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L'armata perduta

Di

Editore: Mondadori

3.8
(1838)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 413 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8804562102 | Isbn-13: 9788804562108 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Travel

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Descrizione del libro
Una delle più epiche avventure dell'età antica: la lunghissima marcia, attraverso incredibili pericoli e peripezie, che diecimila mercenari greci - dopo la disfatta del principe persiano Ciro, sotto le cui insegne si erano battuti, contro il fratello Artaserse alle porte di Babilonia - compiono per tornare in patria. È l'impresa gloriosa e tragica documentata nel IV secolo a.C. da Senofonte nell'Anabasi, che proprio Valerio Massimo Manfredi ha studiato e tradotto negli anni '80. Ma in questo romanzo le atrocità della guerra e l'eroismo di ogni soldato, il fasto e le crudeli bizzarrie della corte persiana, le insidie di una natura selvaggia e le amicizie più indissolubili sono narrate in una prospettiva completamente inedita: dalla voce di una donna, la bellissima siriana Abira, che per amore di Xenos lascia ogni cosa e condivide il destino dei Diecimila. Attraverso gli occhi di Abira, le donne diventano le protagoniste della grande Storia.
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  • 3

    Meglio la Storia

    Dopo molti anni riprendo in mano un romanzo di Manfredi e l'impressione non è cambiata: autore superficiale, che ha la fortuna di narrare storie che dalla Storia — quella vera — traggono forza, come quella di questi Diecimila uomini guidati da Xeno, qui raccontata attraverso gli occhi di una donn ...continua

    Dopo molti anni riprendo in mano un romanzo di Manfredi e l'impressione non è cambiata: autore superficiale, che ha la fortuna di narrare storie che dalla Storia — quella vera — traggono forza, come quella di questi Diecimila uomini guidati da Xeno, qui raccontata attraverso gli occhi di una donna. Senofonte, perdonalo.

    ha scritto il 

  • 4

    Se Federico Moccia avesse saputo scrivere e fosse stato uno storico di indiscutibile bravura, forse, avrebbe scritto un libro come questo :D
    Ma a parte gli scherzi, un bel libro, coinvolgente e passionale, forse con parole/sentimenti troppo fuori tempo, non adatti a quel tempo, ma forse sono solo ...continua

    Se Federico Moccia avesse saputo scrivere e fosse stato uno storico di indiscutibile bravura, forse, avrebbe scritto un libro come questo :D Ma a parte gli scherzi, un bel libro, coinvolgente e passionale, forse con parole/sentimenti troppo fuori tempo, non adatti a quel tempo, ma forse sono solo io un po' troppo puntigliosa (in fondo chi può dirlo?). Consiglio di leggerlo?Si. In fondo chi non ha mai sognato di essere rapita da un bel fustone come XENO?

    ha scritto il 

  • 3

    L'avvincente romanzo dell'Anabasi

    L’Anabasi in versione romanzata e raccontata da un punto di vista femminile è stata una lettura piacevole ed avvincente, non certo come quella studiata a scuola. Manfredi descrive benissimo la vicenda dell’armata dei diecimila, il lunghissimo viaggio di ritorno dal cuore dell’impero persiano alle ...continua

    L’Anabasi in versione romanzata e raccontata da un punto di vista femminile è stata una lettura piacevole ed avvincente, non certo come quella studiata a scuola. Manfredi descrive benissimo la vicenda dell’armata dei diecimila, il lunghissimo viaggio di ritorno dal cuore dell’impero persiano alle coste del Mar Nero attraverso l’Armenia, in pieno inverno tra il freddo, la fame, la stanchezza, gli assalti di tribù ostili. Bella la figura della donna “barbara” intelligente ed acuta, anche se poco realistica, e molto interessante l’idea dell’intrigo politico. Intensa la descrizione dei paesaggi e delle battaglie. La vera “pecca”: il finale, da romanzo rosa di ultima categoria (una scelta decisamente incomprensibile).

    ha scritto il 

  • 4

    L'Anabasi romanzata

    Un'ottima lettura grazie ad una felice rilettura in chiave romanzata del classico greco di Senefonte.
    L'autore, come sempre molto preciso e affidabile nelle ricerche storiche, aggiunge quel pizzico di romanticismo e di intrigo che rendono la rilettura dell'epopea dei Diecimila molto godibile e av ...continua

    Un'ottima lettura grazie ad una felice rilettura in chiave romanzata del classico greco di Senefonte. L'autore, come sempre molto preciso e affidabile nelle ricerche storiche, aggiunge quel pizzico di romanticismo e di intrigo che rendono la rilettura dell'epopea dei Diecimila molto godibile e avvincente. Consigliato!

    ha scritto il 

  • 2

    Carino, ma un po' prolisso

    Nel complesso il libro è stato carino, una storia di coraggio e sacrifici, una sorta di "giallo" particolare. Tuttavia diverse cose non mi sono piaciute.
    Prima in assoluto è la narrazione in mano ad Abira, la povera ed ignorante ragazza barbara. La storia ha una struttura a scatola cinese, part ...continua

    Nel complesso il libro è stato carino, una storia di coraggio e sacrifici, una sorta di "giallo" particolare. Tuttavia diverse cose non mi sono piaciute. Prima in assoluto è la narrazione in mano ad Abira, la povera ed ignorante ragazza barbara. La storia ha una struttura a scatola cinese, parte a raccontare una ragazza del villaggio che incontra Abira, che racconta le sue avventure, alcune delle quali le sono state raccontate da terzi. A questo punto credo che una narrazione in terza persona sarebbe stata più ordinata e meno introspettiva, perché diciamocelo: l'introspezione della ragazza, che in tutta la vicenda ha un ruolo marginale, è perfettamente inutile, tanto valeva far raccontare tutto ad un generale dei diecimila. Secondo: Abira incontra un uomo vicino al pozzo del suo villaggio e, senza avergli mai parlato, decide di fuggire con lui dopo esserglisi concessa senza troppe esitazioni. I due appartengono a due culture diverse, hanno lingue diverse, sono di una casta diversa. Insomma tutta la faccenda dell'innamoramento non sta in piedi perché non ci sono le basi per un possibile attaccamento tra i due personaggi, senza contare che Xeno, l'amore di Abira, la tratta sempre come poco più di un animale da soma. Terzo: tutta la trama è nel complesso parecchio ripetitiva, costellata da fuge, combattimenti, molti morti, atti eroici e impossibili, guerrieri invincibili. Ad appensantire il tutto sono le lunghe riflessioni della narratrice sulla morte, che sono almeno una decina e tutte uguali. Di positivo c'è il fatto che la storia mi è sembrata abbastanza avvincente, non mi sono annoiata. Altri punti di forza sono i tradimenti e le rivelazioni inaspettate, che aumentano la tensione. In verità mi aspettavo di più dal maestro dello Scudo di Talos e Il mio nome è Nessuno. Questo può essere perdonato se si considera il fatto che il libro è ispirato all'Anabasi, l'opera greca che riporta la stessa storia.

    ha scritto il 

  • 4

    Che scoperta!

    Mi sono appassionata da poco ai romanzi storici e Manfredi non poteva mancare nella mia libreria. Devo confessare di averlo iniziato piuttosto titubante, non è facile che uno scrittore storico mi piaccia, più verosimile è il contrario. Manfredi è stata una rivelazione. Questo romanzo mi ha appass ...continua

    Mi sono appassionata da poco ai romanzi storici e Manfredi non poteva mancare nella mia libreria. Devo confessare di averlo iniziato piuttosto titubante, non è facile che uno scrittore storico mi piaccia, più verosimile è il contrario. Manfredi è stata una rivelazione. Questo romanzo mi ha appassionata pur non avendo un ritmo frenetico negli eventi, tutt'altro. La figura di Abira è forte e determinata. Mi è piaciuto molto il ruolo dell'autore che ha scritto il romanzo dal punto di vista femminile e non maschile come ci si aspetterebbe. Un buon inzio, direi, per scoprire quest'autore!

    ha scritto il 

  • 5

    La leggenda dei mantelli rossi

    Questo romanzo storico mi ha appassionato tantissimo. Sarà che l'argomento in sè mi è sempre interessato ma non sono riuscito a non divorarlo. Le descrizioni, il tempo che passa, i sentimenti... Incredibilmente coinvolgente!

    ha scritto il 

  • 0

    Alcune ragazze trovano una ragazza lapidata ma viva che racconta loro la sua storia: un giorno affascinata da un cavaliere,segue un esercito. Tutto ad un tratto i due si innamorano e così lei continua a seguire l’esercito verso una tappa sconosciuta. Dopo essere entrati per molti chilometri nell' ...continua

    Alcune ragazze trovano una ragazza lapidata ma viva che racconta loro la sua storia: un giorno affascinata da un cavaliere,segue un esercito. Tutto ad un tratto i due si innamorano e così lei continua a seguire l’esercito verso una tappa sconosciuta. Dopo essere entrati per molti chilometri nell' impero assiro devono scontrarsi contro l’impero del gran re, fratello del capo della spedizione. Gli “ospiti” erano in netta minoranza ma comunque incutevano terrore grazie ai mantelli rossi: un corpo di battaglia molto disciplinato e forte. Dopo una serie di battaglie, l’esercito ospite dovette abbandonare il campo e scappare per le montagne dove perse molti uomini. Pochi, rispetto agli uomini in totale, si sono salvati. La ragazza torna dalla famiglia, che la fece lapidare perché era scappata di casa con un uomo che non aveva sposato. Non mi è piaciuto perchè parla poco della battaglia. Filippo D. (1 Liceo Bertolucci a.s. 2013/14)

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    1

    Lettura scolastica

    La trama de “L’armata perduta” è piuttosto semplice e lineare: un principe persiano, di nome Ciro, recluta un grande esercito per usurpare il trono di suo fratello Artaserse, Gran Re dell’Impero persiano, ma viene sconfitto e il suo esercito inizia una drammatica ritirata attraverso l’Asia nel be ...continua

    La trama de “L’armata perduta” è piuttosto semplice e lineare: un principe persiano, di nome Ciro, recluta un grande esercito per usurpare il trono di suo fratello Artaserse, Gran Re dell’Impero persiano, ma viene sconfitto e il suo esercito inizia una drammatica ritirata attraverso l’Asia nel bel mezzo dell’inverno. Questa è la parte della storia che Manfredi prende pari pari dall’Anabasi (e infatti ha un senso), ma lo “scrittore” è pur costretto ad aggiungere qualcosa di suo per non correre il rischio di vedere Senofonte tornare indignato dall’Ade e accusarlo di plagio. Quindi introduce Abira, ragazza barbara che segue l’esercito perché amante di Senofonte, nel libro generalmente chiamato Xeno. Essendosi Senofonte trasformato in un novello Giasone, Abira torna nel proprio villaggio dove viene lapidata perché a suo tempo era fuggita con Xeno, ma delle ragazzine la salvano e a loro Abira racconta la sua storia. Niente di più semplice ed elementare, una trama facile da svolgere e un intreccio intuitivo e controllabile. Eppure Manfredi non riesce a farlo e spesso si mette in situazioni a dir poco imbarazzanti. Un esempio può essere questa frase che Manfredi attribuisce a una delle salvatrici di Abira:

    “Quella poveretta doveva essere sfinita perché non sembrò pesante nemmeno per delle ragazzine come noi.”

    “Sfinita” significa “stanca, senza più forze”: in che modo la stanchezza può influire sul peso di una persona? Un obeso di 500 kg può essere sfinito ma non per questo diventa una piuma. Poco dopo c’è un’altra scena imbarazzante: Abira chiede notizie della sua famiglia. Tenendo conto che le ragazzine non conoscono Abira, che quest’ultima non ha nemmeno detto i nomi dei propri genitori e che nel villaggio vige l’assoluto silenzio sulla fuga di Abira, come hanno fatto le ragazzine a capire di quale famiglia si tratta? E a dare informazioni così particolareggiate? Ma lasciando perdere questi cavilli logici, Manfredi fa molto di più che scrivere stupidaggini, arrivando perfino a contraddirsi da solo. A un certo punto della storia fa dire ad Abira che lei non ha mai visto o sentito gli uccelli. È una cosa assurda già di per sé (in quale angolo del mondo non c’è almeno un uccello?), ma in questo caso è particolarmente assurda perché nelle pagine precedenti Manfredi ha diligentemente provveduto a inserire avvoltoi che si gettano sui cadaveri o volatili vari che finiscono sulla tavola dei soldati grazie all’abilità di cacciatore di Xeno, quindi Abira non solo ha già visto gli uccelli, ma li ha anche cucinati e mangiati. Una cosa simile la fa anche con il mare: quando l’esercito raggiunge la costa dopo aver attraversato la zona montuosa dell’Impero persiano Abira dice di non aver mai visto il mare. Possibilissimo, peccato che all’inizio del libro, quando Ciro stava per rimanere senza esercito perché non pagava i soldati, l’allegra compagnia era accampata vicino al mare. Forse Abira è stata tutto il tempo con gli occhi chiusi… Comunque, nel complesso, sarebbero state tutte cose su cui si poteva soprassedere, se fossero state raccontate in modo decoroso. Ma no, Manfredi non solo decide di scrivere un libro noiosissimo e di farcirlo con tante stupidaggini, ma decide di scriverlo anche male. La prima cosa che salta agli occhi aprendo il libro è la lista iniziale dei personaggi. Una cosa normalissima in un copione teatrale, ma che fa arricciare il naso in un romanzo. Perché in un copione teatrale è ammessa su detta lista? Perché i copioni sono testi abbastanza brevi e magari uno scrittore non ha lo spazio di sviluppare e inquadrare per bene tutti i suoi personaggi. E poi il copione ha un carattere pratico, mira a creare una rappresentazione teatrale, non è nato per la lettura. Insomma è un’altra cosa e la lista dei personaggi è presente sempre. In un romanzo invece questo è un espediente orribile e grossolano perché lo spazio per caratterizzare i personaggi c’è e il lettore dovrebbe ricordarsi di loro senza andare a consultare la lista iniziale. D’altra parte, ora che ci penso, non posso veramente stupirmi della presenza di questa lista (all’inizio del libro poi, perché se fosse stata alla fine sarebbe stato diverso) perché tutto questo libro è grossolano dentro. E in fondo la decisione di inserire questa lista, per quanto poco elegante, si è rivelata stranamente opportuna perché i personaggi di Manfredi hanno la consistenza dell’aria fritta e lo spessore della carta velina. Non restano impressi perché non hanno personalità. Al massimo Xeno e Abira sono appena appena sbozzati e hanno qualche caratteristica, ma è perché Manfredi ha incollato loro in fronte un’etichetta, non perché sono loro vivi a crearsi e ricrearsi sulla scena. In questo romanzo non ci sono personaggi, c’è solo Manfredi che di volta in volta muove questo o quel burattino. E questo atteggiamento invasivo di Manfredi si percepisce di continuo. Quando qualcuno critica i tributi che l’Impero persiano riscuote, critica la schiavitù o l’inferiorità delle donne non è quel qualcuno che parla, ma è Manfredi. È Manfredi che parla perché quasi 2500 anni fa una persona era perfettamente inserita in questo sistema solidamente vigente da secoli, lo considerava normale e non si sarebbe mai sognato di contestarlo. La cosa si potrebbe magari capire se il personaggio in questione avesse alle spalle qualche particolare vissuto che lo porti a essere “ribelle” ma Manfredi non ci dà nessuna notizia del genere. Semplicemente costui non rispetta i propri personaggi o non sa contestualizzarli bene. E questa cosa è il più grande insulto che uno scrittore può fare a noi lettori e a tutto il mondo della narrativa. La violenza di Manfredi sui propri personaggi è particolarmente evidente nell’incontro fra Abira e Xeno. I due si vedono, si innamorano e fuggono insieme senza nemmeno dirsi una parola (Abira non parla il greco e Xeno non parla l’ignota lingua di Abira). Perché? Fra Xeno e Abira non c’è nessuna particolare affinità, in base a cosa i due si innamorano e continuano la loro relazione? Perché Manfredi ha deciso così. Non si percepisce l’amore, che a sentire Abira dovrebbe essere travolgente, ma si sa che c’è perché ce lo dice Manfredi. Tutto molto arido. Ed è troppo poco. Io non mi accontento di una storia d’amore campata per aria, che esiste perché il burattinaio ha deciso così, soprattutto se questa storia d’amore è l’avvenimento che mette in moto il romanzo. Almeno all’inizio, poteva e doveva essere sviluppata meglio. Quasi per esigenze di trama. Anche il finale è forzatissimo e assolutamente campato per aria. Una nuova storia d’amore sboccia così all’improvviso fra Abira e quello stesso Menon che davamo per morto da almeno mezzo libro. Come si è salvato? Come ha trovato Abira? Sono tutte domande cui Manfredi non si degna di darci risposta creando così un buco nella trama grande quanto una voragine. Però devo ammettere una cosa e cioè che almeno la storia d’amore fra Abira e Menon ha una qualche base: almeno qualche volta si sono parlati! Ma diciamo che si può accettare anche uno stile narrativo spregevole. Gli scrittori incapaci esistono, è risaputo e non si scandalizza più nessuno. Ma accettare gli aborti grammaticali che quest’uomo è capace di partorire, questo sì che impossibile! Soprattutto tenendo conto che il signor Manfredi è uno “scrittore” (non vorrei dargli questo titolo, ma a quanto pare per esserlo basta pubblicare un qualsiasi libro orribile) e un professore universitario. Come si può pretendere che questo povero paese non sprofondi nei più oscuri abissi dell’ignoranza se le stesse persone che in teoria dovrebbero essere le più istruite (appunto i professori universitari) sono incapaci di scrivere in un italiano corretto? Manfredi in particolare litiga con il periodo ipotetico e con la concordanza soggetto-predicato. Ecco per esempio una frase che si legge ne “L’armata perduta”:

    “Se resisteva Ciro lo avrebbe travolto.”

    Ora, due sono le possibili interpretazioni: o è un periodo ipotetico della realtà (e in tal caso il verbo dell’apodosi andrebbe all’indicativo, mentre Manfredi l’ha messo al condizionale) o è un periodo ipotetico della possibilità (e in tal caso il verbo della protasi andrebbe al congiuntivo, mentre Manfredi l’ha messo all’indicativo). Quindi le fresi corrette sarebbero: -PI della realtà: Se resisteva Ciro lo travolgeva (un po’ orribile da sentire) -PI della possibilità: Se avesse resistito Ciro lo avrebbe travolto Insomma, comunque la si voglia girare, un pezzo è sempre sbagliato. Ma Manfredi riesce a fare ancora di peggio. La prima cosa che si insegna ai bambini alle elementari è che il predicato concorda con il suo soggetto in numero ed eventualmente anche in genere. Evidentemente questa cosa Manfredi ancora non l’ha capita, perché scrive frasi tipo: “Trascorsero una quindicina di giorni”. Il soggetto è “quindicina” ed è singolare, ma quella capra ha preferito concordare il verbo con il complemento di specificazione! Una persona umana avrebbe scritto Trascorse una quindicina di giorni. Oppure: “C’era vegetazione, erba, fiori e piante”. Visto che tutti gli elementi nominati fanno parte del soggetto, questo è plurale e quindi il verbo andrebbe al plurale C’erano vegetazione, erba, fiori e piante. O ancora: “Arieo e il suo esercito, che doveva essere il nostro alleato, si era unito a Tissaferne”. Il soggetto è “Arieo e il suo esercito” quindi la frase dovrebbe andare tutta al plurale Arieo e il suo esercito, che dovevano essere i nostri alleati, si erano uniti a Tissaferne”. Cosa assurde a cui non riuscirei a credere se non le avessi lette io stessa. Manfredi è peggio di Moccia! Almeno Moccia i singolari e plurali li indovina e non viene osannato a destra e a manca come questo tizio! Quindi, per concludere, libro orribile scritto da un cretino. E se mai mi capiterà di rincontrare costui (per fortuna quando sono andata a vedere una sua conferenza non avevo ancora letto nulla di suo) sarò lietissima di tirargli un pugno in faccia.

    ha scritto il 

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