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L' opinione pubblica

Di

Editore: Donzelli

4.2
(33)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: Altri

Isbn-10: 887989904X | Isbn-13: 9788879899048 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Cesare Mannucci ; Prefazione: Nicola Tranfaglia

Genere: Business & Economics , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Lippmann indaga e descrive i meccanismi attraverso cui le immagini "interne" elaborate nelle nostre teste ci condizionano nei rapporti con il mondo esterno, gli ostacoli che limitano le nostre capacità d'accesso ai fatti, le distorsioni provocate dalla necessità di comprimerle, "raccontando" un mondo complicato con un "piccolo vocabolario"; infine, la paura stessa dei fatti che potrebbero minacciare la vita consueta. A partire da questi limiti, l'analisi ricostruisce come i messaggi provenienti dall'esterno siano influenzati dagli scenari mentali di ciascuno, da preconcetti e pregiudizi. Il testo di Lippmann ci offre anche una lucida critica del sistema politico democratico che ambisce a governare società sempre più complesse.
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  • 0

    La grande bestia, una mandria smarrita da disciplinare.

    Un libro che ha cambiato i metodi con cui il potere politico interviene sul popolo suddito.
    Walter Lippmann, vedeva il popolo come una “grande bestia o una mandria smarrita” che “deve essere disciplinato da ‘una classe specializzata’” capace di vedere lontano.
    Molto interessanti ed ab ...continua

    Un libro che ha cambiato i metodi con cui il potere politico interviene sul popolo suddito.
    Walter Lippmann, vedeva il popolo come una “grande bestia o una mandria smarrita” che “deve essere disciplinato da ‘una classe specializzata’” capace di vedere lontano.
    Molto interessanti ed abbastanza chiare le prime 100~200 pagine, oltre diventa troppo carico di concetti di filosofia politica, per cui se non si hanno delle solide basi si fatica a stargli dietro.
    Da leggere sicuramente, almeno la parte iniziale.

    ha scritto il 

  • 0

    va' va' [te]

    in una libreria alcuni giorni fa c'erano due che parlavano di
    D'Annunzio - mi sono allontanato subito

    Nel libro di Lippmann c'è un passaggio strepitoso
    "ma, guardate, ci sono più italiani a New York che a Fiume".

    Ecco, sistemato anche il vate.

    ha scritto il 

  • 5

    Il pubblico deve partecipare alla notizia, pressappoco come partecipa al teatro, mediante l’identificazione personale. […] Per potervi entrare deve trovare un appiglio familiare nella vicenda, e questo gli viene fornito con l’uso di stereotipi. […] Il potere di creare l’opinione risiede nella ...continua

    Il pubblico deve partecipare alla notizia, pressappoco come partecipa al teatro, mediante l’identificazione personale. […] Per potervi entrare deve trovare un appiglio familiare nella vicenda, e questo gli viene fornito con l’uso di stereotipi. […] Il potere di creare l’opinione risiede nella combinazione di questi elementi.
    Gli editoriali fanno da rincalzo. Talvolta in una situazione che nelle pagine dedicate alle notizie appare troppo confusa per consentire l’identificazione, essi danno al lettore un indizio che lo aiuti a impegnarsi. E un indizio deve per forza averlo se, come accade alla maggior parte di noi, egli deve afferrare la notizia in fretta. Egli esige un suggerimento di qualche tipo, che gli dica, per così dire, in che punto un uomo come lui, che ha una determinata opinione di se stesso, deve integrare i suoi sentimenti con le notizie che legge.

    Aforisma graffiante. Mi vedo, lettore medio di giornali, pensosamente meditare “sovra i larghi fogli”, per il make-up quotidiano delle idee.

    Walter Lippmann (1889-1974) espresse in queste pagine il suo amore-odio per la professione di giornalista, quella che coltiverà per tutta la vita. Prototipo del giornalista insider, inventore – scriveva qualche anno fa Eric Alterman in un memorabile articolo sul NewYorker – di un modello di professionalità che portava “i più importanti reporter, i conduttori delle trasmissioni di informazione politica e i direttori dei giornali” ad uno status pubblico, “pari a quello dei senatori, dei ministri e degli alti funzionari che erano oggetto della loro informazione”. Promotore della responsabilità civile del “quarto potere”. In queste pagine evidenzia in modo spietato i limiti dell’informazione giornalistica: dalle censure, agli interessi, agli stereotipi ai limiti stessi della “forma notizia” e della “notiziabilità”.

    L’opinione pubblica (1922) è un libro pionieristico, nel campo dei media studies e della sociologia politica.
    La Prima Guerra Mondiale aveva appena messo in luce in misura mai prima sperimentata gli aspetti irrazionali delle motivazioni politiche, e l’importanza della propaganda e del controllo dell’informazione.
    Le dottrine psicoanalitiche, puntualmente citate da Lippmann, evidenziavano la capacità dell’uomo di proiettare in simboli i desideri inconsci e i bisogni di rassicurazione, e la persistenza nell’adulto della forza del “pensiero magico” e del sogno dell’onnipotenza infantile (Ferenczi, cit a pag. 54).
    Simboli efficaci – osservava Lippmann – dovranno avere il giusto grado di ambiguità, per catturare i sogni fluttuanti di molti. La psicoanalisi – affermava – si pone il problema di riportare al contatto con la realtà individui smarriti, ma riadattandoli ad interazioni individuali, faccia a faccia, accertabili nell’esperienza quotidiana.
    Ma nel campo oscuro dei fatti pubblici e della loro immagine, che ha sempre a che fare con situazioni conosciute solo come opinione, la creazione di miti spadroneggia, non contrastata dal principio di realtà.
    Inevitabili anche gli schemi e gli stereotipi coi quali digeriamo la complessità dell’esperienza (i capitoli dedicati agli stereotipi sono tra i più brillanti del libro).
    Come Griffy, il bottaio di Spoon River, Lippmann ci ricorda anzitutto che crediamo che il nostro occhio abbracci un vasto orizzonte, ma in realtà vediamo solo l'interno della nostra tinozza. L’immagine del mondo nella nostra testa.

    Con notevole anticipo rispetto ad analoghi fenomeni europei, Lippmann metteva in evidenza anche il carattere di impresa commerciale del giornalismo, il suo dipendere dalla pubblicità e perciò il bisogno di fidelizzare i lettori, e soprattutto quelli apparentanti alla classe media, ossia al target più ambito dai pubblicitari e dalle imprese commerciali. Con conseguente bisogno di non inquietare il fedele lettore con una immagine della realtà inattesa ed incongrua rispetto ai suoi interessi “egocentrici”. Un gran bozzolo di illusioni per lettori frettolosi.

    Erano anche gli anni in cui si metteva alla prova l’esperienza della democrazia di massa. Appariva stridente il contrasto fra la presunta onnicompetenza del cittadino idealizzato dalle teorie democratiche ed un mondo che si faceva sempre più vasto e intricato.
    Gli Stati Uniti, in particolare, si svegliarono da vincitori riluttanti, come potenza mondiale le cui faccende interne non potevano essere separate da uno scenario mondiale (della riluttanza fece le spese, com’è noto l’utopia wilsoniana, sconfitta perentoriamente da un isolazionismo miope e un po’ ottuso).
    Ma anche qui agiva un grande trauma: la scena del visibile, esemplarmente, si mostrava piccola rispetto ad un mondo di implicazioni e causalità incontrollabili.
    Apparivano evidenti a Lippmann i limiti di una democrazia idealizzata sulla piccola società “faccia a faccia” dell’America rurale ottocentesca (e anche dei suoi persistenti limiti classisti, la democrazia dei white, male ecc.). I teorici della democrazia (è una delle sue tesi principali) hanno lavorato soprattutto sull’idea di come ravvicinare il più possibile il governo all’opinione pubblica, ma non avevano nulla da dire su come quest’ultima si forma.

    In conseguenza delle sue tesi sui limiti dell’informazione Lippmann finiva per esprimere un duro pessimismo sulle possibilità della “democrazia di massa”.
    È noto che la sua soluzione finiva per approdare ad una sorta di utopia tecnocratica (i dotti e gli scienziati come consiglieri dei governi) di impronta positivistica (ma in fondo è la solita utopia del sapere al governo: da Platone a Comte). Ma più che per questo esito, il libro merita di essere letto per la finezza delle analisi su tutti gli argomenti menzionati e su altri ancora.
    Coevo dei grandi scettici e pessimisti europei dell’epoca della “crisi della civiltà” (per es. Pareto, Mosca, Ortega y Gasset …), Lippmann scrive poco prima della presa del potere di Mussolini e dell’inizio della stagione delle dittature europee tra le due guerre.
    Ma scrive nel contesto americano, nel quale la democrazia (tra ragioni e illusioni) aveva un posto più alto e indiscusso nella scala dei valori nazionali.
    Non avrebbe tardato a farsi sentire la replica di John Dewey (The Public and its Problems, 1927), avviando una celebre polemica che è ancora ricordata come uno dei momenti fondanti del pensiero politico americano.
    Dewey era però persuaso (e lo sarà fino alla morte avvenuta a metà del secolo scorso) dell’incompiutezza della democrazia americana. Critico dell’elitarismo lippmanniano, riconobbe comunque il valore delle penetranti critiche contenute in questo libro per ripensare un modello autentico (“partecipativo”) di democrazia ed il ruolo che in esso spetta all’educazione ed all’informazione.

    Poco conosciuto in Italia, il libro di Lippmann, già tradotto con poco successo all’inizio degli anni Sessanta, venne riedito da Donzelli nel 1995. Nella prefazione, Nicola Tranfaglia ricordava quanto sia sintomatica della trascuratezza della nostra cultura per il problema dell’informazione e delle comunicazioni (siamo il paese della "legge Mammì", per non dire altro!) questa lunga “assenza ingiustificata”.

    ***

    L'articolo di Eric Alterman citato è Out of Print. The death and life of the American newspaper “The Newyorker”, 31 Marzo 2008:
    http://www.newyorker.com/reporting/2008/03/31/080331fa_fact_alterman

    ha scritto il 

  • 4

    "..l’ambiente reale, preso nel suo insieme, è troppo grande, troppo complesso e troppo fuggevole per consentire una conoscenza diretta. Non siamo attrezzati per affrontare tante sottigliezze, tanta varietà, tante mutazioni e combinazioni. E pur dovendo operare in questo ambiente, siamo costretti ...continua

    "..l’ambiente reale, preso nel suo insieme, è troppo grande, troppo complesso e troppo fuggevole per consentire una conoscenza diretta. Non siamo attrezzati per affrontare tante sottigliezze, tanta varietà, tante mutazioni e combinazioni. E pur dovendo operare in questo ambiente, siamo costretti a costruirlo su un modello più semplice per poterne venire a capo. Per attraversare il mondo gli uomini debbono possedere carte geografiche. La persistente difficoltà è di assicurarsi mappe sulle quali la propria esigenza, o quella altrui, non sia tracciata sulla costa della Boemia.”
    1921: all'indomani della prima guerra mondiale Lippmann (giornalista e qualcosa in più) scrive una sorta di saggio sui meccanismi attraverso i quali si forma l'opinione pubblica. E' in quella guerra che la macchina dei mezzi di comunicazione mette in mostra tutta la sua potenza, dimostrando di essere decisiva per le sorti di un mega conflitto come e più della macchina bellica.
    Lippmann è uno di quei pensatori che fanno della capacità di aggregare conoscenze e informazioni provenienti dai campi più disparati il proprio punto di forza. Dimostra una lucidità e un intuito non comuni nel rilevare il ruolo e le forme attraverso le quali i media si frappongono tra noi e la realtà.
    Questo è un testo costellato di spunti e riflessioni affascinanti, non sempre rivelatori, ma sempre chiarificatori. Secondo me non dovrebbe mancare nella libreria di chiunque studi, si occupi o sia appena appena interessato ai fenomeni comunicativi.

    ha scritto il 

  • 4

    Una specie di bibbia questo libro.
    Ha i suoi anni, molte cose sono state prese e riprese in seguito e studiate meglio. Ma questo va a merito di Lippmann, che ci è arrivato per primo, già nel 1921. Fonte inesauribile di riflessioni sul rapporto istituzioni - media - opinione pubblica.

    ...continua

    Una specie di bibbia questo libro.
    Ha i suoi anni, molte cose sono state prese e riprese in seguito e studiate meglio. Ma questo va a merito di Lippmann, che ci è arrivato per primo, già nel 1921. Fonte inesauribile di riflessioni sul rapporto istituzioni - media - opinione pubblica.

    "Ai giornalisti è possibile e necessario far capire alla gente il carattere incerto della verità su cui si fondano le sue opinioni, e con la critica e l'attività stimolare la scienza sociale a elaborare formulazioni più utili della realtà sociale e stimolare gli uomini di governo a creare istituzioni più visibili. In altri termini, la stampa può battersi per l'estensione della verità riferibile. [...]
    In generale la qualità dell'informazione sulla società moderna è un indice della sua organizzazione sociale. Quanto migliori sono le istituzioni, tanto più facilmente tutti gli interessi relativi sono formalmente rappresentati, tanto più questioni vengono dipanate, tanto più obiettivi sono i criteri adottati, tanto più perfettamente si può presentare come notizia una vicenda."

    ha scritto il 

  • 4

    con questo libro il Lippmann, negli anni 20 del 900, ha praticamente fondato la psicologia sociale, e sarebbe già abbastanza; non contento, ha dato pure la stura agli studi sui media e le comunicazioni di massa. Parecchie intuizioni ed esegesi presenti nell'opera sono valide ancora oggi, ma quell ...continua

    con questo libro il Lippmann, negli anni 20 del 900, ha praticamente fondato la psicologia sociale, e sarebbe già abbastanza; non contento, ha dato pure la stura agli studi sui media e le comunicazioni di massa. Parecchie intuizioni ed esegesi presenti nell'opera sono valide ancora oggi, ma quello che conta di più è che il tutto è esposto in maniera più che acchiappante. (interessante anche che l'autore si rifaccia alle teorie psico-temporali di William James, piuttosto che a quelle di Bergson)

    ha scritto il