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L'albero dai fiori rossi

Di

Editore: Adelphi

4.1
(35)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 188 | Formato: Altri

Isbn-10: 884591822X | Isbn-13: 9788845918223 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Paolo Silvestri

Genere: History

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Descrizione del libro
Uno degli angoli meno esplorati e più atroci della seconda guerra mondiale. Clara ha quattro anni, vive in una grande, opulenta casa circondata da prati all'inglese e dalla smaltata e minacciosa vegetazione tropicale di Giava. Intorno a lei, una famiglia amorevole e una schiera di djongos, i devoti servitori di Bandung. La vita scorre morbida e sinuosa, scandita dai riti quotidiani e dalle visite alle piantagioni di tè e di caucciù. E l'incantato idillio coloniale, che nulla sembra possa intaccare. Ma il suo annientamento è fulmineo come il drappello di giapponesi che all'alba irrompe in casa per deportare i padroni olandesi. Il padre finirà, con gli altri stranieri dell'isola, in Birmania a costruire una ferrovia; Clara, la madre, il fratellino maggiore e quello appena nato verranno rinchiusi in uno dei campi di concentramento ricavati dalla recinzione di interi quartieri, insieme a diecimila tra donne e bambini. Fame, sete, sevizie, infezioni, dissenteria, beri beri e lo spaventevole, quotidiano tenko (l'appello), in cui le prigioniere venivano lasciate al sole per l'intera giornata spesso fino a morirne: è questo, per quattro anni, il nuovo indicibile destino di Clara. E quando un giorno, ancora incredula di fronte alla liberazione, tornerà nella ricca casa di famiglia in Olanda, la nonna la accoglierà dicendo, senza rendersene conto, le stesse parole che tutto il mondo tacitamente riserva a chi ha vissuto simili esperienze: "Perché non siete scappati?". Solo cinquant'anni dopo Clara, nel frattempo emigrata negli Stati Uniti, si deciderà a nominare ciò che aveva vissuto: come tributo alla memoria della madre, al suo indomito coraggio, e come dimostrazione che gli eroi non sono solo al fronte. Ma a rendere memorabile e unico questo libro non è l'inusitata ambientazione, ne la tenace volontà di rimanere integri nell'abiezione, né lo straziante scotto pagato alla prigionia: è lo sguardo della Olink Kelly, nobile, limpido, acuto; è la voce, pacata e commossa che parla in questo libro.
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  • 4

    Molto interessante la vicenda storica a me per grandi tratti sconosciuta. Mi ha convinto poco lo stile della narrazione, forse un po' troppo "semplice", e l'esiguo numero di pagine. Lo considererei un buon racconto lungo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Anche tre e mezzo.L'argomento è interessante (la vita in un campo di concentramento giapponese in Indonesia durante la seconda guerra mondiale, dove la bambina e la sua famiglia - coloni olandesi - passarono tre anni prima di tornare in patria),ma mi ha un po' stufato lo sguardo inevitabilmente l ...continua

    Anche tre e mezzo.L'argomento è interessante (la vita in un campo di concentramento giapponese in Indonesia durante la seconda guerra mondiale, dove la bambina e la sua famiglia - coloni olandesi - passarono tre anni prima di tornare in patria),ma mi ha un po' stufato lo sguardo inevitabilmente limitato della piccola.Non gliene faccio certo una colpa,che anzi il libro non risparmia momenti intensi e crudi, però il mio modello rimane Se questo è un uomo.
    Invece particolare momento di involontaria comicità me l'ha fornito la visione delle foto che l'autrice inframezza al racconto:vedere la faccia scoglionata del padre dopo la fine delle peripezie, in posa con la famiglia riunita fa capire immediatamente che si sarebbe "involato" di lì a poco...

    ha scritto il 

  • 5

    Se inizi a leggerlo non la smetti più. E' la storia di una bambina olandese rinchiusa con la mamma e i fratellini in un campo di concentramento di Giava dai giapponesi invasori. Una testimonianza tremenda e di grande emozione di quello che i prigionieri- solo donne e bambini- erano costretti a su ...continua

    Se inizi a leggerlo non la smetti più. E' la storia di una bambina olandese rinchiusa con la mamma e i fratellini in un campo di concentramento di Giava dai giapponesi invasori. Una testimonianza tremenda e di grande emozione di quello che i prigionieri- solo donne e bambini- erano costretti a subire ogni giorno e da cui i sopravvissuti sarebbero stati traumatizzati a lungo. L'autrice non commenta e non giudica ma ci regala una pagina di storia che pochi conoscono forse sperando, come chi leggerà, che non debbano più succedere simili tragedie. Un libro bellissimo. Da non mancare assolutamente di leggere e di far leggere anche ai più giovani.

    ha scritto il 

  • 4

    Una storia di deportazione un po' diversa dal solito, ma non per questo meno struggente. Rabbia e disgusto per ciò che gli aguzzini giapponesi sono stati capaci di fare, ma anche ammirazione per una delle più belle figure femminili (la mamma) di sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    Gli occhi di una bambina raccontano i lunghi momenti di una tragedia nella quale è stata improvvisamente e drammaticamente proiettata.....Come ha anche scritto qualche altro anobiino una storia di quella tragedia che è stata la seconda guerra mondiale e che noi europei identifichiamo troppo spess ...continua

    Gli occhi di una bambina raccontano i lunghi momenti di una tragedia nella quale è stata improvvisamente e drammaticamente proiettata.....Come ha anche scritto qualche altro anobiino una storia di quella tragedia che è stata la seconda guerra mondiale e che noi europei identifichiamo troppo spesso solo con l'Europo....

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro è la storia della deportazione da parte dei giapponesi, di una famiglia di coloni olandesi in un campo di concentramento nell'isola di Giava. Un'altra pagina di storia che ancora non avevo approfondito, un altro pugno nello stomaco per quanto crudele possa essere l'animo umano, ma il ...continua

    Questo libro è la storia della deportazione da parte dei giapponesi, di una famiglia di coloni olandesi in un campo di concentramento nell'isola di Giava. Un'altra pagina di storia che ancora non avevo approfondito, un altro pugno nello stomaco per quanto crudele possa essere l'animo umano, ma il bello di un libro è anche questo, anche in modo crudele, ma farti conoscere.

    ha scritto il 

  • 4

    Incredibile che siamo solo in 18 ad avere questo volume in libreria... leggetelo! storia vera e sbalorditiva: sulla seconda guerra mondiale non si finisce mai di impararne.

    ha scritto il 

  • 3

    Ci dicevano che eravamo luridi vermi, e cominciavamo a crederci. Che fossimo luridi era la pura verità. Avevamo pochissima acqua e niente sapone. La sabbia andava bene per pulire i piatti, ma poteva far poco per noi, che eravamo coperti di piaghe. Le stoviglie le leccavamo, ma dovevamo stare a ...continua

    Ci dicevano che eravamo luridi vermi, e cominciavamo a crederci. Che fossimo luridi era la pura verità. Avevamo pochissima acqua e niente sapone. La sabbia andava bene per pulire i piatti, ma poteva far poco per noi, che eravamo coperti di piaghe. Le stoviglie le leccavamo, ma dovevamo stare attenti perché le lattine avevano i bordi taglienti. Adesso ci davano solo riso, una ciotola al giorno. Di più non meritavamo, ci dicevano, pigri e ingrati come eravamo.

    E io che pensavo che i campi di concentramento fossero una prerogativa solo dei tedeschi, dei russi, degli italiani e dei cinesi...

    ha scritto il 

  • 4

    Una pagina di storia poco conosciuta

    Un improvviso e curioso fuori programma fra le mie letture, voluto ardentemente dopo averlo visto acquistato da un'amica, preso in prestito in biblioteca e silurato in pochi giorni. Uno di quei libri dei quali non immagini nemmeno l'esistenza ma che, una volta scoperti, ti attraggono come una cal ...continua

    Un improvviso e curioso fuori programma fra le mie letture, voluto ardentemente dopo averlo visto acquistato da un'amica, preso in prestito in biblioteca e silurato in pochi giorni. Uno di quei libri dei quali non immagini nemmeno l'esistenza ma che, una volta scoperti, ti attraggono come una calamita per svariate ragioni, una delle quali, in questo caso, era la curiosità di scoprire qualcosa su una pagina di storia a mio avviso ignorata perchè poco conosciuta: quella della prigionia dei coloni europei nei campi di concentramento dell'Asia Orientale ad opera dei giapponesi, durante la Seconda Guerra Mondiale. Una delle varie parentesi tristi e dolorose su uno dei periodi più cupi della storia e della quale, ahimè, nonostante il mio immenso interesse per quello stesso periodo storico, sapevo poco o nulla.
    Il libro si apre nell'idilliaca e colorata cornice della casa giavanese della protagonista Clara, benestante, opulenta, circondata da verde e da devoti servitori. Poi, improvvisamente, l'abisso, e lo smantellamento della famiglia: il padre viene spedito in Birmania a lavorare in ferrovia, mentre Clara, la madre e i due fratellini vengono arrestati dai giapponesi e rinchiusi nel campo di concentramento di Kamp Tjideng. E qui seguiranno tre lunghi anni di sevizie, fame, maltrattamenti, lavori forzati e malattie. E tanta, tanta sofferenza, nonostante la quale, tuttavia, la famiglia non smetterà mai di sperare nella liberazione, speranza infusa dalla figura cardine del romanzo, quella della madre di Clara: una donna forte e fiera, che accetta il suo destino senza ribellarsi ma senza mai perdere la fiducia nel prossimo e soprattutto dignità, dignità per se stessa e per i figli. Sì, è indubbiamente questa grande donna dignitosa la vera protagonista del romanzo, è lei che trasmette speranza nei figli, è lei che insegna loro a mantenere rispetto ed educazione per se stessi e gli altri anche nei momenti più tragici e difficili della prigionia, quando l'istinto di sopravvivenza sembra prendere il sopravvento sulla razionalità. E tutta la sua fierezza è incarnata da quel passaggio in cui obbedisce ad un aguizzino giapponese guardandolo però negli occhi, con sottomissione ma anche con fierezza e coraggio. Un gran bel personaggio femminile per un importante libro- testimonianza, scritto con uno stile commosso e drammatico, utile a non dimenticare che il dolore umano non conosce limiti di epoche e nazionalità e merita di essere conosciuto e compreso in tutte le sue forme...e in tutti i suoi orrori.
    Concludo con un elogio alla splendida edizione Adelphi con un foto delle truppe giapponesi su una copertina rossa, rossa come i fiori di quell'albero dipinto sul quadro che la famiglia Kelly si portò sempre con sè, perfino nel campo di prigionia, come simbolo della sua unità ma anche della sua casa e della speranza di farvi ritorno.

    ha scritto il