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L'affaire Moro

Di

Editore: Sellerio (La civiltà perfezionata 24)

4.2
(916)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 146 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: A000062146 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati

Genere: History , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    Della fine di un proprio romanzo poliziesco, J.L. Borges dice che, risolto l'enigma, c'è un paragrafo che contiene la frase: "tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale". Questa frase lascia capire, prosegue Borges, che la soluzione è sbagliata. Il lettore, i ...continua

    Della fine di un proprio romanzo poliziesco, J.L. Borges dice che, risolto l'enigma, c'è un paragrafo che contiene la frase: "tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale". Questa frase lascia capire, prosegue Borges, che la soluzione è sbagliata. Il lettore, inquieto, rivede quindi i capitoli sospetti e scopre un'altra soluzione, quella vera! Ebbene, la lettura del lavoro di Sciascia lascia la stessa sensazione: che l'affaire Moro, cioè, sia da rileggere sotto altra luce.

    ha scritto il 

  • 0

    "In questa forma, nella forma che insieme assumono, nessun minuto avvenimento è accidentale, incidentale, fortuito: le parti, sia pure molecolari, trovano necessità - e quindi spiegazione - nel tutto; e il tutto nelle parti"

    Come in un romanzo. Peggio di un romanzo. Nemmeno le trame dei romanzi hanno un tale livello di ineluttabile necessità (non è raro trovare scrittori che si piegano alle esigenze della storia che stanno scrivendo).
    Leggere del "caso Moro", leggere dei drammatici minuti del rapimento, dei lunghiss ...continua

    Come in un romanzo. Peggio di un romanzo. Nemmeno le trame dei romanzi hanno un tale livello di ineluttabile necessità (non è raro trovare scrittori che si piegano alle esigenze della storia che stanno scrivendo). Leggere del "caso Moro", leggere dei drammatici minuti del rapimento, dei lunghissimi giorni del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, è come leggere un messaggio inciso nella pietra, una rivelazione del fato che si palesa, divenendo verità incancellabile; perché il "caso Moro" era realtà ancora prima di avvenire, era realtà non riscrivibile in ogni suo più minuto e apparentemente irrilevante dettaglio. I partecipanti (attori principali o semplici comparse che fossero) vi hanno avuto ruoli non dissimili da quelli degli attori che recitano seguendo un copione. Il problema, però, è che, anche volendo credere nel destino e nella predeterminazione, non si può proprio negare il fatto che nessuno degli avvenimenti occorsi sarebbe dovuto accadere. Ogni avvenimento (e in particolar modo l'orribile epilogo che sembrò chiudere questa triste e nera vicenda) era evitabile, umanamente evitabile. E' stata la scarsa etica dei singoli (e se questi singoli sono sì uomini, ma anche e principalmente politici, povero il Paese che li ha eletti affinché lo amministrino e lo guidino), la loro misera umanità, a fare in modo che tutto si svolgesse come si è svolto, che niente altro fosse possibile.

    Tutti, e Moro in primis (lo si capisce, tristemente, dalle lettere che scrisse durante la prigionia), sapevano come sarebbe andata a finire. Moro conosceva gli uomini ("amici", compagni di partito) ai quali la sua sorte era affidata. Nonostante questo tentò, a più riprese (e pensare che questo amore per la vita fece in modo che i falsi amici lo disconoscessero, lo giudicassero incapace di intendere e volere!), di farne "cadere" qualcuno, sostenuto forse dalla speranza, dalla convinzione che se anche uno solo avesse ceduto (mai poi, cedere a cosa, alla propria umanità?), l'intero muro sarebbe, alla fine, crollato. Moro (ed è difficilissimo scrivere di uomini-simbolo) fu il dito (il meno contagiato, forse, il meno implicato di tutti, come lo definì Pasolini) tagliato per salvare la mano; l'impressione che si ha oggi, è che, purtroppo, non ci fosse davvero più nulla da salvare, che ogni azione compiuta o non compiuta, ogni strada intrapresa o non intrapresa, fosse soltanto un palliativo all'ineluttabile disfatta collettiva, dei partiti, del sistema, dello Stato italiano. Stato italiano, Stato fantasma, senza anima né corpo, intorno al quale tutti, ipocritamente, si strinsero: in nome della ragion di Stato Moro fu sacrificato e la morte di cinque uomini fu resa vana. Stato che è Palazzo costituito da un'infinita successione di stanze ermeticamente chiuse (ma le porte chiuse non tengono fuori i biglietti, che vi passano ugualmente sotto, per cementare o dissolvere alleanze e coalizioni sotterranee). Stato che aveva nelle brigate rosse (le quali, almeno agli occhi degli italiani, erano quasi istituzione, "cosa nostra", "all'italiana", resa possibile dallo stato delle cose, fondata su e parte di una certa gestione del potere, di un modo di gestire il potere) la propria controparte, un'auto-eletta nemesi che, in nome del "popolo" (!), uccideva e, da sé, s'assolveva.

    Tutto era già nell'aria (aria torbida, è vero) se nel 1976 Petri riuscì a girare un film come Todo modo. Certi particolari, a leggerli oggi, rischiano persino di far ridere (tra sedute spiritiche, madornali cantonate delle forze dell'ordine, disattenzione e disorganizzazione). L'impressione è quella di un gioco serio (perché la morte è sempre seria, anche se avviene per cause sciocche) e al tempo stesso stupido: un nascondino giocato da deficienti (deficienti perché non capiscono, deficienti perché mancano di compassione), un palla avvelenata di responsabilità rifiutate.

    Sciascia, così bravo a tessere ombre, a far capire che non esiste verità, questa volta cerca, nella nebbia, una verità possibile: analizzando in dettaglio, finanche con pedanteria, le lettere scritte da Moro durante la prigionia, ricostruisce gli eventi, mettendoli in rapporti di causa-effetto, riannoda fili spezzati, scava nel fango. Inutilmente.

    ha scritto il 

  • 5

    una grande operazione storica e filologica

    Ne L'Affaire Moro Sciascia più che un lavoro d'inchiesta compie un vero e proprio lavoro d'esegesi, analizzando le parole dell'affaire, i detti e soprattutto i non detti ed i lasciati intendere, ricostruendo il sottotesto sia dell'una che dell'aqltra parte.
    un lavoro affascinante che, da una visu ...continua

    Ne L'Affaire Moro Sciascia più che un lavoro d'inchiesta compie un vero e proprio lavoro d'esegesi, analizzando le parole dell'affaire, i detti e soprattutto i non detti ed i lasciati intendere, ricostruendo il sottotesto sia dell'una che dell'aqltra parte. un lavoro affascinante che, da una visuale del tutto peculiare, orienta il lettore nella ricostruzione di un evento buio della storia italiana.

    ha scritto il 

  • 3

    Lo stile con cui Sciascia lo scrive non lo rende facilmente leggibile: ricco di immagini letterarie e citazioni, non è un semplice saggio sul caso Moro, come io credevo quando l'ho preso in mano. Forse è più un j'accuse in stile pasoliniano ("Io so!) di un'intera classe politica che si era imposs ...continua

    Lo stile con cui Sciascia lo scrive non lo rende facilmente leggibile: ricco di immagini letterarie e citazioni, non è un semplice saggio sul caso Moro, come io credevo quando l'ho preso in mano. Forse è più un j'accuse in stile pasoliniano ("Io so!) di un'intera classe politica che si era impossessata del potere e lo aveva gestito in modo osceno, fino agli ultimi risultati con il caso Moro. Scritto nell'agosto del 1978, a poco più di tre mesi dell'assassinio di Moro, sulla base di appunti e di ritagli di giornale, come ci dice lo stesso Sciascia, fresco soprattutto dei ricordi e delle eco ancora udibili, il libro traccia la figura di Aldo Moro quale si può intravedere dalle sue lettere di prigionia, un uomo, un politico che si rende conto di essere stato abbandonato dal suo partito, dal governo, dalle istituzioni, sacrificato in nome di una fermezza che lo stato dimostra di avere solo nei confronti dei deboli (vedi il caso Cirillo avvenuto solo tre anni dopo, in cui lo stato tratterà con le BR grazie alla mediazione della camorra). O da chi lo considera già morto, politicamente, e non solo. Al testo del 1978 è aggiunta una relazione della commissione parlamentare di minoranza, presentata dallo stesso Sciascia nel 1982. Ciò che nel 1978, nei giorni del sequestro, Sciascia aveva intuito, viene qui denunziato sulla scorta di un indagine. La "trascuratezza" con cui furono condotte le indagini, il movimento spesso di facciata dell'attività investigativa, i pedinamenti di sospetti dell'area dell'autonomia romana contigui alle BR fatti a singhiozzo, le perquisizioni non effettuate nel covo di via Gradoli, l'aver dato per morto Moro da subito, tutto portava a concludere che il politico DC non poteva ritornare vivo a casa.

    ha scritto il 

  • 4

    Un'avventura letteraria prima ancora che storica, nell'Italia di fine anni '70. La qualita' della scrittura e la sottigliezza quasi feroce dell'analisi dei fatti e del pensiero del rapito Aldo Moro, aprono scenari che verranno avvalorati dalla storiografia di anni e anni dopo. Ma questo libro scr ...continua

    Un'avventura letteraria prima ancora che storica, nell'Italia di fine anni '70. La qualita' della scrittura e la sottigliezza quasi feroce dell'analisi dei fatti e del pensiero del rapito Aldo Moro, aprono scenari che verranno avvalorati dalla storiografia di anni e anni dopo. Ma questo libro scritto a caldo, quasi subito dopo il rapimento del presidente della DC, e' soprattutto una "autopsia" dello spirito e delle riflessioni di Moro. Una dissezione filologica di una cultura, quella della DC ancora imperante, che si illudeva, sacrificando uno dei suoi campioni, di uscirne indenne.

    ha scritto il 

  • 4

    Credo si tratti del primo importante libro scritto sul caso Moro. Pubblicato qualche mese dopo il suo assassinio.
    Riletto a distanza di 35 anni, emergono fondamentalmente due aspetti. Il primo e' quello della demolizione della tesi del Moro "incapace di intendere e volere" , che nelle sue lettere ...continua

    Credo si tratti del primo importante libro scritto sul caso Moro. Pubblicato qualche mese dopo il suo assassinio. Riletto a distanza di 35 anni, emergono fondamentalmente due aspetti. Il primo e' quello della demolizione della tesi del Moro "incapace di intendere e volere" , che nelle sue lettere, cioe' dal covo delle BR avesse perso la lucidita' necessaria per analizzare la situazione e provare a definire una tattica diretta a portare alla propria liberazione. Il secondo e' quello dell'(inevitabile) approssimazione del giudizio politico espresso da Sciascia: la sua tesi e' che le BR escono sconfitte da questa vicenda. In parte, questo e' vero. Ma al tempo stesso, esce sconfitto il progetto che Moro aveva contribuito a definire, di un allargamento dell'area del governo al PCI. Ma questo sarebbe stato evidente un anno piu' tardi.

    ha scritto il 

  • 5

    "Non essere sicuro di apprendere il passato dalle labbra del presente. Non fidarti neanche del mediatore più onesto. Ricorda che ciò che ti viene detto ha sempre un triplice aspetto: riceve una certa forma da chi racconta, è rimodellato da chi ascolta ed è occultato, a entrambi, dal morto di cui ...continua

    "Non essere sicuro di apprendere il passato dalle labbra del presente. Non fidarti neanche del mediatore più onesto. Ricorda che ciò che ti viene detto ha sempre un triplice aspetto: riceve una certa forma da chi racconta, è rimodellato da chi ascolta ed è occultato, a entrambi, dal morto di cui si narra la storia".

    Vladimir Nabokov

    ha scritto il 

  • 4

    Se qualcuno aveva dei vuoti riguardanti il periodo storico del rapimento Moro, questo scritto serve non a riempire ma a lasciare ancora più lacune. Un documento basato sulle lettere che Moro inviò ai suoi familiari e ai suoi amati e odiati "colleghi", una testimonianza che lascia interdetti sull' ...continua

    Se qualcuno aveva dei vuoti riguardanti il periodo storico del rapimento Moro, questo scritto serve non a riempire ma a lasciare ancora più lacune. Un documento basato sulle lettere che Moro inviò ai suoi familiari e ai suoi amati e odiati "colleghi", una testimonianza che lascia interdetti sull'operato dei vertici dell'allora DC. Moro viene "sacrificato" per una ragione di Stato che serve meramente a far tacere alcune coscienze. Il punto di vista di Sciascia lascia pochi dubbi, una reale trasposizione di pensieri e fatti che lasciano l'amaro in bocca.

    ha scritto il 

  • 4

    Un'affaire tutto interno alla politica

    Pochi mesi dopo il sequestro e l'uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro (16 Marzo - 9 maggio 1978) Leonardo Sciascia scrive questo libro per l'editore Sellerio di Palermo (finito di stampare il 12 Ottobre 1978) in cui analizza le lettere di Aldo Moro - almeno quelle fino a ...continua

    Pochi mesi dopo il sequestro e l'uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro (16 Marzo - 9 maggio 1978) Leonardo Sciascia scrive questo libro per l'editore Sellerio di Palermo (finito di stampare il 12 Ottobre 1978) in cui analizza le lettere di Aldo Moro - almeno quelle fino ad allora conosciute - smentendo l'opinione comune, ripetuta come un mantra dai media e da tutti gli esponenti politici per tutta la durata del sequestro, secondo la quale Moro sarebbe psicologicamente totalmente sotto il dominio dei suoi carcerieri e per questo chiedere cose che "non sono da lui".

    Sciascia, intellettuale siciliano e grande conoscitore di cose siciliane, e per questo ancor più abituato a guardare oltre le verità apparenti e a cercare d'intravedere i disegni a tratto leggero che vi si nascondono dietro , coglie innanzitutto il dramma dell'uomo politico che, dopo essere stato un protagonista della storia italiana, fautore della svolta che poterà il Partito Comunista nella maggioranza di governo proprio lo stesso giorno del suo rapimento; che malvolentieri aveva accettato la carica di presiedente della DC sentendosi costretto a farlo dopo le insistenze di alcuni esponenti del partito (es.Zaccagnini, ); che vede ora dall'esterno la piccolezza di tanti personaggi che non osano farsi avanti per rompere il fronte della fermezza - ammesso che lo vogliano - per meschinità o per calcolo, tanto da non prendere neanche in considerazione la possibilità di salvarlo con uno scambio di ostaggi come si fa in guerra; che conosce le relazioni dei suoi colleghi con ambienti stranieri e ne intravede l'influenza nella gestione del suo sequestro - americani, israeliani e tedeschi - e, quindi, con tutto questo si sente improvvisamente e completamente abbandonato; tanto da scrivere: "Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese?"

    Reso onore all'uomo Moro, Sciascia passa ragionare sui motivi e significati, e obiettivi, e contraddizioni di quel fatto politico: il sequestro del presidente della DC.

    Per rendere l'atmosfera surreale di quei giorni dice che "[...] nella coscienza popolare si è affermata un'altra analogia: che come la mafia si fonda ed è parte di una certa gestione del potere, così le Brigate Rosse. Da ciò quella che appare indifferenza ed è invece distaccata attenzione dello spettatore che conosce già la pièce, che vede in replica, che segue senza la tensione il come va a finire ed è soltanto intento a cogliere la diversità di qualche dettaglio delle scene e nell'umore degli attori. Ed è facile sentir dire, e specialmente in Sicilia, che questa delle Brigate rosse è tutta una storia come quella di Giuliano: e ci si riferisce a tutte quelle acquiescenze e complicità dei pubblici poteri che i siciliani conoscevano ancor prima che diventassero risultanze nel famoso processo di Viterbo."

    "L'efficienza delle Brigate rosse è tipicamente italiana... Sarebbe pazzesco da parte nostra collocare le Brigate rosse in una sfera di autonoma e autarchica purezza rivoluzionaria che si illuda di muovere masse e far saltare le strutture politiche che le contengono; e sarebbe ancor più pazzesco che loro vi si collocassero. La loro ragion d'essere, la loro funzione, il loro "servizio" stanno esclusivamente nello spostare dei rapporti di forza: e delle forze che già ci sono. E di spostarli non di molto, bisogna aggiungere. Di spostarli nel senso di quel "cambiare tutto per non cambiare nulla" che il principe di Lampedusa assume come una costante della storia siciliana. Operazione di puro potere, dunque, che si può soltanto svolgere in quell'area interpartitica in cui, al riparo da venti ideologici, il potere ormai vive. Non si vuole con ciò escludere che l'esistenza delle Brigate rosse sia appunto "pazzesca": ma quando dalla pazzia comincia ad affiorare un metodo è bene diffidarne.

    Il punto di consistenza del dramma, la ragione che Moro vede nella sua condanna sarebbe l'aver portato il PCI nella sfera di governo e le BR lo colpirebbero per questo: ma come mai non si accorgono che il primo effetto della loro azione è proprio il rafforzare questa svolta, unendo ancor più saldamente DC e PCI nella linea della fermezza.

    "Si può dunque dedurre, da questo procedere scriteriato, che l'essenza e il destino delle Brigate rosse stiano davvero nella sfera - a dirla banalmente - del pazzesco, o - meno banalmente- nella sfera di un estetismo in cui il morire per la rivoluzione è diventato un morire con la rivoluzione?

    Sciascia non manca di far notare anche l'aspetto umano dei carcerieri di Moro, che pur nella consapevolezza dei rischi, non mancano di recapitare tutte le sue lettere (forse in totale 80), né di trattenersi al telefono per alcuni minuti, per comunicare l'avvenuta esecuzione, allorché gli interlocutori per l'emozione non riescono ad ascoltare il messaggio fino in fondo, finché non sono certi di aver trasmesso con chiarezza le ultime volontà di Moro.

    In seguito l'affaire Moro rivelerà molti particolari, intrecci, veleni e misteri che, nel momento in cui scriveva, Sciascia non conosceva e ancor di più le sue parole sono un presagio: il presagio di qualcosa che - lui lo sa già - non potrà mai essere chiarito fino in fondo.

    ha scritto il 

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