Kafka en la orilla

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Publisher: Tusquets

4.1
(7870)

Language: Español | Number of Pages: 714 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Chi simplified , Catalan , German , Italian , French , Swedish , Dutch , Portuguese , Slovenian , Czech , Finnish , Danish

Isbn-10: 9871544189 | Isbn-13: 9789871544189 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Mass Market Paperback , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
Dos historias paralelas nos transportan a este mundo con una trama surrealista creada por Murakami. Los capítulos pares corresponden a un protagonista y los impares al otro.

Uno de ellos, Kafka Tamura, de 15 años de edad, carga sobre sus hombros con la pesada carga de la maldición presagiada por su propio padre, de que matará a su padre y violará a su madre y a su hermana. La tragedia de Edipo con variantes.

El otro, Satoru Nakata, es un hombre mayor, cognitivamente afectado tras un accidente en la infancia, pero que tiene la peculiar capacidad de hablar con los/as gatos/as.

¿Qué tienen en común estas dos historias? ¿Tiene sentido esta novela? ¿Acaso la vida misma tiene explicación?

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  • 4

    Devo ammettere che non mi è piaciuto quanto altri romanzi di Murakami, ma decisamente ci vuole un applauso per la creatività di questo scrittore! All'inizio Nakata mi sembrava il personaggio più insul ...continue

    Devo ammettere che non mi è piaciuto quanto altri romanzi di Murakami, ma decisamente ci vuole un applauso per la creatività di questo scrittore! All'inizio Nakata mi sembrava il personaggio più insulso della terra, invece procedendo nella lettura mi sono affezionata moltissimo :)

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  • 4

    Edipo Zen

    Il romanzo è lungo e prolisso, ma il finale è bello anche se complesso e la creatività e la fantasia dell'autore non si possono di certo mettere in dubbio. Nella parte centrale qualche dialogo in meno ...continue

    Il romanzo è lungo e prolisso, ma il finale è bello anche se complesso e la creatività e la fantasia dell'autore non si possono di certo mettere in dubbio. Nella parte centrale qualche dialogo in meno o qualche descrizione in meno che fa pur sempre parte della cifra di quest'autore, a mio parere, non avrebbe guastato. Di buono c'è una sensibilità onirica e orientale, fatta di dettagli, di particolari che si vanno a incastrare per delineare un mondo, tangibile ma imperscrutabile, che sommerge gli individui coinvolti in un'eterna lotta tra il bene e il male, in bilico tra la vita e la morte, dove tutto però è collegato tramite infiniti universi paralleli e in cui niente è come appare. Insomma a parte le lungaggini di cui sopra, mi sembra un buon romanzo, a tratti affascinante. Ora però complice l'estate mi è venuta voglia di leggere qualcosa di diverso, di più incalzante, di più immediato.Voglio una lettura meno attenta e sottile ma più emotiva. Chissà se tra i mille libri che ho già acquistato e che ancora devo leggere troverò quello giusto. Chissà...

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  • 1

    Impossibile

    Che qualcuno mi spieghi come uno scrittore del genere sia potuto diventare così celebrato e acclamato. No davvero, io non ci riesco. A tratti vomitevole. Illeggibile.

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  • 4

    Finitoooo!!!!
    Kafka sulla spiaggia, è il terzo che leggo di suo è non mi ha delusa.
    Ma quant'è bravo Murakami?
    Quando ti sembra di aver capito tutto, arrivano i colpi di scena wow wow
    Bisogna lasciar ...continue

    Finitoooo!!!!
    Kafka sulla spiaggia, è il terzo che leggo di suo è non mi ha delusa.
    Ma quant'è bravo Murakami?
    Quando ti sembra di aver capito tutto, arrivano i colpi di scena wow wow
    Bisogna lasciarsi andare, e abbandonarsi all'irreale.

    I due protagonisti,Tamura e Nakata, così lontani per l'età e per l'abitudini, ma così vicini, perché entrambi affrontano lo stesso viaggio.
    Tamura scappa da una casa che gli sta stretta, Nakata scappa perché coinvolto in un omicidio...
    Sarà solo questo che li accomuna?
    Tutto viaggia sull'orlo della realtà e la fantasia.
    Consigliato 😊

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  • 0

    Sto leggendo questo (è il terzo che leggo di Murakami). Quasi 500 pagine in tre giorni. Per acchiappare, acchiappa. Tuttavia è di quei libri che, fino all'ultimo, non sai se sono un capolavoro o un'em ...continue

    Sto leggendo questo (è il terzo che leggo di Murakami). Quasi 500 pagine in tre giorni. Per acchiappare, acchiappa. Tuttavia è di quei libri che, fino all'ultimo, non sai se sono un capolavoro o un'emerita boiata. come pensavo...una trama in cui può accadere di tutto, perchè Murakami ritrova lo stesso modulo di "1Q84", cioè quello dei mondi paralleli. Combinazioni di tutti i tipi, che poi non trovano una giustificazione alla fine. Scritto per il piacere di narrare, ma senza un'adeguata struttura

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  • 2

    Il problema della cacca

    Recupero questo vecchio commento, pubblicato quand'ero un uovo spigoloso

    L’altro giorno sono andata a vedere uno spettacolo con la regia di Ronconi: “Giusto la fine del mondo” di Lagarce. Si sa, Ronco ...continue

    Recupero questo vecchio commento, pubblicato quand'ero un uovo spigoloso

    L’altro giorno sono andata a vedere uno spettacolo con la regia di Ronconi: “Giusto la fine del mondo” di Lagarce. Si sa, Ronconi è sempre Ronconi, così come lo era Strehler, Fellini, e così come lo è la mamma. Dopo un quarto d’ora non ne potevo già più. Dietro di me un signore sbadigliava rumorosamente e con gusto. Dopo mezzora la mia situazione era disperata, la noia mortale. Stavo valutando di andarmene alla fine del primo tempo (non sapevo, meschina, che non ci sarebbe stato intervallo) ma, mano a mano che i minuti passavano, la mia capacità di resistenza si affievoliva. Me ne vado ORA, SUBITO, mi dicevo ai limiti della sopportazione. Ogni tanto mi guardavo in giro e incontravo il mio stesso sguardo disperato negli occhi di chi, a sua volta, si guardava attorno alla ricerca di una via di fuga. Improvvisamente si è sentita una voce dire: “basta, sono stufa!” Una signora di mezza età si è alzata, ha preso giacca e borsa e ha ripetuto “basta, me ne vado, non ne posso più!” Tic tic tic toc si è allontanata nel silenzio glaciale del pubblico e degli attori. Io, da vigliacca, ho continuato a seguire lo spettacolo, fino a quasi l’annientamento delle mie facoltà intellettive.
    Racconto questo episodio perché mi è successo la stessa cosa leggendo “Kafka sulla spiaggia.” Una menata pazzesca, oserei dire se non temessi di offendere la sensibilità dei suoi estimatori (tra cui ci sono anch’io). Per tutto il libro ho arrancato disperatamente pregando in cuor mio che la fine arrivasse presto. Che noia e che barba! E che brutto libro!
    Avrei voluto mollarlo, trovare lo stesso coraggio della signora a teatro, ma mi dicevo che non era possibile che a me non piacesse un libro così elogiato, probabilmente non capivo, non sapevo intravedere, le metafore mi sfuggivano, il senso pure, le pagine invece purtroppo andavano al rallentatore, insomma, dovevo resistere. Premetto che di Marukami ho letto i racconti (quelli dell’elefante scomparso) e mi sono piaciuti parecchio. Poesia, capacità di straniamento, senso del vuoto, senso del nonsense della banalità, della quotidianità, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, dei gran bei racconti. Alla fine sono riuscita a finire Kafka sulla spiaggia. Con molta onestà, l’ho trovato un libro irritante, scritto male, pieno di nodi irrisolti.
    Mi spiego meglio.
    1) Per prima cosa in Murakami mi ha irritato il suo continuo citare marche di vestiti di scarpe di stilografiche di occhiali e così via (il campo in cui Marukami si è sbizzarrito in questa pubblicità occulta è piuttosto vasto). Ogni volta per esempio che la signora Saeki prende in mano la stilografica, Marukami deve ricordarci che è una Mont Blanc. “La signora Saeki giocherellò con la stilografica Mont Blanc, La signora Saeki scrisse con la stilografica Mont Blanc, la signora Saeki prese la stilografica Mont Blanc”, ecc. (particolare evidentemente importantissimo, sia detto mai che il lettore pensi a un’altra marca, che ne so, una Waterman, ad esempio!). Cosi, ogni volta che fa vestire un suo personaggio, deve citare la marca delle magliette (Ralph Lauren), delle scarpe da tennis (Adidas), eccetera eccetera eccetera. Ora, da quando leggo e a maggior ragione da quando scrivo, so che se metto un particolare nel libro, è perché è importante ai fini della storia (non per niente Cechov disse che, se in un libro si parla di una pistola, quella prima o poi deve sparare); oppure lo uso per dare al mio personaggio un’impronta suggestiva che rimarrà impressa al lettore. (Leggersi Dostoevskij al riguardo, in lui i dettagli sono preziosi). Mi chiedo invece in questo romanzo che importanza abbia che le scarpe siano Adidas o Superga o quello che preferite voi. Hanno una qualche funzione nella storia? No. Danno un’impronta particolare al personaggio? No. E allora, lasciamo questo modo di scrivere a Moccia, che almeno così manda in visibilio i teen-agers. C’è poi il problema della cacca. Per almeno tre volte un n’importe-quel personaggio dice che deve andare a fare la cacca. Un altro personaggio gli risponde “vai pure”. Il primo va, fa la cacca, torna, e tutto prosegue tranquillamente come prima. Voglio dire, questo particolare non ha nessuno scopo – né interesse narrativo -. Perché metterlo, quindi? Al signore scappava la cacca. E a noi che ce ne frega? O forse i giapponesi danno un altro significato a questa funzione corporale, significato che – da ignorante – io non colgo?
    2) Scritto male. Non c’è se non rarissimamente una frase che mi abbia colpita per la sua bellezza (al contrario dei racconti, c.s.). Una scrittura sciatta, banale, ripetitiva. I personaggi (tutti!) annuiscono e scrollano la testa come minimo un centinaio di volte durante il romanzo. Si preparano il caffè, prendono la tazza tra le mani, la posano, la riprendono. Aprono il frigorifero, prendono questo e quello, mangiano questo e quell’altro. Descrizioni noiose, del tutto prive di senso narrativo. Sono gesti assolutamente riempitivi, nel senso che nulla servono al narrare e allo svolgimento della storia, ma solo a riempire gli spazi bianchi delle pagine. Se provate a togliere tutte queste descrizioni inutili, il romanzo non perde nulla, anzi, ci guadagna. I dialoghi, poi, sono stati la cosa più terrificante che mi sono dovuta sorbire. Del tutto inverosimili (nel senso di poco credibili), spatafiate atte forse più a fare pseudo-cultura (sulla musica, sulla letteratura, sui greci, ecc.) che altro. E non si parla neanche di digressioni (magari!). Quelle appartengono ai geni letterari dell’800, e come tali hanno un senso nell’economia dei loro romanzi. Ma in Murakami? Eh sì che conosce bene (li ha tradotti) gli autori americani, maestri nei dialoghi! E sì che dovrebbe sapere meglio di tanti altri che il dialogo deve essere “diagonale”, aprire cioè varie possibilità alle risposte e nel contempo portare avanti la narrazione. Invece lui li scrive come non farebbe neanche un principiante. Es. domanda: “Vuoi venire con me?”; risposta: “Sì, voglio venire con te.” Ma quando mai i dialoghi si fanno così! Sarebbe bastato un “Certo!”, e tutto sarebbe stato più pulito, più giusto, più credibile.
    3) Nodi irrisolti. Ritorniamo all’esempio della pistola. Se la metto in un capitolo, prima o poi devo farla sparare. Di solito quello che il lettore legge è solo “il picco” di un iceberg che l’autore invece conosce bene. Questo iceberg è costituito da tutte le informazioni, le ricerche, le domande che l’autore si è posto prima di scrivere il romanzo. Insomma, gli deve essere ben chiara la struttura, e mentre piazza dei fili pendenti qua e là, sa che alla fine dovrà per forza allacciarli tutti, perché il lettore, in quanto lettore accorto, è questo che vuole da lui. Orbene, non ho capito perché cavolo il padre ha lanciato la maledizione a Tamura. Solo perché è cattivissimo? No, grazie, troppo debole come motivo. Che cosa gli ha combinato di così terribile il povero piccino? Non è dato saperlo. Inoltre non ho assolutamente capito – e questo è ben più grave! – perché Tamura si ritrova con la maglietta sporca di sangue (e da qui pensa di aver ucciso il padre), particolare che viene citato più volte, mettendo delle aspettative nel lettore, e che poi sparisce nel nulla. Beh? Perché questo filo è stato messo per poi lasciarlo penzoloni? Sappiamo che Tamura non ha ucciso il padre (sbugiardando clamorosamente la maledizione, che mi pare tanto un misero pretesto per mandare a letto Tamura con Saeki. E, in più, che c’entra “violerai tua sorella?” Sakura NON è la sorella di Tamura!), e quindi? Come mai Tamura si ritrova con la maglietta sporca? (Chissà, forse ha schiacciato una sanguisuga, di quelle cadute dal cielo…). Altra cosa, il bellissimo racconto dell’inizio, (uno dei pochi che mi è piaciuto) quello dei bambini che cadono addormentati nella radura dopo che gli è passato sulla testa la luce famosa scambiata per un aereo. Ebbene, prima o poi mi aspettavo di trovare il nesso tra questa luce e la pietra dell’entrata. Buio totale. Che cosa ha procurato il sonno comatoso ai bambini? Alieni? I cattivi americani? Magari i russi, che sono sempre i cattivi per eccellenza? Ahimé, non lo saprò mai. Infine quella creatura vischiosa che Oshino prende a randellate. Chi è? O meglio, che cos’è? perché vuole entrare nella pietra? Perché se ci riesce succederanno cose terribili? E che cosa? Anche questo non è dato saperlo.
    4) I personaggi. A parte Nakata, gli altri sono degli stereotipi al limite della barzelletta. Del tutto poco credibili (non ho detto inverosimili, perché Nakata lo è, ma regge benissimo il suo ruolo!) come il padre di Tamura, già citato, che chissà perché ha quei poteri diabolici (altro nodo pendente), come Saeki, figura insignificante, così come ho trovato inconsistente e quasi ridicolo il suo andare a letto con Tamura (tra i brani più brutti che io abbia letto!), come lo stesso Tamura, a mio avviso letterariamente mal strutturato, e così via. Si salva Oshima, decisamente riuscito.
    5) Molto ci sarebbe ancora da dire, ma qui mi fermo. Chiedo scusa agli estimatori di Murakami (me compresa) e a questo punto oso esternare il dubbio che mi è venuto: che Marukami si sia servito di un ghost-writer?

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  • 4

    Kafka sulla spiaggia, Haruki Murakami.

    Mi è piaciuto, anche più di Norwegian Wood/Tokyo blues. Mi piace la scrittura di Murakami, poetica e sognante ma anche molto schietta e cruda in alcuni tratti. Se non fosse per il mistero, la curiosit ...continue

    Mi è piaciuto, anche più di Norwegian Wood/Tokyo blues. Mi piace la scrittura di Murakami, poetica e sognante ma anche molto schietta e cruda in alcuni tratti. Se non fosse per il mistero, la curiosità per una cultura originale come quella giapponese, il silenzio e la calma che pervadono il racconto e la solitudine piena di riflessioni dei suoi personaggi, però non ci sarebbe granché. La storia è sì, interessante, ma non particolarmente trascinante, anche se ha un fascino tutto suo. Mi piace Saeki, erotica, profonda nella sua melanconia e molto intrigante. A dire il vero, la cosa che meglio riesce a Murakami è proprio la presentazione e l'introspezione dei suoi personaggi, tutti convincenti. Tamura, Saeki, Oshima, Nakata, Hoshino, Sakura. Non c'è uno dei personaggi che non abbia un elemento distintivo e che non lasci qualcosa di sè nel racconto. E poi, le scene di sesso, come sempre, raccontate davvero molto bene dall'autore. Sembra di viverle! Belle anche le esplorazioni musicali e le riflessioni nient'affatto scontate su Schubert e Beethoven e quelle sulla cultura greca da Eschilo, Euripide e Aristofane, e sulla filosofia più in generale. Un po' deludente il finale ma non c'è da meravigliarsi considerando il genere. Leggerlo con il sottofondo ispirato della musica tradizionale giapponese è un'esperienza che consiglio ;)

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  • 3

    "Kafka sulla spiaggia" è un bel mattone di 500 pagine, ma lo stile di scrittura di Murakami rende leggera e scorrevole la lettura.
    Difficile però per me valutare e recensire questo libro perché è mol ...continue

    "Kafka sulla spiaggia" è un bel mattone di 500 pagine, ma lo stile di scrittura di Murakami rende leggera e scorrevole la lettura.
    Difficile però per me valutare e recensire questo libro perché è molto molto particolare dal punto di vista del contenuto: alcune parti mi hanno letteralmente "disturbata".
    Cmq è un romanzo affascinante, surreale, onirico e misterioso; ti lascia, indubbiamente, incollato alle pagine per il suo potere altamente ipnotico: ti trasporta in un mondo parallelo, in un mondo sospeso tra il sogno e la realtà, dove il tempo non scorre e dove tutto è simbolico ..perché "ogni cosa nel mondo è metafora". Un mondo fantastico, dove la logica viene spesso sovvertita: gatti che parlano, sardine che piovono dal cielo; un mondo dove tutto ha un'anima, perfino le pietre.
    I personaggi sono buoni, riflessivi e soprattutto sfortunati. La solitudine è il tema del libro. Tutti i personaggi sono soli e a volte smarriti. Profonda e malinconica la loro inquietudine.
    Cosa è giusto fare? Cosa è sbagliato? Andare avanti o tornare indietro? ognuno a cercare il baricentro della propria mente e un posto a cui appartenere.
    Un racconto pieno di intrecci e di misteri, alcuni però irrisolti e rimasti aperti. Addirittura, alcuni argomenti, a cui è stata data molta importanza all'inizio, sono stati poi completamente dimenticati dall'autore.
    Quindi l'ho trovato, nell'insieme, incompleto!
    In conclusione:
    Un racconto da cui esci:
    Allucinato ma, indubbiamente, arricchito per tutti i rimandi che fa alla cultura greca, alla filosofia zen, ai libri e alla musica.

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  • 3

    Non è il genere che preferisco, ma è scritto bene

    Penso sia un bel libro, ma non rientra nel genere che preferisco: infatti, non mi ha entusiasmato. Ciò non toglie che sia scritto bene, che a tratti mi abbia anche incuriosito e intrigato, ma questo " ...continue

    Penso sia un bel libro, ma non rientra nel genere che preferisco: infatti, non mi ha entusiasmato. Ciò non toglie che sia scritto bene, che a tratti mi abbia anche incuriosito e intrigato, ma questo "realismo magico", che caratterizza anche Il maestro e Margherita di Bulgakov, non è un ingrediente che mi stuzzica o appassiona.
    Ci ho impiegato parecchi mesi per leggerlo, anche perché nel frattempo cominciavo altri romanzi che mi chiamavano e che il più delle volte prendevano il sopravvento.
    Non è uno di quei libri che si possono abbandonare, perché senti che qualcosa ti arriva.
    Alla fine sono arrivata al capolinea e ne sono felice!

    said on 

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