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L'Iguana

Di

Editore: Adelphi

4.0
(189)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 204 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco

Isbn-10: 8845906574 | Isbn-13: 9788845906572 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Travel

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Descrizione del libro
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  • 3

    È tutto vero; ovvero: tutto è vero.

    Come sono andate le cose. Leggo i romanzi di Alessio Arena, li trovo – il primo, specialmente il primo romanzo – soglie di una nuova letteratura. Attraverso Arena ho letto Arenas, e per Arenas ho sviluppato una passione istantanea e affamata. Sempre attraverso Arena sono arrivato al nome di Anna ...continua

    Come sono andate le cose. Leggo i romanzi di Alessio Arena, li trovo – il primo, specialmente il primo romanzo – soglie di una nuova letteratura. Attraverso Arena ho letto Arenas, e per Arenas ho sviluppato una passione istantanea e affamata. Sempre attraverso Arena sono arrivato al nome di Anna Maria Ortese, di cui non sapevo niente tranne che avesse scritto “Il mare non bagna Napoli” e io a lungo ho avuto una idiosincrasia verso gli scrittori che scrivono di Napoli. Non ho ancora letto Ermanno Rea, Raffaele La Capria, ho letto e stimo e leggo e seguo con rispetto e ammirazione Roberto Saviano, ma la dice lunga, il fatto che Saviano riesca a leggerlo, i romanzieri no. Il reale, riconoscono autori come Anna Maria Ortese, Arenas e Alessio Arena, è solo una parte della realtà; in letteratura; e fuori dalla letteratura non è che ci sia molto, e quel che c’è non ha bisogno di parole che lo suggeriscano, o che lo indichino. C’è e basta. Invece in letteratura il fatto che ci sia non basta per niente.

    Come sono andate le cose: il conte Daddo, lombardo (come lo usa mandandolo a segno, la Ortese, questo aggettivo: dice “lombardo” e ti fa pensare a una educazione da istitutore e biancherie pulite, vecchiotta e obbligata alla nobiltaggine; con un aggettivo ha ricoperto un personaggio), parlando con l’Adelphi, no: con l’Adelchi, amico suo che fa l’editore e che vorrebbe qualche opera insolita e esotica da offrire al mercato lombardo, perché c’ha questa passioncela per le storie insolite e esotiche, il mercato lombardo (com’è diverso, l’aggettivo ‘lombardo’, quando la Ortese lo utilizza per l’Adelpchi, no: per l’Adelcphi; o per il mercato, e non per il conte Daddo), tanto meglio se dentro c’è pure un po’ di questione sociale. Daddo, dotato di mezzi suoi e di mamma ricca che gli mette uno smeraldo in mano raccomandandosi tanto di tornare a casa con una nuova isola acquistata per il buon nome del casato, salpa e raggiunge un’isola e sull’isola ci vive una storia insolita e esotica, con tanto di questione sociale (più complicata e grottesca del previsto, ma c’è) dentro, ma non avevano considerato, né l’Adelchi né il conte Daddo, che però poi non s’è tirato indietro, che una vera storia insolita e esotica, con dentro la vicenda umana costretta alle questioni sociali, si paga a caro prezzo. Che non è quello di copertina, né quello che l’editore verserà all’autore o al curatore dello stesso. Le storie non si curano e non ti curano e non hanno autori, solo portavoce stregati, cioè costretti a raccontarle.

    Anna Maria Ortese è grottescamente adelphiana quindi satirica nel miglior modo: contro se stessa, contro i possibili committenti delle sue storie, perché la Ortese, come il Daddo, sarà pure animata dai migliori intenti verso l’iguanuccia, ma è pur sempre il pretesto degli affari a farle prendere il mare dell’inchiostro, che c’è sempre, tra il fare e il dire perché lo si è fatto. Un’isola si compra, un casato pure, se c’è un americano soldi-in-mano disposto a mettere anche sua figlia nella transizione; una iguana invece no, lei è moooolto più esosa, non le bastano i quattrini, ma nemmeno le carezze, nemmeno l’amore che ripara le ingiustizie del mondo, nemmeno l’umanità, nemmeno Dio, perché nemmeno Dio può cambiare quel che è stato, mentre l’iguana vorrebbe proprio questo: che le cose non fossero state come sono state. Le cose cambiano ma non si rinnegano, e questo è il male irreparabile dell’iguana: niente può cambiare la sua storia, e la sua storia la condanna, e condanna chi vorrebbe riscattarla, chi vorrebbe perdonarsi il non averla evitata prima che accadesse. Com’è inutile, il bene, che rimedia al male ma non può distruggere le sue opere già compiute e com’è stupido, il male, coi suoi sogni nichilistici di distruzione del passato per dare sollievo al presente e per darsi un desiderio di futuro.

    Lo stile di Anna Maria Ortese – non è lo stile che piace a me, che sono per la distensione e non per la concentrazione, più arioso che acquatico, non anfibio come l’iguana o qualsiasi altra commistione mitologica simile, più per il corpo a corpo che per il veleno trasmesso con un bacio lanciato da lontano – è bellissimo. In un paragrafo, con frasi brevissime intarsiate con le virgole, la Ortese scrive paesaggi e passaggi d’animo per i quali altri sprecherebbero pagine senza ottenere lo stesso effetto di precisione e intensità: si è felici e il rigo dopo si è infelici, e tutto fila; ora il giorno è radioso e ora la notte è oscura è il tutto è durato una frase ma è una frase che ha assorbito tutto il tempo e gli effetti di luce tra il giorno e la notte.

    La scrittura insolita e esotica di Anna Maria Ortese, che ha dentro la questione umana ch’è sempre una questione sociale, come lo è la solitudine più cupa, essendo essa stessa una assemblea di voci in disaccordo, esplora le parti della realtà che tutti dicono di voler conoscere a patto che il viaggio di andata, chissà se con ritorno, sia sempre qualcun altro a farlo al loro posto. E quindi ha il diritto di riportarle come lei vuole, stritolate nel suo stile suadente e tossico da incantata dai serpenti, le storie che l’hanno trovata.

    ha scritto il 

  • 4

    L'isola che (forse) non c'é

    Nell'isola che (forse) non c'è, un mondo onirico dove i grandi temi della Ortese si intrecciano come in una fiaba: il dolore e l'ingiustizia, la pietà e l'amore, la vita e la morte e la redenzione. Su tutto la figura pietosa e inquietante di estrellita, l'iguanuccia che suscita l'amore del protag ...continua

    Nell'isola che (forse) non c'è, un mondo onirico dove i grandi temi della Ortese si intrecciano come in una fiaba: il dolore e l'ingiustizia, la pietà e l'amore, la vita e la morte e la redenzione. Su tutto la figura pietosa e inquietante di estrellita, l'iguanuccia che suscita l'amore del protagonista e che faremo fatica a dimenticare...

    ha scritto il 

  • 5

    Le chiavi di lettura di un romanzo talmente denso e continuamente sorprendente sono molteplici, e la più parte ci sono date dall'autrice stessa nel testo. La mia preferita per adesso è questa:
    «Sentiva due cose, fra loro altamente contrastanti, e che non riusciva, almeno per ora, a collegar ...continua

    Le chiavi di lettura di un romanzo talmente denso e continuamente sorprendente sono molteplici, e la più parte ci sono date dall'autrice stessa nel testo. La mia preferita per adesso è questa:
    «Sentiva due cose, fra loro altamente contrastanti, e che non riusciva, almeno per ora, a collegare, sebbene il significato fosse tutt’altro che terribile, fosse lieto e umano, e ci fosse dunque da sperare. Sentì che il suo viaggiare era stato immobilità, e ora, nella immobilità, cominciava il vero viaggiare. Sentì poi che questi viaggi sono sogni, e le iguane ammonimenti. Che non ci sono iguane, ma solo travestimenti, ideati dall’uomo allo scopo di opprimere il suo simile e mantenuti da una terribile società. Questa società egli aveva espresso, ma ora ne usciva. Di ciò era contento.»

    ha scritto il 

  • 3

    "Ché il cuore dell'uomo, anche se di un conte lombardo, non tralascia occasione, almeno nelle sue pieghe meno illuminate, di differire una qualsivoglia azione, se si presenta appena tale da sfinire l'anima con la sua problematica. Vi è della pigrizia, anche se non sembra, nel cuore dell'uomo." ...continua

    "Ché il cuore dell'uomo, anche se di un conte lombardo, non tralascia occasione, almeno nelle sue pieghe meno illuminate, di differire una qualsivoglia azione, se si presenta appena tale da sfinire l'anima con la sua problematica. Vi è della pigrizia, anche se non sembra, nel cuore dell'uomo."

    ha scritto il 

  • 2

    Altro che personaggi russi con tre nomi a testa, i portoghesi della Ortese stracciano ogni record. E arrivata alla fine io ancora non capivo di chi si stava parlando - forse la follia tardiva del protagonista c'ha messo lo zampino.
    Oppure mi sono persa in uno dei paragrafi da settordicimila ...continua

    Altro che personaggi russi con tre nomi a testa, i portoghesi della Ortese stracciano ogni record. E arrivata alla fine io ancora non capivo di chi si stava parlando - forse la follia tardiva del protagonista c'ha messo lo zampino.
    Oppure mi sono persa in uno dei paragrafi da settordicimila incisi l'uno.

    ha scritto il 

  • 3

    "...avrai constatato che il mondo, quando non è malato, è buono, e se non lo è, essendo soltanto malato, ha bisogno, per guarire, di tutto il nostro intelligente amore"

    L'oscuro e misterioso mondo (ospedale-cimitero) della Ortese s'arricchisce, con questo libro, d'un nuovo e bizzarro abitante. Sorella in particolar modo di Alonso, il gatto-puma di "Alonso e i visionari" (libro che, riprendendo i temi di questo a più di trent'anni di distanza, li raffina e li ris ...continua

    L'oscuro e misterioso mondo (ospedale-cimitero) della Ortese s'arricchisce, con questo libro, d'un nuovo e bizzarro abitante. Sorella in particolar modo di Alonso, il gatto-puma di "Alonso e i visionari" (libro che, riprendendo i temi di questo a più di trent'anni di distanza, li raffina e li risolve, contaminandoli di luce e di purezza), l'Iguanuccia protagonista, indiretta (in quanto essa, che è soprattutto simbolo, agisce pochissimo), de "L'Iguana" è, come la maggior parte dei personaggi partoriti dall'immaginazione dolorosa e sensibilissima di Anna Maria, una "piccola", una creaturina fragile, vittima ideale di soprusi crudeli e di violenze intollerabili. Essere bestiale (per quanto ella abbia l'aspetto di un'iguana solo nella fantasia esasperata del conte), emblema di un'umanità originale ed incorrotta (ma non senza colpa poiché anche lei sa essere dispettosa ed irriverente), cioè non raffinata (e per questo confinata dai potenti all'inferno), la servetta della Ortese, è, al pari di tutti gli altri deboli, incapace di vivere ed inadatta alla vita (vita che la scrittrice dipinge spesso come un'impresa penosa, un'inutile fatica).
    Sin troppo vicina al Cielo (ovvero a Dio che, farfalla candida e agonizzante, ha generato il mondo emanando scariche di trasparente bellezza) e alla Natura, ella è invece distantissima dagli uomini (e dai loro intrighi) che non ne comprendono, se non attraverso intuizioni tanto penetranti quanto brevi, le gioie, i dolori, la fedeltà (che lei, semplice anumuccia, prova verso coloro che dimostrano di averne pietà) e gli smarrimenti (di fronte a terribili tradimenti). Impossibile, dunque, per oppressi ed oppressori comprendersi, avvicinarsi. Presi nel fuoco di un'impossibile congiunzione (dal momento che non sempre la bontà viene ripagata con altra bontà e che tutti i sentimenti umani, amore compreso, hanno in sé un grumo di diffidenza che adombra ed avvelena), anche i mediatori (come il conte Daddo), eroi improvvisati e disarmati (vagamente kafkiani), sono destinati, infine, a perire, appesantiti dalla coscienza che, pur facendo tutto quanto in loro potere, non sono riusciti a mutare di nulla la situazione (i poveri, privati dell'intelligenza e dei mezzi, resteranno sempre poveri).
    Si riesce a scorgere, tra le righe fitte di queste pagine, l'idealismo acerbo che ha guidato la mano e la mente di Anna Maria nella stesura del romanzo. Anche se commossa, dunque, non posso assolutamente dirmi convinta: sono soprattutto la cornice fantasticamente onirico-allegorica (ma la O. non risparmia alcune tremende stilettate al mondo blindato dell'editoria italiana) e lo straordinario italiano ortesano (che è pieno e stratificato) a rendere "L'Iguana" un'opera affascinante ed unica nel panorama letterario nostrano di allora, di oggi e certamente anche di domani.

    Forse lo sbaglio è stato nell'averlo letto subito dopo l'incredibile "Il porto di Toledo". La materia dalla quale la Ortese è partita per plasmare "L'Iguana" è troppo grezza e scura per poter reggere il confronto con quella dolorosamente lucente che caratterizza le pagine de "Il porto di Toledo".

    Molto interessante l'intervista (realizzata da Dario Bellezza) riportata nelle ultime pagine del volume.

    ha scritto il 

  • 4

    La fantasia della Ortese origina questo strano romanzo, a metà strada tra la fiaba e l'apologo, e uno stile che rimane unico nel panorama letterario italiano. Da questa stessa fantasia nascerà più tardi quel libro complesso e ben più arduo che è "Il porto di Toledo" ("Ricordi della vita irreale", ...continua

    La fantasia della Ortese origina questo strano romanzo, a metà strada tra la fiaba e l'apologo, e uno stile che rimane unico nel panorama letterario italiano. Da questa stessa fantasia nascerà più tardi quel libro complesso e ben più arduo che è "Il porto di Toledo" ("Ricordi della vita irreale", ovvero una sorta di autobiografia trasfigurata), immenso capolavoro ancora oggi largamente incompreso e/o ignorato. Ecco, il percorso per giungere a quel libro fondamentale, vero punto nodale nella vita e nella produzione letteraria della scrittrice, nasce forse proprio da qui. Per questo, forse, è la lettura ideale per giungere più agevolmente a quell'altro. Io, almeno, sono riuscito ad "entrare" a Toledo, le cui alte mura mi avevano in precedenza respinto, solo dopo avere affrontato questo melanconico Iguana.

    ha scritto il 

  • 5

    Grandezza misconosciuta

    Lo ripeterò fino alla nausea: la letteratura italiana non merita la Ortese, il cui immaginario possente e mitico rimanda ad altri vigori, ad altri respiri.

    ha scritto il