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John Barleycorn

Ricordi alcolici

By Jack London

(101)

| Paperback | 9788802080154

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Book Description

Allegrissima, tragica e disperatamente vitale autobiografi a alcolica di Jack London. La riscrittura in chiave etilistica di “Martin Eden”. A bordo della sua Razzle Dazzle il giovane re dei razziatori di ostriche attracca nei saloon dell’angiporto di Continue

Allegrissima, tragica e disperatamente vitale autobiografi a alcolica di Jack London. La riscrittura in chiave etilistica di “Martin Eden”. A bordo della sua Razzle Dazzle il giovane re dei razziatori di ostriche attracca nei saloon dell’angiporto di Oakland per bere e offrire da bere dimostrando la propria resistenza e generosità per essere accettato in quella consorteria di “veri uomini”. Perché la tesi del libro è che l’alcol “naturalmente” non può piacere e che si beve solo per dovere sociale, per frequentare i saloon e le incredibili persone che vi si conoscono. Molto meglio le caramelle d’orzo che il giovanissimo razziatore mangia di nascosto, come di nascosto legge e frequenta le biblioteche... E che fi nché si fa una vita “vera” le bevute non sono poi un gran problema, a parte i soldi e le risse; il vero problema nasce quando al lavoro fi sico si sostituisce quello intellettuale. Allora sì che l’alcol diventa tragedia.

33 Reviews

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    John Barleycorn, il vizio di bere, è il personaggio immaginario che accompagna Jack London negli episodi che compongono queste sue memorie alcoliche.
    Jack sperimenta molto giovane (5 anni) che l'alcool non gli piace. Nonostante ciò è ripetutamente so ...(continue)

    John Barleycorn, il vizio di bere, è il personaggio immaginario che accompagna Jack London negli episodi che compongono queste sue memorie alcoliche.
    Jack sperimenta molto giovane (5 anni) che l'alcool non gli piace. Nonostante ciò è ripetutamente sospinto verso di esso dai mestieri che svolge per guadagnarsi da vivere (il pirata di ostriche, il cacciatore di foche, il guardiapesca, il cercatore d'oro...). Mestieri dei più svariati tipi, ma tutti che seguono la stessa logica: un duro lavoro, un saloon accogliente dove bere e trovare un po' di allegria, persone fraterne che bevono e offrono da bere a tutti i loro amici fino a restare senza un soldo e quindi essere costrette a tornare al duro lavoro. È John Barleycorn ha dettare legge e a scandire i battiti.
    E anche quando Jack troverà la strada del successo letterario, John Barleycorn riuscirà comunque a insinuarsi nella sua vita, in maniera più subdola. Lo farà attraverso la devastante e tremenda forza della Bianca Logica, che mostra a Jack la verità desolante dell'universo, i suoi "abissi siderali": "Egli è un composto di carne, vino e scintilla, pulviscolo solare e polvere terrestre, un fragile meccanismo creato per funzionare da un punto a un altro punto e attorno al quale armeggiano i dottori della divinità e della medicina prima di gettarlo nella spazzatura".
    Questa è la verità superiore; ma ne esiste anche un'altra, quella dell'uomo comune: "L'alcool dice la verità ma la sua verità non è normale. Ciò che è normale è sano, ciò che è sano tende alla vita. La verità normale è di ordine differente e inferiore". Inferiore, ma l'unica che consenta all'uomo una vita felice e sana. Per cui Jack fa parte di quegli uomini che, presa visione loro malgrado della verità superiore, tentano di dimenticarla.
    Ha più di una bellezza questo libro:
    - è la richiesta di perdono (fatta nella maniera più sincera possibile) per questa sua debolezza, e anche un appello che John Barleycorn non rovini altre vite di uomini che lui considera i migliori;
    - è la perfetta narrazione, pur se spezzata e discontinua, di episodi significativi della straordinaria vita di quest'uomo;
    - è una, piccola ed umile, sincera ed illuminante, riflessione filosofica sul senso della vita.
    Jack London è stato un grande coltivatore: all'inizio ha piantato un po' a casaccio semi di tutti i tipi; il tempo e l'esperienza gli hanno insegnato quali semi piantare e come curarli affinché crescessero sani e forti. Ancora oggi tante sue piante ci offrono frutti squisiti.

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    Alessio Midali said on Mar 19, 2014 | Add your feedback

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    Lungo...

    Delusione totale. Di giorno mi sfondavo di lavoro. Di notte mi sfondavo d'alcool...tutto qui

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    Armando Botta said on Feb 25, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Il vizio e la condanna

    Questo pamphlet romanzato di Jack London si traduce in una spatafiata programmatica e monotematica, in cui le stesse affermazioni vengono ribadite così ripetutamente da venire alla nausea in una narrazione noiosissima che depriva d'interesse anche il ...(continue)

    Questo pamphlet romanzato di Jack London si traduce in una spatafiata programmatica e monotematica, in cui le stesse affermazioni vengono ribadite così ripetutamente da venire alla nausea in una narrazione noiosissima che depriva d'interesse anche il contenuto. Fanno eccezione il capitolo IX, il capitolo XX e i capitoli finali, che però da soli non bastano a gratificare il lettore, pur anche appassionato, anche se in parte riscattano questo libro della cui traduzione integrale proprio non si sentiva la necessità. Così il drammatico autoritratto di un alcolista, scritto probabilmente di getto, finisce per diventare una noiosa cronaca di bevute. Senza contare che London vota a favore del suffragio femminile solo perché spera che le donne (come in effetti fu) faranno approvare il proibizionismo.

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    Imagus 2011-2014 said on Jan 21, 2014 | Add your feedback

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    Scrivere qualcosa su London è difficile come parlare della propria vita, del mondo, dell’universo e di tutto quanto, perché l’argomento è talmente vasto, eterogeneo, profondo ed importante che davvero non so come gestirmela. Però ci voglio provare, p ...(continue)

    Scrivere qualcosa su London è difficile come parlare della propria vita, del mondo, dell’universo e di tutto quanto, perché l’argomento è talmente vasto, eterogeneo, profondo ed importante che davvero non so come gestirmela. Però ci voglio provare, perché troppo spesso il nome di London è legato solo a Zanna Bianca e al Richiamo della Foresta, mentre in realtà ogni volta che vado in libreria trovo un libro nuovo, e ogni volta esclamo: “Toh! E’ uscito un altro libro di Jack!”. Il che è anche vero perché qualche saggio editore a volte si sveglia e ne pubblica uno che magari non veniva pubblicato da anni o non era stato tradotto. Insomma, fra romanzi, saggi, memorie e racconti la sua vastissima e variegata produzione letteraria merita di essere almeno in parte conosciuta.

    INTRODUZIONE

    Jack London è stato:

    uno strillone di giornali, un cacciatore di foche nel Mar del Giappone, un pescatore clandestino di ostriche, un operaio in una fabbrica di conserve, un avventuriero nei mari del Sud e in Australia, un cercatore d’oro nel Klondike e nello Yukon, un socialista, un lavandaio, un agente assicurativo, un corrispondente di guerra Russo-Giapponese dalla Corea, un infiltrato nei bassifondi di Londra, arrestato per vagabondaggio, un autodidatta, un lettore accanito di romanzi e di testi filosofici, un hobo in America, un pugile, un coltivatore, un viaggiatore, un frequentatore di borghesi e contrabbandieri, un marito e un padre, un galeotto, un alcolizzato, uno scrittore.

    London è morto (presumibilmente) suicida a… 40 anni.

    Nell’introduzione a Aspetta primavera, Bandini di John Fante (edizioni Einaudi) il mitico Niccolò Ammaniti ci racconta, nel suo particolare e spassoso modo, cosa Fante ha significato per lui, perché lo ama e che tipo di scrittore era. Suddivide quindi gli scrittori in due grandi categorie: quelli da tana e quelli da prateria.

    Gli scrittori da tana, come Fante, sono quelli che vivono ai margini della prateria, che ogni tanto escono dalle loro buche sotto terra e osservano, raccolgono informazioni, rielaborano e scrivono storie al sicuro nelle loro tane. Ci sono poi quelli che “come gazzelle o leoni abitano nella prateria esposti a 360 gradi alle aggressioni della vita, mai completamente rilassati, chi pronto a fuggire chi a inseguire. Devono fare affidamento solo sulle proprie forze per sopravvivere, riprodursi e nutrirsi. Sono loro al centro della pista, sono loro che fanno le capriole e si esaltano raccontando di sé. Come lupi affamati si gettano sulla vita e ne strappano brandelli producendo il combustibile per le loro storie.”

    Eccolo Jack London, uomo e scrittore, riassunto perfettamente in quest’ultima frase di Ammaniti.

    L’AVVENTURIERO

    Si dice che chi legge vive mille vite e non una sola. Questa regola vale anche al contrario: anche chi scrive vive mille vite. Poi però c’è Jack London che di questa regola ne ha fatto uno stile di vita, si perché lui, queste vite le ha vissute davvero.

    Il protagonista del Vagabondo delle Stelle è un condannato a morte detenuto nel carcere di San Quentin che durante i periodi di isolamento compie dei “viaggi” nelle sue vite precedenti.

    Questo libro non è sicuramente uno dei più belli, ed è anche piuttosto difficile da leggere a dirla tutta. L’ho citato perché è il primo libro di Jack London che ho letto (e l’ultimo che lui ha scritto) e perché, nonostante sia un libro atipico, è stato in qualche modo un involontario approccio esemplare alla sua letteratura: il galeotto, il vagabondo, il fantasioso Jack dalle mille vite diverse.

    Scindere la sua vita da quelle dei suoi personaggi è praticamente impossibile perché London è in ogni racconto, in ogni libro e in ogni storia, che per quanto fantasiosa affonda comunque le radici nella sua vita prima di spingersi oltre. Certo, i racconti delle Mille a una Morte sono solo racconti, così come inventate sono le vicende della Figlia delle Nevi, Lupo di Mare o la Classica Faccia da Pugile, ma il punto è che London ha navigato davvero a caccia di foche, così come è stato in Polinesia a contatto con genti che gli avranno fatto venire in mente Il Dio Rosso, o sul ring, o nel freddo dell’Alaska a cercare l’oro, dove si sarà magari veramente trovato a dover Accendere un Fuoco in mezzo alla neve con i cerini bagnati.

    L’avventura, la natura, la wilderness, la vita, la morte e l’istinto.

    Quello che domina i suoi racconti, tutto ciò che travolge il lettore è qualcosa di talmente vero e reale che si sente fino in fondo all’anima il sapore della vita che quest’uomo ha morso e divorato avidamente. Si ha la sensazione che London cercasse di tracciare nuovi confini oltre ciò che pensava fossero i suoi limiti, rischiando spesso tutto, anche la vita. Ma comunque andando avanti, ripartendo, vivendo, volendo e cercando di più. Fino allo sfinimento, fino a consumarsi.

    IL SUPERUOMO SOCIALISTA

    Il mondo letterario di London è intriso di superomismo e darwinianesimo estremo: solo il più forte emerge, e vince, in un mondo che è dominato dalle leggi spietate della natura. Un mondo di istinti ancestrali di cui spesso i cani sono testimoni tutt’altro che silenti. In questo senso è una scelta geniale quella di narrare Il Richiamo della Foresta dal punto di vista dello stesso Buck, un cane, rappresentante della natura.

    Ed è interessante trovare nella prefazione di un romanzo tradizionalmente ritenuto per ragazzi (tanto da essere difficilmente reperibile in libreria se non nelle insopportabili edizioni "per ragazzi") nomi come quelli di Marx, Spencer, Hardy, Nietzsche, Schopenhauer, Darwin e tanti altri. Insomma diciamoci la verità... sarà anche una bella avventura quella di Buck, ma smuove e mette in moto dei meccanismi (come London è bravissimo a fare) che ti fanno dubitare ed infine fanno rinascere sentimenti di ostilità verso una società che ci ha e ci sta lentamente derubando di quello che in realtà è sempre stato nostro, per diritto di nascita in quanto, come Buck, siamo creature naturali. Un modo di vivere che estirpa sistematicamente istinti, percezioni, sensazioni e tutto ciò che di vitale ci era rimasto, racchiudendoci in un mondo personale e sociale che non è veramente nostro.

    Eppure sul fondo qualcosa è ancora intatto, ed insiste nel (ri)chiamarci a sé: è The Call of the Wild (cari traduttori italiani, che cazzo c’entra la foresta?!).

    Ma questo London superuomo iosonopiùganzodituttivoipoveriplebei è stato anche un socialista, un uomo del popolo. Ha vissuto in incognito fra gli operai dei bassifondi londinesi, è andato a vedere cosa succedeva negli ospizi, fra i disoccupati affamati. E ha raccontato il lato oscuro della tanto decantata Rivoluzione Industriale Britannica ne Il Popolo degli Abissi, sparando a zero sull’incapacità della classe politica inglese, ipocrita e responsabile di quei meccanismi che avrebbero portato una parte di società inevitabilmente alla miseria e alla morte.

    Ma il suo capolavoro (fanta?)politico e più conosciuto è Il Tallone di Ferro, di spunto Marxista, dove Jack (attraverso il rivoluzionario Ernest) non solo se la prende con il capitalismo che dà un’illusione di democrazia mentre in realtà è al servizio solo degli interessi della classe agiata, ma anticipa, analizza e sputtana quei meccanismi del capitalismo che non potranno che portare alla dittatura (era il 1908!).

    IO E JACK

    Leggere Jack London è come prendere un cucchiaino e scavarti lentamente un lungo tunnel fino a meandri che sapevi essere lì, ma mica più di tanto. E una volta arrivato infondo sorprendere una vocina acquattata che dice: “Ops, mi hai scovato! Beh, ce ne hai messo di tempo!”.

    Non so se vi è mi capitato, in quei momenti illuminanti di intimo personale ascolto, di sentire quel non-so-che… quella sorta di scintilla lì… dentro di voi, che vi fa credere di essere capaci di ogni cosa, che vi chiama, che…quasi quasi….vi spingerebbe a….

    ma lo sai che io…. si, io vorrei…potrei anche….

    ma…

    però dovrei… e se poi… ma no…forse è meglio di no…

    Ed è fatta! L’avete sentita, forte per un secondo, ma subito la cautela vi ha riportato nel mondo conosciuto, al sicuro e tranquilli.

    L’avrete sentita qualche volta no? Beh, Jack ha preso quegli attimi, quelle vere, profonde, scintille di lucida folle vitalità, e li ha trasformati in un incendio inestinguibile. Lui è uno che la paura e il “mondo convenzionale e tagliato con l’accetta” l’ha mandato “a morire ammazzato”. E io come vorrei poterci andare a fare una chiacchierata! Gli offrirei un sacco di birre (analcoliche!) e ci parlerei tutta la notte! Io, che sempre più spesso mi domando: “Jack London che farebbe?”.

    Non posso chiedergli tutte le risposte certo, eppure un modo per intravederle c’è. E’ tutto scritto lì, nero su bianco. Si, perché London ci ha dato le sue risposte e ci ha spudoratamente raccontato se stesso nei romanzi, e in tre in particolare, che sono poi quelli che amo di più: Martin Eden, La Strada – diari di un vagabondo e John Barleycorn – ricordi alcolici.

    Martin Eden è un romanzo immenso, non ci sono altri aggettivi per definirlo.

    Martin è l’alter ego più ego di Jack London, che stavolta si prende e si mette a nudo raccontandosi in terza persona. E parlare di noi in terza persona ci permette di parlare di noi stessi liberamente, con distacco. E infatti Jack emerge in ogni riga, nella vita di Martin che fa il marinaio, il lavandaio, che divora libri, che vuole a tutti costi emergere dalla massa, raggiungere la bellezza di una classe che lui ritiene intellettualmente superiore, che vuole conquistare una donna di quella classe e che più di ogni altra cosa vuole diventare scrittore. E ce la fa. Solo con la sua incrollabile fede in se stesso e nei propri mezzi, ci arriva. E quando ci è arrivato si accorge però che niente ha più senso.

    London ha scritto questo libro mentre girovagava a bordo della sua barca, ormai all’apice del successo, verso i mari del Sud. E non voglio dirvi come finisce il romanzo, anche se… se conoscete la canzone omonima di Bobo Rondelli probabilmente l’avete già intuito.

    Ma i due libri realmente autobiografici dove Jack racconta proprio Jack sono La Strada e John Barleycorn.

    Caro Kerouacchino che giochi a fare l’hobo nella tua macchinina con il tuo amico Neal, hai scoperto l’acqua calda! Torniamo indietro di una sessantina d’anni….

    Mentre gli Usa cominciavano a godersi un po’ di sano sogno americano, Jack fa fagotto e parte alla volta dell’America. Era il 1894 e il nostro Sailor Jack aveva 18 anni. La Strada è il diario, raccolto e riscritto dal Jack grande, del suo periodo di vagabondaggio per l’America. E il suo era un vero vagabondare, era un hobo, un senzatetto che saltava dai treni merci in corsa, che elemosinava cibo e per questo veniva spedito in galera.

    E perché uno sano di mente a 18 anni dovrebbe farlo?

    “Feci il vagabondo, beh, a causa della vita che era in me, della bramosia di viaggiare che avevo nel sangue e che non mi concedeva di stare fermo. La sociologia è stata una scusa, è venuta dopo, allo stesso modo in cui ti trovi la pelle bagnata dopo un’immersione. Io andai sulla strada perché non potevo starci lontano; perché in tasca non avevo i soldi per il biglietto del treno; perché ero fatto in maniera da non poter lavorare tutta la vita allo stesso turno; perché, beh, ma semplicemente perché era più facile che non farlo.”

    Non fa una grinza.

    Prima di scrivere su John Barleycorn avrei voluto rileggerlo, per vedere se mi veniva più facile spiegare perché amo tanto questo libro. Si, perché questo è uno di quei libri, rarissimi da trovare, che ti dà talmente tanto che qualsiasi cosa tu dica non potrai rendergli giustizia. Se non l’avete ancora letto, per favore, fatelo.

    Jack London e stato un alcolizzato per buona parte della sua vita, ed è proprio attraverso il suo rapporto di amore\odio con John Barleycorn (il nome che indica l’alcool) che Jack ci racconta praticamente tutta la sua vita, riflettendoci su, analizzandosi, e facendoci il grande privilegio di condividere tutto con noi. Ci confida le sue vere storie e i suoi pensieri con una gradevolissima autoironia, senza essere mai pesante... nemmeno quando mette a nudo i suoi sentimenti sul vivere, nemmeno quando senti fra le righe che questa persona sta come tirando le somme perché sa che non è rimasto molto (morirà dopo tre anni, per volontà propria, forse). E tu non puoi che riflettere sulla tua di vita, su ciò che vuoi e su quanto distante la tua vita sia dal tuo vero sentire e sei a nudo anche tu con lui… sei allegro e disperato, nostalgico, inquieto, desideroso di avventura, riflessivo, disperato, assetato di vita, ansioso di conoscere la verità, appassionato, e poi disilluso.

    Consiglio di leggere Jack London a:

    i cercatori, a quelli curiosi, ai viaggiatori (di terra, di mare, di strada, e delle stelle), a quelli che hanno sempre fame di qualcosa, agli ottimisti irriducibile e ai disillusi senza speranza, a quelli che vanno avanti nonostante tutto, perché la vita è una ed un’avventura tutta personale.

    NOTA:

    Devo doverosamente dire che quello che ho scritto in questo articolo non è tutta farina del mio sacco, ma è il risultato di interminabili e ispirati dibattiti, e di lunghe serate di discussioni letterario\filosofico\morale\sociale su Jack tra me e la mia dolce metà. Colui cioè che condivide quest’avventura con me, e che ha portato Jack nella mia vita quando per il mio trentesimo compleanno mi ha regalato Il Vagabondo delle Stelle.

    (ed io esclamai: “Grazie! Un libro di quello lì che ha scritto Zanna Bianca!”)

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    dile said on Aug 4, 2013 | Add your feedback

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    Recensito per L'AltraPagina (John Barleycorn. Memorie alcoliche)

    http://www.laltrapagina.it/mag/?p=1893 Lo scrittore Jack London non avrebbe certo bisogno di presentazioni se non fosse che troppo a lungo in Italia è stato ingiustamente confinato dai più nella letteratura per ragazzi. Oltre infatti ai celeberrimi ...(continue)

    http://www.laltrapagina.it/mag/?p=1893

    Lo scrittore Jack London non avrebbe certo bisogno di presentazioni se non fosse che troppo a lungo in Italia è stato ingiustamente confinato dai più nella letteratura per ragazzi. Oltre infatti ai celeberrimi Zanna Bianca e Il richiamo della foresta nei quali è documentato l’amore dello scrittore per i cani, sbocciato durante la sua esperienza di cercatore d’oro nel Klondike, pochi conoscono la dote poliedrica e la carica eversiva di questo grande romanziere autodidatta.
    Inviato di guerra, pugile dilettante, avventuriero, esperto lupo di mare, come testimoniano molte delle sue opere: tutte caratteristiche, quelle di London, che anni dopo daranno corpo alla creazione del personaggio di Ernest Hemingway. Ma lo scrittore americano sembra aver anticipato sui tempi molte altre leggende della scrittura. Di umilissime origini, ebbe una giovinezza turbolenta svolgendo anche la professione di contrabbandiere, tanto da guadagnarsi la fama di Principe dei pirati di ostriche, e dandosi per un certo periodo al vagabondaggio, esperienza descritta nel romanzo autobiografico La strada che anticipa quel genere di letteratura di viaggio che decreterà in seguito il successo di Jack Kerouac col suo <<On the road>>. Convinto socialista, scrive un romanzo contro la pena di morte Il vagabondo delle stelle, inaugura con Il tallone di ferro la distopia moderna, filone che in seguito produrrà i capolavori orwelliani 1984 e La fattoria degli animali, scandaglia le condizioni dei più infimi della società con Il popolo dell’abisso e affronta con <<John Barleycorn. Memorie alcoliche>>, ripubblicato adesso da Mattioli 1885, il tema dell’alcolismo dimostrandosi ancora una volta un precursore dei tempi moderni. Il libro è la richiesta di perdono di un uomo all’amata moglie, un Mea Culpa in cui London confessa di essere un alcolista, ideato e scritto nel 1912 in seguito all’adesione dello scrittore all’estensione del voto alle donne con la speranza che queste possano dare così il via al proibizionismo americano sulle bevande alcoliche; Gli effetti funesti che nel futuro questa legge realmente approvata nel 1919 e abrogata nel 1933, più dannosa che utile così come risultano essere tutti i proibizionismi, avrà sulla società americana non possono essere previsti da London.
    Le memorie alcoliche di London narrano del primo incontro con l’alcol e dei vari strumenti di seduzione utilizzati da John Barleycorn, personificazione del vizio di bere, per attrarre nelle sue spire di perdizione e follia lo scrittore fin dalla più tenera età. È innanzitutto la curiosità, primo trucco utilizzato dal demonio Barleycorn, a spingere un bambino di nome Jack a bere di nascosto la birra del padre procurandogli la prima intossicazione alcolica, poi l’orgoglio di dimostrarsi adulto, le promesse d’avventura nascoste in fondo ai boccali tenuti saldamente in pugno dai contrabbandieri e dai marinai nei porti del mondo; talvolta bere è il pegno da pagare per ristorarsi temporaneamente dagli impietosi umori invernali all’interno dei saloon, gli unici locali in cui può accedere un ragazzo povero come Jack, intirizzito dal freddo e troppo squattrinato per potersi comprare un capotto.
    Solo nella maturità, dopo aver sperimentato saltuariamente ancora ragazzo gli eccessi nefasti della bottiglia, London è più vulnerabile all’alcolismo convinto come è di poter ormai controllare Barleycorn: lo stimolo alla convivialità indotto dal bere induce sempre più frequentemente un bevitore occasionale e responsabile come London a consumare alcolici con regolarità.
    È la ricerca di quella “botta” d’energia, che gli permette di affrontare i suoi tanti impegni di scrittore affermato e superare la noia procurata dalla vita mondana e intellettuale, a dare il via all’alcolismo; è il sapore degli ottimi long drink che adesso può permettersi, tanto differenti dallo scadente whisky e dalla pessima birra della giovinezza, ad addolcire il sapore della medicina; sono quei bicchieri, che vertiginosamente aumentano di numero col passare del tempo, bevuti regolarmente al termine della giornaliera attività di scrittore a sancirne definitivamente la dipendenza.
    Si beve molto in questo romanzo, ogni occasione è buona: si beve perché si è tristi e si beve per festeggiare un successo; si beve per dimenticare i propri guai e si beve per ricordare un evento memorabile, per onorare la memoria di un amico scomparso; si beve per trovare l’energia necessaria per portare a compimento un lavoro faticoso e si beve per festeggiarne la conclusione; si beve da soli e si beve in compagnia; si beve per noia e si beve per abitudine; si beve per riscaldarsi dal freddo polare e per rendere tollerabile l’afa caraibica.
    Cambiano i luoghi e le bevande ma non gli effetti, la sbronza è immancabile: scorre a fiumi il vino nei ranch degli emigrati italiani e la birra in quelli irlandesi; conforta i naviganti il sakè in Giappone e il rum ai Tropici, mentre a bordo ci si ricarica con lunghe sorsate di whisky scadente; con la birra da due soldi si festeggia nei saloon la fine della navigazione, mentre nei salotti dabbene si è soliti sorseggiare long drink a base di ottimo bourbon o scotch.
    Nelle disavventure alcoliche dello scrittore e dei suoi compagni di sbronza, personaggi incontrati nel corso della storia, molti lettori rivivranno le proprie sporadiche esperienze di bevitori. Ma al di là della denuncia sociale, quello che affascina del romanzo è la storia di un giovane, ancora ignaro del proprio talento, che lotta con tutte le sue forze per conquistare il proprio personalissimo posto nel mondo, e uno scrittore che con una prosa mirabile fornisce il profondo ritratto di un’epoca fatta di luoghi memorabili e di uomini straordinari.
    Un romanzo che, a dispetto del messaggio propugnato dall’autore, si beve tutto d’un sorso come un buon bicchiere di birra ghiacciata in una lunga giornata torrida.
    Guglielmo Paradiso

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    Guglielmo Paradiso said on Jul 9, 2013 | Add your feedback

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    Una rivelazione!!! sia dal punto di vista letterario che per l'interesse che l'argomento ha su di me occupandomi per lavoro di dipendenze patologiche.
    Descrive l'insinuarsi della dipedenza in tutte le sue fasi ed il rapporto con la sostan ...(continue)

    Una rivelazione!!! sia dal punto di vista letterario che per l'interesse che l'argomento ha su di me occupandomi per lavoro di dipendenze patologiche.
    Descrive l'insinuarsi della dipedenza in tutte le sue fasi ed il rapporto con la sostanza, in questo caso l'alcol, meglio di qualunque saggio specialistico. La scrittura è paradossalmente sobria e lucida pur raccontando di un personaggio quale l'autore assolutamente fuori dall'ordinario.

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    Cate said on Mar 4, 2013 | 1 feedback

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