cosa dell'ariosto mi ha un po' scombussolato

    è stato un attimo, poi sono rientrato in me e al mio amico ho chiesto "e poi?"

    [per la giovanissima Silvia] [ma anche per il mio amico]

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    Rileggere questo libro dopo più di vent'anni è problematico.
    Perchè se la prima volta "i fatti" narrati li avevo capiti come tali, e la loro surrealtà me li teneva distanti, adesso l'esile (inesistente) racconto "non si vede più", e si legge lo "zero", il nulla a cui solo potremmo ambire, se quel ...continue

    Rileggere questo libro dopo più di vent'anni è problematico. Perchè se la prima volta "i fatti" narrati li avevo capiti come tali, e la loro surrealtà me li teneva distanti, adesso l'esile (inesistente) racconto "non si vede più", e si legge lo "zero", il nulla a cui solo potremmo ambire, se quel nulla non fosse percepito dai più, in quest'altro nulla in cui ci tocca vivere, come una condanna.

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  • 5

    "Uno che si applica a non pensare, fa qualche cosa: ebbene, proprio quella cosa è più necessaria."

    Jakob von Gunten, giovane rampollo di una famiglia benestante, si auto-propone come allievo di un istituto alquanto singolare: dalle poche informazioni a nostra disposizione dovrebbe trattarsi di una scuola per camerieri, ma di fatto non ci è dato di ricevere alcuna chiarificazione in merito. Qu ...continue

    Jakob von Gunten, giovane rampollo di una famiglia benestante, si auto-propone come allievo di un istituto alquanto singolare: dalle poche informazioni a nostra disposizione dovrebbe trattarsi di una scuola per camerieri, ma di fatto non ci è dato di ricevere alcuna chiarificazione in merito. Quello che sappiamo, attraverso il diario dello stesso protagonista, è che in questa scuola non si insegna nulla, nè dal punto di vista dei contenuti, nè da quello morale o umano. I ragazzi sembrano abbandonati a loro stessi, il loro unico dovere consiste nel ripetere come degli automi le regole di una buona (e sterile) condotta. Questo azzeramento assoluto della personalità, questa consapevolezza che viene loro inculcata di non valere nulla, sembra tuttavia portare i suoi frutti: uno dopo l’altro i giovani lasciano l’istituto, dopo aver trovato un impiego più o meno dignitoso. Fra i vari compagni di Jakob, alcuni apprezzati, altri quasi compatiti, spicca il serio e zelante Kraus, allievo-modello secondo i canoni della scuola (ovvero un “nulla” a completo servizio degli altri) al quale Jakob, la cui ammirazione rasenta la venerazione, riconosce una vocazione quasi divina. Unico fra tutti gli allievi, Jakob von Gunten sembra riuscire a penetrare i segreti dell’istituto, personificato nelle figure della dolce e malinconica Lisa – unica “insegnante” di cui ci è dato sapere – e il signor Benjamenta, suo fratello, fondatore e direttore della scuola. Il guizzo di un'acuta intelligenza, che Jakob rivela oltre la facciata di un'assoluta e cieca sottomissione, conquista poco a poco la fiducia e la confidenza del compito direttore, fino a restituirgli una vera linfa vitale, tanto che, dopo la morte di Lisa – presumibilmente consumata dal suo “non-vivere” – e la chiusura dell'istituto, Jakob (dietro sua richiesta) lo accompagnerà nella sua nuova vita “fuori”.

    La ragione per cui mi risulta difficoltà di parlare di questo libro è la stessa che gli conferisce un grandissimo fascino: Walser non palesa in modo chiaro la sua posizione rispetto al protagonista e all’ambiente ambiguo nel quale egli vive. Jakob parla dell'istituto e dei suoi “valori” in modo rispettoso, spesso persino entusiastico (sembra quasi che, superati i primi sporadici tentativi di rivolta, il suo “addomesticamento” sia pienamente riuscito). Eppure, come si può credere che Walser volesse davvero esprimere la sua ammirazione per un tipo di insegnamento basato tutto sulla disciplina esteriore, sulla mortificazione dell’individuo in quanto “risorsa”? Oltretutto lo stile di Walser (che mi piace moltissimo) è particolarissimo, pervaso di un’ironia sottile e avvolgente... è logico chiedersi se per caso non ci stia prendendo in giro, se in realtà voglia denigrare quello che finge di apprezzare, o ridicolizzare quello che normalmente la società esalta. Il risultato è che si legge una pagina dopo l'altro in uno stato di sospensione, di perenne attesa, per poi accorgersi che... no, probabilmente non c'è nessuna morale sottintesa, ma solo un susseguirsi di pensieri, ora lucidi, ora onirici, gli uni e gli altri di una profondità a volte inquietante. Scrive Calasso nella sua postfazione al romanzo, “come Jakob, anche Walser (...) rivolge il suo sguardo soprattutto agli avvenimenti minuscoli, alla vita sparpagliata, a tutto ciò che è trascurabile. (...) L’ironia ininterrotta di Walser – ultima discendenza dei grandi romantici – presuppone la certezza della superfluità della parola. Da ciò il predominio della chiacchiera.”

    Insomma, se un senso c'è, questo sarà da cercare nelle divagazioni (a volte tragiche, mai scontate) del protagonista, in alcuni passaggi secondo me indimenticabili... “Ma conformarsi è più elegante, assai più elegante che non il pensare. Chi pensa s’impenna, è questo è sempre brutto, è pregiudizievole alle cose. Sapessero solo quante cose corrompono, i pensatori! Uno che si applica a non pensare, fa qualche cosa: ebbene, proprio quella cosa è più necessaria.” É alla luce di questo tipo di considerazioni che deve essere letta la paradossale, estrema nobilitazione del “servilismo” compiuta dall’istituto e da Walser stesso. Io amo pormi di fronte a qualcuno o qualcosa in grado di mettere in discussione le mie certezze, le categorie di pensiero da me date per assodate, persino le mie “basi” morali... Cerco e amo questo tipo di “crisi”, anche se durano solo il tempo di un bel libro. E per questo non posso che dirmi molto contenta di aver letto questo.

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  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/03/02/jakob-von-gunten-robert-walser/


    “Ci viene inculcato il principio che niente è più salutare che l’adeguarsi a un “poco” solido e sicuro, cioè abituarsi e appoggiarsi a leggi e comandamenti prescritti da un severo ente esterno. Forse si tende a i ...continue

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/03/02/jakob-von-gunten-robert-walser/

    “Ci viene inculcato il principio che niente è più salutare che l’adeguarsi a un “poco” solido e sicuro, cioè abituarsi e appoggiarsi a leggi e comandamenti prescritti da un severo ente esterno. Forse si tende a istupidirci, comunque si vuole che siamo piccoli. Ma non per questo ci si intimidisce. Noi alunni sappiamo tutti, uno come l’altro, che la timidezza è degna di condanna. Chi balbetta, chi mostra timore, si espone a dileggio della nostra signorina; ma tuttavia dobbiamo esser piccoli e dobbiamo sapere, saperlo di preciso, che non siamo nulla di grande. La legge coi suoi ordini, la costrizione coi suoi obblighi, le molte inesorabili prescrizioni che ci dettano la direzione da seguire e il gusto da avere: ecco quello che è grande, e non già noialtri allievi. Sì, ciascuno, persino io, ha la sensazione che siamo semplicemente dei piccoli nani subordinati, tenuti a un’incessante obbedienza. E così ci comportiamo: umilmente, ma con totale fiducia.” (Robert Walser, “Jakob Von Gunten. Un diario”)

    Robert Walser fu ammirato da Kafka, Musil e Benjamin. La proprietà transitiva non è sempre applicabile ai gusti letterari, ma in questo caso mi trovo in perfetto accordo con il giudizio che su Walser dettero i tre autori citati, a loro volta da me molto apprezzati. “Jakob Von Gunten” non è il primo libro di Walser che ho letto, ed ha confermato quanto di buono avevo avuto modo di pensare leggendo, ad esempio, “L’assistente”. Il libro è scritto in forma diaristica dall’immaginario e omonimo protagonista che dà il titolo all’opera, il quale riversa sulle pagine le impressioni relative alla sua permanenza all’interno dell’Istituto Benjamenta, laddove ai collegiali s’insegnano soprattutto la pazienza e l’obbedienza, virtù destinate a renderli degli adulti ligi ai doveri e inclini ad assoggettarsi alle prescrizioni da altri imposte. Le vicende narrate da Jakob si svolgono in una dimensione atemporale e scissa dal mondo esterno all’Istituto. La natura è rimasta fuori e del tempo non v’è traccia, sebbene, come detto, il protagonista scriva un diario. Nel Benjamenta si insegna a servire e a fuggire dal pensiero. Jakob, benestante di famiglia, pur avvertendo subito un clima sospetto e soprattutto la totale mancanza di maestri all’altezza, non è, almeno inizialmente, scontento di questo stato di fatto. Le sue parole, infatti, sono ben lontane dall’istinto di ribellione che ci si potrebbe aspettare da un giovane o comunque in un cosiddetto romanzo di formazione. Dai suoi scritti, piuttosto, si evince un miscuglio di consapevolezza e rassegnazione, quasi che le costrizioni e i doveri imposti ai ragazzi dell’Istituto costituiscano una necessaria preparazione all’esistenza che dovranno condurre al di fuori dell’Istituto stesso. Egli, però, pur sapendo di essere destinato a diventare un “magnifico zero”, rimarca la differenza tra chi, come lui, si educa a raggiungere una sorta d’incoscienza di sé, pur essendo invece ricco di spiritualità, e chi, invece, è già in partenza privo di qualsiasi anelito verso pensieri più elevati. Non a caso, infatti, lo stesso Direttore dell’Istituto rileverà in Jakob una diversità rispetto a tutti gli altri ragazzi e tra i due nascerà un rapporto particolare. Oltre alla descrizione dell’esistenza all’interno dell’Istituto, con particolare riferimento ad alcuni amici e al peculiare atteggiamento di ciascuno, Jakob riporta anche le impressioni circa le sue rare immersioni nella folla all’esterno dello stesso, considerazioni di carattere più generale sull’esistenza e sogni dall’indubbio significato metaforico. Non è facile, per il lettore, stabilire fino a che punto le opinioni di Walser siano quelle dell’autore, ma del resto questo conta poco. Più importante constatare come la lettura scorra piacevole, grazie allo stile dell’autore, che dosa ironia, leggerezza e tragicità, dando così conferma, almeno ai miei occhi, di aver meritato la stima di lettori illustri quali quelli citati a inizio articolo.

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