L'arte della cucina sovietica

Una storia di cibo e nostalgia

Di

Editore: Einaudi

3.9
(57)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 380 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806215531 | Isbn-13: 9788806215538 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Dalla kulebjaka zarista al borsc ucraino, dal palov uzbeco allo spezzatino georgiano, dalla vobla - quel pesce che «adoriamo per tutto il tormento che ci dà mangiarlo» - alla focaccia di granturco moldava. Dieci momenti per rievocare la storia di una famiglia che, lungo quattro generazioni, ha vissuto la parabola tragica ed epica dell'Urss.Provetta cuoca e scrittrice, Anya von Bremzen amalgama fatti pubblici e aneddoti privati con generose dosi di ironia, dietro cui è però facile intuire un grande affetto per un passato ancora presente nel ricordo.
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  • 4

    Bevo a una casa distrutta

    Il cibo è un fattore decisivo in ogni cultura e in qualsiasi sistema politico. A maggior ragione lo è in una nazione sterminata che ha fagocitato al suo interno una tempesta di cucine etniche, talment ...continua

    Il cibo è un fattore decisivo in ogni cultura e in qualsiasi sistema politico. A maggior ragione lo è in una nazione sterminata che ha fagocitato al suo interno una tempesta di cucine etniche, talmente lontane e diverse tra loro da non essere neanche parenti alla lontana; senza contare le centinaia di milioni di bocche da sfamare (o da lasciar morire a seconda del vento politico del momento). Il viaggio nostalgico dell'autrice è un viaggio politico e non uno sterile elenco di piatti tradizionali affiancati da qualche lieta rimembranza; la sua infanzia da Giovane pioniera cresciuta a pane nero e canzoni leniniste è una via d'accesso privilegiata alla comprensione della terrificante complessità del sistema sovietico. La schizofrenia di un sistema prima rivoluzionario, poi totalitario, poi scongelato, poi traballante e tarlato, poi imploso e ubriaco sia di vodka che di libero mercato, è rappresentata nella vita dell'autrice dalla mamma anti-sovietica e amante di Proust e dal nonno capo dello spionaggio della marina. Presa tra due mondi diversi, la cucina sovietica è la corda alla quale aggrapparsi per venirne fuori, per conoscere la grande Rodina - unione di popoli liberi lanciati verso un futuro radioso e giusto - oltre la tenda pesante e soffocante della propaganda. L'autrice attraversa tutta la storia novecentesca della Russia (il capolinea è Putinland), tenendosi salda alla fune culinaria, offrendo un viaggio storico-politico ricco di preziosi aneddoti, storie private che s'intrecciano su un unico grande telaio umano, costruisce un arazzo sì grigio e miserrimo, ma che conserva un forte romanticismo.
    Mi son chiesto: come si può avere nostalgia per un passato, un'ideologia, un progetto d'ingegneria sociale che ha mietuto montagne di morti, ha dato il pane, un lavoro e un tetto a tutti, ma ai funzionari ha dato ciotole di caviale beluga, residenze imperiali e comfort che persino gli zar potevano solo sognarsi? Un passato che ha annullato intere etnie, lingue, culture e tradizioni? Anya von Brezmen ha confermato i miei sospetti: si può ed è lecito avere nostalgia di tutto questo, soprattutto perché non è tutta merda ciò che puzza (si può? funziona?). L'URSS è stata più della somma delle sue morti, delle privazioni, dei soprusi e delle ideologie calpestate, dell'asfissiante retorica del Partito, delle code per il pane e delle cicliche carestie; noi occidentali, cresciuti e pasciuti nella parte capitalista e relativamente ricca del mondo, abbiamo vissuto una vita parallela a quel sesto del pianeta e con la solita prosopopea di chi sta meglio, di chi "questo è il mondo libero!" siamo sempre stati veloci alla pietà nei confronti dei "poveri russi", la solita dinamica della pagliuzza e della trave. Si stava meglio qui da noi? Fuor di dubbio, almeno potevamo lamentarci senza essere spediti nei sotterranei della Lubjanka, lo stesso vale per i nostri intellettuali.
    Il capolinea Putinland arriva molto velocemente, purtroppo, perché il viaggio organizzato per noi da Anya von Brezmen è stato effettivamente splendido, coinvolgente e istruttivo. Gli ultimi capitoli - una cronaca serrata e al cardiopalma che si divide tra piatti abcasi, baltici, coreani e la contemporanea implosione al rallentatore dell'Unione - sono l'equivalente letterario delle adrenaliniche fughe di Indiana Jones, costellate di ancestrali trappole e ossute mani di mummia.
    Le madeleine di Anya von Brezmen sono, per sua stessa ammissione, avvelenate, fatto che non impedisce all'infingarda nostalgia di risalire la corrente e presentarsi alla porta. Amore e odio, come sempre, che ai giorni nostri si trasformano in un rigetto nauseato per il soviet-kitsch proposto ai turisti occidentali che si recano a Mosca per comprare una matrioska di Stalin, per comprare una maglietta con la falce il martello o sbavare d'invidia piccolo borghese sulle Bentley degli oligarchi. Se l'apparatčik ha tradito gli ideali e calpestato il diritto di milioni di individui a un futuro se non radioso almeno parzialmente illuminato, l'occidente ha invece pugnalato la Russia con la lama arrugginita del turbo-capitalismo; il resto lo vediamo dalle nostre finestre: conflitti mai risolti che si sono incancreniti, l'oppressione legalizzata di alcune parti della società civile, il ritorno a un imperialismo volgare e prepotente, che ha un sapore rancido e puzza di naftalina ma ora si veste nelle migliori boutique italiane, mangia sushi freschissimo e beve vino biologico.

    ha scritto il 

  • 4

    Molto godibile, lo consiglio vivamente: non è un libro di cucina, ma il racconto di un'infanzia trascorsa in Unione Sovietica, con una madre dissidente e un padre assente, il tutto narrato con grande ...continua

    Molto godibile, lo consiglio vivamente: non è un libro di cucina, ma il racconto di un'infanzia trascorsa in Unione Sovietica, con una madre dissidente e un padre assente, il tutto narrato con grande nostalgia e un enorme senso dell'umorismo.

    ha scritto il 

  • 5

    Così come tiene a precisare l’autrice stessa, in una nota al fondo del libro, quest’ultimo non è da ritenersi frutto d’immaginazione letteraria.
    L’aria che si respira, sin dalle prime pagine, è fresca ...continua

    Così come tiene a precisare l’autrice stessa, in una nota al fondo del libro, quest’ultimo non è da ritenersi frutto d’immaginazione letteraria.
    L’aria che si respira, sin dalle prime pagine, è fresca, libera dalle colorature ideologiche e propagandistiche che hanno contraddistinto, per decenni, la visione di rimando offerta all’Occidente Nostrano da detrattori e simpatizzanti dell’epopea sovietica.
    La Storia s’intreccia con il cibo: la prima è ricca, il secondo è poco, sempre troppo poco.
    Nel 1917 si chiedeva pane e terra da coltivare: non credo sia necessario aggiungere altro. La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi continua storicamente a brillare di quella luce buia dell’Alto Medioevo: potrei azzardare una semplicistica teoria in base alla quale la ciclicità della storia è strettamente correlata a flussi eccessivamente direzionabili di ricchezze. Un rimando dell’autrice, probabilmente urticante per taluni, ci ricorda che (durante i primi anni post-rivoluzione) consistenti numeri di ebrei (centinaia di migliaia) non esitarono ad abbandonare la propria religione per aderire al bolscevismo.
    Altro importante rimando, sempre legato ai primordi del comunismo, è quello dato dall’autrice al cosiddetto “dipartimento delle donne”: una per me sconosciuta Aleksandra Kollontaj fu chiamata a dirigerlo, ed è straordinario sapere che il femminismo-bolscevico avesse delle idee così chiare rispetto a quali fossero gli stravolgimenti che certi rapporti di potere determinavano nella società.
    Stalin, con semplice e fine ironia, è definito "Genio dell'umanità". L'età del terrore si concluse nel 1953. Credo possa ritenersi sensazionalmente chiarificatore il fatto che, alla morte di un dittatore, alcune importanti complicità riescano a farla furbescamente franca. Si legga, a questo proposito, quel che nel libro si dice di tal Mikojan, sorta di manager-imprenditore che appoggiò Stalin contro Trockij, condannandone l'operato soltanto dopo la morte di questi, proseguendo la propria ascesa politica (parallelamente all'accrescimento del proprio patrimonio personale) con Chruscev e Breznev.
    Fare la fila si dice "stojat": nelle file, durante gli anni Trenta, si chiacchierava, si litigava, si veniva a sapere quanto omesso dall'informazione ufficiale, si improvvisava una festa, e altro ancora. Gli informatori di Stalin s'insinuavano tra la gente in coda per appropriarsi, così, degli umori popolari. Mi domando se, certi scienziati sociali dei nostri giorni (e mi riferisco a quella che spero essere l'esigua fetta al soldo del potere), in grado di rilevare e direzionare quella sorta di pensiero unico che contraddistingue una popolazione (con le immancabili eccezioni), fossero già stati in auge all'epoca, non si sarebbe potuto evitare lo sterminio di milioni di nemici del "Genio dell'umanità", limitandosi a condizionare le masse nello stesso, subdolo modo attuale.
    Il testo di Anya Von Bremzen è, a mio parere, qualcosa di più de "Il libro della buona e sana cucina"...

    ha scritto il 

  • 0

    Quattro stelline

    Un affresco socio-politico-culturale-gastronomico dell'Unione Sovietica negli ultimi cento anni.
    Un libro divertente, ma anche illuminante sulle reali condizioni di vita e i sentimenti condivisi dagli ...continua

    Un affresco socio-politico-culturale-gastronomico dell'Unione Sovietica negli ultimi cento anni.
    Un libro divertente, ma anche illuminante sulle reali condizioni di vita e i sentimenti condivisi dagli abitanti dell'URSS durante le dittature di Lenin e Stalin e durante i successivi governi, fino ad arrivare all'attuale "Putinlandia".

    Le ricette non sono molte; in ogni caso, alcune mi hanno fatto venire l'acquolina in bocca e voglia di gustare le pietanze, altre sono piuttosto enigmatiche, ma mi incuriosiscono; c'è un cibo, però, che di sicuro
    non assaggerei nemmeno sotto tortura e si tratta del terribile e disgustoso boršč.

    Grazie ad Alea che mi ha suggerito questa frizzante escursione all'interno del continente sovietico.

    ha scritto il 

  • 4

    Nel mio passato di carnivora, durante un viaggio in Armenia mi capitò di mangiare uno stufato di agnello alla georgiana. Lo trovai buonissimo.
    Scopro ora che si chiama canachi e che era il piatto pref ...continua

    Nel mio passato di carnivora, durante un viaggio in Armenia mi capitò di mangiare uno stufato di agnello alla georgiana. Lo trovai buonissimo.
    Scopro ora che si chiama canachi e che era il piatto preferito di Stalin.
    Gulp

    A parte i miei trascorsi carnivori-stalinisti, il libro è interessante e divertente al tempo stesso, e consiglio di leggerlo.

    ha scritto il 

  • 5

    Bello: cento anni di vita quotidiana della russia visti attraverso i ricordi disncabtati ma nello stesso tempo nostalgici della scrittrice emigrata da bambina negli Stati Uniti. Un libro che piu' di m ...continua

    Bello: cento anni di vita quotidiana della russia visti attraverso i ricordi disncabtati ma nello stesso tempo nostalgici della scrittrice emigrata da bambina negli Stati Uniti. Un libro che piu' di molti ponderosi saggi permette di capire quale e' la firza e nello stesso tempo la debolezza del grande popolo russo e del fallimento della utopia comunista.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei libri più belli che ho letto quest'anno, un libro di memorie che attraversa più generazioni di una famiglia russa(ricette ce ne sono? Qualcuna, alla fine del libro, ma qui la cucina e il cibo ...continua

    Uno dei libri più belli che ho letto quest'anno, un libro di memorie che attraversa più generazioni di una famiglia russa(ricette ce ne sono? Qualcuna, alla fine del libro, ma qui la cucina e il cibo sono solo uno dei prismi attraverso cui guardare la luce della realtà).
    La storia di una famiglia che parte dai primi del novecento nella Russia ancora zarista e arriva fino ai giorni nostri e all'attuale Putinlandia degli oligarchi e di donne dai tacchi troppo alti e minigonne troppo corte.
    Mi ci sono appassionato nel leggerlo, per capire la storia di un secolo e di un Paese non è necessario studiare le biografie di uno Stalin o di un Napoleone, è molto più illuminante seguire le vicende di una mamma idealista, di una nonna coraggiosa o di un padre alcolizzato; guardare dove vivono, cosa mangiano, dove fanno la spesa, perché piangono o gioiscono. Cosa sognano.
    Insomma, ben scritto, incuriosisce e stimola continuamente la curiosità. Vivo.
    Da bambino per me l'Unione Sovietica era un oggetto misterioso e invece di Biancaneve avrei ascoltato volentieri le storie della famiglia Frumkin!

    ha scritto il 

  • 4

    Sputare il caviale dietro il radiatore,

    oppure “Quello che i Russi avrebbero voluto mangiare durante il XX secolo”.
    Il libro di Anja von Bremzen contiene alcune ricette, una per decade, ma anche molto altro: la storia della sua famiglia, tr ...continua

    oppure “Quello che i Russi avrebbero voluto mangiare durante il XX secolo”.
    Il libro di Anja von Bremzen contiene alcune ricette, una per decade, ma anche molto altro: la storia della sua famiglia, tragica e divertente, le storie dei Russi fra carestie ed epurazioni, l’opinione media del popolo russo nei confronti dei leader dell’Unione Sovietica da Lenin in poi, fino a Gorbaciov; la storia di sua madre e soprattutto un’analisi del suo rapporto personale con l’URSS, prima e dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. L’infanzia di Anja paradossalmente è stata resa difficile dalla madre, che le ha instillato un’avversione verso tutto ciò che era sovietico, in un’età in cui non si è in grado di gestire la vita in un regime e il dissenso. La povera piccola era stata messa dalla famiglia in un asilo per i figli della nomenklatura, ma si sentiva in dovere di sputare caviale e pesce pregiato dietro il radiatore, dato che era cibo di regime. Comunque, a quattordici anni mamma riesce a sradicarla da Mosca e la porta negli USA, dove ricominciano faticosamente una nuova vita. La mamma entusiasta, la ragazza con crisi di disperazione nelle quali rimpiange le code russe per qualunque cosa, i familiari, le adorate caramelle dal sapore fintissimo. Quindi lo struggimento della madre in Russia, “toska”, in USA emigra sulla figlia: toska al quadrato. Quando agli emigrati è consentito tornare in patria, madre e figlia tornano a visitare la famiglia e osservano l’evoluzione dell’URSS, parlano con la gente, viaggiano. Scoprono che il buon umore e l’ironia russa resiste impavida, mentre l’odio etnico dilaga, così come il capitalismo. E la gente sembra dare valore solo alla ricchezza e agli status symbol. Il pensiero dei moscoviti è “Moskva è una città crudele”, nella quale solo i grandi ricchi, che nel frattempo si sono affinati, sembrano avere il dono della semplicità (se la possono permettere): il mondo al contrario. Tutto inizia, continua e finisce con la vodka, in passato, ora e sempre.

    ha scritto il 

  • 5

    Storia dei russi e dei loro stomaci

    Ottimo Pastiche letterario/gastronomico che, con la scusa di raccontare 100 anni di cucina russa/sovietica ci permette un viaggio nell'animo russo sospeso sempre tra la tragedia e la malinconia , sfru ...continua

    Ottimo Pastiche letterario/gastronomico che, con la scusa di raccontare 100 anni di cucina russa/sovietica ci permette un viaggio nell'animo russo sospeso sempre tra la tragedia e la malinconia , sfruttato ma incapace di odiare chi lo sfrutta come un masochista deve essere; dove alla fine i leader più odiati son quelli che han cercato di alleggerirne il peso...
    Molto bello & molto Consigliato, sia ad amanti della Russia sia a chi vuole farsi una (divertente,ironica ed amara il giusto) idea della vita nelle terre del socialismo realizzato....

    ha scritto il