L'Adalgisa

Disegni milanesi

Di

Editore: Adelphi

4.2
(379)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 432 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese

Isbn-10: 884592680X | Isbn-13: 9788845926808 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Claudio Vela

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo

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Descrizione del libro
Fra il 1932 e il 1936 Gadda, allora noto solo a una ristretta cerchia di iniziati, si cimenta in un'ambiziosa impresa: il romanzo di ambiente milanese Un fulmine sul 220, destinato a mettere in scena – attraverso l'amore eslege di Elsa, moglie del ricco e valetudinario Gian Maria Cavigioli, per Bruno, ex garzone di macellaio di caravaggesca prestanza – la tragica sorte delle «anime sbagliate», segnate dalla più dolorosa estraneità alla tribù. Alla fine, insoddisfatto, butta tutto all'aria e abbandona il progetto. Ma è solo in apparenza un fallimento: nell'eccentrica officina gaddiana può infatti persino accadere che un affresco si muti in un «album di straordinari disegni sciolti» (Isella): che un romanzo, insomma, generi dei racconti, autonomi ma al tempo stesso accomunati da un'inconfondibile aria di famiglia – quelli apparsi nel 1944, insieme ad altri di diversa origine, sotto il titolo L'Adalgisa. Dove campeggia colei che, trasformandosi da comparsa in dilagante protagonista e imprimendo al romanzo d'amore di Elsa e Bruno una irresistibile svolta satirico-grottesca, lo ha dinamitato: l'imperiosa Adalgisa vedova Biandronni, cognata di Elsa. Ex stiratrice, Violetta di quin­t'ordine al Fossati e al Carcano, ma soprattutto sana donna lombarda, Adalgisa ha saputo sì coronare il suo sogno – sposare il «povero Carlo» e diventare una signora «al cento per cento», con ottavino di palco alla Scala e luccicante breloque sul «ragionativo» petto –, ma non impedire alle parenti acquisite, alle «cagne» che l'hanno sempre considerata «una disgrazia», di avvelenarle la vita: «.... E che ero una qui, e che ero una là; e che cantavo nei teatri di strapazzo, per i militari; che avevo già avuto una cinquantina d'aman­ti!... ma sì!... cento.... mille.... un milione!». Perché nella città industre votata al lavoro indefesso e alla famiglia la tribù – con la sua coorte di domestiche, fattorini, lucidatori di parquets, medici di famiglia, ville ai laghi o in Brianza e tombe di famiglia fra Cazzago e Usmate – si muove compatta, polarizzata a un fine, come se una sola anima la sospingesse. E, nessuno meglio di Gadda poteva saperlo, non c'è speranza per chi ne sfida le leggi.
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    Riordinando le macerie di un lavoro mai finito negli anni Trenta e intitolato ‘Un fulmine sul 220’, Gadda tratteggia un’immagine, ora affettuosa ora - molto più spesso – ironica, della sua città e, so ...continua

    Riordinando le macerie di un lavoro mai finito negli anni Trenta e intitolato ‘Un fulmine sul 220’, Gadda tratteggia un’immagine, ora affettuosa ora - molto più spesso – ironica, della sua città e, soprattutto, di coloro che ci vivono prima di rivolgersi ad altri lidi – non a caso la pubblicazione avviene a Firenze dove lo scrittore si è trasferito. La milanesità e l’ingegneria sono le caratteristiche distintive di queste pagine in cui la capitale lombarda è ricordata con un velo di rimpianto se si tratta dell’inizio Novecento (periodo legato all’infanzia dell’autore), ma con un umorismo che si fa a volte davvero feroce laddove si parla dei lustri successivi al primo conflitto mondiale. La critica che si appunta sulle mediocri abitudini della borghesia produttiva fa parere meno avulsi dalla raccolta i due episodi tratti da ‘La cognizione del dolore’: basti pensare a Gonzalo respinto dai concittadini perché in qualche modo ‘diverso’ in ‘Strane dicerie’ (di cui va segnalata almeno la spettacolare divagazioni su fulmini e parafulmini) e poi, davanti a un misero piatto di minestra, invidioso di una popolazione locale che brilla per le ricchezze e le volgarità elencate con cura in ‘Navi approdano al Parapagàl’. L’apertura di ‘Notte di luna’ non appartiene al ‘Fulmine’ e ha la funzione di preludio: un avvio lento, a cui contribuiscono complesse scelte sintattiche e di vocabolario, si allarga morbidamente in una sorta di elaborato piano-sequenza che dagli elementi di paesaggio (naturali e non) va a stringere su di una varia umanità che, nella sera, torna dal lavoro. I leggeri tocchi umoristici si trasformano in ben altro dal racconto successivo, col quale si comincia a penetrare nelle case della borghesia dei danée: i Cavenaghi de ‘Quando il Girolamo ha smesso...’ affrontano il trasloco e, in contemporanea, il fallimento della ditta che lucidava i parquets di casa (per mano di un Jordan Belfort dell’epoca) oltre alla gravidanza della cameriera; tra simili problemi con la servitù, i De’ Marpioni vanno a caccia dell’erede maschio dopo quattro femmine mentre donna Giulia fa impazzire i commessi dei bei negozi del centro (‘Quattro figlie ebbe e ciascuna regina’); ‘I ritagli di tempo’ dei Caviggioni trascorrono nella lettura del "Guerin Meschino", lo studio del tedesco e la frequentazione della Biblioteca Linguistica, ma il loro atteggiamento trasuda la più assoluta superficialità. Il tutto raccontato nel consueto procedere erratico con lunghissime parentesi che portano il narratore lontanissimo costringendolo a un precipitoso ritorno alla comunque ondivaga linea narrativa: la lingua resta complessa, intessuta dalla vasta cultura gaddiana, ma sempre vivace grazie anche alle numerosissime commistioni vernacolari che regalano un ritmo peculiare. Questo vale sia nell’altro episodio non proveniente dal romanzo originale (in ‘Claudio disimpara a vivere’ il giovanotto del titolo mette a rischio un buon matrimonio per troppa sincerità in campo ingegneristico) sia nel crescendo che si va configurando nei tre racconti conclusivi. ‘Un «concerto» di centoventi professori’ racconta il rito del concerto domenicale al quale tutti partecipano perché è bene apparire benché la musica non interessi a nessuno. Accompagnata dal nipote, ma quasi coetaneo, è qui filo conduttore Elsa Caviggioni, che doveva essere protagonista del testo primigenio prima di esserne spodestata dalla cognata Adalgisa, come si può ben vedere dai brani che seguono. ‘Al Parco, in una sera di maggio’ ha un tono più elegiaco, introducendo il ritratto, nella figura di donna Eleonora, della decaduta e rancorosa nobiltà meneghina, ma già lì, provando a rincuorare Elsa, inizia a scaldare i motori l’Adalgisa, poi formidabile motore del lungo pezzo che da lei prende il nome. La prorompente vitalità (e fisicità) di questa figlia del popolo bottegaio che è riuscita a salire la scala sociale per mezzo delle nozze con il ‘povero Carlo’ si esprime in una veemente narrazione che va dalle esibizioni come cantante lirica nei teatri di terz’ordine all’irritazione che le dimostrano le donne della tribù in cui è entrata sposandosi: un’alluvione di ricordi che consentono a Gadda di sbrigliare al meglio la penna, raffinando ancor di più le caratteristiche della sua scrittura che ne conferma lo status di grande della letteratura italiana. Si ride spesso, anche se in modo amaro, e ci si fa trascinare volentieri da una specie di sarabanda che dà pochi punti di riferimento, ma pure un estremo piacere di lettura a chi abbia appena la voglia di impegnarsi a districare i significati e le sensazioni che si intrecciano sulla pagina. A tal proposito, intervengono le numerose note che l’autore ha inserito al termine di ogni racconto, in gran parte a spiegazione dei termini dialettali, ma spesso anche come occasione di ulteriori, argute osservazioni e uscite dal seminato.

    ha scritto il 

  • 0

    Bisogna che sia sincero. Il libro è difficile ed a tratti, per me quasi illeggibile (quasi).
    La seconda parte quella che si richiama al titolo "L'Adalgisa" ha una trama, fa emergere le piccolezze di u ...continua

    Bisogna che sia sincero. Il libro è difficile ed a tratti, per me quasi illeggibile (quasi).
    La seconda parte quella che si richiama al titolo "L'Adalgisa" ha una trama, fa emergere le piccolezze di una borghesia milanese ansiosa di crescita sociale ma travolta da tic e luoghi comuni tali da tenerla sempre in seconda fila. È nella sua complessità (soprattutto di linguaggio) un'opera che si legge e si capisce.
    La prima parte, invece, è davvero difficile da digerire. O forse per farlo ci vuole una dedizione intellettuale, storica, linguistica, di costume degna della ricerca scientifica. Io non so farlo.
    Però so apprezzare l'ironia del borghese che ride e azzanna i componenti della sua classe. Ne sbeffeggia le manie, le paure le ansie.
    Trasversale a quasi tutti i racconti il peso della scienza, ingegneri,, geometri, professori sono protagonisti o comunque occupano un universo che ambisce ad avere un posto nella società industriale e tecnologica.

    ha scritto il 

  • 3

    Gadda riesce spesso a sfruttare le armi del comico con una padronanza suprema. La sua complessità linguistica non mi sembra mai fine a sé stessa, è il fulcro della sua filosofia cardine, deformare per ...continua

    Gadda riesce spesso a sfruttare le armi del comico con una padronanza suprema. La sua complessità linguistica non mi sembra mai fine a sé stessa, è il fulcro della sua filosofia cardine, deformare per conoscere, ma è anche sempre chiaramente animata da un’intenzione narrativa. Non a caso Manzoni era il suo autentico e riconosciuto modello. Alcuni di questi disegni milanesi saranno trasportati quasi senza variazioni nella “Cognizione del dolore”. Nonostante non sia il suo libro migliore, credo che almeno una lettura valga la pena, soprattutto per l’esilarante abilità con cui dipinge i rapporti fra la borghesia milanese e le classi popolari.

    ha scritto il 

  • 4

    Per un uomo prima di uno scrittore, per un gentile prima di un uomo. Una gaddiana recensione

    Chi si appresta a leggere Gadda, si ritrova quasi inevitabilmente dinnanzi a quello che lui definirebbe, che ne so... un bivio mentale: “non fa per me, non riesco ad entrarci” penserebbe il lettore o ...continua

    Chi si appresta a leggere Gadda, si ritrova quasi inevitabilmente dinnanzi a quello che lui definirebbe, che ne so... un bivio mentale: “non fa per me, non riesco ad entrarci” penserebbe il lettore o lettrice di best-seller da vetrina. Oppure un sorriso, un ritornare alla frase, una curiosità per quella dopo, la farebbe chi ogni dieci pagine non sa se capisce o si assopisce. C'è ancora chi si lascia prendere dai suoi incompleti completati disegni milanesi, e ne esce provato, ne esce malmesso come in una rissa dove lui nulla c'entrava ma ci è entrato...ancora potremmo continuare con le fratture e gli amori finiti con Carlo Emilio Gadda. Inventando e creando a velocità fulminea è infatti la sua lingua, prima del suo stile, a provocare chiusure o aperture con il lettore. E' il suo personalissimo linguaggio, che nasce dalla mescolanza di svariate sostanze che non definisco ingredienti, poiché credo s'avvicini a qualcosa di alchemico o comunque di tecnico, chimico o matematico, molto affine al suo lavoro, quello di ingegnere. Infatti, più che di una torta dagli ingredienti di una massaia fantasiosa, Gadda crea una Tavola degli Elementi tutta sua, fatta di dialetti, di gerghi e linguaggi specialistici, di apparenti filastrocche composte dal linguaggio della chimica, delle scienze e delle tecniche, fino al linguaggio del quotidiano che assorbe tutto ciò che si è citato in precedenza con l'aggiunta di arcaici vocaboli, latinismi, lingue straniere o ancora neologismi degni di un vocabolario a sé. Ciò lo dimostra il fatto che parlare di questo autore mi è difficile scinderlo da tutto il suo insieme di opere. Ma basta già “l'Adalgisa”, per avvicinarsi al suo, come lo definiva lui, calderone stilistico, con le circostanziate e lunghe note a fine d'ogni capitolo, che divengono un libro sul libro e completato da accumuli di tutti i suoi romanzi mai completati(cioè tutti) composti di realtà caotiche tra loro separate da ulteriori divagazioni, o dai suoi giochi pirotecnici che colorano immagini e le danno movimento, sempre come una soluzione salina che si discioglie, o un formarsi di quarzi al microscopio della vita, del tempo che passa, del campanile che suonando le ore “ LASCIA CADERE NELL'ASFALTO NOTTURNO DODICI GOCCIOLONI DI BRONZO, FESSO” o i manifesti di un concerto, color “D'ARANCIO-FUOCO MODELLO GOMORRA”, in questa così libera e acida dedica a Milano, alla sua borghesia di arricchiti o di nobili decaduti, dove “un professore è un pover'uomo” e le chiacchiere dei cittadini “UN PASSERAIO DI UN PAR DI MIGLIA DI PASSERI E PASSERE, IN ATTESA DEL LORO BECCHIME SVOLATIVO”. Una caricaturale realtà deformando le parole, dandole un continuo doppio triplo senso, o quell'allusione continua di un vivere che Gadda deride e irride, smontando alberi ginecologici secolari, di famiglie dai nomi altisonanti, che un po' come si può, alla fine, ognuno ha da passà a nuttata, e quindi riparte il valzer di “DROGHIERI BRACHISCHELICI DALLE BRACHE PIENE DI SACCARINA CONTRABBANDATA” dove il gioco, quasi il ritornello, è tra il termine ultra scientifico di brachischelici, dalle gambe corte, e le “brache” dove i droghieri nascondono merci di contrabbando ben più costose della saccarina. Descrizioni accanite che più sembrano allontanarsi, più si avvicinano alla realtà di una grande abbuffata, che forse non riguarda solamente una città ma, piuttosto, un modo di essere non da oggi, ma da sempre. E' lampante che ciò che si legge di “gaddiano” non è mai una schermaglia surrealista, né un vorticoso messaggio futurista e nemmeno un esercizio formale fine a se stesso...Ad una lettura attenta, cercando cioè di non lasciarsi portar via da questo ciclone, si scorge un conflitto interiore, o meglio un rapporto difficile con la realtà nella vita di tutti i giorni, e con l'esistenza in assoluto dove, nel suo capolavoro, diviene Cognizione del Dolore. Ma nell'Adalgisa si racconta della vita cittadina, e il registro linguistico di base, sebbene è il milanese, è anche mescolato con l'italiano, ma in un modo in cui Gadda sembra voglia rappresentare ogni dialetto e ogni ceto sociale. Nella Milano degli anni '30, questa capitale morale e industriale del paese, si tinge quindi di dieci disegni, di cui l'ultimo è quello dell'Adalgisa, ex cantante lirica di teatri popolari, riuscita a titolarsi un nome pseudo-immobiliare nobiliare, sposando il ragionier Biandronni e entrando di buon grado in quella giungla imparentata di famiglie della borghesia meneghina. Creando i malumori delle comari più ferme alla legge dei salotti milanesi, in cui un laureato viene visto con la commiserazione di un carabiniere, mentre i gradi sociali, l'importanza di una posizione sta nella capacità di mantenersi in bilico, tra l'italiesco forbito, la costruzione di caldaie, e il denaro in nero o in bianco ma basta sia denaro. E così l'Adalgisa, raccontando la sua esistenza alla giovane cognata, sembra trarre un disegno, o meglio un quadro astratto, strappato e rattoppato, degli usi e costumi di una società. Gadda fa parlare eccome l'Adalgisa, magari con un bicchierino di Vov in più, ed ella descrive le passioni scientifiche del marito, per minerali, coleotteri e guerre di Libia, che per la vecchia volpe dello scrittore, non sono che il riflesso su cui si è basata la città più città d'Italia, quel positivismo miope con cui, in una lunga e articolata nota, egli racconta su quali basi avvenne il passaggio tra il vecchio e nuovo secolo all'ombra del duomo. Con un'ironia imprendibile, come una mosca che non da tregua, Gadda o l'Adalgisa hanno ormai finito la bottiglia di Vov. La nostra eroina non risparmia critiche a quella borghesia a cui lei stessa ormai fa parte...quel mondo poggiato su un artificio che può crollare da un momento all'altro, fatto di quelle tradizioni e abitudini apparentemente radicate, ma tanto vacue quanto le chiacchiere dopo la messa delle undici: il “disastroso” fallimento della ditta di pulizie “Confidenza”, dovuto alla bancarotta di “un' anonima banca”, il malessere quindi di una delle caste giovani domestiche brianzole, raccomandate dal parroco in persona al nobile Gian Maria dopo il fallimento della ditta, ma che poi non c'è da allarmarsi: è solamente una banale gravidanza...e via di questo passo, giocando con significati e significanti, con l'intreccio di parentele, catena di sant'Antonio delle oscure stanze, dei clandestini incontri, delle strane somiglianze. Ma sebbene ci si può leggermente distrarre, e dopo il quinto colore è lecito, non bisogna mollare la cima: l'ancora l'ha già gettata Gadda, ed è la realtà. Affrontandola di petto, nel gioco allusivo di mille meta-filastrocche, egli mette a nudo le convenzioni e le ipocrisie, e tutto ciò che viene nascosto dietro o dentro ad una città, alla fine specchio del nostro paese, anzi, della parte appunto che dovrebbe essere il fiore all'occhiello: Milano come le altre grandi città d'Europa. Ma non sarà così. Da scrittore illuminista quanto romantico, amante della letteratura inglese, di Manzoni come di Stendhal, Gadda opera sul contesto storico e sull'esistente in nome di una ragione offesa. Se infatti i colori milanesi fanno sorridere, sono anche un malinconico omaggio alla vecchia Milano che, sovrastata dallo “sviluppo senza progresso” di pasoliniano Scritto Corsaro, è ora una incompleta e confusionaria allegoria dal sorriso schizofrenico. Lo scrittore si permette di giocare seriamente, dove ogni contesto si interseca ad un altro, con precisione storica e creando quei pasticciacci che lo distingueranno in tutti i suoi romanzi. Con immagini ricorrenti come feticci di un qualcosa che appartiene a questo paese sghembo,“L'Adalgisa” trova un collante nei vari disegni, ed è sia la descrizione fortemente satirica e caustica della Milano “nuova” ma conservatrice e bigotta nella sua illuminata borghesia da 4 candele e solo alla sera, che nell'uso forte del dialetto, indispensabile per capire meglio, come un Jannacci ante-litteram, ambienti popolari e un mondo che è anche il suo, è che resisterà ancora per pochi decenni. Gadda, di quel che scrive si sente a volte il sorriso, a volte il riso, molto più spesso l'irritazione o la distanza. E forse, anzi senz'altro, conosce e comprende tutto quel ciarpame, senza però giustificarlo anzi, nei disegni le tinte si fanno più forti e di quella gente ne coglie le debolezze spesso anche meschine: l'economia, il lavoro, il padronato o la famiglia, la cultura nazional-popolare, non sono il suo mondo. Coerente fino alla fine morì nel 1973, isolato, attorniato da pochi amici, e quasi rancoroso,anzi, togliamo il quasi. Leggendo più cose mi hanno colpito degli inediti dell“ingegnere”sui milanesi ed altre riflessioni davvero belle, tra cui questa, che sembra un'ultima esigenza di raccontarsi, o il tentativo di relazionarsi, con una società di cui non aveva stima e che mai lo ha convinto, ma da ingegnere-scrittore, in qualche modo scelse di farne parte con ingarbugliata sofferenza,”un tantinello fatiscente” come si definì all'amico Contini, con la dolente cognizione di un uomo quasi di altri tempi, o di tempi che mai abbiamo visto e mai verranno.
    “NELLA MIA VITA DI “UMILIATO E OFFESO” LA NARRAZIONE MI E' APPARSA, TALVOLTA, LO STRUMENTO CHE MI AVREBBE CONSENTITO DI RISTABILIRE LA MIA VERITA', IL MIO MODO DI VEDERE, CIOE':LO STRUMENTO, IN ASSOLUTO, DEL RRISCATTO E DELLA VENDETTA. SICCHE' IL MIO NARRARE PALESA, MOLTE VOLTE, IL TONO RISENTITO DI CHI DICE TRATTENENDO L'IRA, LO SDEGNO”

    ha scritto il 

  • 4

    Gadda va letto ad alta voce, come e più di qualsiasi altro: meno per facilitare meglio lo scorrere della narrazione che per godere come si deve di uno dei più volenti orgasmi linguistici della nostra ...continua

    Gadda va letto ad alta voce, come e più di qualsiasi altro: meno per facilitare meglio lo scorrere della narrazione che per godere come si deve di uno dei più volenti orgasmi linguistici della nostra letteratura.

    ha scritto il 

  • 5

    Abitare Milano

    Divertente, spericolato, polifonico, poetico, strabiliante.

    Un turbine e un viaggio.
    Un viaggio in quella Milano e solo quella, in quei salotti e in quelle strade, tra quelle persone, raccontate con d ...continua

    Divertente, spericolato, polifonico, poetico, strabiliante.

    Un turbine e un viaggio.
    Un viaggio in quella Milano e solo quella, in quei salotti e in quelle strade, tra quelle persone, raccontate con dolcezza e sarcasmo, pietà e affetto.

    Un piccolo grande gioiello le note, quasi racconti a sé – macchiette e ritratti.

    La lingua è complessa, lo sappiamo, ma è una musica da cui farsi rapire. Richiede un accostamento che sappia guardare al microscopio (per soffermarsi su ogni parola) e insieme godere dall’alto, con occhio (e orecchio) panoramico e grandangolare.

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/05/14/ladalgisa-disegni-milanesi-carlo-emilio-gadda/

    Non ci provo neanche a scrivere le mie impressioni sui dieci racconti che costituiscono “L’Adalgisa. Diseg ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/05/14/ladalgisa-disegni-milanesi-carlo-emilio-gadda/

    Non ci provo neanche a scrivere le mie impressioni sui dieci racconti che costituiscono “L’Adalgisa. Disegni milanesi”. Troppo adorabile e troppo odiosa, al tempo stesso, la scrittura colta di Gadda. La Milano di fine Ottocento e inizio Novecento sotto la lente minuziosa e lo sguardo satirico dello scrittore. Munitevi di vocabolario, se volete leggerlo. Scelgo, ad accompagnare quest’articolo, un brano tratto dalla nota n. 12 del settimo racconto, non perché simboleggi l’intero libro (così non è), ma perché, molto più semplicemente, mi è piaciuto il concetto di “desiderata platea”.

    "La prossimità nonché il commercio delle gente e’ sono grandemente appetiti dai vanitosi e da tutti quelli cui natura ha devoluto un temperamento narcissico: (indebitamente ritenuti socievoli e lodati come tali). Della società non gliene importa un cacchio: e vi si destreggiano secondo la brama e la tecnica centripeta del più puro egoismo. Ma “vogliono” gli altri, li vogliono vicini e fisicamente presenti: e di una cotal presenza godono, godono: perocché la straripante carica erotica del loro narcisismo ovvero autoerotismo ella necessita di una adeguata parete di rimbalzo cioè superficie di riflessione: di uno specchio grande, in poche parole. Gli umani funzionano per loro da specchio psichico: e, se essi talora li amano, soltanto li amano in quanto specchio lusingatore. Salotti, alberghi, piroscafi, e monti e spiagge balneari e marciapiedi dell’avenida e caffè ne vanno in rigurgito di cotestoro; e dovunque ne incontri.
    Il meccanismo auto-erotico allogasi, qual più qual meno, in tutte le anime: nelle più ritenute e modeste, nonché nelle ciarliere ed ingenue: come quella del garzone di parrucchiere andaluso, venuto e trasmigrato dalle lontane sierre verso la sua “straordinaria speranza”.
    (Carlo Emilio Gadda, “L’Adalgisa. Disegni milanesi”, ed. Adelphi)

    ha scritto il 

  • 1

    Un viaggio che rasenta il fantastico, un susseguirsi di descrizioni di abiti paesaggi ombre odori e colori di uomini piante e oggetti... In casa Cavenaghi si affronta il disagio di un forzato trasloco ...continua

    Un viaggio che rasenta il fantastico, un susseguirsi di descrizioni di abiti paesaggi ombre odori e colori di uomini piante e oggetti... In casa Cavenaghi si affronta il disagio di un forzato trasloco – potenza dei piani reglatori – il fallimento della Confidenza, impresa specializzata nella lucidatura dei parquet e la conseguente perdita del Girolamo e i suoi colleghi dipendenti della ditta, e la gravidanza inaspettata della domestica non sposata, nonostante fosse raccomandata dalle origini brianzole e dal curato. Doralice vive a villa Delada, nota come villa Carla dal nome della zia, con la stessa e lo zio Antenore insegnate di ingegneria al Politecnico e firmatario di famosi progetti; un unico fallimento a cui Claudio Valeri inaspettatamente entrato nelle grazie della famiglia, fa esplicito riferimento durante una festa creando un certo scompiglio… L’adalgisa cantante lirica che ha abbandonato il palcoscenico per il matrimonio, dignitosamente ferita dalla freddezza con cui l’ha sempre trattata la famiglia del povero Carlo, si sfoga consigliando la giovane cognata Elsa.
    I dieci racconti sono fondamentalmente – escluso forse il primo – un affresco che dovrebbe essere nell’intenzione dell’autore, ironico e sarcastico della piccola e media borghesia milanese. Annoverato fra i classici, Gadda inserito nelle correnti letterarie dell’espressionismo e dei cosiddetti Alieni metropolitani, è il primo ad usare una mescolanza di linguaggi, l’italiano il dialetto milanese e il brianzolo, con incursioni nel veneto e qualche passaggio in Arno non disdegnando l’utilizzo di termini inglesi e francesi. La miscellanea non si limita però al linguaggio estendendosi ad alternare la letteratura a tecnicismi molto specifici – non dimentichiamo che Gadda pur avendo frequentato il liceo classico Parini, si è poi laureato in ingegneria. Solitario e poco socievole il Gadda ha voluto in questo modo dare un segnale forte di distacco da quel mondo che non amava, per non dire detestava, dal quale è stato giocoforza escluso alla morte del padre, che ha cambiato decisamente in peggio lo status economico della famiglia. Faticoso da leggere si ha spesso l’impressione che lo sbeffeggio così ricercato, l’aver saccheggiato a destra e a manca i suoi predecessori e a volte i contemporanei di una scrittura autoreferenziale, fine a se stessa e all'autocompiacimento.

    ha scritto il