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L'abitudine al sangue

Di

Editore: Fazi

3.9
(18)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 295 | Formato: Paperback

Isbn-10: 888112985X | Isbn-13: 9788881129850 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

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Descrizione del libro
"II tuo futuro non è oggetto di discussione, né ora né mai. Il mese prossimo verrai avviato alla carriera militare": crollano così i sogni di Giuliano, figlio dell'imperatore di Bisanzio, posto dal padre a capo dell'esercito. Il giovane, incapace di sopportare la perdita di vite umane, la vista e l'odore del sangue, grazie anche all'amore della prostituta Eucheria troverà il coraggio di ribellarsi al ruolo impostogli. La vendetta paterna sarà feroce: Giuliano, ridotto a schiavo e torturato fin quasi alla morte, è rinnegato e rinchiuso in un monastero. Da qui ha inizio il lento percorso interiore del protagonista, il suo confronto con il dolore per la perdita della donna amata e l'abbandono da parte di Dio e del padre, fino al raggiungimento della pace nell'epilogo del romanzo.
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  • 4

    L'autrice ha, dal punto di vista stilistico, un raro senso del ritmo, ancor più rara è la sua capacità di dare spessore ai personaggi lasciandone intuire i lati oscuri, le ambiguità; personaggi "tondi", direbbe Forster.
    Poi è presente, nel libro, quella tipica incompiutezza che contraddistingue l ...continua

    L'autrice ha, dal punto di vista stilistico, un raro senso del ritmo, ancor più rara è la sua capacità di dare spessore ai personaggi lasciandone intuire i lati oscuri, le ambiguità; personaggi "tondi", direbbe Forster. Poi è presente, nel libro, quella tipica incompiutezza che contraddistingue le azioni degli uomini, uomini resi, come effettivamente sono e come è inaccettabile che siano, indefinibili e non delimitabili.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Fra il romanzo storico e quello psicologico.

    L’ho acquistato pensando ad un romanzo storico. L’armatura in copertina, il titolo vagamente truculento, evocano gesta di cavalieri erranti, dame e vita di corte, regnanti capricciosi e potenti, campi di battaglia. C’è tutto. Ma c’è di più. C’è uno scavo psicologico che non mi aspettavo. I person ...continua

    L’ho acquistato pensando ad un romanzo storico. L’armatura in copertina, il titolo vagamente truculento, evocano gesta di cavalieri erranti, dame e vita di corte, regnanti capricciosi e potenti, campi di battaglia. C’è tutto. Ma c’è di più. C’è uno scavo psicologico che non mi aspettavo. I personaggi sono carne viva, non sono maschere: la descrizione dei loro tratti emotivi, la continua, pervicace ricerca del perché che ha mosso le loro azioni, e non solo nel protagonista, è precisa, puntuale. A volte ossessiva. Sembra Dostoevskij, assomiglia alla furia di Alesa quella di Giuliano. Tanto che il quadro storico in cui si svolge la vicenda, scivola in secondo piano: i dubbi di Giuliano diventano i dubbi del lettore; le sue sofferenze, le proprie; i dubbi sulla proprie scelte che appaiono nella pagine finali, i propri; e anche la giustificazione della violenza insensata del padre, un uscio semi aperto che nemmeno il lettore vuol imboccare…

    Non ho nessun dubbio sulla precisione storica della vicenda. La Bisanzio medievale è una cornice austera. Scorrono battaglie, monasteri e corti. Scorre l’inverno, le cavalcate di Giuliano verso il mare con suo padre e in battaglia trascinato dalla sua rabbia e dalla sua angoscia. Le notti d’amore con Eucheria; e Ciro – il cane – con cui condividere il pasto: più per vicinanza che per pena. Scorrono i tramonti, le albe dalle cime bianche, la neve. Il ritmo è costante, e quando sembra allentarsi, torna ad impennarsi di nuovo per tenere all’erta il lettore.

    La narrazione avviene in prima persona. Ricorda i romanzi di Guild. Ninive, l’Assiro (inspiegabilmente fuori dal catalogo), Il Macedone. “L’abitudine al Sangue” non ha la stessa struttura epica di questi, ma ugualmente trascina nelle menti di chi si muove sulla scena, in quella del protagonista narrante sopratutto: svela le proprie intime gioie, ma di più le sue angosce – è lo stesso Giuliano che si narra – le stesse che saranno la sua fortuna – poca – e la sue rovina – troppa. Un oscillare continuo che dilania gli animi, lacera le scelte. Con un unica, grande, stella polare: la fede. Che si sostanzia in “un amore sconfinato per gli uomini, e le cose degli uomini”. Il romanzo è una preghiera continua. Un dialogo persistente e intenso fra Dio – un dio che conosce un linguaggio del corpo – e il protagonista. Una relazione che arriva ad essere erotica: di amore profondo, un rapporto profano: alla pari. Quasi carnale. La stessa carne di cui è fatto il romanzo: di abbracci, di mani che spezzano, che accarezzano. Che confortano e che strangolano. Che sanno tenere, e dare respiro. E spesso le mani che tolgono e prendono, appartengono alla stessa persona…

    Leggetelo: da qualsiasi piano preferite farlo – e ce ne sono tanti – vi sorprenderà. Lasciatevi inquietare dalla torture sofferte di Giuliano, perchè poi troverete l’amore di Eucheria – “doveva amarmi molto, perchè solo un amore grande può dare ad un uomo la forza e il coraggio di di andare oltre il proprio destino”; troverete la fede in Dio e negli uomini; troverete l’amicizia di Crostoforo tanto profonda quanto discreta; troverete la delicatezza dolente della regina; troverete i sorrisi dei bambini che giocano fra le braccia del monaco zoppo, e hanno orecchie attente alle sue storie. Troverete i rapporti di sangue che non si spezzano mai, anche quando lo si vorrebbe: e che a volte sono vissuti come una condanna, altre come una liberazione; troverete fratelli e padri per cui “essere fratelli e padri per scelta è ancora più prezioso che esserlo per sangue, perché la scelta nasce dalla libertà e la restituisce”; troverete relazioni.

    Poi troverete l’ironia, e insieme la speranza, che è un’ultima vivida pennellata. Si affaccia qua e là, ti strappa un sorriso, ma di più nelle ultime pagine. Ti lascia un sorriso sgembo in visto – forse nemmeno troppo amaro, e infine una commozione profonda, malinconica, sincera: che ci ricorda che l’amore è quel che è. Che la vita – nonostante il nostro desiderio e quello di Giuliano di fare scelte proprie e sofferte – è quel che è. E possiamo vivere bene solo quella che abbiamo.

    ha scritto il 

  • 2

    Partirò dai difetti che, a mio avviso, affliggono il volume.


    Ambientazione
    Il romanzo è ambientato in un tempo indefinito nell'Impero d'Oriente e usa come protagonisti una famiglia imperiale inventata per raccontare una vicenda familiare. Non lo si può definire un romanzo storico, m ...continua

    Partirò dai difetti che, a mio avviso, affliggono il volume.

    Ambientazione Il romanzo è ambientato in un tempo indefinito nell'Impero d'Oriente e usa come protagonisti una famiglia imperiale inventata per raccontare una vicenda familiare. Non lo si può definire un romanzo storico, ma neppure un romanzo parente del fantasy; è un'invenzione che vorrebbe essere verosimile, ma il fatto che sia scardinato dal tempo fa cadere ogni verosimiglianza. L'ambientazione è, quindi, puramente pretestuosa e sostituibile con un qualunque altro contesto.

    Protagonista L'io narrante del romanzo è il protagonista che racconta la sua vicenda personale e i rapporti familiari. Non sto a sindacare sulla scelta degli accadimenti che gli vengono inflitti, ma sul fatto che malgrado la sua indole schiva e taciturna, egli sia amato e ammirato da chiunque; nella vita reale non avviene mai così. Pur non avendo il protagonista alcuna formazione specifica, d'altronde è un principe educato per condurre un esercito, è in grado di fare qualunque cosa, compreso svolgere calcoli per la progettazione di un edificio. Sicuramente può avere conoscenze mediche di un qualche tipo, anche se trovo assolutamente improbabile che si metta a dirigere le mani di qualcuno avendo una ferita aperta che necessita di cauterizzazione; di certo ha familiarità con l'architettura militare, sulla conformazione delle strutture difensive, ma che possa anche progettare un edificio da solo e senza aiuto mi pare davvero improbabile.

    Tempo E' difficile capire, durante la lettura, specie verso il fondo, quando il protagonista ha un certo numero di anni, il tempo nella quale si svolge l'azione. Spesso i ricordi si sommano al tempo presente prendendone il posto ed è poco chiaro se si tratta di un flashback o altro. Non mi piacciono i libri narrati come flusso di coscienza e di pensieri sconnessi, perché mi privano del piacere dell'immedesimazione; il che può benissimo essere un mio limite.

    Il libro ha il pregio di essere scritto bene, di essere breve e quindi di farsi leggere senza troppi rallentamenti e intoppi pur avendo più il sapore della apologia che del romanzo. E' molto ricco di pathos, il che può anche non guastare, ma difetta di verosimiglianza.

    ha scritto il 

  • 4

    Intervista con l'autrice

    Intervista con Giorgia Lepore, in esclusiva per il mio blog "non solo Mozart".


    D. Il protagonista del tuo romanzo, figlio dell’Imperatore di Bisanzio, si ribella al ruolo di guerriero impostogli dal padre e subisce le drammatiche conseguenze della sua insubordinazione. Perché hai voluto ra ...continua

    Intervista con Giorgia Lepore, in esclusiva per il mio blog "non solo Mozart".

    D. Il protagonista del tuo romanzo, figlio dell’Imperatore di Bisanzio, si ribella al ruolo di guerriero impostogli dal padre e subisce le drammatiche conseguenze della sua insubordinazione. Perché hai voluto raccontare questa storia?

    R. D’istinto ti direi: chiedilo alla storia, perché ha voluto essere raccontata da me? E’ una battuta, ma spiega abbastanza bene lo stato d’animo che ho avuto nei confronti di questo romanzo per lungo tempo. Mentre scrivevo non riuscivo a capire cosa c’entrasse quella storia con me, da dove venisse fuori. Sembrava una cosa “estranea”. Forse dipende anche dalla velocità con cui è stata scritta, di getto, senza alcun progetto o scaletta, senza un programma. Molte cose le ho capite dopo, quando sono riuscita a prendere il necessario distacco, a pensarci sopra. Evidentemente si trattava di cose sedimentate dentro di me che sono venute fuori in maniera automatica. Questo si può dire facilmente per l’ambientazione, a me talmente familiare e nota da costituire un terreno assolutamente naturale sul quale muovermi a mio agio. Meno evidenti, anche a me, le motivazioni di altre scelte, i personaggi, i temi… e invece, poi ho capito che la storia è stata scritta perché avevo bisogno di pensare, e scrivendo mi sono obbligata a farlo.

    D. Dici che l’ambientazione del romanzo ti è familiare: vuoi raccontarci qualcosa di più delle tue attività extra-letterarie?

    R. Per anni ho fatto l’archeologa, specializzata nel settore medievale. Mi sono laureata a Roma, poi sono rimasta per un po’ all’università, poi ho scavato in giro per l’Italia. Finché non sono tornata in Puglia e ho continuato con il mio lavoro all’Università di Bari. Mi sono sempre occupata di medioevo, soprattutto i primi secoli, ho studiato, scavato, pubblicato… Mentre scrivevo il romanzo, per esempio, stavo portando avanti una ricerca sugli insediamenti rupestri della fascia adriatica pugliese, e le suggestioni di quelle grotte si sentono nel romanzo. Quindi nella narrazione è confluito un po’ tutto, studi, storia, fonti storiche con cui sono abituata a confrontarmi, ma anche un rapporto “materiale”, quotidiano, con il passato a cui noi archeologi siamo abituati. Scavando ti fai un sacco di domande, impari a considerare ogni traccia lasciata da chi ci ha preceduti, non solo le cose scritte sui libri di storia. Ecco, credo che questo rapporto così intimo, per certi versi, con il passato, sia stato fondamentale per la scelta di un’ambientazione storica e per il taglio che ho dato al mio romanzo. Adesso, oltre all’archeologia, ho anche un altro lavoro: insegno Storia dell’Arte nelle scuole superiori. Se aggiungiamo anche la scrittura, sono tre cose belle impegnative… Ma non riesco a lasciare nessuna delle tre, mi piacciono troppo.

    D. Quanto c'è di inventato e quanto di storicamente accertato ne "L’abitudine al sangue"?

    R. Tutto e niente al tempo stesso. La storia, i personaggi, sono completamente inventati. E allo stesso tempo sono verosimili, più reali quasi di quelli effettivamente esistiti… mi spiego meglio. I personaggi sono degli archetipi, perciò condensano in sé caratteristiche peculiari di personaggi reali, particolarmente significativi della storia bizantina. E quindi le loro dinamiche, i loro moventi, azioni, sentimenti, sono assolutamente plausibili. E lo stesso vale per le ambientazioni, i luoghi in cui i personaggi si muovono, che invece sono reali. Un processo del genere nasce dalla frequentazione “quotidiana”, a cui alludevo prima, durata anni, dei libri di storia e soprattutto delle fonti storiche. Mi sono presa un piccolo lusso, quello di giocare con la storia, di inventare un pezzo di storia che non esiste, e di incastrarlo là, tra quello che invece è accaduto davvero; d’altra parte ho preso dei frammenti di storia vera e li ho cuciti insieme, in maniera arbitraria. Diciamo che volevo in parte riprodurre il meccanismo che sta alla base dei miti, delle leggende, delle favole. L’Iliade non è storia, però c’è in essa molta più verità di quanto noi possiamo immaginare, probabilmente, anche se i nomi, i tempi, i luoghi magari non erano quelli. Ma la storia non è fatta solo di nomi, luoghi, date. E’ fatta di uomini, soprattutto, di relazioni. Volevo indagare questo aspetto.

    L'intervista integrale si può leggere qui: http://ritacharbonnier.blogspot.com/2009/11/cinque-domande-giorgia-lepore-autrice.html

    ha scritto il 

  • 3

    Ottimo lo spunto, avvincente il dramma, memorabile la descrizione della reclusione e del dilemma del personaggio principale. Deludente l'esito, perché la scrittrice finisce a smarrire ogni distanza emotiva rispetto al suo personaggio. Peccato.

    ha scritto il