L'amore molesto

Di

Editore: E/O

3.4
(918)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 173 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8876417125 | Isbn-13: 9788876417122 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina morbida e spillati , eBook , Copertina rigida

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Il tempestoso rapporto tra una donna e sua madre, in una Napoli dura espietata, si trasforma in un thriller domestico. Da questo romanzo è statotratto il film con Mario Morone, Anna Bonaiuto e Angela Luce. "Una storiasofisticata e complessa, crudele e intelligente". (Dacia Maraini).
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  • 5

    La Ferrante è una narratrice straordinaria.
    Il libro parte dalla morte della madre. Di lì, la protagonista percorre luoghi e ricordi, scava nel rapporto con sua madre che chiama per nome: Amalia.
    Ne r ...continua

    La Ferrante è una narratrice straordinaria.
    Il libro parte dalla morte della madre. Di lì, la protagonista percorre luoghi e ricordi, scava nel rapporto con sua madre che chiama per nome: Amalia.
    Ne ripercorre le vicende drammatiche. Le liti con il marito gelosissimo.
    La rivelazione che spingerà l'uomo ad andarsene di casa.
    Il presunto amante Caserta.
    Le ipotesi diverse su certi fatti rimasti solo come ricordo.

    Grande scrittura.
    Bellissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo romanzo di Elena Ferrante è uno dei più belli dell’autrice, un romanzo onirico e simbolico che andrebbe analizzato non solo dal punto di vista letterario ma psicanalitico. E’ un romanzo pieno d ...continua

    Questo romanzo di Elena Ferrante è uno dei più belli dell’autrice, un romanzo onirico e simbolico che andrebbe analizzato non solo dal punto di vista letterario ma psicanalitico. E’ un romanzo pieno di immagini, e spesso il racconto assume la dimensione fantasiosa del sogno. Fin dall’inizio, con la prima riga: Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, ci fa entrare nel vortice emotivo di rapporti famigliari in cui i congiunti si amano di un amore storto. Molesto è l’amore della madre per la figlia ma anche della figlia per la madre, o del marito per la moglie. Le molestie del vecchio sporcaccione non hanno lo stesso grado di malignità insita in questi rapporti e non fanno gli stessi danni.
    L’amore più doloroso e difficile, più ambivalente è senza dubbio quello tra figlia e madre. E’ un amore minato dalla paura dell’abbandono, dalla sfiducia, dalla ambiguità della figura materna e infine dal senso di colpa della figlia sia per la morte della madre che per la vita della madre. Il senso di colpa esplora anche il sentimento di gelosia per la madre, un sentimento maschile simile e quasi più forte della gelosia ossessiva paterna. Delia è gelosa del padre che sente rivale, dell’amante (vero, presunto o possibile) della madre, delle persone che rivolgono la parola alla madre, dei sorrisi, dei pensieri di lei. L’amante della madre è una figura irreale, ingigantita e resa onnipotente dalla fantasia della bambina. La madre di Delia è una donna a due volti. Ha più di sessant’anni, età in cui una donna non si sente nemmeno donna. Eppure Delia ne dà al lettore una doppia immagine: vecchia e giovane, la donna con il ventre cascante e le mutande slabbrate e quella dalle gambe giovani, con il reggiseno sexi con cui è stata trovata, che ride con gli uomini, il cui corpo sembra gonfiarsi di una sensualità fuori controllo.
    Delia descrive le sua ansie da abbandono: da bambina si chiude nello stanzino perché ha paura che la madre non torni, teme che incontri un uomo che gliela porti via. Da grande aspetta una sua telefonata per una giornata intera e ha paura che le succeda qualcosa nel viaggio come in effetti succede. L’amore della madre per la figlia non è sano, non è sicuro. La donna le manda messaggi contraddittori.
    Ultimo ma non meno significativo, si suicida il giorno del compleanno di Delia. Quale regalo più crudele? Però, nonostante il suicidio e le telefonate strane alla figlia che come a cinque anni è a casa in pena attaccata al telefono, pensa a farle un regalo di compleanno: una valigia con vestiti della sua taglia e con biancheria femminile di lusso.
    Il rapporto madre-figlia ricorda molto il rapporto madre-figlio di Purdy descritto nella versione di Geremia: un amore ossessivo in cui il figlio ammette di non poter amare altre donne che la madre. L’ambiguità materna si trasmette da madre a figlio come un’eredità e in un certo senso anche il regalo dei vestiti sembra andare in questa direzione. Sembra che la madre, sfuggente, debba essere incorporata da Delia dentro si sé per poterla avere con sé. Delia si allontana da se stessa per poter avvicinare lei e sentirsi Amalia.
    Questa condizione di allontanamento da sé e di perdita di identità è accentuata dal senso di colpa, dalla bassa opinione che Delia ha di se stessa. L’unico modo per avere la madre con sé è introiettarla e intrappolarla dentro di sé al posto di sé. Il romanzo segue un percorso di riscatto e in parte di recupero ma soprattutto della figura materna. Il percorso seguito dal romanzo non è “sano” per la figlia che insegue la madre per la strada della nostalgia, del rimpianto, del senso di colpa. Fondamentalmente , la morte della madre mutila e manipola il tentativo di Delia di inseguire la verità sulla madre. Delia sente la necessità di salvarla più che di salvare se stessa. A un certo punto il lettore si trova al bivio ma da lì Delia allontana anche il lettore da sé, cerca di spingere la sua simpatia verso sua madre. Il conflitto non viene dunque risolto se non con il sacrificio di Delia .

    Il percorso di difesa di Delia bambina e di comprensione per l’amore difettoso dei suoi non è portato avanti. C’è rancore di Delia per se stessa, la violenza che subisce da parte di Caserta nonno non suscita nessuna pietà in lei. Pensa di essersela meritata e cercata. Delia anche nel romanzo resta una figura smorta rispetto alla madre. Fisicamente la sua sessualità e la sua femminilità sono discutibili. Il suo corpo magro e muscoloso è descritto in alcuni momenti del racconto come maschile e in altri come femminile. Il racconto non riesce mai a smontare come invece dovrebbe (non per una riuscita letteraria ma di percorso psicologico) le radici del senso di colpa di Delia, di conseguenza il cammino di avvicinamento alla madre non passa per la consapevolezza del sé ma per la perdita dell’identità. Il sé lontano e indegno è sostituito da un ego lontano dal conoscersi, dall’accettarsi e dall’amarsi. Un ego che si sfama dello stesso amore insoddisfacente che la madre e il padre hanno vissuto nella loro vita in un perpetuarsi malato degli stessi errori. Delia ne è consapevole e interrompe la catena opponendo al meccanismo che intuisce perverso il suo rifiuto di avere figli. Non tenta però di percorrere la strada di smontare il senso di colpa legato alle pulsioni infantili incestuose. E’ curioso come il senso di colpa per pulsioni e emozioni resti prepotente e che spesso persone con simili traumi anziché smontare il meccanismo perverso del senso di colpa tendano a minare il senso morale che ha una funzione positiva e necessaria. Io credo che dipenda dalla profondità del senso di colpa e dal fatto che uno continui a guardarsi indietro con gli occhi di bambino e non di adulto condizionando però la vita da adulto. Delia non tenta di avvicinarsi ai suoi sul piano della realtà ma della fantasia e del sogno. Anche lei decide di restare avvolta dallo stesso sogno, dalla stessa nebbia da cui è forse affascinata.

    ha scritto il 

  • 1

    Deludente

    Questo libro dimostra come i bambini che hanno assistito alla violenza del padre sulla madre ne restano segnati per sempre. Ad esempio perdono la capacità di scrivere un libro decente.
    Dispiace fare d ...continua

    Questo libro dimostra come i bambini che hanno assistito alla violenza del padre sulla madre ne restano segnati per sempre. Ad esempio perdono la capacità di scrivere un libro decente.
    Dispiace fare dell'ironia su un tema così triste ed importante, ma la Ferrante non è assolutamente all'altezza del compito che si è proposta, la descrizione della storia è quasi inconsistente, i pensieri della protagonista difficilmente riescono a coinvolgere.

    ha scritto il 

  • 1

    Più che molesto direi "modesto"

    Una storia che non mi ha coinvolto granché, lasciandomi assai tiepida sul piano emotivo. Una vicenda che poteva avere qualcosa di intrigante ma che si perde scioccamente tra confusi e vaghi ricordi, c ...continua

    Una storia che non mi ha coinvolto granché, lasciandomi assai tiepida sul piano emotivo. Una vicenda che poteva avere qualcosa di intrigante ma che si perde scioccamente tra confusi e vaghi ricordi, con una agnizione finale dalle tinte assai sbiadite. Non lo consiglio

    ha scritto il 

  • 2

    La prossima volta a Ischia in traghetto e con Anatole France.

    Nelle librerie non ci entro quasi più. Ordino online l’usato a metà prezzo. Oppure ci entro quando proprio c’è un libro per il quale non posso aspettare, uno di Antonio Moresco per esempio, o uno di A ...continua

    Nelle librerie non ci entro quasi più. Ordino online l’usato a metà prezzo. Oppure ci entro quando proprio c’è un libro per il quale non posso aspettare, uno di Antonio Moresco per esempio, o uno di Aldo Busi, come mi capiterà a fine novembre.

    Ultimamente però ho smaltito un po’ di giacenze, vecchie spedizioni, sorprendendomi per quello che avevo ordinato dimenticandomene nel frattempo: Genet! Von Rezzori! Apuleio!; siccome si tratta di scrittori morti, qualcuno da circa duemila anni, ho sentito la necessità di leggere qualcosa di qualcuno anagraficamente vivo, pure se non ancora immortale secondo letteratura.

    Perciò venerdì scorso mi sono imposto: va’ in libreria e comprati un libro nuovo che segni un incremento seppure infinitesimale nei proventi di uno scrittore che di questo ancora ci deve campare. Ho bisogno di contraddirmi, di contrariarmi, e di essere onesto: “Cosa credi di risparmiare, se invece di comprare un libro nuovo a dieci euro ne compri tre a cinque euro l’uno? Eppoi devi dare più possibilità agli italiani”. Mi andrà mooolto meglio con una opera postuma di Palazzeschi, morto nel 1974, ma questo non lo sapevo, prima di comprare l’operella della Ferrante.

    Uno a cui piace leggere, cioè io, non deve provare un istintivo disagio, del velato ribrezzo, per le librerie e per chi ci entra e chi ci lavora, pure seppoi deve assistere a dialoghi umilianti, per loro, tra la commessa e la guardia giurata, con lei che ci prova con lui e non lo vuole dare a vedere, e allora gli vuole parlare di libri, e lui che ha visto tutto ma preferirebbe cavarsi gli occhi piuttosto che andare a approfondire sotto la copertina di lei cosa c’è.

    Quando vado alla Feltrinelli di Piazza Garibaldi lo so che le storie più imperdibili e micidiali sono quelle che si autorivelano dall’altro lato delle vetrine, perciò mi fa fatica entrarci, però mi dico: c’è bisogno degli scrittori che sono qui dentro per alfabetizzare le storie urlate qui fuori. Poi acchiappi la robina della Ferrante e capisci che sono pur sempre meglio le urla disarticolate rispetto ai gridolini preconfezionati.

    Stavo per prendere “Racconti utili” di Anatole France; è un paio d’anni che rimando il momento di leggere qualcosa di Anatole France, da quando in una lettera del giovane Proust ho saputo della sua ammirazione per Anatole France; l’agosto scorso a Bologna stavo per comprare a quattro euro l’edizione della Barbès de “Il giglio rosso”, poi gli preferii per cinque volte tanto un illustrato su Bacon e un romanzo di Henry Miller. Ora Bacon ce l’ho in esposizione sopra al frigorifero.

    Mi sembrava l’occasione adatta: un editore mai sentito e sicuramente minore come il Barbès quasi preso a Bologna (Imagaenaria, sarà ischitana, pubblica diverse operine che riguardano Ischia, e questo anche per dire delle vicende editoriali riservate ai fu Nobel alla letteratura), 64 paginette, 3 euro… Ho preso “L’amore molesto” della Ferrante, a dieci euro, perché mi sono detto: non posso fare lo snob, da napoletano non posso non leggere una autrice che non si sa chi sia ma che si dice sia la più brava scrittrice napoletana del momento. Eppoi Anatole France è stramorto, e si era detto niente morti.

    Delle classifiche delle migliori scrittrici napoletane non so niente, però non mi sembra affatto necessario essere napoletani, o scrittrici, per tirare fuori un imbarazzo come “L’amore molesto”. Dire della Ferrante che è la migliore secondo me è il solito modo intimidatorio e trasversale per dire a tutte le altre quanto siano addirittura peggio di lei. Se l’ultimo di De Silva fosse costato meno, avrei preso lui.

    Al solito con la Delia della Ferrante si tratta di qualcuno che a Napoli ci torna da Roma causa una persona morta, un parente, per un paio di giorni, e che ci tiene a sottolineare in continuazione che le rispondono in dialetto, la minacciano in dialetto, le dicono questa e quella cosa in dialetto stretto; in dialetto intanto non c’è una parola, quindi niente esclude che il dialetto in questione sia quello genovese o romano o quello che si parla a Ischia; non è che basta scrivere “La storia si svolge a Napoli ma Delia la fumettista c’ha i traumi per cui non vuole più parlare in napoletano” per aver chiuso i conti con la lingua; che qui non c’è, essendoci soltanto un italiano da libreria megastore.

    La Ferrante, essù!, ha colto il male oscuro di Napule: i rattusi che maneano sui mezzi pubblici. Questo ci aiuta a capire la personalità di Elena Ferrante, per la quale deve essere un colpo al pathos ogni volta che prende un autobus, specie se dal Vomero la porta verso Piazza Carità, però io che li prendo spesso e malvolentieri questo eros da palpone non l’ho percepito, ma la spiegazione potrebbe essere presto detta: in quanto uomo, nessun vecchiastro c’ha il gusto di poggiarmi il suo mozzone sessuale contro il culo, quindi mi mancano le basi per sviluppare quella sensibilità terrorizzata della Ferrante, per la quale ogni uomo è un cazzo in pena e ogni donna è una fessa depressa, probabilmente stuprata da un rattuso napoletano che ti lascia due possibilità: o te lo sposi, e allora lo stupro sarà civilmente riconosciuto, o non te lo sposi, e allora passerai per una zoccola alla quale le piacerà di essere incivilmente stuprata. Le mazzate ci stanno sempre perché si sa, i napoletani sono degli amanti focosi e celebralmente mutilati dalla gelosia più ignorante e triviale. C’è mancato pochissimo per ritrovarci tutti a Palemmo. Comunque mi sono sentito discriminato e la prossima volta che prendo un R7 mi accosto a una vecchietta e guai a lei se entro dieci minuti non mi sta strattonando i capelli per farmi inginocchiare tra le sue pantofole da casa e ficcarmi in bocca la sua frantumaglia.

    Il libro della Ferrante purtroppo l’ho letto in Metro, Linea 2; per entrare più in atmosfera avrei dovuto prendere la funicolare di Montesanto; ci lavora una mia amica, si tratta di stare sei ore in piedi a pigiare un pulsante, la cosa più emozionante che le sia capitata in dieci anni di servizio è stata baciarsi un suo cesso di collega per potersi dire di aver vissuto anche lei un dramma di coppia.

    A un inseguimento nella funicolare come l’ha descritto la Ferrante non ci può credere nessuno, se in vita sua ha visto almeno una funicolare, come non bastasse nella Napoli della Ferrante si muovono solo i suoi personaggi e tutti gli altri si fanno i fatti loro mentre gli avvengono attorno le cose più strane e cretine, mai qualcuno che chieda tre numeri! Delia la fumettista va vestita sempre peggio e inguacchiata di mestruo per via Toledo: che ne è della comprensiva e premurosa accoglienza napoletana? Con che cuore lascerebbe andare in giro in sottoveste una quarantenne sgarrupata che semina in giro mutandine e assorbenti e aloni biancastri di ascelle e di vagina (forse però questa è una spia linguistica scelta dalla Ferrante: più la vagina di Delia secreta, più si desecreta la sua psiche ingolfata)?

    Una Napoli rivisitata secondo i più turpi stereotipi di una metropoli settentrionale, toh che cambio di prospettiva. Forse nella metropolitana di Roma e di Milano, o di Londra o di New York, può capitare il pienone che non ti fa né muovere né scendere alla tua fermata, ma nella Funicolare di Montesanto non s’è mai visto, e comunque non s’è mai visto un napoletano, una napoletana meno che meno, che quando è il suo turno di scendere la fa buona a quelli che per l’ansia di entrare lo respingono all’interno della carrozza. Più probabile che faccia arrevotare una funicolare.

    Per discutere il triste pressapochismo della Ferrante basterebbe soffermarsi su quel personaggino incongruo e inconseguente fin dal cognome – ma con la faccia gonfia da camorrista, oh – di Antonio Polledro: ‘sto similculturista che lavora ai camerini di un negozio di intimissimi, un po’ proprietario un po’ prestanome, che non riconosce la figlia di Amalia e poi la riconosce, che insegue il suo vecchio che ci sta con la testa e che non ci sta ma il suo vecchio è un velocissimo ottantenne(per convincersi di star scrivendo di una Napoli originale la Ferrante le toglie il sole e le mette la pioggia, e voilà: la Napoli che non ti aspetti!, piove, ci starebbe così bene adesso una Torre degli Asinelli… Però dopo poche pagine fa un caldo afoso che si muore) e gliela fa, il Polledro allora si mena con lo zio della figlia di Amalia, uno a cui manca un braccio, e non è che la spunta facile, in effetti potrebbe averle anche buscate, e se queste sono le caratteristiche come avrebbe potuto resistere Delia all’impulso di salire in un taxi con lui per essere portata in albergo conciata da puttana malandata? Polledro la manda in camera, la raggiunge lasciandola senza pranzo perché lei si è attardata a accorgersi un’altra volta che è magra e muscolosa e con il rimmel sciolto, lui si ingrifa e le si butta addosso, lei suda da far schifo causa il trauma che deve sostenere la trama e resta immobile come una morta; e le mestruazioni? Allora Polledro si stufa e si stende pancia all’aria, gli è passata pure la voglia di pigliarla a pugni tra uno stato schizofrenico e l’altro, e niente, alla figlia di Amalia non sarebbe piaciuto concludere così l’episodio già abbastanza demenziale, la fumettista che è in lei deve prima fermarsi cinque minuti a fargli un lavoretto di mano; lui si sta, ah i ricordi di infanzia, tanto poi di Polledro non se ne saprà più niente.

    Ormai è una regola affermata: chi per iniziare un romanzo deve far morire qualcuno ha pochissime idee su come scrivere un romanzo e finisce con lo scriverne uno che è già stato scritto centinaia di volte, giusto con qualche ritocco spaziotemporale. Nel romanzo della Ferrante muore mamma Amalia, alla figlia Delia man mano le saltano le rimozioni mentali, il tutto in una scrittura che vorrebbe essere allucinata e ellittica e che è una sfilza di retorichette ormai acquisite, ambientate tra vecchie case e pasticcerie abbandonate in cui si entra tramite le serrande parzialmente divelte.

    Morale? Ora ho una mia teoria su Elena Ferrante: è di Minturno, ha un passato da tramviera, coi suoi libri vuole rifarsi di una vita sciapita, vendicandosi concettualmente di una madre che tutti i giorni le metteva nel thermos verdure lesse e scondite nella speranza di regolarizzarle un flusso mestruale abbondante e incontrollabile: durante qui giorni lì la Ferrante riduceva la cabina di pilotaggo come nemmeno la scena del delitto più efferrato dalle parti della Pignasecca... Vuoi vedere che la Ferrante io la conosco e è la mia amica tramviera? Tolta la residenza a Minturno, tutto coincide.

    ha scritto il 

  • 3

    L'ho letto un po' distrattamente, lo ammetto: non mi ha coinvolto tanto quanto "L'amica geniale", ma resta comunque il buon esordio di Elena Ferrante e del suo modo di raccontare Napoli.

    ha scritto il 

  • 3

    la Ferrante è una scrittrice di altissimo livello, fra qualche anno credo faranno delle unità didattiche sulle sue opere, magari le fanno già...una storia forte, ossessiva, che non dà tregua, alla ric ...continua

    la Ferrante è una scrittrice di altissimo livello, fra qualche anno credo faranno delle unità didattiche sulle sue opere, magari le fanno già...una storia forte, ossessiva, che non dà tregua, alla ricerca del passato, nel tentativo disperato di ricostruirlo, spiegarlo, rivederlo...eppure il passato alla fine si può solo immaginare, Delia troverà qualche barlume e cercherà di ricostruire la propria storia e le proprie origini...

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Il corpo delle madri.

    Amalia. Una donna molestata dal troppo amore, un amore eccessivo, irrispettoso. Il corpo maltrattato, trasfigurato, violato, riprodotto in mille quadri irriverenti, volgari. Amalia, vittima del troppo ...continua

    Amalia. Una donna molestata dal troppo amore, un amore eccessivo, irrispettoso. Il corpo maltrattato, trasfigurato, violato, riprodotto in mille quadri irriverenti, volgari. Amalia, vittima del troppo amore anche di una figlia che immagina, si confonde, si trasfigura per le suggestioni di un padre che fa della violenza l'unica forma di comunicazione. Sullo sfondo una Napoli volgare, eccessiva, prevaricante, soffocante. Alla fine del romanzo l'unica persona di cui nulla sappiamo è proprio lei, Amalia, che non esiste se non come moglie maltrattata, sogno irrealizzato, madre. Che si ribella nell'unico modo possibile, suicidandosi.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho già letto qualche tempo fa L'amica geniale, quindi devo ammettere che da questo primo lavoro della Ferrante mi aspettavo di più, avendo letto recensioni entusiastiche del tipo: "la Ferrante governa ...continua

    Ho già letto qualche tempo fa L'amica geniale, quindi devo ammettere che da questo primo lavoro della Ferrante mi aspettavo di più, avendo letto recensioni entusiastiche del tipo: "la Ferrante governa con sapienza un intreccio che di pagina in pagina, con un linguaggio sempre più intenso, cattura il lettore dosando fascinazione e orrore".
    Non sono d'accordo, anzi se avessi letto prima questo, probabilmente non sarei stata interessata a leggerne altri. In questo libro non ci sono personaggi particolari, la protagonista si aggira per Napoli senza una ragione, come un'invasata, e il suo rapporto di amore/odio con la madre sembra rubato alla Mazzantini. Non lo so, ma quello di cui sono certa è che manca del tutto l'atmosfera genuina della Napoli descritta nell'Amica geniale.

    Ho da poco creato una pagina su Facebook in cui condivido queste recensioni, le mie citazioni preferite e altro.. Invito chiunque a passare per scambiare opinioni e consigli :)
    www.facebook.com/quandounlibroticambialavita

    ha scritto il 

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