L'apprendistato di Duddy Kravitz

Di

Editore: Adelphi

3.8
(660)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 350 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco

Isbn-10: 884592100X | Isbn-13: 9788845921001 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Massimo Birattari

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
All'inizio di questo romanzo Duddy Kravitz ha 15 anni, ma si rade due volte al giorno nella speranza di farsi crescere il più in fretta possibile la barba. La sua vita non è facile, nel ghetto ebraico di Montreal, e la profezia del nonno ("un uomo senza terra non è nulla") incombe sul suo futuro come una condanna. O un invito a non arretrare di fronte a nulla pur di raggiungere lo scopo. Ed è in questo senso che Duddy la interpreta, costruendosi passo dopo passo una carriera di cialtrone, bugiardo, baro, libertino - in altre parole di sognatore professionista, visto che il suo ultimo approdo, che gli garantirà denaro e gloria, sarà il cinema.
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  • 4

    Un uomo senza terra non è nessuno

    St. Urbain Street, zona ebraica di Montreal, 1947. Figlio del tassista Max e orfano di madre, Duddy Kravitz è un teppistello quindicenne dal prorompente carisma, particolarmente insofferente a quelle ...continua

    St. Urbain Street, zona ebraica di Montreal, 1947. Figlio del tassista Max e orfano di madre, Duddy Kravitz è un teppistello quindicenne dal prorompente carisma, particolarmente insofferente a quelle che, spesso a sproposito, ritiene offese indiscriminate a una religione in cui neppure crede. Truffaldino, contaballe, trafficone, capobanda per elezione, non è simpatico e nemmeno ci prova, ma di certo gli altri non si prodigano per rendergli la vita più facile. A scuola è rispettato e persino temuto, ma dopo il diploma alla Fletcher’s Field High School – istituto alquanto democratico, con tanti ragazzi ebrei e pochissimi “gentili” – è tutto un altro paio di maniche. In famiglia soffre l’avversione del ricco e impotente zio Benji, che non ha mai fatto mistero di preferirgli il ben più promettente e inquadrato fratello maggiore, Lennie, studente in medicina alla McGill proprio grazie agli emolumenti del congiunto.

    Il sostegno dell’umile genitore non è mai mancato ma è all’autorevole quanto losco conoscente di quest’ultimo, il famigerato Jerry Dingleman o Boy Wonder, che il ragazzo si ispira come modello di affermazione e riscatto sociale, in risposta ai numerosi torti patiti soprattutto dai rampolli dei ceti abbienti: un mondo spietato e meschino cui Duddy contrappone la forza propulsiva di quelle “idee che gli ticchettano in testa come bombe a orologeria”, oltre a una fame di successo che pare insaziabile. La gavetta di cameriere negli alberghi dell’alta borghesia nella prestigiosa Sainte-Agathe gli sta evidentemente stretta ma, proprio come lo spregiudicato e ambizioso Sammy Glick del romanzo di Budd Schulberg, anche nei momenti disagevoli il Nostro non si preclude più elevati traguardi e non ha timore di azzardare nell’inseguimento al sogno della vita: comprare i terreni attorno a uno splendido lago là sui Monti Laurenziani, per farne una lucrosa attrattiva turistica e regalare una fattoria all’adorato zeyde Simcha, quel nonno che ha sempre mostrato di credere in lui e nel suo spirito d’iniziativa.

    Almeno in principio ogni dettaglio parrebbe giocargli contro, il tempo soprattutto, ma l’iniziale umiltà, l’intraprendenza, la sfacciataggine, l’abnegazione e i preziosi aiuti della fidanzata Yvette Durelle e del boss del quartiere sembrano rovesciare le sorti. Più che altro, è impressionante l’abilità che dimostra nel riuscire a trarre immancabile vantaggio dalle situazioni in apparenza più sfavorevoli. Così dai piccoli commerci non proprio legali grazie ai quali vivacchia, Duddy si reinventa in modo mirabile distributore di pellicole nelle più esclusive località sciistiche della zona, intermediario e confidente del magnate Hugh Thomas Calder e produttore di filmini artistici di bar mitzvah o matrimoni per committenti facoltosi, ed è molto più che un colpo di genio l’ingaggio dello stravagante (ma malfidato) regista Peter J. Friar, in fuga dal clima di caccia alle streghe che il senatore McCarthy ha imposto a Hollywood.

    Ma se l’ascesa è repentina, il tracollo non potrà essere da meno. A innescarlo, uno sfortunato evento, classica goccia che fa traboccare il vaso (da notte, stracolmo di materiale fecale): il gravissimo incidente in cui resta coinvolto a causa sua l’amico tuttofare Virgil, candido ragazzo epilettico cui Duddy aveva offerto un lavoro per compiacere la fidanzata e la cui paralisi spingerà proprio l’esasperata fanciulla a gettare la spugna e abbandonarlo. Il cedimento dei nervi dell’incontenibile Kravitz lo condurrà un gradino dopo l’altro alla rovina, soprattutto per via di un orgoglio e un autolesionismo da campionato del mondo, salvo offrirgli proprio sul filo di lana l’occasione per l’insperato exploit anche se a caro, carissimo prezzo.

    “L’Apprendistato di Duddy Kravitz” è un po’ l’altra faccia del “Commesso” di Malamud, opera pubblicata peraltro appena un paio di anni prima. Se là regnava un’immobilità di prospettive disarmante, qui a tenere banco è un dinamismo anguillesco che rasenta spesso e volentieri l’inverosimiglianza, tanto nel rampantismo funambolico del protagonista quanto negli analoghi volteggi rivelati sul piano caratteriale. Una vitalità che, in modo abbastanza insolito se pensiamo al Richler ben più noto dei tardi capolavori, non si manifesta tuttavia a livello di intreccio. Fatte salve due ellissi che omettono il periodo del diploma e l’avvio della carriera imprenditoriale di Duddy, il tempo scorre in avanti senza strappi, laddove ne “La Versione di Barney” o ancor più in “Joshua Allora e Oggi” la sua traiettoria somiglia a quella di una trottola impazzita. Allo stesso modo la macchina da presa è riservata per intero all’unico mattatore in scena, se si esclude qualche occasionale primo piano regalato agli adulti di casa Kravitz e al Boy Wonder, nulla comunque che possa essere equiparato alle gustose digressioni che animano sovente i due romanzi sopra citati. Tutto improbabile, quindi, quando si parla del protagonista incontrastato, eppure tutto piuttosto riuscito e avvincente.

    Se in partenza si viene quasi respinti dalla goliardica strafottenza del Duddy adolescente e si e poi spinti a parteggiare in aperta simpatia per le sue ardite imprese di impresario-briccone (premiate sempre meno a sorpresa dal successo), anche per i continui sforzi profusi per tenere assieme i cocci di una famiglia disastrata, il vero volto di questo antieroe richleriano emerge solo quando, in preda al suo delirio di onnipotenza, tutti i suoi difetti affiorano finalmente in superficie assieme alla condanna dell’ossessione per la terra: egoismo, misoginia conclamata, una disinvoltura ai limiti dell’amoralità e quell’ignoranza crassa da arricchito, a stento celata grazie a qualche frequentazione di comodo, al desiderio di reinventarsi anche talent-scout (per l’ingenuo comico Cuckoo Kaplan) o mecenate (per lo scrittore Hersh), agli atteggiamenti eruditi da barzelletta e alla citazione – sfoderata con puntualità imbarazzante, giusto per darsi un tono – del romanzo “Il Piccolo Campo” di Erskine Caldwell (molto più che un riferimento tra i tanti per il Richler di “The Apprenticeship…”), peraltro mai letto dal Nostro. Un personaggio che si impone agevolmente all’attenzione del lettore in un testo, ancora una volta, piacevolissimo da leggere. Ma anche un protagonista che non sa essere titanico come un Barney Panofsky o un Joshua Shapiro, forse per via di quella connotazione così esplicitamente caricaturale che è valsa al romanzo un’enormità di critiche, feroci quanto ingenerose.

    Ver gerharget, chioserebbe lui lapidario, mandando tutti a farsi benedire.

    (7.7/10)

    ha scritto il 

  • 4

    Richler, oramai l'abbiamo capito, scrive sempre lo stesso libro. E per fortuna, aggiungerei io.

    Non ho idea di cosa renda tanto riconoscibile la sua voce, ma ogni volta che mi trovo a leggere un suo n ...continua

    Richler, oramai l'abbiamo capito, scrive sempre lo stesso libro. E per fortuna, aggiungerei io.

    Non ho idea di cosa renda tanto riconoscibile la sua voce, ma ogni volta che mi trovo a leggere un suo nuovo libro fin dalla prima pagina mi fermo e mi dico: "ecco, questo è proprio il mio amico Mordecai". Deve essere la sua spietata ironia, unita al rendere protagonisti dei suoi libri personaggi fra i più scorretti della letteratura contemporanea. Scorretti, ma sempre capaci di far breccia nei cuori dei lettori.

    Un po' come Barney Panofsky, leggendario protagonista de "La versione di Barney", il giovanissimo Duddy Kravitz è la persona più scorretta, infida, imbrogliona che il quartiere ebraico di Montreal possa aver conosciuto. Spinto dalla smania di diventare ricco e possedere, così come il saggio nonno gli ha sempre suggerito, quel po' di terra che "dovrebbe renderlo qualcuno", appena finite le scuole Duddy si lancia nella ricerca del guadagno facile. Da rappresentante di saponette a venditore di flipper di contrabbando, da taxista nelle ore libere a impresario nel mondo del cinema, è tutto un pestare di piedi a nemici quanto ad amici, a familiari quanto a spietati concorrenti nella malavita locale, pur di raggiungere un veloce e impossibile successo. Duddy Kravitz non si fa scrupoli: imbroglia, ruba, promette già sapendo di non poter mantenere la parola, si autoassolve da ogni colpa e persevera nei suoi imbrogli, e tutto questo ad un'età in cui non è ancora maggiorenne. Proprio come Panofsky, Duddy è un personaggio che nella realtà disgusterebbe chiunque, ma che sulla carta diventa uno di quegli eroi negativi per cui ci si trova a fare il tifo: da lettori non possiamo fare altro che sperare nella riuscita delle sue malefatte e di vederlo raggiungere finalmente un obiettivo che, per quanto egoista, pare giustamente guadagnato.

    Richler, come in tutti i suoi libri, è ironico e autoironico: il suo essere ebreo non gli impedisce di prendere in giro chi fin dall'infanzia l'ha circondato, irridendo i comportamenti del popolo eletto e inserendo nei suoi racconti tipiche espressioni yiddish, spesso anche al limite del turpiloquio. "L'apprendistato di Duddy Kravitz" scorre facilmente così come gli altri romanzi di Richler, lasciandoci un protagonista sopra le righe che, nel suo essere scorretto oltre ogni limite, commuove in certi suoi comportamenti e in certe sue ingenuità, rendendolo per questo tanto umano. Non è dunque difficile intravedere nel giovane Duddy Kravitz il personaggio che, più di quarant'anni dopo, conosceremo con il nome di Barney Panofksy...

    ha scritto il 

  • 5

    Duddy Portnoy, Holden Kravitz

    Praticamente a metà dell'intervallo temporale che separa due capisaldi del bildungsroman nordamericano, Il giovane Holden (1951) e Lamento di Portnoy (1969), L'apprendistato di Duddy Kravitz è un ecce ...continua

    Praticamente a metà dell'intervallo temporale che separa due capisaldi del bildungsroman nordamericano, Il giovane Holden (1951) e Lamento di Portnoy (1969), L'apprendistato di Duddy Kravitz è un eccellente "traghettatore" dal primo verso il secondo. Il lettore italiano scopre tutto questo nel secolo successivo, e soltanto grazie al successo di un romanzo della fase più tarda dell'autore. Più difficile per noi, dunque, contestualizzare Duddy Kravitz; ma eccezionalmente gratificante leggerlo.

    ha scritto il 

  • 3

    Richler / Dickens

    Che accadra`? Il lettore smaliziato suppone che, alla fine, il Boy Wonder si cibera` del fallimento personale di Duddy, al quale manca sempre un centesimo per fare una lira, come si diceva ai bei temp ...continua

    Che accadra`? Il lettore smaliziato suppone che, alla fine, il Boy Wonder si cibera` del fallimento personale di Duddy, al quale manca sempre un centesimo per fare una lira, come si diceva ai bei tempi, e gli comprera` la terra per quattro soldi.
    Pero` e` tosto il ragazzo, non si risparmia: brucia amori, amicizie e infine anche l'ammirazione per il nonno, lo zeyde, che vive nello stanzino di un'esistenza nella quale il sogno e` bello perche` incorporeo e irrealizzabile.
    Duddy insulta il Boy Wonder ma ne percepisce, intera e amara, la lezione: dovrai correre da solo e contro tutti, perche` sei solo al mondo.
    E` questa la morale del libro? Forse si, ed e` un peccato perche` Richler ci aveva abituati a ben altro. La cronologia della scalata sociale di Kravitz non e`, in fondo, cosi` interessante, e tutto si risolve nelle ultime dieci pagine.
    E ancora: poche invenzioni narrative, pochi guizzi linguistici: sembra una` corvee` d'autore.
    Peccato, ripeto.

    ha scritto il 

  • 4

    Richler: un fuoriclasse

    Non ringrazierò mai abbastanza la mia ex collega SIlvia B. per avermi fatto conoscere Mordechai Richler, un autore davvero notevolissimo, un vero e proprio fuoriclasse, capace di raccontarti le storie ...continua

    Non ringrazierò mai abbastanza la mia ex collega SIlvia B. per avermi fatto conoscere Mordechai Richler, un autore davvero notevolissimo, un vero e proprio fuoriclasse, capace di raccontarti le storie ebraiche di Montreal - rendendole di fatto universali - con una capacità di narrazione fuori dal comune. Certo, Duddy non è Barney, il personaggio impareggiabile del suo capolavoro (La versione di Barney, che vi consiglio con tutto il cuore), ma è comunque un personaggio che è impossibile non seguire nelle sue avventure. L'ansia da prestazione che si accumula sulle sue spalle, le costrizioni famigliari e dell'ambiente ebraico franco-canadese che sembrano sempre sul punto di schiacciarlo, i suoi travagliati affari, le sue storie sentimentali, tutto concorre a costruire un affresco che si legge davvero tutto d'un fiato. Come del resto sembra esplicitamente volere anche l'autore: la scrittura è caotica, veloce, nervosa, quasi frettolosa, come se lo stesso Richler non riuscisse a resistere al desiderio di raccontarci tutta la storia, quasi che le cose da dirci gli si affastellino una sull'altra e lui volesse finire di raccontarcele. E noi non vediamo l'ora di ascoltarle!
    Scopro a lettura ultimata che questo è un romanzo giovanile dell'autore... beh che dire? Chapeau!

    ha scritto il 

  • 5

    L'esperienza non insegna: deforma.

    Parlare del bene, del male, della vita in ogni sua sfaccettatura, fare innamorare il lettore di un ragazzo qualunque con le sue meschinità e i suoi desideri piccoli e talvolta velleitari non è da tutt ...continua

    Parlare del bene, del male, della vita in ogni sua sfaccettatura, fare innamorare il lettore di un ragazzo qualunque con le sue meschinità e i suoi desideri piccoli e talvolta velleitari non è da tutti e Richler con il suo stile ironico e pungente ci è riuscito nel mio caso fin dalla prima pagina e mi ha accompagnato fino all'ultima scoprendo che quei desideri e quei progetti sono anche i miei e che le meschinità e le piccole furbizie sono quelle che incontro ogni giorno sulla mia strada. Un meraviglioso romanzo.

    ha scritto il 

  • 4

    L'Autore scrive in modo eccezionale: ironico, sornione, leggero ma ad un tempo profondo ed elegante.
    Il piccolo ebreo morde la vita è ci offre uno spaccato sociale col senso di ambizione perennemente ...continua

    L'Autore scrive in modo eccezionale: ironico, sornione, leggero ma ad un tempo profondo ed elegante.
    Il piccolo ebreo morde la vita è ci offre uno spaccato sociale col senso di ambizione perennemente in appagata del protagonista.

    ha scritto il 

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