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L'egoista

Di

Editore: Frassinelli (I classici 73)

3.3
(11)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 724 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8876846514 | Isbn-13: 9788876846519 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Antonia Lena

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati

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Descrizione del libro
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  • 5

    Il primo dicembre del Settanta, con l’introduzione del divorzio, anche gli scrittori italiani si saranno detti: come faremo a scrivere i nostri romanzi, adesso?

    Per gli italiani, scrittori e no, il pensiero più comune sarà invece stato “Se nemmeno il matrimonio basta più, vado a riprendere le catene dal portabagagli.”


    E: cosa può importare a me di come un ricco rentier prossimo alla stagionatura e che non deve chiedere mai, dopo una gioventù da re ...continua

    Per gli italiani, scrittori e no, il pensiero più comune sarà invece stato “Se nemmeno il matrimonio basta più, vado a riprendere le catene dal portabagagli.”

    E: cosa può importare a me di come un ricco rentier prossimo alla stagionatura e che non deve chiedere mai, dopo una gioventù da rentier in fermentazione in giro per il continente a spulzellare (ma tanto quello era sangue casareccio e non da casato e quindi non faceva né storia né letteratura, non ancora), corteggi presuntuosamente una fanciulla bella e in salute nel castello della sua ridente tenuta del “Salice piangente”, niente me ne può importare e infatti niente me ne importa, di Willoughby che deve essere bello come un modello di Armani e di Clara che deve essere bella da calendario Pirelli prima che tornasse di moda il curvy botticelliano dopo abbastanza decenni di eccitanti silhouette alla James Ensor.

    Niente m’importa della signorina Dale in calco di una sorella brontiana né del colonnello Horace di stampo irlandese che secondo me la passerella Burberry Uomo fa al passo suo, e se non m’importa di Willoughby e di Clara, di Horace e della signorina Dale, mi può importare soltanto di meno di papà Middleton e del cugino Vernon Whitford, che non si saprebbe neppure come vestirli questi due siccome sono gli spiantatelli della zona, da Pull & Bear casomai, e papà Middleton sarà stato bello anche lui quando avrà avuto l’età di sua figlia da maritare e prima che s’appassionasse di vini e biblioteche, ma per Vernon non c’è scampo, è magro e barbutaccio, sembrerebbe la sconsolante incarnazione consolatoria del falso mito secondo cui l’unico maniera per non essere un belloccio inconsistente consiste nel non essere bellissimo checché ti metti addosso al mattino aiutato da camerieri o cameriere.

    Una curiosità me l’ha lasciata la signorina Constantia Durham, che si cita sempre e che non si vede mai: per farmene una idea ordinerei un guardaroba coi giusti nastri e merletti per Keira Knightley E la gran vecchia dama di provincia tutta vedovanza e giudizi buoni da farci antonomasia, le zie zitelle, il rude dottore, il ragazzino entusiasta da mandare in marina: c’è il prontuario al completo della commedia anglosassone di cui non me ne può fregare, ma a me importa sapere come si fanno a scrivere circa settecento pagine con un pugno di personaggi, su uno sfondo comune, rimestando in una situazione che più classica non si può (i promessi sposi ma poi…) tirandone fuori un romanzo che più fresco non si può, nonostante Merendith sia ottocentesco e si senta e non faccia altro che spostare il fuoco della conversazione di due in due: il baronetto e il papà di Clara, il papà di Clara e il cugino di Willoughby, Vernon e la signorina Dale, la signorina Dale e Clara, Clara e il colonnello Horace, Horace e papà Middleton, papà Middleton e Vernon, Vernon e il ciliegio dalla doppia fioritura, e questo con quello e quello con quell’altra e quell’altra di nuovo con questo o quello, concedendosi come massima esterna la stazioncina dei paraggi con tanto di osteria a due piani e bicchierino di brandy.

    Quando sono i pensieri e i sentimenti degli uomini e delle donne a stare al centro delle scene dominate dal gioco eterno dell’amore che non si sa cos’è, condizionati dalle regole del gioco (di potere, come ogni gioco) secondo gli aggiornamenti del secolo, significa che si è alle prese con l’infinito che rischia di diventare un cattivo infinito, se non hai la maestria di Merendith che ne fa succedere di ogni tra una sera e una mattina, tra un battito di ciglia così e un battito di ciglia colì, ma che quando finisce il romanzo ti fa dire: embé, ma è poi successo qualcosa? E che finale è mai questo e come ci siamo arrivati? Non s’è fatto altro che parlare per tutto il tempo e ho l’impressione si debba ancora pronunciare il “Via!”!

    La donna che ho sposato mi ricorda il meglio di Clara (che per il resto è una esagitatella inesperta ma vivaddio tanto irruente, la Clara) e della signorina Dale (depurata dall’accettazione al disfacimento made in Brontë, e ogni volta vado a copiarmela da qualche parte la e con la dieresi, ci tengo a scriverlo correttamente il cognome, è la mia forma di gratitudine per le Brontë) e di Constantia Durham (una bellezza britannica in chiave partenopea, nel mio caso), mentre io mi ci rivedo più nei lati peggiori del baronetto Willoughby ( se a Willoughby togli la bellezza da modello Armani cosa resta? per moooolti aspetti, resto io) e del colonnello Horace (se a Horace togli la bellezza da modello Burberry Uomo e l’irlandesità a ogni momento, che resta? resto di nuovo io, ); fin qui sempre di un baronetto e di un colonnello si parla, comunque (ah, devo ricordarmi di togliergli oltre alla bellezza la ricchezza da generazioni, un dettaglio trascurabile ma non troppo), ma io mi ci ritrovo pure nei lati peggiori di papà Middleton (ammesso abbia dei lati migliori) e in quelli di Vernon (il quale, tra i suoi lati migliori, può vantare un matrimonio precedente con una donna morta di cirrosi epatica). No, no dico che la donna che ho sposato è la migliore delle donne per me e che io sono il peggiore degli uomini per lei: in altri romanzi ci rivedo me nel meglio dei personaggi maschili e lei nel peggio dei personaggi femminili, nel caso delle avventure di Sandokan per esempio, non c’ho l’usanza teologica del diminuire me per aumentare lei, ma per “L’egoista” di Merendith è andata così, e posso aggiungere che mi avrebbe fatto più piacere se questa circostanza fosse avvenuta per un romanzo con un titolo differente.

    Orbene, ai tempi di Merendith una possibilità la donna ce l’aveva fino al giorno del matrimonio, dopodiché per lei era finita: o restava sposata o diventava la peggiore delle donnacce, per la società. Ai tempi miei la donna che più rischia di passare per una donnaccia è la donna che resta sposata e più giorni passano dal giorno del suo matrimonio, più per donnaccia passa (“Si sono sposati da otto mesi e ancora non divorziano: chissà per quale impronunciabili e depravatissime ragioni restano assieme!”). Questa è una pressione di cui risento, specie per il discorso di cui prima: la donna che ho sposato ha il meglio delle eroine di Merendith e io il peggio dei suoi eroini… a me l’emancipazione femminile piace un sacco ma da quando ho consapevolizzato che della stessa emancipazione può godere anche la donna che ho sposato forse non mi piace più allo stesso modo di prima.

    Ciascuno è egoista a modo suo ma ci vuole pur sempre un Merendith che gli scriva poi qual è, questo suo modo di esserlo, per ambire a farsene una idea lui prima che se ne accorga chi sta con lui e lo molli nel qual caso all’egoista gli resterà quel che merita: gli resterà se stesso, senza più nessuna donnaccia o omacciaccio a fargli compagnia e, il più delle volte, meglio zoppi che a far per tre da sé cioè a farsi le orge in solitaria.

    ha scritto il 

  • 2

    Un classico (dimenticato) da non rivalutare

    Ho più volte ripreso la lettura di questo insopportabile, noioso "mattone" della letteratura inglese, un libro amorfo, fiacco, con una forte carica soporifera, in cui non è possibile ravvisare alcun pregio, o valore letterario; un misero barlume di vitalità narrativa. La collana I Classici Classi ...continua

    Ho più volte ripreso la lettura di questo insopportabile, noioso "mattone" della letteratura inglese, un libro amorfo, fiacco, con una forte carica soporifera, in cui non è possibile ravvisare alcun pregio, o valore letterario; un misero barlume di vitalità narrativa. La collana I Classici Classici della Frassinelli, ahinoi "in estinzione", ha rispolverato capolavori del passato decisamente più interessanti (I signori di Golovlev di Saltykov-Scedrin, ad esempio, o Pamela di Samuel Richardson), offrendo al lettore traduzioni valide e, soprattutto, moderne.

    ha scritto il