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L'altalena del respiro

Di

Editore: Feltrinelli

3.9
(232)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 251 | Formato: Paperback

Isbn-10: 880701811X | Isbn-13: 9788807018114 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Margherita Carbonaro

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Gennaio 1945, la guerra non è ancora finita: per ordine sovietico inizia la deportazione della minoranza rumeno-tedesca nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina. Qui inizia anche la storia del diciassettenne Leopold Auberg, partito per il Lager con l’ingenua incoscienza del ragazzo ansioso di sfuggire all’angustia della vita di provincia. Cinque anni durerà poi l’esperienza terribile della fame e del freddo, della fatica estrema e della morte quotidiana.
Per scrivere questo libro Herta Müller ha raccolto le testimonianze e i ricordi dei sopravvissuti e in primo luogo quelli del poeta rumeno-tedesco Oskar Pastior. Avrebbe dovuto essere un’opera scritta a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire da sola dopo la morte di Pastior nel 2006. È infatti attraverso gli occhi di quest’ultimo, quelli del ragazzo Leo nel libro, che la realtà del Lager si mostra al lettore. Gli occhi e la memoria parlano con lingua poetica e dura, metaforica e scarna, reale e nello stesso tempo surreale – come la condizione stessa della mente quando il corpo è piagato dal freddo e dalla fame. Fondato sulla realtà del Lager, intessuto dei suoi oggetti e della passione, quasi dell’ossessione per il dettaglio quale essenza della memoria e della percezione, L’altalena del respiro è un potente testo narrativo, una grande opera letteraria.
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  • 4

    ...ho il lager e il lager ha me.

    Con una prosa scarna e aspra, il romanzo narra la gli anni vissuti da Leo Ausberg il un campo di lavoro forzato dell'Ucraina, la violazione della dignità' umana, la quotidiana paura della morte, il ma ...continua

    Con una prosa scarna e aspra, il romanzo narra la gli anni vissuti da Leo Ausberg il un campo di lavoro forzato dell'Ucraina, la violazione della dignità' umana, la quotidiana paura della morte, il massacrante lavoro, la fame feroce, il gelo lacerante, e il ritrovarsi poi libero, ma prigioniero dei propri ricordi e dei fantasmi del lager.

    ha scritto il 

  • 3

    So che ritornerai

    Non è proprio una facile lettura, però nonostante una prosa un pò macchinosa -a tratti ossessiva nel dettaglio- è una scrittura franca e rappresenta molto bene la realtà del Lager e il mondo degli spo ...continua

    Non è proprio una facile lettura, però nonostante una prosa un pò macchinosa -a tratti ossessiva nel dettaglio- è una scrittura franca e rappresenta molto bene la realtà del Lager e il mondo degli spodestati: freddo, fame, violenza e solitudine.

    ha scritto il 

  • 0

    Preferisco non dare un voto.
    I libri che raccontano le tragedie della deportazione e dei lager mi mettono sempre in un triste imbarazzo, perchè se da un lato non si può dare un voto "positivo" al racc ...continua

    Preferisco non dare un voto.
    I libri che raccontano le tragedie della deportazione e dei lager mi mettono sempre in un triste imbarazzo, perchè se da un lato non si può dare un voto "positivo" al racconto di un orrore, non ci si può neppure limitare ad un "non mi è piaciuto", rischiando di sminuire il contributo umano.
    Nessun voto, quindi. Perchè questa storia è LA storia. Se devo proprio fare un paragone con altri testi che trattano dello stesso argomento, ammetto di preferire uno stile più sobrio e materiale.

    ha scritto il 

  • 3

    linguaggio complesso

    Molto forti e coinvolgenti le immagini della vita del protagonista nel lager. L'asprezza del gelo, del duro lavoro, delle ingiustizie e dei soprusi, così come le sopraffazioni tra persone pur accomuna ...continua

    Molto forti e coinvolgenti le immagini della vita del protagonista nel lager. L'asprezza del gelo, del duro lavoro, delle ingiustizie e dei soprusi, così come le sopraffazioni tra persone pur accomunate da una così iniqua sorte... e la FAME permeano ogni pagina del libro.
    Tuttavia, per il mio gusto nella lettura, trovo il linguaggio dell'A. piuttosto ostico, spesso di non immediata comprensione. Talvolta ho dovuto leggere più di una volta qualche riga per averne una chiara comprensione ed ho impiegato quasi un mese per completare la lettura. Lo ammetto: è un MIO limite!

    ha scritto il 

  • 0

    colpa mia

    Grande poesia e sensibilita'!
    L'angelo della fame mi rimmara' dentro per sempre, tuttavia, i miei limiti e la mia incapacita di farmi piacere tutto quello che e' molto "colto" solo perche' e' "colto" ...continua

    Grande poesia e sensibilita'!
    L'angelo della fame mi rimmara' dentro per sempre, tuttavia, i miei limiti e la mia incapacita di farmi piacere tutto quello che e' molto "colto" solo perche' e' "colto" mi frenano nel dare un giudizio entusiasmato.

    ha scritto il 

  • 5

    Una poesia lunga un libro...un romanzo, una reminiscenza delle torture e delle brutture inflitte dall'uomo all'uomo disegnate con immagini di pittore il cui pennello gocciola ancora le lacrime della s ...continua

    Una poesia lunga un libro...un romanzo, una reminiscenza delle torture e delle brutture inflitte dall'uomo all'uomo disegnate con immagini di pittore il cui pennello gocciola ancora le lacrime della sofferenza.

    ha scritto il 

  • 5

    Le parole, per Leo, hanno un colore e un peso, un odore e una consistenza. Alcune lo aggrediscono, altre scivolano senza appigli. Sono cose, le parole, cose che nel lager assumono un ruolo vitale o mo ...continua

    Le parole, per Leo, hanno un colore e un peso, un odore e una consistenza. Alcune lo aggrediscono, altre scivolano senza appigli. Sono cose, le parole, cose che nel lager assumono un ruolo vitale o mortale. Avere nel proprio bagaglio le parole giuste: questa l'unica arma per sopravvivere, per superare. Ma certo non per dimenticare. Perché quelle parole-cose sono come sassate che continuano a colpirlo per le strade della sua cittadina tedesca in terra rumena, dove Leo non trova più il suo posto. A chi appartiene Leo, al campo o alla casa? Al lavoro forzato o al mestiere? Agli amori rubati nel parco o alla negazione del corpo nel lager?
    Con empatia rara, e con la forza di una grandissima scrittura, la Muller ricostruisce una vicenda poco nota: la deportazione in campi di lavoro ucraini dei cittadini rumeni tedeschi dal 1945 al 1949. Prendendo a prestito l'esperienza vissuta dal poeta Oskar Pastior, col quale il libro doveva essere scritto a quattro mani, ma morto prima della realizzazione del progetto, la scrittrice fotografa con uno sguardo acuto fino al minimo dettaglio e insieme lirico e stralunato, la vita del campo, il suo rituale, la fame (ognuno, dice Leo, ha un suo "angelo della fame" che lo segue e lo guida...), l'altalena tra speranza e disperazione. I lager ucraini non sono quelli nazisti tristemente noti, i prigionieri soffrono fame e freddo ma l'obiettivo è renderli produttivi, non sterminarli. Anche il processo di spersonalizzazione si arresta un momento prima: ognuno conserva i suoi poveri oggetti personali, può barattarli, può chiedere l'elemosina ai villaggi... E tuttavia quel passo che manca alla disumanità completa è anche quello che lascia i prigionieri dolorosamente coscienti della loro condizione, del loro sesso, del loro appetito, dei loro logori vestiti e capelli pieni di pidocchi.
    Tutto questo è nel libro nella sua consistenza e nel suo odore: anche le parole di questo libro sono cose, hanno la materialità che sola può descrivere il dolore quando travalica la soglia del concetto astratto, a meno di non cedere al melenso sentimentalismo. La Muller no, non ha di questi cedimenti. E le sue pagine concentrano forza e dolcezza, rabbia e paura, sogno e follia in poche, densissime parole.

    ha scritto il 

  • 3

    Probabilmente è un errore, ma il mio giudizio è condizionato da altre letture su temi analoghi e altri racconti di deportazioni. E devo dire, con il massimo rispetto della vicenda qui narrata, che ho ...continua

    Probabilmente è un errore, ma il mio giudizio è condizionato da altre letture su temi analoghi e altri racconti di deportazioni. E devo dire, con il massimo rispetto della vicenda qui narrata, che ho preferito lo stile asciutto e composto di Primo Levi, o la cronaca obiettiva e misurata dei Racconti della Kolyma, o al contrario l’epica drammaticità di alcuni brani di Vita e destino, pagine che tolgono il sonno.
    Qui c’è un punto di vista troppo individuale e intimista, che arriva quasi a mortificare la storia.
    La narrazione riprende il volo nell’ultima parte, bella e terribile, sul ritorno: lo spaesamento, la vertigine, l’impossibilità di riprendere il contatto con il mondo dopo un tempo sospeso che ha segnato per sempre la vita del protagonista, così come quelle dei suoi familiari, ormai inevitabilmente estranei.
    In effetti, dal lager non si ritorna mai.

    ha scritto il 

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