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L' uomo che voleva essere colpevole

Di

Editore: Guanda

3.8
(87)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 176 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8882463168 | Isbn-13: 9788882463168 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Cambieri

Genere: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy , Social Science

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Descrizione del libro
L'uomo che voleva essere colpevole è Torben, scrittore danese in crisi, giàmilitante nella stagione ricca di promesse degli anni Sessanta, e orairreprensibile padre di famiglia: una moglie, un figlio, un piccoloappartamento, un bonsai. Finché una sera in cui ha bevuto troppo, senza unmovente preciso, ammazza spietatamente la moglie. Invece del processo e dellapunizione che ci si aspetta, l'efficiente e protettivo stato scandinavorimuove la colpa trasformandola in incidente e circondando il reo confesso diun'assurda ed estraniante cortina di comprensione. Torben è libero, l'unicapena da scontare consiste in una serie di incontri con uno psichiatra. Ma lui"vuole" che il mondo riconosca il suo delitto e ne derivi un giusto castigo.
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    Il contrario del Processo di Kafka

    La letteratura nordics mi sembra, nella modernità, l'ultima propaggine di letteratura cristiana nell'occidente. Senso di colpa, volontà di espiazione, desiderio di affermazione della propia ...continua

    La letteratura nordics mi sembra, nella modernità, l'ultima propaggine di letteratura cristiana nell'occidente. Senso di colpa, volontà di espiazione, desiderio di affermazione della propia individualità ne sono gli ingredienti più ricorrenti, anche in questo ottimo epigono di Orwell e Huxley degli. anni '70 del Novecento. Spira ancora fortissimo il vento di Kirkegaard. Tra follia, wellfare, collettivismo e menomazione della libertà, in una Danimarca futura rispetto alla scrittura, ma passata rispetto alla nostra contemporaneità. Interessante.

    ha scritto il 

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    In un presente più simile che mai al 1984, un uomo cerca di farsi assegnare la colpa del proprio delitto contro una società che sperimenta il perdono di tutti i crimini e la loro seguente ...continua

    In un presente più simile che mai al 1984, un uomo cerca di farsi assegnare la colpa del proprio delitto contro una società che sperimenta il perdono di tutti i crimini e la loro seguente negazione.

    Pagare per essere perdonato diventa una necessità.

    ha scritto il 

  • 4

    romanzo di respiro Orwelliano, lascia addosso tutta la tensione di un Occhio Vigile sulla vita delle masse. Una critica al sistema di welfare delle società nord europeee tanto tenute a modello che ...continua

    romanzo di respiro Orwelliano, lascia addosso tutta la tensione di un Occhio Vigile sulla vita delle masse. Una critica al sistema di welfare delle società nord europeee tanto tenute a modello che dovesse essere fondata, un pò spaventa

    ha scritto il 

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    Romanzo del 1973 ambientato in un futuro prossimo che per noi è ormai passato. Una visione distopica di uno stato sociale che annulla i concetti di soggettività e responsabilità individuale in ...continua

    Romanzo del 1973 ambientato in un futuro prossimo che per noi è ormai passato. Una visione distopica di uno stato sociale che annulla i concetti di soggettività e responsabilità individuale in nome di un più elevato, quanto scellerato, ideale di bene comune. In apertura una citazione di Kierkegaard. Lungo le pagine il tentativo di annientamento di tutto il suo pensiero esistenzialista di cui è portavoce l'uomo che voleva essere colpevole. Nella storia non mancano piccoli colpi di scena. Piuttosto interessante, una lettura niente male!

    "Ritenuta fiscale!" Non ti accorgi delle connotazioni negative di queste due parole? gli aveva domandato il capodivisione dell'I.N.R.L. Cosa poteva rispondere? Che non gli sembrava? Quelle parole facevano parte del linguaggio comune già da molti anni e gli parevano del tutto inoffensive! Ma quando arrivava l'ordine dall'alto che una parola o un concetto dovevano essere modificati non si poteva fare nulla. <<Cerca un termine che dia l'idea che le tasse non vengono "detratte" dallo stipendio ma che sono un "contributo" di ognuno a un fondo comune>> concluse il capodivisione.

    Ora, con un po' di timore, mi viene da chiedermi...ma sarà mica questa la prossima mossa del nostro governo? Temo ne sarebbe capace...:(

    ha scritto il 

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    Un uomo uccide sua moglie. Un fatto di cronaca come tanti, ma l’azione si svolge in una società di stampo vagamente orwelliano, un mondo perfettamente regolato e ordinato, in cui tutto è ...continua

    Un uomo uccide sua moglie. Un fatto di cronaca come tanti, ma l’azione si svolge in una società di stampo vagamente orwelliano, un mondo perfettamente regolato e ordinato, in cui tutto è obbligatorio, compresa la felicità. Torben, l’omicida, viene sottoposto a cure psichiatriche e poi rimesso in libertà. La colpa non esiste, perché la responsabilità dell’individuo non esiste. Ma, contravvenendo a tutte le regole, Torben si ostina a rivendicare il suo diritto a essere dichiarato assassino perché è l’unico modo per poter salvare il suo diritto a essere se stesso e affermare il proprio valore in quanto individuo.

    ha scritto il 

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    Tra Utopia e Distopia.

    Può essere un libro di fantascienza? Il romanzo “arrabbiato, ma non troppo” di Stangerup può facilmente annoverarsi tra quei titoli che immaginano (forse senza troppa immaginazione, tale si ...continua

    Può essere un libro di fantascienza? Il romanzo “arrabbiato, ma non troppo” di Stangerup può facilmente annoverarsi tra quei titoli che immaginano (forse senza troppa immaginazione, tale si rivela poi la realtà) scenari sociali futuri ed allarmanti. La famosa società controllata, di segno fascista, o quella “pelagiana” o “eufemistica” o ancora “distopica” che incontriamo invece nel romanzo dell’autore danese, è il punto di arrivo di una progressiva depurazione culturale. Lo Stato vive solo se lo Stato “è”. Ovvero, non esiste più un’anima cittadina, fatta dalla moltitudine multiforme del popolo vario, ma esiste solo uno Stato che vive per sé stesso. C’è un monolite omologato e sterile al posto del “popolo”. Tutto ciò che è antisociale, pericoloso, che mina le fondamenta del buonismo istituito, come censurare Andersen ed eliminare le parole di segno negativo, viene messo al bando, dimenticato o cambiato di segno. Lo Stato ha il compito di assicurare la salute fisica e mentale dei suoi cittadini, e questo non è poi sbagliato, ma è l’accanimento con cui si persegue questo obiettivo che risulta anti-umano. Per non parlare dei concetti di Bene e Male che tendono ad essere aboliti. Se il Bene viene visto non come scelta dell’individuo, ma come diretta conseguenza di un’impostazione sociale precisa, il Male viene proprio rimosso, annullato, cancellato. Fu proprio un danese, connazionale di Stangerup e del Torben protagonista di questo romanzo, a difendere la necessità di ragionare dualisticamente riconoscendo il Bene e il Male. Si trattava di Søren Kierkegaard, ma nello Stato di Stangerup, come dice Anthony Burgess nell’introduzione, non c’è posto per Kierkegaard.
    Torben, scrittore “sessantottino”, con alle spalle buoni successi editoriali, ora vive l’incubo del blocco dell’artista. Non sa più che scrivere. Anche perché i suoi due primi e famosi romanzi erano idealistici e rivoluzionari, e oggi, nella Scandinavia distopica del socialismo democratico, quei romanzi non hanno quel carattere “sociale” che lo Stato vuole. Tutto ciò che è considerato antisociale e negativo per il progresso della civiltà, viene aborrito, rifiutato, addirittura negato concettualmente. Ed è questo lo scarto peggiore, quello più inquietante: non permettere l’alterità. Con un secondo, terzo o quarto altare, la democrazia respira e si migliora. Con invece un solo indirizzo culturale, sociale e morale diventa regime, e come tutti i regimi non solo è annullante, alienate e sterilizzante per la libertà individuale anche di matrice cristiana, ma è pure un veleno per la cultura, le lettere, le filosofie, la creazione artistica, che andrebbero tutte a marcire in una palude di ignoranza e porrebbero davvero fine al progresso umano. É proprio questo incubo ad occhi aperti che fa perdere la ragione al protagonista che, ubriaco e rabbioso, ucciderà la moglie che tentava di chiamare gli Assistenti, queste fantomatiche camicie nere della salute mentale e dell’igiene civile. Lo snodo, l’invenzione letteraria su cui si fonda il romanzo, distinguendolo da ogni precedente, è che il delitto di Torben non verrà considerato tale, ma bensì un incidente. Passato il periodo di degenza e allontanto il di lui figlio Jasper, Torben torna a casa e inizia un viaggio esistenziale in cui prende forma il suo attacco definitivo al “sistema”. Prenderà coscienza di sé, della sua “concezione individualistica del mondo” abolita dal suo Stato, e che in molti erroneamente ancora collegano al male del capitalismo. Solo l’uomo che si riconosce come “individuo” può essere utile alla “collettività”. L’individualismo è la collettività. Ma lo Stato di Torben, e molte ideologie dei giorni nostri, rifiutano una siffatta visione del mondo. Ma il protagonista, sulla via della sana pazzia, è deciso a manifestare questa sua “individualità”, la sua “asociale psicosi di fuga” e il suo “egocentrismo”. Termini che vengono caricati di segno negativo dalla Società borghese che crede nel buonismo e nei sepolcri bianchi, mentre invece rifiuta la verità e i cadaveri marci dei sepolcri, pur conservandoli in casa.
    Narrativamente il romanzo si compone di parti e di momenti davvero di alta letteratura, se non altro per saper riportare in scrittura le riflessioni più importanti su cui l’autore fonda la sua opera. Formalmente non ci troviamo davanti a nulla di nuovo. A parte i passaggi metaromanzeschi, in cui Torben parla di un suo romanzo che racconta proprio di lui che, in crisi di coscienza, come lui stesso, scrive del suo alter ego letterario, è il testo che padroneggia in alcuni passaggi chiave. Come “l’incubo post-sessantottino” in cui Torben, dopo il delitto della moglie, ripercorre tutto il suo attivismo politico fino alla sua corrosione: “Ma a poco a poco lo spirito di quegli anni si era dissolto e l’entusiasmo si era trasformato in settarismo, depressione e paranoia”. Ricorda come si era fin troppo facilmente passati dai fiori lanciati ai poliziotti, alle molotov; dai pantaloni calati alle patate con dentro le lamette. I porci erano dappertutto, ed erano tutti coloro che rappresentavano le istituzioni: poliziotti, politici, uomini d’affari. Dalla violenza senza appelli la società di Torben passa drammaticamente dall’utopia della rivoluzione alla distopia della società controllata. Passando dalla paranoia collettiva, che faceva vedere i “porci” dovunque e in chiunque, anche in “un qualsiasi posteggiatore per la strada”, la società danese di Torben a cavallo tra i ’60 e i ’70 vede un progressivo rinvigorimento dello Stato che prende in mano la situazione e inizia la sua operazione di sterlizzazione sociale: “[...] i vecchi cattedratici di una volta venivano allontanati, vittime di un esaurimento nervoso, oppure si rifugiavano in Australia, ed erano sostituiti da una nuova generazione di professori che, con il loro assolutismo ideologico fremente sulle labbra, si erano impegnati con dedizione a gettare gran parte della letteratura mondiale nella pattumiera della Storia”. E poi arrivò la “televisione educativa” che spurgava le fiabe di Andersen dei loro demoni; arrivarono i lavori utili alla società come gli Assistenti, gli psicologi che non vedevano il Male e il crimine, ma solo “una atto socialmente non accettabile”, o come gli “eufemisti”, che da veri e propri neolinguisti rinnovavano la lingua togliendole tutte le sue componenti negative; arrivarono anche i nuovi ricoveri per anziani con accesso diretto al crematorio, i supercondomíni tutti uguali e alienati e gestiti da Assistenti che vigilavano sulla salute dei condómini; arrivarono nuovi indici di libri proibiti, il romanzo “sociale” in opposizione ai romanzi del mistero o delle avventure esotiche; e in ultimo arrivò il Test dei test per sapere se si poteva diventare genitori oppure no. Anche la riproduzione era vietata.
    Ma da dove arriva tutto questo orrore? “Un crescente senso d’impotenza, la noia e il conformismo facevan sì che tutti si lasciassero con facilità irrigimentare in quei casermoni di cemento che avevano già ricoperto metà del paese”. Così ci dice l’autore in un breve passo che segue ad un altro di altrettanta importanza esemplificatrice: “Aveva cominciato a prendere le distanze dagli estremisti che diventavano sempre più dogmatici e aggressivi nella loro disperazione [...]”. Da un lato quindi lo Stato fascista anche se mascherato da social-democrazia, dall’altro l’esasperazione dell’ideologia in dogmatismo, altro male sociale davvero annullante e “irregimentista”. Importante quindi il brano immediatamente successivo ai due passi citati in cui l’autore descrive la situazione della società in cui Torben vive: “Alla televisione i politici non facevano altro che scusarsi, ma le loro scuse non riuscivano a spezzare quella nuova semischiavitù che consisteva in tasse sempre più pesanti, affitti sempre più alti... [...] si costruivano autostrade e la natura veniva sempre più distrutta. [...] Lo Stato non aveva forse per moto “Il bene comune dalla Culla alla Tomba”? [...] un sistema di riforme che abolisse qualsiasi tipo di educazione minata dal germe dell’individualismo. Divieto di programmi televisivi “pericolosi”, di letture per l’infanzia “contrarie allo spirito comunitario”, divieto di tutto ciò che suonasse esotico o eroico”. Insomma lo Stato, con i famosi Assistenti, psicologi, pedagoghi e altre amene personalità sterilizzate e sterilizzanti ripetevano che “le regole sono indispensabili, che il contigente è più importante dell’universale”. Segue la Teoria dei Topi, ovvero la dinamica ed il risultato di un esperimento fatto su alcuni topi, e che diventa per Torben lo specchio deformato in cui prevedere l’inquietante scenario sociale futuro. “Si allevò una colonia di topi in uno spazio limitato, nelle migliori condizioni possibili: accesso libero al cibo, nessuna malattia né nemici naturali. Passato qualche tempo il gruppo perse la capacità di compiere qualsiasi azione che non fosse in funzione della pura sopravvivenza. I topi cominciarono a mordersi tra loro, le madri abbandonavano i piccoli un po’ ovunque e altre cose simili... tutto perché erano stati privati di ogni possibilità di lottare... o di fuggire”. Fin troppo facile intravedere in queste righe l’immagine che ha l’autore della società del futuro, e che poco più avanti descrive senza la deformazione del paradigma topesco: “Sempre meno libertà, sempre più controlli e sempre meno spazi [...] Non c’erano nuove possibili avventure, nuovi orizzonti da raggiungere, e neppure nuove esperienze [...] L’uomo si era reso padrone di tutto”. E dopo questi primi due capitoli, i migliori da un punto di vista riflessivo, in cui si descrive con drammaticità la società in cui vive il protagonista, arriviamo al primo snodo che porta avanti l’azione. A poche righe dalla conclusione del secondo capitolo Torben dichiara rabbioso “Io sono colpevole! Di omicidio! Ho ucciso mia mia moglie!”. Ma la società sta abolendo il concetto di colpa, perseguendo il pelagianesimo scandinavo in opposizione all’agostinismo cattolico. Ma dopotutto è quello che voleva lo Stato controllore, e cioè che ogni suo cittadino fosse un fantoccio acquiescente, ovvero l’Uomo Nuovo a cui la società aspirava.
    Da qui il romanzo prende i toni del thriller con alcune situazioni in cui prevale l’elemento narrativo su quello riflessivo. L’incontro con il figlio e la progressiva pazzia del protagonista che vuole a tutti i costi essere colpevole del suo delitto, come ultima forma di libertà individuale contro la lobotomia della sua società, mentre si faceva sempre più forte l’ipotesi di un complotto che lo volesse pazzo, dagli psicologi agli Assistenti. E arriviamo in uno dei punti migliori, per visionarietà, dell’intero romanzo. Questa situazione di progressiva pazzia persecutrice porta Torben a quella che chiamo la sua “conclusione borghese”. In parole povere c’erano quasi riusciti a trasformarlo in un fantoccio acquiescente, infatti Torben era arrivato a mettere in discussione tutto quello che era stato prima: “La sua arroganza lo aveva reso cieco, il suo egocentrismo l’aveva allontanato dal mondo che lo circondava, la sua presunzione gli aveva fatto considerare gli altri inferiori e la sua fuga dalla realtà gli aveva fatto disprezzare l’avventura quotidiana”. Questo piccolo manifesto borghese evidenzia la seduta dell’uomo, ogni sua lasciata e ogni sua perdita umana, per rifugiarsi nel conforme, nel politicamente corretto, nel moralismo, nell’igiene sociale, e in altre diavolerie anti-umane. Subito dopo un episodio tra i più inquietanti: Torben conosce una donna bruttina a cui in seguito porteranno via i figli sotto i suoi occhi. E sarà lì che il protagonista recupererà le forze, tornando in grado di vedere le cose nel suo insieme, risvegliando in lui una rabbia indicibile, così indicibile da farsi eversiva. Torben infatti, aiutato dall’arrivo improvviso dell’immagine di Edith, sua moglie, non più con valenza inquietante da spettro negativo, ma come presenza benigna e tonificante, prende forza e coraggio. E sovversivamente lancia la sua sfida apparentemente immorale: “Non sarebbero mai riusciti a cambiarlo: lui era e rimaneva un assassino, e non avrebbe smesso di uccidere fino al giorno in cui l’avessero riconosciuto e dichiarato colpevole”. In un mondo in cui il delitto è l’atto più ignobile, ma che viene tollerato nelle guerre e nelle legittime difese, affermare che per sentirsi libero bisogna ricorrere a questo delitto, significa ribaltare l’oggettività di una società che dell’oggettività alienante ha fatto la sua malattia istituzionale, più che significare una gratuita ribellione al sistema. Con questo gesto radicale Torben, e si spera anche il lettore, passa dall’oggettività dello Stato sterile e castratore alla soggettività dell’individuo soppresso e irregimentito, disopprimendolo e dereggimentendolo.
    Si arriva così ai passi finali di un grande romanzo “arrabbiato” che però, nell’assenza di atti perturbanti e obiettivamente disturbanti, non va a conficcarsi come un paletto di frassino nel cuore dello Stato vampiro. In questi passi facciamo delle scoperte importanti sulla vita di Torben. Dopo la fregatura ricevuta da un giornalista, fratello di quella Brigit che voleva uccidere per compiere la sua missione di autocolpevolizzazione, Torben decide di mettere tutto nero su bianco nel tentativo di preservare i propri ricordi nel momento in cui “loro” sarebbero arrivati a negare la sua vera identità. E in questa operazione di rimozione, Torben s’incontra con un altro Torben di cui s’era dimenticato. Un Torben cattivo, spietato, che procurava con un certo gusto il Male altrui: dal figlio del calzolaio all’insegnante di religione, passando dal giovane attore, l’insegnate delle elementari e il ragazzo di Langelinie. I loro volti offesi, imbruttiti per l’umiliazione ricevuta e tristi e oscuri per il Male perpetratoli, continuavano a fargli visita fino ad una sua nuova e disarmante conclusione: “[...] che era stato predestinato al male e che vi era un legame preciso tra il giorno in cui aveva colpito il figlio del calzolaio e la sera in cui aveva sbattuto la testa di Edith contro il muro e il pavimento. Esistevano dunque uomini che nascevano cattivi? E lui era uno di quelli?”. Segue un incubo in cui non riceve il perdono dalle persone che perseguitò in gioventù. Tutto si conclude con un nuovo grido di rabbia: “Giudicatemi!”. L’agnizione di un suo IO passato, cattivo e spietato, non è una scappatoia romanzesca per giustificare la propria condizione, ma è la prova che Torben è vivo, è libero, diverso e affrancato dagli altri lobotomizzati.
    Il romanzo si conclude così con Torben nel “Parco della Felicità”, quell’isola felice in cui chi ancora non s’era rassegnato alla propria individualità, ovvero alla propria “pazzia” secondo psicologi, Assistenti e altri degeneri, poteva trovare pace e riposo senza nuocere alla società. É lì per scrivere quattro nuovi romanzi, lui che che è scrittore, per poter salvare il mondo dallo scenario distopico che stava vivendo. E proprio nell’atto di iniziare il primo capitolo del primo nuovo romanzo, Torben sente la forza infusa da Edith per cominciare a scrivere. Immagine in cui è riposta la nota finale dell’autore, Stangerup, che fa così dell’opera creativa, e di quella letteraria in particolare, il primo atto dell’esistenza individuale, del personalissimo moto interiore di riconoscimento del “sé” come “essere vivente libero e unico”. Ma il romanzo si chiude anche con gli psichiatri raccolti in riunione che si congratulano dell’esperimento riuscito, di cui Torben era l’oggetto, così da poter chiedere nuovi finanziamenti per ampliare il Parco della Felicità. Un Parco che stando alla definizione che ne fa l’autore “era la ricostruzione di una società in miniatura, ben lontana dalla concezione classica di ospedale, dove i pazienti avevano perfino i loro appartamenti privati”. E stando al giudizio dello psicologo di Torben, qui “ai malati di mente viene permesso di vivere i loro sogni fino in fondo. É questo il segreto fondamentale del Parco della Felicità”. Un parco da cui, comunque, nessuno ritorna a vivere nella vita normale. Ultima spiaggia per non annullarsi nella società controllata, o limbo immutabile dove si parcheggiano coloro che hanno perso la sfida contro lo Stato controllore? Domande che vedono la loro risposta nell’altalenio tra utopia e distopia: i due poli, i due estremi, le due radici del triste scenario nostro prossimo venturo.

    ha scritto il 

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    Colpevole, purchè IO

    In una società in cui il bene comune è diventato sinonimo di annullamento individuale, un uomo commette un crimine. Ma che cosa è l'uomo, se non un prodotto di circostanze? Esse sono quindi ...continua

    In una società in cui il bene comune è diventato sinonimo di annullamento individuale, un uomo commette un crimine. Ma che cosa è l'uomo, se non un prodotto di circostanze? Esse sono quindi colpevoli, non lui. Inizia così la battaglia di Torben per il riconoscimento della sua responsabilità, cioè per l'affermazione della sua individualità. Ma l'io libero, qui, è un io folle.

    ha scritto il 

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    In questo breve romanzo distopico viene presentata la Danimarca in un futuro (per noi ormai passato - post anni '70) da incubo, in cui in ogni aspetto della vita - pubblica e privata - si viene ...continua

    In questo breve romanzo distopico viene presentata la Danimarca in un futuro (per noi ormai passato - post anni '70) da incubo, in cui in ogni aspetto della vita - pubblica e privata - si viene controllati e indirizzati dallo stato. Il risultato è una terra grigia, costruita e modellata secondo le leggi dell'utilitarismo, abitata da gente piatta, omologata e senza passioni di sorta. Persino il linguaggio viene manipolato, ed è così che la "casalinga" diventa un soggetto negativo, una "donna passiva", mentre le ritenute fiscali, utili allo stato, divengono "percentuali per il fondo comune".
    Purtroppo ho apprezzato il valore di questo romanzo solo dopo aver finito di leggerlo, ma ora come ora lo consiglierei assolutamente.

    "Quando sarebbero finalmente arrivati a negare che lui era chi diceva di essere, assegnandogli una nuova personalità, un nuovo nome e un nuovo passato? Non aveva dubbi: era questo a cui miravano."

    ha scritto il