Jakob von Gunten

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Publisher: Siruela

4.0
(340)

Language: Español | Number of Pages: 126 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) English , Italian , Catalan

Isbn-10: 8478446680 | Isbn-13: 9788478446681 | Publish date: 

Translator: Juan José del Solar

Also available as: Paperback , Softcover and Stapled , Others

Category: Education & Teaching , Fiction & Literature , Philosophy

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Book Description
«Aquí se aprende muy poco, falta personal docente y nosotros, los muchachos del Instituto Benjamenta, jamás llegaremos a nada, es decir, que el día de mañana seremos todos gente muy modesta y subordinada. La enseñanza que nos imparten consiste básicamente en inculcarnos paciencia y obediencia, dos cualidades que prometen escaso o ningún éxito. Éxitos interiores, eso sí. Pero ¿qué ventaja se obtiene de ellos? ¿A quién dan de comer las conquistas interiores?» Así empieza Jacob von Gunten, la tercera novela de Robert Walser, la más amada por el autor, pero también la más discutida e innovadora, escrita en 1909 en Berlín, tres años después de haber dejado el instituto donde se había educado. Y el gran protagonista de esta “historia singularmente delicada”, según juicio de Walter Benjamin, es el propio Instituto Benjamenta: el alumno Jacob, a través de su diario, nos introduce en todos sus secretos, en sus dramas y pequeñas tragedias y en todos sus misterios, convirtiéndolo en uno de los escenarios más memorables de la literatura del siglo XX.

Robert Walser nació en Biel (Suiza) en 1878 y publicó quince libros, entre ellos las novelas Los hermanos Tanner y El ayudante y las prosas breves El paseo y La rosa. Murió mientras paseaba un día de Navidad de 1956 cerca del manicomio de Herisau, donde había pasado los últimos años de su vida.
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  • 4

    “Ubbidiamo senza riflettere”

    ”Qui s’impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e su ...continue

    ”Qui s’impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell'inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi danno da mangiare le conquiste spirituali?”
    Comincia così il diario di Jacob che descrive le vuote giornate all'Istituto. L'assenza di apprendimento, malgrado le apparenze, è tuttavia una formazione: gli allievi qui imparano a non essere. Come ben dice Roberto Calasso nella postfazione:
    ”Invece di formare una personalità, come si direbbe in gergo pedagogico, l’Istituto la disfa e la dissocia. Qui l’ostacolo che gli allievi devono superare è la coscienza stessa. Perciò si esercitano alla ripetizione vuota, alla obbedienza mimetica: seguono qualunque ordine esterno per sottrarsi alla coazione a pensare. Tendono a ridursi a zero (...)”.
    Sono arrivata a questo libro leggendo “Bartleby e compagnia”di Vila-Matas.
    “Jacob Von Gunten”- e la vita stessa di Walser- sono indicati come massimo esempio di appartenenza a la cosiddetta compagna di Bartleby. Dice bene Calasso:
    ”L’obbedienza di Walser, come la disobbedienza di Bartleby, presuppone una totale rescissione. Una mancanza originaria li sottrae all’ecumene dei comunicanti — e quella mancanza è la loro ricchezza. Sovrani, nulla fanno per porle un rimedio e neppure per commentarla. Copiano, trascrivono lettere che li traversano come una lastra trasparente. Non enunciano nulla di proprio, non vogliono modificazioni. « Non mi sviluppo », dice Jakob nell’Istituto; « Non voglio cambiamenti », dice Bartleby. Nella loro affinità si scopre l’equivalenza fra il silenzio e un certo uso ornamentale della parola” .
    Robert Walser fece i mestieri più disparati ma tra un lavoro e l'altro andava a fare il copista a quella che lui chiamava: «Camera di scrittura per disoccupati»(sic!).
    Nella sua biografia si rileva un desiderio di essere un sottoposto colui che si sottomette all'obbedienza. Ciò, tuttavia, è solo in apparenza discrepante dall'essenza del protagonista Bartleby. Si tratta, infatti, di due comportamenti che portati all'estremo si ritrovano nel loro annullamento.
    Walser così si sottrae fino a farsi rinchiudere in un manicomio dove rinuncia al mondo ed alla scrittura che si relega su fogliettini stropicciati e con una grafia minutissima ed incomprensibile in un ultimo atto di sottrazione dal mondo.

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  • 0

    O chiudo gli occhi, benché non sia stanco, per non vedere più nulla. Gli occhi fanno da tramite ai pensieri, e perciò li chiudo ogni tanto, per non essere costretto a pensare.

    Ecco, appunto questo ren

    ...continue

    O chiudo gli occhi, benché non sia stanco, per non vedere più nulla. Gli occhi fanno da tramite ai pensieri, e perciò li chiudo ogni tanto, per non essere costretto a pensare.

    Ecco, appunto questo rende non del tutto sana e naturale l’aria che qui si respira: il fatto che tutti noi, i superiori come la scolaresca, per così dire viviamo già altrove.
    Striamo tutti origliando verso quello che sta per succedere? verso un ipotetico dopo?

    In realtà non sono mai stato un bambino, e proprio per questo, ne sono assolutamente certo, rimarrà sempre in me qualcosa che ricorda l’infanzia. Sono soltanto cresciuto, sono invecchiato, ma l’essenza non è cambiata.

    Sarebbe logico collocare questo romanzo, questo finto diario senza luoghi ne date, negli anni trenta, e immaginarlo come un desiderio di fuga da un’Europa invivibile, malsana, per scelta destinata alla rovina.
    La biografia di Walser lo colloca invece in un tempo non sospetto, il 1909, in piena belle époque, da cui questa specie di parodia di montagna incantata risulta difficile da interpretare.
    Che cosa spinge un ricco rampollo tedesco a lasciare tutto e a rintanarsi in una scuola che forma valletti, servitori, al meglio aspiranti maggiordomi? Addirittura ignorando il fratello artista che vive nel “bel mondo”, frequenta “bella gente” e potrebbe facilmente introdurlo – del resto, su quel mondo il protagonista ha le idee ben chiare:

    In codesti ambienti della cultura progredita domina un innegabile, inequivocabile senso di stanchezza.
    Sono tutti istruiti, ma che stima hanno uno per l’altro?

    Forse aiuta la postfazione di Roberto Calasso, la prima parte quanto meno, non la seconda che va a imbarcarsi in paralleli con leggende orientali scivolando in un intellettualismo esagerato. La prima parte allora, quella che parla di un Walser autistico che solo giocando con la parola scritta riesce a esprimersi al meglio, interessato più a esprimere se stesso che non a sviscerare la grande storia europea, tanto da passare quasi trent’anni, i suoi ultimi, in un sanatorio più per i suoi dissidi interiori che per problemi di salute.
    E con le parole sa giocare bene, costruendo questo giovane Holden in anticipo sui tempi, troppo disincantato per la sua età, eppure non abbastanza da decidere da solo di affrontare il mondo.
    Compiuto il suo grande gesto di rottura con famiglia, passato, ricchezza sceglie un ambiente rinchiuso, sclerotico, a contatto con quattro cinque personaggi dalla psicologia quanto meno peculiare.
    Il tutto per analizzare il mondo sempre attraverso il filtro personale, finendo per formulare un amletico desiderio.

    E quanto alla doppia vita, ciascuno in realtà ne ha una. Perché farse un vanto? Ah, tutti questi pensieri, questi desideri strani, questo cercare, questo tender la mano verso un significato! Poter sognare, poter dormire. E lasciare che quel che ha da venire venga. Sì, che venga.

    L’impressione che emerge è quella di un artista capace di manipolare la materia letteraria e realizzare un libro forse in anticipo sui tempi – davvero una fuga così la vedo adatta a chi vedeva la Germania trascinare l’Europa nell’abisso – o forse senza tempo, un personaggio come Holden, un ragazzo destinato a diventare uomo senza, lo dice lui, essere mai stato bambino.
    E lo scrittore gli trasmette il suo disincanto, quello di chi anche quando le cose non vanno particolarmente male intravvede elementi di disfacimento, e allora si rifugia nello scritto così come il suo personaggio si rifugia in un ambiente claustrofobico e sonnolento.

    Era come se fossimo fuggiti per sempre, o almeno per un tempo assai lungo, da ciò che si usa chiamare civiltà europea.

    Del resto, artista sì, ma con giudizio: l’opera d’arte c’è, che poi serva davvero a qualcosa chissà.

    Non è che per grazia vostra, di voi artisti (ché questo siete, dopotutto), l’uomo che lavora, l’uomo che semplicemente vive, incontri tutt’a un tratto meno difficoltà.

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  • 5

    «Come odio tutti questi termini calzanti»

    Il giovane Jakob von Gunten entra a far parte dell’Istituto Benjamenta, diretto dal Signor Benjamenta e da sua sorella Lisa. Donna che soffre perché è convinta che l’amore scarseggi. Gli insegnanti no ...continue

    Il giovane Jakob von Gunten entra a far parte dell’Istituto Benjamenta, diretto dal Signor Benjamenta e da sua sorella Lisa. Donna che soffre perché è convinta che l’amore scarseggi. Gli insegnanti non ci sono e se ci sono dormono, per cui gli alunni devono essere capaci di insegnarsi da soli "come deve comportarsi un ragazzo". Nell’istituto Benjamenta non si impartiscono nozioni, l’unica è quella di saper diventare piccoli, vicini allo zero. Ci si applica meticolosamente a non pensare, a diventare un magnifico zero, rotondo come una palla, dice Jakob von Gunten.
    «Forse che qui c’è un qualche piano generale, un pensiero? No, niente».

    Robert Walser era bravo, non c’è altro da dire. Vi copio un passo:

    «Il più giovane e il più piccolo di noi alunni è Heinrich. Di fronte a questo ragazzo, chissà perché, uno si sente intenerito. Si ferma a guardare le vetrine nei negozi, tutto immerso nella contemplazione. Poi di solito entra e si compra qualche soldo di dolci. Quando si va a passeggio o si parla con lui, si è indotti senza volerlo, a mettergli una mano intorno alla spalla. Piccolo com’è ha un portamento da colonnello. È privo di carattere perché non sa ancora cosa sia un carattere. Certamente non ha ancora mai pensato alla vita, e a che scopo, del resto?».

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  • 4

    che bel leggere.
    leggendo capivo che l'artista geniale dice cose con semplicità di scrittura e lettura e soltanto poi si trovano gli altri piani di lettura.
    l'oltre, l'universale.
    in questo libro ho t ...continue

    che bel leggere.
    leggendo capivo che l'artista geniale dice cose con semplicità di scrittura e lettura e soltanto poi si trovano gli altri piani di lettura.
    l'oltre, l'universale.
    in questo libro ho trovato il respiro della grande letteratura.
    la voglia di leggere lento per crescere e pensare, e migliorare il mio rapporto con il prossimo e con me.
    (aggiunto per amor di chiarezza che la letteratura della mitteleuropa, Hesse Roth Musil è stata il pane dei miei 18 20 anni, e la rilettura ripesca sicuramente sensazioni atmosfere e ricordi

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  • 3

    Mi rendo conto che mi manca davvero il contesto per poter capire un romanzo del genere. Il contesto, e forse anche l'affinità. Non che non mi sia piaciuto, ma mi è piaciuto per ragioni estetiche, supe ...continue

    Mi rendo conto che mi manca davvero il contesto per poter capire un romanzo del genere. Il contesto, e forse anche l'affinità. Non che non mi sia piaciuto, ma mi è piaciuto per ragioni estetiche, superficiali: è scritto/tradotto bene, ci sono delle riflessioni interessanti, il protagonista e voce narrante mi è parso una versione 'cuor-contento' del protagonista di Memorie del sottosuolo, però non l'ho mica capito.

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  • 4

    Nella camera murata del sonno, sospendere il tempo, fuggire al pensiero, per uscire, non visti, dal mondo. Scegliere l'invisibilità, l'indeterminazione, l’assopimento della coscienza. Smettere l’ostin ...continue

    Nella camera murata del sonno, sospendere il tempo, fuggire al pensiero, per uscire, non visti, dal mondo. Scegliere l'invisibilità, l'indeterminazione, l’assopimento della coscienza. Smettere l’ostinazione di spiegare, di cercare, e rimanere in attesa, lasciando che quel che ha da venire venga.

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  • 4

    Non ho molte cose da dire dopo la lettura di questo romanzo di formazione se non che a volte mi ha ricordato l'atmosfera del romanzo di Buzzati, Il deserto dei tartari in particolar modo nella rarefaz ...continue

    Non ho molte cose da dire dopo la lettura di questo romanzo di formazione se non che a volte mi ha ricordato l'atmosfera del romanzo di Buzzati, Il deserto dei tartari in particolar modo nella rarefazione e sospensione della vita che ho trovato molto simile. Mi viene in mente un altro titolo parafrasato, questa volta ispirato a Kundera, "L'impercettibile superficialità dell'essere", per tutto ciò che è solamente accennato e mai approfondito. La prosa è ineffabile ed inaferrabile, sempre in bilico tra sogno, favola e realtà, vieni immerso in uno spazio unico e senza tempo: l'Istituto. Ne esci così, senza particolari emozioni o stimoli, con una sensazione di distacco e a volte anche di incomprensione.

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