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Journal d'un curé de campagne

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Editeur: plon

3.3
(21)

Language:Français | Number of pages: 254 | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) English

Isbn-10: A000109521 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Others

Category: Non-fiction

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Description du livre
Sorting by
  • 4

    Amaro

    amaro come il fiele. Amaro come il caffè forte e nero, nero, così nero. Ti lascia quel sapore lì, quello buono del caffè forte che chiama la sigaretta. La sigaretta è quel cancro, ...continuer

    amaro come il fiele. Amaro come il caffè forte e nero, nero, così nero. Ti lascia quel sapore lì, quello buono del caffè forte che chiama la sigaretta. La sigaretta è quel cancro, quell'insicurezza, quello sguardo malato degli altri sulla crosta smunta. E poi chiama il cioccolato, il cioccolato amaro e dolce sul fondo. Dio, tra parole preghiera e diario, è quel cioccolato.

    Enfin, tout est grâce.

    ps. l'edizione è mostruosa. Mancano lettere, saltano pezzi, la r si trova al posto della t, la t al posto della f.. un incubo.

    dit le 

  • 5

    Un diario per vedere chiaro in se stesso, un esame di coscienza, una coscienza fino ad allora sconosciuta, un viso dimenticato e ritrovato. È questo il diario di un curato di campagna, utile a lui ...continuer

    Un diario per vedere chiaro in se stesso, un esame di coscienza, una coscienza fino ad allora sconosciuta, un viso dimenticato e ritrovato. È questo il diario di un curato di campagna, utile a lui stesso e un giorno - chissà - utile agli altri, per quanto il suo cuore sia diventato così duro da non provare, forse, più alcuna pietà per nessuno. La pietà gli è diventata difficile come la preghiera che pronuncia senza emozione, senza uno slancio d'amore. Essa, al contrario, dovrebbe essere la misura delle nostre pene, oltre che un momento di condivisione. Il giovane curato non aveva mai sentito così fisicamente violenta la rivolta contro la preghiera e non ne provava alcun rimorso. Le persone che pretendono di giudicarci da lontano magari nella comodità del loro ufficio, dove svolgono ogni giorno lo stesso lavoro, difficilmente possono concepire il disordine, "disarticolato" della nostra vita quotidiana. Si apprende la vita, più o meno velocemente, ma si finisce sempre per impararla, secondo le proprie capacità. E il seminario, dove il giovane sacerdote è cresciuto, non è il mondo, non è la vita. Donare le passioni agli uomini e negare loro di poterle soddisfare, è troppo per lui. Il vero dolore dell'uomo appartiene a Dio e questo dolore ci accomuna tutti. Un sacerdote deve occuparsi solo della vera sofferenza. Che cosa importano le parole che la esprimono? Ciò che noi chiamiamo tristezza, ansia, disperazione, riferendoci a certi moti dell'anima, altro non è che la condizione dell'anima stessa. Soffrire per le anime è ciò che conta veramente per il sacerdote e vorrebbe che Dio gli aprisse gli occhi, permettendogli di vedere il Suo viso e di ascoltare la Sua voce. Il suo dolore era troppo grande e chiedeva Dio solo per lui, ma Egli non veniva in suo aiuto. E anche per questo motivo, non si sentiva più in grado di governare una parrocchia, non aveva più né prudenza, né giudizio,né buon senso né vera umiltà. Agli occhi del mondo, altro non era che un piccolo prete democratico, un vanitoso, un buffone. Resterà sempre un debole, un miserabile,le cui intenzioni rimangono buone, ma oscillano tutta la vita tra l'ignoranza e la disperazione. E' il figlio della povera gente ed anche se nostro Signore, sposando la povertà, ha elevato i poveri in dignità, ognuno di loro sarà perennemente infelice nella propria miseria. Il popolo dei poveri è un pubblico facile a cui far intendere che la povertà è una sorta di malattia vergognosa, indegna delle nazioni civili e che solo la Chiesa è in grado di debellare. La questione sociale è soprattutto una questione d'onore ed è solo l'ingiusta umiliazione dei poveri che li rende infelici. L'abolizione della schiavitù non eliminerà mai lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. La legge può tollerare l' ingiustizia o addirittura incoraggiarla e la società che osa farne uso per il bene di pochi, è condannata a continuare la distruzione di un male che essa stessa porta con sé. Tutto il male non viene dalle dottrine, ma dall'educazione ricevuta. Questa educazione ci ha reso individualisti, solitari e ci ha portati ad inventare la vita invece di viverla. Ma bisogna imparare a vivere con il proprio male, senza mai dimenticare che tutti i peccati e tutti gli uomini sono uguali. Sfortunatamente la giustizia degli uomini interviene sempre troppo tardi. Da qualche tempo, poi, il curato aveva come la sensazione che la sua sola presenza facesse uscire il peccato della sua tana, portandolo in superficie. Non aveva più paura della morte, gli era altrettanto indifferente della vita;sapeva che è la costante paura della paura,che plasma il volto del coraggio. E 'il desiderio dei beni eterni che conta e a lui sembra di non desiderarli più. Dio lo vede e lo giudica, ma un sacerdote non ha opinioni,non può fare né bene né male. Era solo, inesplicabilmente solo di fronte alla morte, una morte che era la privazione dell'essere e niente di più. Guardava il silenzio, una parola sconosciuta … o forse era il silenzio che lo guardava. Dio sa bene come possono essere fragili gli uomini che vivono murati in un silenzio, di cui non sanno misurare la profondità e non dispongono di nessun mezzo per romperlo. Ci sono certi silenzi che ci attirano, ci affascinano e c'è il silenzio interiore, quello che Dio benedice e che il curato immagina come un immenso rifugio. Quello stesso silenzio che non lo ha mai isolato dagli altri essere umani. Ha molto amato gli uomini e sente che la terra degli esseri viventi gli è stata e gli è dolce e non morirà senza lacrime. Piangeva, senza singhiozzi, senza un sospiro, piangeva come fanno i moribondi eppure c' era ancora della vita in lui. Il suo primo dovere, prima di morire, era quello di riconciliarsi con se stesso. Era consapevole che nella sua anima non vi era posto per la vecchiaia e questa certezza gli era dolce. Per la prima volta, dopo anni, si sentiva di fronte alla sua giovinezza e la osservava senza cattiveria. Credeva di riconoscerne il viso oramai dimenticato ed anche la giovinezza, osservandolo, lo perdonava. Gli eroi di Plutarco gli incutevano paura e noia:il mondo stesso è divorato dalla noia, ma la noia gli era familiare poiché è la noia la vera condizione dell'uomo. Si domanda perciò se gli uomini hanno mai conosciuto il contagio della noia, che altro non è che la forma abietta di un cristianesimo decomposto. Quello stesso cristianesimo decomposto che lo considera come una sorta di notaio, che è lì solo quando è necessario. Tuttavia c'è una differenza: il notaio lavora per se stesso, il prete lavora per Dio, poiché le persone raramente si convertono da sole. Non è l'ambasciatore del Dio dei filosofi, ma il servo di Gesù Cristo. Noi preghiamo il Dio degli spirituali, l'Essere Supremo, che nulla ha a che fare con colui che abbiamo imparato a conoscere come un amico vivente meraviglioso, che soffre per le nostre pene, si commuove delle nostre gioie e ci accoglierà fra le sue braccia e nel suo cuore.

    dit le