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L' epopea di Gilgamesh

Di

Editore: Guaraldi

4.1
(534)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 32 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8886025300 | Isbn-13: 9788886025300 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
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  • 4

    Viaggio alle origini della storia

    L'epopea di Gilgameš è l'opera epica più antica a noi nota. E' stata riportata alla luce nell'Ottocento, grazie ai ritrovamenti archeologici in Mesopotomia. Da allora nuovi episodi e differenti versio ...continua

    L'epopea di Gilgameš è l'opera epica più antica a noi nota. E' stata riportata alla luce nell'Ottocento, grazie ai ritrovamenti archeologici in Mesopotomia. Da allora nuovi episodi e differenti versioni continuano ad essere ritrovate, tutte scritte su tavolette d'argilla in caratteri cuneiformi: è interessante osservare che i contributi che spaziano dal terzo millennio al primo millennio a.C., sono scritti in lingue diverse e dai diversi popoli che si sono succeduti nella Mezzaluna Fertile. Gilgameš è un uomo, un sumero, anche se di origini in parte divine. Fu il quinto re della dinastia post-diluviana della città-stato di Uruk e per quanto lontano millenni da noi, la sua ricerca del senso di una vita soggetta alla morte oppure di un modo per sfuggire alla morte ha una valenza universale che ci è immediatamente comprensibile:
    >

    L'edizione che ho letto, curata da N.K. Sandars negli anni Sessanta, è particolarmente adatta al non esperto perché combina le varie versioni note dell'epopea per restituire un testo scorrevole e leggibile. E', infine, arricchita da una parte introduttiva dettagliata ed interessante, senza essere troppo tecnica o prolissa. Insomma un'ottima introduzione ad un'opera di grande interesse che invita ad appronfondirne la conoscenza su testi più recenti e di maggior rigore scientifico e filologico come, ad esempio, "La saga di Gilgamesh" di Giovanni Pettinato.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia di un ragazzo per due terzi divino, pieno di energie (troppe per i suoi sudditi), fortissimo, che attraverso l'amicizia, le esperienze, le avventure e il dolore, diventa il più saggio, il pi ...continua

    La storia di un ragazzo per due terzi divino, pieno di energie (troppe per i suoi sudditi), fortissimo, che attraverso l'amicizia, le esperienze, le avventure e il dolore, diventa il più saggio, il più sapiente re, diventa colui che:
    "...come un duce precede tutti
    egli segue tutti, per prestare aiuto ai suoi fratelli".
    Un inno all'amicizia, che fa crescere sia nella gioia dell'avventura, che nel dolore della separazione e della consapevolezza della caducità umana.
    Il sesso, non degradato da certe credenze religiose, è considerato civilizzatore, purificatore, dispensatore di intelligenza e sapienza, persino di divinità. Talmente importante che la felicità dei defunti è direttamente proporzionale al numero di figli avuti in vita, e che i giovani sposi che non hanno strappato le mutande ai rispettivi consorti li ritroviamo, inconsolabili, negli inferi a piangere sulla corda che potrebbe salvarli.
    Un inno allla vita e al suo godimento finché si è in tempo, ma anche la dichiarazione dell'inconoscibilità del rovescio della sua medaglia: la morte. Destino ineluttabile per l'umanità, anche per chi è in gran parte divino come Gilgamesh. Il quale perde l'immortalità faticosamente trovata per voler farne partecipi i suoi sudditi.
    Interessantissima la storia dei più o meno improvvisati e spregiudicati archeologi protagonisti del ritrovamento delle tavolette che, in varie lingue e in varie ere, raccontano queste saghe.
    Un vero peccato la frammentarietà dei ritrovamenti.

    ha scritto il 

  • 2

    ...e mezza stellina.
    Da che l'essere umano ha superato la fase del doversi assicurare la mera sopravvivenza fisica ha dedicato energie e tempo alla ricerca delle risposte a domande che forse sono dest ...continua

    ...e mezza stellina.
    Da che l'essere umano ha superato la fase del doversi assicurare la mera sopravvivenza fisica ha dedicato energie e tempo alla ricerca delle risposte a domande che forse sono destinate a non averne mai di definitive: chi sono, da dove vengo, dove vado, perché devo morire, cos'è la vita, cosa la morte, etc. etc. Non si sottrae a questa aspirazione la sagra di Gilgamesh, anche se non mi sento di condividere l'entusiasmo dei curatori in quarta di copertina che la definiscono più "moderna" (chissà perché tra virgolette) dei poemi omerici nel trattare questi temi. Dal mio, del tutto opinabile, punto di vista il testo è troppo frammentato per riuscire a darne una valutazione stilistica ed ho trovato la scelta di alcuni termini, se non discutibile, quanto meno disturbante (la parola boomerang mi ha fatto l'effetto di una macchiolina nera su una parete immacolata), rendendo più difficile provare piacere nella lettura. Divertente ritrovare alcune immagini come quella del diluvio, o quella del mondo dei morti (la parte che ho preferito dell'epopea classica) o la taverniera con la sua felicità domestica un po' naivë che avrà ben più spessore nel pensiero greco successivo o notare come dall'epopea classica ai poemi sumerici Enkidu passi da controparte divina a servo devoto, Ishtar diventi Inanna, dea che salva un albero tra le cui radici un serpente "che non teme magia vi aveva fatto il nido". Non c'è, o almeno non ho riscontrato, un andare/sfidare per conoscere, non c'è Ulisse che si fa legare per sentire il canto delle sirene. Per questo, oltre all'interesse antropologico-culturale che un'opera come questa intrinsecamente detiene, non riesco a trovare altri peculiari pregi. Il volume raccoglie diverse versioni dell'epopea, ammetto di averle lette per dovere di completezza più che per autentico interesse.

    ha scritto il 

  • 4

    "quando ti mormorerà amore, le bestie selvatiche lo respingeranno"

    Le stelle sono per il valore antropologico del testo, più che per quello lettarario, talmente distante dalla versione che leggiamo, che davvero non è possibile giudicarlo. Confesso che ero molto scett ...continua

    Le stelle sono per il valore antropologico del testo, più che per quello lettarario, talmente distante dalla versione che leggiamo, che davvero non è possibile giudicarlo. Confesso che ero molto scettica sul valore di leggere oggi questo libro. E l’ho fatto solo grazie al mio gruppo di lettura milanese che l’ha votato e che qui ringrazio. Sono quattro gli elementi del libro che mi hanno colpito.

    Il primo è la ricorrenza delle stesse storie nelle grandi narrazioni del passato, l’uomo forgiato dall’argilla, il diluvio inviato dagli dei per punire l’umanità, il fiume con il nocchiero che conduce nell’aldilà, etc.

    Il secondo è la figura femminile, assolutamente lontana dall’ “ambiguo malanno” del mondo greco/romano, o dall’Eva tentatrice della Bibbia. La donna è piuttosto colei che “incivilisce” l’uomo. Lo trasforma, attraverso l’amore, da bestia selvatica in essere saggio. "Quando si avvicinerà a te, scopriti e giaci con lui; insegna a lui, all'uomo selvaggio, la tua arte di donna, poiché quando ti mormorerà amore, le bestie selvatiche che spartivano con lui la vita nelle colline lo respingeranno”

    Il terzo è la constatazione che in questo testo le gesta “eroiche” sono sempre distruttive: si abbattono i cedri della foresta, si uccide Humbaba il guardiano della foresta, si offende la dea Ishtar, si uccide il toro del Cielo, e altri animali vari. La forza dell’eroe è una forza distruttrice. Forse è per questo che Gilgames non riuscirà nella sua impresa di immortalità, beffato all’ultimo da un serpente.

    Infine il quarto e ultimo è la modernità del destino dell’essere mortale secondo gli antichi sumeri, un carpe diem che lascia a bocca aperta : "Quanto a te Gilgames riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell'acqua lavati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell'uomo."

    ha scritto il 

  • 4

    «Gilgameš, dove ti affretti? Non troverai la vita che cerchi.»

    «Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, ...continua

    «Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgameš, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua làvati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo.»

    L’eterno tema dell’uomo e della sua ricerca dell’immortalità, della sua angoscia legata alla consapevolezza della mortalità.

    Indubbio grandissimo valore storico di quest’epopea “a episodi”, datata presumibilmente diversi secoli avanti Cristo. Quando l’uomo, così diverso per cultura e abitudini, invece si riconosce tanto simile nelle paure, e forse anche nei desideri più profondi.

    Confesso che non l’avrei mai letto se non fosse stato per il mio gruppo di lettura, ma sono comunque contenta, seppur non entusiasta, di questo incontro.

    4 stelle stiracchiate, perché a me risulta difficile apprezzare il valore letterario ed emotivo di un’opera del genere, ma pur sempre 4 stelle.

    Ma soprattutto mi chiedo, e chiedo ai più esperti di me: a cosa risale la “leggenda” del Diluvio Universale e dell’Arca, alla quale si trovano precisi riferimenti anche in questa storia??

    ha scritto il 

  • 5

    C'è l'uomo, c'è dio ma manca il patto tra i due.

    Gilgamesh è giustamente considerato il primo uomo tragico della storia. La differenza tra la sua epopea e quella biblica sta nel fatto che nella storia di Gilgamesh manca un patto con la divinità, fon ...continua

    Gilgamesh è giustamente considerato il primo uomo tragico della storia. La differenza tra la sua epopea e quella biblica sta nel fatto che nella storia di Gilgamesh manca un patto con la divinità, fondato sulla giustizia e la fedeltà. Da qui deriva quella traccia disperante che segna tutta la vicenda, una delle più belle di tutti i tempi.

    ha scritto il 

  • 5

    A volte fanno quegli elenchi, quelli dei libri che andrebbero letti almeno una volta nella vita.
    Personalmente non è che mi facciano impazzire: la lettura è un piacere, non un dovere. I libri si leggo ...continua

    A volte fanno quegli elenchi, quelli dei libri che andrebbero letti almeno una volta nella vita.
    Personalmente non è che mi facciano impazzire: la lettura è un piacere, non un dovere. I libri si leggono perchè si amano, perchè si vogliono leggere... non certo perchè qualcuno dice che non sei un lettore se non ha affrontato Guerra e Pace.
    Bisogna tenere conto dei gusti, perchè L'Ulisse di Joyce sarà anche un super-classico, ma il flusso di coscienza a quei livelli se uno non lo vuole leggere non gliene puoi fare una colpa. Se non ti piace l'horror, nessuno può ficcarti giù per la gola Poe. E Shakespeare? Chi ha detto che leggere Shakespeare è meglio che guardare il film? Quelli sono stati scritti tutti per essere rappresentati, mica per per essere letti davanti al camino.
    Io penso che ci sia solo un libro che, se ci si definisce lettori, si dovrebbe leggere almeno una volta, ed è questo qua. Per un motivo semplice: per quello che ne sappiamo è il primo.

    Gilgamesh è la storia di un uomo creato dagli dei per due terzi divino e per un terzo mortale, re di Uruk, e assolutamente instancabile. Talmente desideroso di mettersi alla prova, di lasciare il suo nome nella storia per sempre, che tratta i sudditi come se fossero dei giocattoli, delle sue proprietà... al punto che questi chiedono agli dei se gentilmente possono fare qualcosa per risolvere la situazione perchè non lo sopportano più. Gli dei, nella speranza che 2 e 2 si annullino invece di fare 10000, decidono di creargli un compagno di giochi, Enkidu, forte quanto lui però completamente mortale.
    Enkidu e Gilgamesh sono gli opposti che si completano invece di respingersi: il re viziato ed arrogante e l'uomo cresciuto con le bestie ed addomesticato da una donna, inizialmente avversari e poi amici per sempre.
    In Gilgamesh c'è tutto, c'è l'avventatezza dei giovani, perchè andare a combattere Humbaba è una pessima idea e tutti lo dicono. C'è la lotta tra l'uomo e gli dei, perchè gli antichi pantheon sono composti da creature potentissime ma infantili, e se li combatti non importa cosa farai, perchè sei destinato a perdere. Soddisfare un dio vuol dire offenderne un altro che si vendicherà, perchè per gli dei puoi essere amato ma mai indispensabile. C'è l'amicizia tra Gilgamesh ed Enkidu, c'è la paura della morte.
    Gilgamesh ha paura di morire, di sparire senza lasciare nessuna impronta nel mondo, e se all'inizio è suo desiderio compiere un'impresa che lo renda eterno nella storia degli uomini, dopo aver sperimentato il lutto cambia: spezzato dal dolore e dalla paura, Gilgamesh si impegna a cercare l'immortalità vera e propria. Un'avventura che non implica il combattimento ma la ricerca di Utnapistim, l'uomo che ha salvato la vita di tutte le razze dal diluvio divino e per questo ripagato con la vita eterna.

    Per quanto ne sappiamo, la letteratura come narrativa parte da qui: ci sono testimonianze più antiche di scrittura, ma questo è il primo protagonista, il primo eroe, ed è umanamente imperfetto: arrogante ed impulsivo, questa storia narrata quattromila anni fa è una storia di crescita, dolceamara perchè tutte le qualità di Gilgamesh non sono nulla senza la saggezza, e la saggezza si ottiene più attraverso gli sbagli che grazie ai successi. In questo senso è diversissimo dagli eroi omerici, che sono dei modelli di virtù per come affrontano le avversità: Gilgamesh diventa un uomo degno di essere ricordato con affetto e stima per la sua saggezza nell'epilogo (come ho detto, all'inizio i suoi sudditi gli darebbero fuoco), e se da un lato sei contento per lui, dall'altro ci stai malissimo perchè la forza vitale, la giovinezza di Gilgamesh sono quello che hai letto, quello di cui era inizialmente così orgoglioso.
    Questa storia, nonostante sia così vecchia, è incredibilmente profonda, sul significato della vita e della morte. Gilgamesh all'inizio vuole solo un'eterna fama, ma nel momento in cui è testimone di che cos'è davvero la morte, cambia: vedere qual è la fine di tutto rende l'essere ricordato inutile, vuoto. La morte è definitiva a prescindere da quanti ti ricordino, e lui ha paura. Paura del dopo, perchè all'epoca la religione non prevedeva una ricompensa per i giusti: una volta morto andavi con tutti gli altri (cosa che potrebbe portare ad una discussione sul fatto che migliaia di anni fa c'erano intere civiltà dove ti comportavi bene perchè era giusto farlo, non perchè così gli dei ti davano un premio) in posti non proprio belli e Gilgamesh non vuole, ne è terrorizzato. E paradossalmente trova il significato della propria esistenza cercando un modo di cambiarne l'inevitabile fine, perchè il significato del primo racconto che i nostri antenati ci hanno lasciato, uno dei primi mattoni su cui la nostra cultura è stata costruita, è che nella vita conta il viaggio, che ti porta a mete impreviste. Che ti da risultati inattesi. Che la tua vita può avere un significato diverso da quello che ti aspettavi, da quello che volevi, da quello per cui hai combattuto.
    Che è roba già scritta e già sentita, ma che qui, 4500 anni fa, è stata scritta per la prima volta. Perchè anche 4500 anni fa le persone, gli umani, si sedevano davanti ad un tavolo e parlavano di questo, ragionavano di questo.
    Del significato che scegliamo di dare alla nostra vita, perchè Gilgamesh non è come gli eroi omerici, come Achille od Ulisse, a cui gli dei fanno fare una scelta, ora e per sempre. Gilgamesh sceglie come percorrere la sua vita da uomo comune, un giorno dopo l'altro, un istinto dopo l'altro, un errore dopo l'altro, e agli dei rinfaccia di averlo creato con l'istinto di vivere, di essere ricordato, e di aver creato un mondo dove tutto porta alla morte.
    Ma come dice Samedi il destino degli uomini non è morire: il destino degli uomini è vivere.
    Il destino degli uomini è nelle piccole e grandi gioie, nelle piccole e grandi imprese, che ci definiscono proprio perchè c'è una fine, e che contengono il significato di ciò che siamo: non conta come e perchè moriamo, conta come e perchè viviamo.
    Una vita imprevedibile, imperfetta, segnata da piccole e grandi cose, che è alla fine ciò che gli dei ci hanno destinato.
    E ci sono destini peggiori.

    Stilisticamente parlando c'è poco da dire: tavolette di argilla in cuneiforme, incise tante volte, in tante lingue, al punto che è arrivato fino a noi, in così tanti frammenti che si è potuto ricostruire una trama lineare seppur incompleta. Pesantemente adattato (è in prosa), con le forme fisse delle ripetizione (sul serio, non sono capaci di rispondere ad una domanda senza ripetere la domanda per intero), eppure basta una mezza paginetta per rendersi conto che abbiamo sempre saputo scrivere.
    Una storia in potenziale continuo aggiornamento grazie all'archeologia.
    Una storia che avvalla la teoria che ci sia stato un grande diluvio, perchè Utnapistim è Noè: avvisato dagli dei, salva con un arca tutte le forme di vita. C'è pure la parte del volatile mandato a controllare.

    E c'è una cosa che ho trovato interessantissima: sapete quella norma che c'è più o meno in tutte le epoche e in buona parte delle zone? Quella secondo cui il re/capo/signorotto del feudo ha il diritto di consumare la prima notte di nozze in tutti i matrimoni? C'è anche qui. Gilgemsh lo fa, e nessuno ne è contento. È una cosa che tutti odiano tranne lui, e quando cercano di convincere Enkidu a contrastarlo, e lui tentenna, è nel momento in cui gli raccontano di questo che si decide ad andare perchè chiaramente Gilgamesh è un pessimo sovrano.
    È un'usanza descritta tante volte eppure, in una delle prime testimonianze scritte che abbiamo, ne parlano come di abuso, qualcosa che un re può fare ma che un buon re non fa. Poi certo, non si parla delle conseguenze, e non va ad intaccare l'uomo che Gilgamesh diventerà, ma imho è interessante che il motivo per cui Enkidu decide di sfidare un re sia perchè, fondamentalmente, compie violenza sulle donne.Insomma, un libro che sento di dire che va letto. Inizialmente divertente, e non so nemmeno se sia concepito per essere divertente o se lo sembra perchè è vecchio, ma che poi diventa triste e colpisce al cuore.

    ha scritto il 

  • 5

    Una splendida epopea.

    Non potevo non scrivere almeno qualche riga su di lui. Questo libro, signori, è davvero prezioso. Un libro antichissimo e puzzolente, ma che racchiude in sé un grande insegnamento. E' sorprendente com ...continua

    Non potevo non scrivere almeno qualche riga su di lui. Questo libro, signori, è davvero prezioso. Un libro antichissimo e puzzolente, ma che racchiude in sé un grande insegnamento. E' sorprendente come gli antichi sapessero cose impossibili. E' pieno di misteri questo libro, ma anche colmo di sofferenza che si adagia su una forte e struggente amicizia. Da leggere. Assolutamente.

    ha scritto il 

  • 5

    Il primo eroe ci somiglia tutti.

    L'antichissima epopea riesce a trasmettere il senso dello straordinario anche a chi, come me, è portato ed abituato a maneggiare il materiale mitico di dei e semidei. Ciò che suggestiona e colpisce ma ...continua

    L'antichissima epopea riesce a trasmettere il senso dello straordinario anche a chi, come me, è portato ed abituato a maneggiare il materiale mitico di dei e semidei. Ciò che suggestiona e colpisce maggiormente è la capacità di questo primo eroe epico di incarnare alla perfezione pregi e difetti, ansie, paure, speranze e delusioni di ogni uomo, anche il più contemporaneo.

    Gilgameš desidera penetrare il mistero, trovare il senso, smettere di soffrire per tutto ciò che è umano. L'idea che lo guida è sconfiggere ciò che umano lo rende, cioè la morte. Ma, come ogni uomo, è proprio in essa che troverà la pace.

    Tra le tante vicende e personaggi non smette mai di stupire il racconto del diluvio universale, la cui variazione si ritrova sempre diverse ma ugualmente simile, in così tante altre religioni, molte delle quali conservano la presunzione di essere l'unica verità.

    L'introduzione è a sua volta un viaggio epico, stavolta però nella ricostruzione di un testo smarrito e ricostruito verso per verso grazie alla pazienza, all'impegno, alla fortuna ed all'intuizione di tanti studiosi, letterati ed appassionati. Anche grazie a loro Gilgameš riesce a realizzare il suo desiderio: vivere per sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    Interessante, non solo per il racconto i se stesso, ma sopratutto per i possibili parallelismi con esempi a noi più noti di racconti e saghe mitologiche, dall'Odissea, alla Teogonia o alle saghe nordi ...continua

    Interessante, non solo per il racconto i se stesso, ma sopratutto per i possibili parallelismi con esempi a noi più noti di racconti e saghe mitologiche, dall'Odissea, alla Teogonia o alle saghe nordiche.
    Piacevole e veloce da leggere.

    ha scritto il 

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