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L'animale d'allevamento

Racconti d'autore, 37

Di

Editore: Il Sole 24 Ore (I libri della domenica)

3.8
(79)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 72 | Formato: Paperback

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Nicoletta Spadavecchia

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
In un villaggio del Giappone affamato dal secondo conflitto mondiale, un aereo si schianta al suolo e un soldato americano di colore è fatto prigioniero. Confinato un un sotterraneo, le caviglie legate con la catena di una trappola per cinghiali, l'uomo diventa l'idolo dei bambini, il loro animale domestico, un nuovo compagno di giochi. Quando le leggi della guerra infrangono l'idillio e l'innocenza è spazzata via dalla violenza della morte, il piccolo protagonista - io narrante di questo sapiente racconto - si affida all'emancipazione dell'età adulta.
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  • 4

    “La guerra è una cosa orribile quando arriva al punto di spappolare le dita di un bambino!”

    Un’estate rovente. Il difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta. La consapevolezza che il mondo fino a quel momento visto con gli occhi spensierati e pieni di gioia di un bambino è in realtà un luogo pieno di violenza, di rabbia, di odio. Tutto questo racchiuso in poco più di settanta pagi ...continua

    Un’estate rovente. Il difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta. La consapevolezza che il mondo fino a quel momento visto con gli occhi spensierati e pieni di gioia di un bambino è in realtà un luogo pieno di violenza, di rabbia, di odio. Tutto questo racchiuso in poco più di settanta pagine, le settanta pagine più intense che abbia mai letto.
    Seconda guerra mondiale. In un piccolo villaggio giapponese precipita un aereo americano. Al tragico schianto sopravvive un unico superstite, un ragazzo di colore che viene catturato dagli abitanti del villaggio.
    Dopo un’iniziale paura da parte degli abitanti, il soldato diventa una parte integrante della comunità, amato soprattutto dai bambini, che vedono in lui un nuovo compagno di giochi, una sorta di giocattolo da spupazzare a piacere, una sorta di, come dice il titolo stesso, “animale d’allevamento”.
    Quel giocattolo però, a causa soprattutto della brutalità a cui viene sottoposto dagli adulti, muta e si trasforma in rabbia, in violenza, in brutalità e a farne le spese sarà, oltre lui stesso, il protagonista e narratore della vicenda, un bambino che vedrà, in una sola estate, portata via la sua innocenza per sempre.
    Un crudo spaccato della realtà giapponese durante il secondo conflitto mondiale, spaccato descritto da Kenzaburo Oe con uno stile asciutto, elegante, molto descrittivo nelle abitudini e nelle ambientazioni.
    Attraverso gli occhi innocenti di un bambino vengono descritte la brutalità, la violenza, l’odio e la rabbia che solo l’essere umano sa perpetrare.
    Uno splendido e struggente racconto, nato dalla penna di uno dei più grandi autori giapponesi del nostro secolo, un racconto che è pura poesia, pura dolcezza, ma anche tanta rabbia, tanto dolore e tanta violenza…arrivati alla fine c’è solo tanta tristezza e la consapevolezza di quanto sia fragile la barriera che separa la vita dalla morte, la pace dalla guerra, l’amicizia dall’inimicizia, l’infanzia dall’età adulta.
    Un racconto bellissimo, ma anche tanto, tanto triste.

    ha scritto il 

  • 4

    una breve lettura, conturbante a volte quasi sensuale.
    le descrizioni della fisicità dei personaggi ti fanno sentire di toccarli, di averli vicino a te.
    da leggere.

    ha scritto il 

  • 3

    Alzai gli occhi pieni di lacime al cielo scuro ancora segnato da un sottile bagliore, poi scesi il pendio per cercare mio fratello.

    La vita di un povero villaggio del Giappone viene sconvolta dalla caduta di un aereo americano in fiamme e dal ritrovamento di un soldato negro, che sarà tenuto in custodia finché dalla città non arriverà una decisione. E per i bambini il prigioniero diventa il gioco prediletto. Fino a quando non ...continua

    La vita di un povero villaggio del Giappone viene sconvolta dalla caduta di un aereo americano in fiamme e dal ritrovamento di un soldato negro, che sarà tenuto in custodia finché dalla città non arriverà una decisione. E per i bambini il prigioniero diventa il gioco prediletto. Fino a quando non tenterà di fuggire.

    ha scritto il 

  • 0

    Nel Giappone del secondo conflitto mondiale, un piccolo villaggio rimasto isolato dopo le inondazioni del periodo delle piogge si trascina in una vita placida e ripetitiva. Gli adulti si concentrano sulla produzione e sulla ricerca del cibo, la scuola è stata chiusa e i bambini, abbandonati a lor ...continua

    Nel Giappone del secondo conflitto mondiale, un piccolo villaggio rimasto isolato dopo le inondazioni del periodo delle piogge si trascina in una vita placida e ripetitiva. Gli adulti si concentrano sulla produzione e sulla ricerca del cibo, la scuola è stata chiusa e i bambini, abbandonati a loro stessi, sono liberi di scorrazzare nelle strade polverose e torride o nel bosco o alla fonte del pozzo comune, dove scoprono una sessualità naturale ma al contempo morbosa e dove fanno valere la legge del più forte e del più furbo. Per gli abitanti del villaggio la guerra è solo un fantasma. Il fantasma della fame e della povertà, e non degli scontri, dei bombardamenti, della morte.

    “Fuori di quella dura epidermide, vicino al mare che dal tetto si vedeva brillare lontano e sottile all’orizzonte, nella città oltre le creste sfalsate dei monti, la guerra solenne e ostinata, come una leggenda che ha sfidato il tempo, vomitava aria stagnante. Ma la guerra per noi non era altro che l’assenza dei giovani dal villaggio e il postino che di tanto in tanto portava la notizia di un altro caduto sul campo.”

    Ma il fantasma della guerra diviene improvvisamente una realtà concreta quando un aereo americano si abbatte nel bosco vicino al villaggio. Gli adulti accorrono sul posto e tornano dalla comunità raccoltasi in strada con l’unico sopravvissuto allo schianto: un nero grosso, goffo, dagli occhi sempre annacquati, che il giovane io narrante e i suoi compaesani non riescono proprio a vedere come un “nemico”. Il prigioniero viene così rinchiuso in un magazzino sotterraneo, con le caviglie incatenate con una trappola per cinghiali e una sorveglianza continua. La sola presenza dell’uomo è fonte di profonda paura eppure, al contempo, anche di eccitazione e di indefinita aspettativa, soprattutto per i bambini...

    Continua qui:
    http://www.diariodipensieripersi.com/2012/05/recensione-shiiku-di-kenazaburo-oe.html

    ha scritto il 

  • 4

    “SHIIKU”


    Nel Giappone del secondo conflitto mondiale, un piccolo villaggio rimasto isolato dopo le inondazioni del periodo delle piogge si trascina in una vita placida e ripetitiva. Gli adulti si concentrano sulla produzione e sulla ricerca del cibo, la scuola è ...continua

    “SHIIKU”

    Nel Giappone del secondo conflitto mondiale, un piccolo villaggio rimasto isolato dopo le inondazioni del periodo delle piogge si trascina in una vita placida e ripetitiva. Gli adulti si concentrano sulla produzione e sulla ricerca del cibo, la scuola è stata chiusa, e i bambini, abbandonati a loro stessi, sono liberi di scorrazzare nelle strade polverose e torride o nel bosco o alla fonte del pozzo comune, dove scoprono una sessualità naturale ma al contempo morbosa e dove fanno valere la legge del più forte e del più furbo. Per gli abitanti del villaggio la guerra è solo un fantasma. Il fantasma della fame e della povertà, e non degli scontri, dei bombardamenti, della morte.

    “Fuori di quella dura epidermide, vicino al mare che dal tetto si vedeva brillare lontano e sottile all’orizzonte, nella città oltre le creste sfalsate dei monti, la guerra solenne e ostinata, come una leggenda che ha sfidato il tempo, vomitava aria stagnante. Ma la guerra per noi non era altro che l’assenza dei giovani dal villaggio e il postino che di tanto in tanto portava la notizia di un altro caduto sul campo.”

    Ma il fantasma della guerra diviene improvvisamente una realtà concreta quando un aereo americano si abbatte nel bosco vicino al villaggio. Gli adulti accorrono sul posto e tornano dalla comunità raccoltasi in strada con l’unico sopravvissuto allo schianto, un nero grosso, goffo, dagli occhi sempre annacquati, che il giovane io narrante e i suoi compaesani non riescono proprio a vedere come un “nemico”. Il prigioniero viene così rinchiuso in un magazzino sotterraneo, con le caviglie incatenate con una trappola per cinghiali e una sorveglianza continua. La sola presenza dell’uomo è fonte di profonda paura eppure, al contempo, anche di eccitazione e di indefinita aspettativa, soprattutto per i bambini. Il villaggio, incapace di prendere la risoluzione di eliminarlo e in attesa che dalla città arrivino direttive su come agire, decide di addomesticarlo, allevarlo (da qui il titolo originale shiiku 飼育, letteralmente “allevamento”).

    “Che ne farete di lui?”, chiesi deciso.
    “Finché non sapremo che cosa ne pensano in città, lo alleveremo.”
    “Allevare?”, chiesi stupito. “Allevare come un animale?”
    “Sembra davvero un animale”, disse mio padre seriamente. “Puzza come un bue!”
    […] Allevare il soldato negro! Io mi cinsi il corpo con le braccia. Avrei voluto denudarmi e urlare.
    Allevare il soldato negro come una bestia…

    Presto, all’atterrita cautela iniziale si sostituisce una strana fiducia nell’animale che appare così mansueto, che non cerca mai di fuggire e che mostra un’inaspettata propensione per lavorare e aggiustare i congegni di ferro. Il prigioniero diventa davvero una sorta di animaletto domestico degli annoiati bambini del villaggio, da accudire, privo della parola, incomprensibile, capace di comunicare solo con grandi sorrisi, spesso ingiustificabili, rozzo. Per lui provano quella divertita condiscendenza che si usa per le bestiole: ridono di gusto, ma con tenerezza e a volte ammirazione, del terribile odore che emana, della sua voceprofonda e vigorosaquando canta, persino del suo sessomagnifico, eroico, incredibilmente bello” cui offrono una caprone per vederlo in azione.

    Ridemmo fino a che le gambe non ci ressero più e cademmo a terra esausti, come se la tristezza si fosse insinuata nelle nostre morbide teste. Per noi il soldato negro era come un raro e splendido animale domestico, un animale di talento. Come posso esprimere il bene che gli volevamo, il sole che brillava sulla nostra pelle bagnata e pesante in quel lontano pomeriggio d’estate, l’ombra spessa sull’acciottolato, l’odore dei bambini e del soldato negro, le grida di gioia, il senso di appagamento, il ritmo di tutto questo?

    La dura realtà della guerra e, ancor più dolorosamente, quella dell’età adulta, squarciano la vita del giovane protagonista quando corre ad avvisare il prigioniero dell’arrivo dalla città dell’incaricato al suo prelievo. Il docile e amichevole animale, invece di ringraziare, invece di accettare con rassegnata mansuetudine il destino, invece di tentare una fuga, se pur disperata, prende in ostaggio il bambino.

    Con un agile balzo da animale, il soldato negro mi fu accanto e mi strinse con forza a sé, facendosi scudo col mio corpo; allora, divincolandomi dalle sue braccia e gridando di dolore, capii tutta la crudele verità. Ero suo prigioniero e suo ostaggio. Il soldato negro era diventato un “nemico”, mentre i miei alleati strepitavano al di là della botola. Rabbia, umiliazione e il dolore irritante del tradimento mi percorsero tutto il corpo, come fiamme brucianti. Ma, più di ogni altra cosa, mi montò dentro e mi travolse una gran paura, che mi chiuse la gola e mi indusse al pianto. Infiammato di rabbia, piansi tra le rudi braccia del soldato negro. Il soldato neo mi aveva fatto prigioniero…

    Il soldato nero non ha alcuna possibilità di uscire vivo dal sotterraneo in cui si è rinchiuso col suo prigioniero – che era stato il suo primo carceriere e il suo primo liberatore –, e nemmeno l’ostaggio ha la minima speranza di uscire indenne dalle conseguenze di quel gesto avventato, di quel capovolgimento di ruoli e di affetti: dalla paura, dalla rabbia, dal senso di tradimento da parte di quell’essere che aveva creduto non-nemico e dal senso di abbandono da parte degli adulti e del padre. Gli abitanti del villaggio, infatti, infervorati dal cambiamento di atteggiamento del prigioniero, come traditi da esso, e inferociti per il suo gesto che ha ineluttabilmente portato la realtà della guerra in mezzo a loro, irrompono nel sotterraneo più per distruggere il nemico che per salvare il loro giovane. È il padre del protagonista che, brandendo un’ascia e non indugiando ad alzarla contro la mano del suo stesso figlio per raggiungere la testa del soldato nemico, pone fine alla vita di questi. Il protagonista perde così la mano, la fiducia negli altri e l’incanto dell’infanzia.

    Inspirai profondamente e rimasi in silenzio. La guerra, quel lungo, sanguinoso combattimento su vasta scala, doveva continuare. La guerra che – come un’alluvione che travolge greggi di capre e prati rasati in un paese lontano – nessuno si sarebbe mai aspettato arrivasse fin nel nostro villaggio. E invece era venuta a spappolare le mie dita e la mia mano, mentre mio padre brandendo un’ascia si ubriacava del sangue di guerra. E improvvisamente il villaggio veniva avvolto da quella guerra e nel tumulto io non riuscivo nemmeno a respirare.

    Il linguaggio di Ōe è schietto, crudo, minimale, si concentra su pensieri ripetitivi, piccole ossessioni, momenti di rivelazioni improvvise. E in poche taglienti e spoglie pagine, riesce ad essere una nuda denuncia dell’orrore della guerra e dell’odio.

    Recensione anche qui:
    http://www.diariodipensieripersi.com/2012/05/recensione-shiiku-di-kenazaburo-oe.html

    ha scritto il 

  • 4

    L'animale di allevamento

    Un bel racconto di un autore a me sconosciuto. Una storia veritiera e amara che ci presenta gli orrori della guerra visti dal punto di vista da chi l'ha forse vissuta marginalmente. Buona la descrizione complessiva.

    ha scritto il 

  • 3

    Non è il mio genere.
    Tradurre dal giapponese, riuscendo a ricostruire uno stile, un clima, un "linguaggio" non deve essere facile. Anche altri miei precedenti tentativi di apprezzare Kenzaburo Oe non erano andati a buon fine...

    ha scritto il 

  • 4

    Breve ma intenso

    La trama del libro è molto semplice: nei pressi di un villaggio giapponese, nel quale il cibo scarseggia per via dei bombardamenti che hanno tagliato le principali vie di comunicazione con la città, precipita un aereo americano.
    Viene riportato al villaggio l'unico superstite, un enorme ner ...continua

    La trama del libro è molto semplice: nei pressi di un villaggio giapponese, nel quale il cibo scarseggia per via dei bombardamenti che hanno tagliato le principali vie di comunicazione con la città, precipita un aereo americano.
    Viene riportato al villaggio l'unico superstite, un enorme nero, che se inizialmente suscita paura nei bambini quanto negli adulti, presto diventa parte integrante del villaggio. I bambini soprattutto si affezionano a lui e ne fanno il loro animale da compagnia.

    Se la trama può essere banale, la narrazione non lo è affatto. Tutto ci viene raccontato dal protagonista, un bambino nella delicata fase di transizione tra infanzia e prima adolescenza.
    Lo stile è pacato, descrittivo. L'autore si sofferma su molti particolari, creando un quadro ricco e vivo dell'ambiente, tutte caratteristiche tipiche degli scrittori orientali. C'è l'amore per il dettaglio, per il gesto, per la frase sottointesa.
    I personaggi sono persone vere: anche qui, in poche righe, prendono forma, colore, odore.
    In poche pagine, ci vengono mostrati tantissimi dettagli della società e della situazione dell'epoca: villaggi poveri dove il cibo scarseggia, città ostili, rapporti umani comunque saldi, per quanto rozzi e quasi "primitivi". E' la realtà del "piccolo villaggio", nel quale i bambini crescono quasi allo stato brado, andando a caccia di cani selvatici e facendo il bagno nel fiume, tutti insieme, maschi e femmine.
    Per i bambini, la guerra è un concetto lontano e astratto: c'è meno cibo, si, ma la vita continua come sempre.
    Ci vengono descritti, attraverso gli occhi del protagonista, la differenza tra la realtà rurale e quella cittadina, l'aperto disprezzo che la gente di città mostra verso gli abitanti del villaggio, la crudeltà istintiva e innocente tipica dei bambini e, anche, i primi giochi vagamente erotici che ne risvegliano la sessualità ancora sopita (un rituale istintivo ma lungi dall'essere compreso appieno).
    Gli adulti sono esseri strani, con rituali conosciuti e accettati anche se non del tutto compresi: fanno parte della vita dei bambini, che li accettano così come sono, attirati da essi e dal loro mondo pieno di cose proibite.
    La violenza esiste, fa parte di tutti i giorni: dai bambini che si picchiano per ottenere il rispetto del gruppo, agli animali selvatici a uccidere e scuoiare, ma non è del tipo che fa paura.
    Ma l'arrivo del prigioniero nero è per il protagonista l'inizio di una rapida e forzata marcia verso la maturità.
    Se infatti l'andamento generale del libro è lento e quasi "sonnacchioso", nelle ultime pagine subisce un'accelerazione repentina, sfociando in un'inaspettata violenza.

    L'ho trovato un libretto degno di nota, pregevole spaccato della realtà giapponese dell'epoca, tanto caldo nella descrizione di ambienti e abitudini, quanto freddo nell'esporre situazioni che, viste dal lettore che è privo dell'innocenza e dell'ingenuità del bambino, risultano spietate.

    E' possibile, in una sola estate, passare dall'innocenza dell'infanzia ad una completa e consapevole accettazione della vera violenza e della morte, giustificate o meno, come parte integrante della vita?

    ha scritto il