Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

L'arte di ottenere ragione

Di

Editore: La Spiga-Meravigli

3.7
(1297)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 47 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8871003721 | Isbn-13: 9788871003726 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Non-fiction , Philosophy , Textbook

Ti piace L'arte di ottenere ragione?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 3

    Il fatto che esista l'eristica ti fa capire che il mondo non è un bel posto. Quasi tutti gli stratagemmi sono utili contro un avversario capace di non articolare frasi di senso compiuto, attualmente (salvo rare eccezioni) sono metodi superati. Una lettura carina, tuttavia.

    ha scritto il 

  • 3

    Niente di nuovo sotto il sole

    Quando si dice che a volte la vita insegna più di un libro? ecco questo è il caso. Tutti stratagemmi cui ero bene a conoscenza, alcuni però li boicotto.... non li approvo

    ha scritto il 

  • 4

    Vivere è esprimersi

    Un libriccino apparentemente agevole che peraltro, se opportunamente e dignitosamente ponderato, riesce nell'intento di farsi leggere e rileggere più volte, a conferma del fatto che non si tratta di un manualetto (vero o presunto) né di una "grammatica della dialettica", bensì di un testo ...continua

    Un libriccino apparentemente agevole che peraltro, se opportunamente e dignitosamente ponderato, riesce nell'intento di farsi leggere e rileggere più volte, a conferma del fatto che non si tratta di un manualetto (vero o presunto) né di una "grammatica della dialettica", bensì di un testo che riflette noi stessi. Lo leggiamo e rileggiamo per trovarci e ritrovarci, bisognosi di conferme legate al fatto che noi sussistiamo a seconda di come ci esprimiamo.

    ha scritto il 

  • 5

    Spesso ci si confronta senza avere delle solide basi logiche dalla nostra parte, anche se in buona fede. Ancora più spesso assistiamo a talk show televisivi in cui due o più persone (politici o comunque appartenenti a diverse fazioni) se ne infischiano della verità e, spinti da ben più loschi int ...continua

    Spesso ci si confronta senza avere delle solide basi logiche dalla nostra parte, anche se in buona fede. Ancora più spesso assistiamo a talk show televisivi in cui due o più persone (politici o comunque appartenenti a diverse fazioni) se ne infischiano della verità e, spinti da ben più loschi interessi, hanno il solo scopo di convincere il pubblico che la ragione si trovi dalla loro parte. Non di rado capita che si accettino delle affermazioni solo perché dette da autorità che abbiamo sempre stimato o magari solo perché sono comunemente accettate. Se due interlocutori si confrontassero su basi logiche allora la discussione servirebbe a portare entrambi verso un obiettivo comune (la verità). Viceversa, spesso e volentieri, anche nella vita di tutti i giorni, ci scontriamo con chi discute non per ascoltare altri punti vista e quindi per capire meglio una data questione, ma per imporci la sua posizione o per vanità o perché ci vuole fregare o per qualsiasi altra ragione che va al di là della logica. Schopenhauer ci espone quelli che secondo lui sono gli stratagemmi più usati da chi non accetta di avere torto o da chi vuole convincere gli ascoltatori per scopi personali. Al contrario dall'essere una guida per i furfanti (che ti prendono per i fondelli per istinto senza neanche aver letto un rigo di teoria) può risultare un manuale utile per chi ha la coscienza a posto e vuole evitare di farsi abbindolare. Se non appartenete a nessuna di queste due categorie il libro è una gratificante fonte di risate perché chiunque può ritrovarsi, o ritrovare una discussione a cui ha assistito, in almeno uno dei 38 esempi formulati dal noto filosofo dell'ottocento. Disse Jorge Luis Borges: "Non si discute per avere ragione ma per capire". E mi trova perfettamente d'acordo.

    http://sequenzaqwerty.blogspot.it/2013/01/larte-di-ottenere-ragione-esposta-in-38.html?spref=fb

    ha scritto il 

  • 2

    La dialettica eristica è l'arte di disputare e, precisamente, l'arte di disputare in modo da ottenere ragione, dunque per fas et nefas (cioè con mezzi leciti e illeciti). Si può infatti avere ragione obiettivamente, nelle cose stesse, e tuttavia avere torto agli occhi dei presenti e talvolta ...continua

    La dialettica eristica è l'arte di disputare e, precisamente, l'arte di disputare in modo da ottenere ragione, dunque per fas et nefas (cioè con mezzi leciti e illeciti). Si può infatti avere ragione obiettivamente, nelle cose stesse, e tuttavia avere torto agli occhi dei presenti e talvolta persino ai propri. Ciò accade quando l'avversario confuta la mia prova e questo vale come se avesse confutato anche l'affermazione, della quale però si possono dare altre prove; nel qual caso, naturalmente, per l'avversario la situazione si presenta rovesciata: egli ottiene ragione pur avendo oggettivamente torto. Dunque, la verità oggettiva di una proposizione e la validità della medesima nell'approvazione dei contendenti e degli uditori sono due cose diverse. (A quest'ultima è rivolta la dialettica). Da cosa deriva tutto questo? Dalla naturale cattiveria del genere umano. Se questo non ci fosse, se nel nostro mondo fossimo leali, in ogni discussione cercheremmo solo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all'opinione presentata in precedenza da noi o a quella dell'altro: iventerebbe indifferente o, per lo meno, sarebbe una cosa del tutto secondaria. Ma qui sta il punto principale. L'innata vanità, particolarmente suscettibile per ciò che riguarda l'intelligenza, non vuole accettare che quanto da noi sostenuto in principio risulti falso e vero quanto sostiene l'avversario. Se così fosse, ciascuno non dovrebbe fare altro che cercare di pronunciare soltanto giudizi giusti: quindi dovrebbe prima pensare e poi parlare. Ma, nei più, all'innata vanità si accompagna una loquacità e una slealtà connaturata. Essi parlano prima di avere pensato, e se anche poi si accorgono che la loro affermazione è falsa e hanno torto, deve nondimeno apparire come se fosse il contrario. L'interesse per la verità, che nella maggioranza dei casi è stato l'unico motivo per sostenere la tesi ritenuta vera, cede ora completamente il passo all'interesse della vanità: il vero deve apparire falso e il falso vero. Tuttavia anche questa slealtà, anche l'insistere su una tesi che già a noi stessi appare falsa, può trovare una scusante: molte volte, all'inizio siamo fermamente convinti della verità dalla nostra affermazione; ma ora l'argomento dell'avversario sembra rovesciarla: abbandonando però subito la nostra causa, spesso ci accorgiamo poi che avevamo invece ragione; la nostra prova era falsa, ma per quella affermazione era possibile darne una giusta: l'argomento risolutore non ci era venuto in mente subito. Perciò, si afferma ora in noi la massima di continuare ugualmente a combattere contro l'argomento contrario, anche quando esso appare giusto e decisivo, confidando sul fatto che la sua pertinenza sia anch'essa soltanto apparente, e che durante la disputa ci verrà in mente un altro argomento per rovesciarlo, oppure per confermare altrimenti la nostra verità: siamo così quasi costretti, o almeno facilmente indotti, alla slealtà nel disputare. [...] Ne deriva che, di regola, chi disputa non lotta per la verità, ma per imporre la propria tesi. [...] Dunque, di regola, ciascuno vorrà far prevalere la propria affermazione, anche quando per il momento gli appare falsa o dubbia: e i mezzi per riuscirvi sono, in certa misura, offerti a ciascuno dalla propria astuzia e cattiveria: a insegnarli è l'esperienza quotidiana nel disputare. Ciascuno ha dunque la propria dialettica naturale [...]. Qui, come sempre, la cosa migliore è ciò che è innato: tuttavia l'esercizio e anche la riflessione sulle frasi con cui demolire l'avversario, o quelle da lui più adoperate per demolire, possono essere di grande aiuto per diventare maestri in questa arte. [...] Per formulare la dialettica in modo limpido bisogna considerarla, senza badare alla verità oggettiva (che è oggetto della logica), semplicemente come l'arte di ottenere ragione, la qual cosa sarà certo tanto più facile se si ha oggettivamente ragione. Ma la dialettica come tale deve insegnare solo come difendersi da attacchi di ogni genere, in particolare da quelli sleali, e parimenti come si possa noi stessi attaccare ciò che l'altro afferma, senza cadere in contraddizione e, soprattutto, senza essere confutati. Bisogna separare in modo netto il reperimento della verità oggettiva dall'arte di imporre come vere le proprie tesi: la prima è oggetto di una trattazione assai diversa, è opera della facoltà del giudizio, della riflessione, dell'esperienza, e per questo non c'è alcuna arte specifica; la seconda è invece il fine della dialettica. Quest'ultima è stata definita la logica della parvenza: è falso perché, se così fosse, servirebbe unicamente a tesi false. Invece, anche quando si ha ragione si ha bisogno dalla dialettica per sostenerla e si deve conoscere gli stratagemmi sleali per opporvisi: anzi, spesso bisogna anche farne uso per battere l'avversario con le sue stesse armi. Per questo, dunque, nella dialettica la verità oggettiva va messa da parte o considerata come accidentale, e bisogna badare solo a come difendere le proprie affermazioni e rovesciare quelle dell'altro. [...]

    ha scritto il 

Ordina per