L'età dell'oro

Di

Editore: Fazi

3.6
(224)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 482 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000009873 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
"L'età dell'oro" racconta la storia politica degli Stati Uniti tra il 1939 e il 1954: la storia dei presidenti democratici e degli oppositori repubblicani, delle loro grandezze e, più spesso, debolezze, la storia delle convention e delle continue rielezioni, dei piani di conquista militare ed economica del mondo, degli intrighi e delle smodate ambizioni, delle guerre, calde e fredde, condotte ai danni del popolo americano e del mondo intero, costantemente tenuti all'oscuro di tutto. Ma "L'età dell'oro" è soprattutto un grande romanzo, e di un grande romanzo mantiene costante la tensione, l'invenzione e il respiro narrativo. E' in particolare nei personaggi di finzione - l'idealista Caroline, ex-attrice e giornalista; Peter, intellettuale irriducibilmente radical; Tim, regista tormentato ma in fin dei conti 'integrato' - nelle loro vicende personali di fortuna e disgrazia, di amore e di morte, nel loro modo di interagire con i vertici della politica e dell'arte - l'altro grande tema del libro, che vede sfilarne tutti i protagonisti del primissimo dopoguerra - compreso Gore Vidal, personaggio di se stesso - che i confini tra storia, letteratura e critica sociale si fanno labili. Vidal, del resto, ha più volte citato la celebre battuta di Tolstoj: "La storia sarebbe una gran bella cosa, se solo fosse vera", e propone un'idea scomoda di storiografia, sempre tendenziosa e continuamente da rifare, perennemente insoddisfatta dell'omertà dei cronachisti di regime. Solo Gore Vidal avrebbe potuto darci una visione degli Stati Uniti, in un periodo cruciale della loro e della nostra storia, così penetrante, irriverente, ironica, divertente e al contempo intrisa di senso tragico, scritta con l'inconfondibile eleganza e l'acume consueto. "L'età dell'oro", ultima puntata di un'ampia saga scritta da Vidal in oltre trent'anni, ha suscitato in America allo stesso tempo grandi consensi e feroci polemiche.
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  • 3

    Dall' America al mondo

    Ecco che grazie alle consuete avventure sulle bancarelle dei mercatini dell'usato mi incontro ancora una volta con la letteratura americana di ampio respiro, quella fatta di scenari molto più che di p ...continua

    Ecco che grazie alle consuete avventure sulle bancarelle dei mercatini dell'usato mi incontro ancora una volta con la letteratura americana di ampio respiro, quella fatta di scenari molto più che di personaggi; quella di don De Lillo e di John Dos Passos, per intenderci. Ma probabilmente Gore Vidal è molto più adatto di questi due a raccontarci l' America senza raccontarci gli americani, perchè è molto più politico e uomo di cinema che scrittore: le narrazioni con una molteplicità di personaggi e di punti di vista sono più adatte alla sua penna.

    E' probabilmente la ragione principale per la quale 2L'età dell' oro" mi è piaciuto molto di più che "Underworld" e "Manhattan transfer", ma di certo non è l'unica. Il capitolo della storia americana (che Gore Vidal ha raccontato quasi per intero attraverso i suoi romanzi-cronaca) trattato da questo libro è di quelli che mi interessa approfondire. L'autore per "Età dell'oro" intende il periodo che va dalla fine della grande depressione e del New Deal attraverso la Seconda guerra mondiale fino all' inizio della guerra fredda, il periodo in cui a suo dire gli Stati Uniti smettono di considerarsi uno stato provinciale ed isolato e si accorgono di essere una superpotenza mondiale, con l'intero globo a disposizione per essere dominato. Il suo approccio originale e provocatorio dissipa la nebbia eroica e favolistica degli USA di questi anni, una nebbia resa assai più spessa dalli idealizzazione che in Italia (noi, paese liberato dagli americani e sfamato dal piano Marshall) ne abbiamo fatto.

    Il politico Vidal è democratico, ma democratico a suo modo (amava definirsi un "repubblicano radicale", qualunque cosa voglia dire). Ferocemente isolazionista, presenta l'interventismo della politica americana di quegli anni come una violazione della sovranità popolare, che nel 1941 era effettivamente per la stragrande parte neutralista. Il ritratto che ne esce di Franklin Delano Roosevelt è controverso ma indimenticabile.
    A pensare a FDR dall' Italia del ventunesimo secolo, se ne resta facilmente affascinati: un vecchio stanco e debole, debilitato da una malattia gravissima che peraltro ne deturpa l'immagine nel paese dove l'immagine conta più di tutto, trova la forza di riunire attorno a se una nazione superdivisa e di portarla in guerra, salvando di fatto metà del mondo dalle perniciose derive totalitarie che tutti conosciamo. Ah che bello. Troppo bello per essere vero: ed infatti il ritratto che Gore Vidal ci restituisce del politico Newyorkese è altrettanto epica ma molto più credibile.

    Gli anni trenta sono gli anni dei regimi totalitari, del pensiero che sia giusto condizionare (per non dire piegare con la forza) le opinioni del popolo alle necessità delle nazioni. Franklin Delano Roosevelt, il sublime burattinaio dagli infiniti livelli di pensiero, il carismatico signore dell' America praticamente senza avversari, il politico che più di tutti nella storia statunitense è arrivato ad essere governatore a vita, è stato quanto di più simile ad un dittatore un paese come gli USA si sia potuto permettere. Ed i ragionamenti di FDR sul dominio del mondo, il controllo delle opinioni attraverso la propaganda, la consapevolezza della necessità della guerra come strumento di crescita economica non sono molto diversi da quelli che facevano i vari Caudillos degli staterelli europei.

    Gore Vidal arriva ad ipotizzare seriamente che l'attacco giapponese a Pearl Harbor sia stato deliberatamente preparato a livello politico, e cinicamente reso possibile da errori calcolati a livello militare, per precipitare gli USA nella guerra alla conquista del mondo contro la volontà popolare. Per usare la tensione di un potenziale nemico (prima Hitler, poi Stalin) come strumento di governo. Quanto c'è di vero? Forse non molto, sicuramente qualcosa. Del resto la politica statunitense di George Bush Junior dopo l'attentato delle torri gemelle non è stata di indirizzo molto diverso ( se è lecito accostare questo goffo sceriffone ad uno dei più grandi politici della storia umana, come anche i risultati degli anni successivi hanno dimostrato).

    E attorno a FDR? Attorno al presidente c'è l' America, con il mito del denaro e del consumo, con la dittatura dell'immagine, con la sublime spettacolarizzazione di quell'evento politico e sociale senza eguali che sono da sempre le elezioni americane. Veder raccontata una elezione politica negli USA, in tempo di guerra, dalla penna di un regista cinematografico di professione è un'esperienza letteraria di livello assoluto che da sola giustifica questo libro. Che però trova altrove la sua ragione d'essere principale.

    Quando penso all' America come lettore, penso all'umanità violenta e schiacciata sulla frontiera di Cormac McCarthy; penso a John Steinbeck ed alla furiosa e feroce lotta per la dignità umana dei poveri , in un paese che fa dell'individualismo e della ricchezza una misura di dignità; penso al paese che ha elevato il consumo e lo spreco a valori morali (Don De Lillo). Manca qualcosa. Restava da capire come ha potuto l'America restare una democrazia nel tempo delle dittature, e poi nel tempo dell'incubo nucleare. Restava da capire come potesse uno stato mettere una pressione quasi orwelliana sui propri cittadini e continuare a dirsi democratico. Restava da capire come gli uomini della frontiera siano potuti partire alla conquista del mondo, convinti di avere una missione (e spesso fallendo, perchè questo è davvero molto lontano dalla loro natura).

    "L'età del loro" punta i riflettori del vero autore cinematografico proprio su quest'angolo buio, mettendoci in mano gli strumenti per una riflessione in più anche sull' America di oggi. Ed anche se questo tipo di romanzi sono veramente faticosi da leggere, quanto sopra è la ragione per cui sono sicuro che "L'età del loro" sia una lettura obbligatoria.

    ha scritto il 

  • 2

    Ci ho provato più volte ma non sono riuscito ad appassionarmi a questo romanzo, il cui maggior interesse almeno per me era dato dall’ambientazione e dallo sfondo storico (la politica americana durante ...continua

    Ci ho provato più volte ma non sono riuscito ad appassionarmi a questo romanzo, il cui maggior interesse almeno per me era dato dall’ambientazione e dallo sfondo storico (la politica americana durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente seguenti) ma che Vidal ha affrontato inserendo una pletora di personaggi, più propensi al gossip che all’alta politica, in un confuso alternarsi di pranzi di gala, meetings, progetti hollywoodiani, anticamere, lasciandomi le idee alquanto confuse e ben poca soddisfazione.

    Interessante la constatazione, per me sorprendente, della lunga e profonda spaccatura politica interna sull’interventismo, che si generò dall’entrata in guerra di Hitler fino a Pearl Harbor, quando i giapponesi tolsero, per così dire, le castagne del fuoco rendendo inevitabile lo schierarsi degli Usa a fianco di Francia e Inghilterra (chissà come sarebbe andata se i giapponesi non avessero fatto quella mossa avventata!?).

    Ma anche su questo interessante argomento, escludendo i saggi storici e restando nel campo della pura narrativa, ho provato maggior coinvolgimento in altre opere, ad esempio “Inquietudine” di William Boyd che tratta la vicenda dal punto di vista del Secret Intelligence Service, l’agenzia inglese di spionaggio internazionale.

    In definitiva “L’età dell’oro” appare un’opera intelligente, molto documentata ma stranamente priva di passione, di pathos, dipersonaggi nei quali potersi identificare, con risultato di essere (smettendola di girarci attorno) un libro di quasi 500 pagine discretamente noioso, concluso con un sospiro di sollievo!

    ha scritto il 

  • 1

    Libro noioso, infarcito di personaggi e dinastie (basta dire che all'inizio ci sono degli alberi genealogici utili a seguire meglio la vicenda). Difficile da leggere per chi non conosce bene il funzio ...continua

    Libro noioso, infarcito di personaggi e dinastie (basta dire che all'inizio ci sono degli alberi genealogici utili a seguire meglio la vicenda). Difficile da leggere per chi non conosce bene il funzionamento della politica americana o non è appassionato di queste cose. Vidal resta un grande scrittore, per carità, ma ho fatto una fatica tremenda a finire questo libro. Non lo consiglio a nessuno.

    ha scritto il 

  • 4

    Capitolo conclusivo del ciclo dedicato alla storia americana Gore Vidal - che si ritaglia una parte nella narrazione - conclude compiutamente la storia della trasformazione della nazione americana, n ...continua

    Capitolo conclusivo del ciclo dedicato alla storia americana Gore Vidal - che si ritaglia una parte nella narrazione - conclude compiutamente la storia della trasformazione della nazione americana, nata per essere una nuova Atene e trasformatasi in una seconda (o terza o quarta oquinta..) Roma Imperiale; molti dettagli difficilmente non comprensibili a chi non è appassionato (o studioso) della storia politica americana, ma che non impedisce di comprendere e cogliere l'amarezza di Vidal, che fu, nei suoi ultimi anni, uno dei più accesi critici ella politi ca di Bush sulla "esportazione della democrazia"

    ha scritto il 

  • 3

    Una specie di saga americana che ripercorre gli anni di Roosevelt e di Truman rendendoli vivi nella narrazione. Gore Vidal realizza una sorta di recupero dei dialoghi, delle situazioni, dei cinismi, d ...continua

    Una specie di saga americana che ripercorre gli anni di Roosevelt e di Truman rendendoli vivi nella narrazione. Gore Vidal realizza una sorta di recupero dei dialoghi, delle situazioni, dei cinismi, delle passioni e delle debolezze lungo le quali si sono sviluppati eventi di importanza mondiale forse un po' troppo cristallizzati nella loro importanza storica.
    Interessantissimo il racconto delle competizioni elettorali, degli intrighi, del ruolo dei media già a quel tempo. Stupende le descrizioni socio-psicologiche, il ritratto della affluent society, l'intelligentissimo, spietato cinismo di Franklin Delano Roosevelt, egocentrico, vanitoso imperatore, incarnazione del potere.
    Il livello di dettaglio è però tale che non di rado si perde il filo della narrazione, ci si annoia, si fa fatica a ricordare di cosa o di chi si stia parlando. Gore Vidal stesso è presente nel romanzo in una specie di cameo che chiude il libro a Ravello, nella stupenda villa dello scrittore, benedetta dal parroco accolto da una ragazza alla pari che teneva in bella vista un vibratore sul comodino.
    Lo definirei - da profano della letteratura - barocco americano.

    ha scritto il 

  • 3

    Come per quel che accade con il caso, le generazioni di uomini vanno e vengono, e nell'eternità non sono altro che batteri su un vetrino luminoso, e la caduta di una repubblica o la nascita di un impe ...continua

    Come per quel che accade con il caso, le generazioni di uomini vanno e vengono, e nell'eternità non sono altro che batteri su un vetrino luminoso, e la caduta di una repubblica o la nascita di un impero -così importanti per chi ci è coinvolto- non sono percepibili sopra il vetrino perfino quando c'è un occhio interessato ad osservare quella specie che prolifera così rapidamente e che nel tempo finirà o, se ha fortuna, diventerà qualcosa d'altro, visto che il cambiamento è la natura della vita, ed è la sua speranza.

    ha scritto il 

  • 3

    Un pò noioso e di non immediata comprensione per chi non abbia dimestichezza con il sistema politico degli Stati Uniti e conoscenza della loro storia.Preferisco, anche come linguaggio, il Vidal dei ro ...continua

    Un pò noioso e di non immediata comprensione per chi non abbia dimestichezza con il sistema politico degli Stati Uniti e conoscenza della loro storia.Preferisco, anche come linguaggio, il Vidal dei romanzi storici dell'antichità.

    ha scritto il 

  • 2

    Pasqua con chi vuoi - 06 apr 12

    Credo che nei miei appunti sparsi lungo gli anni ci sia una nota che ricorda, prima o poi, di leggere “Giuliano” il libro sull’imperatore apostata di Gore Vidal. Beh, il libro non c’è ancora ed ho inv ...continua

    Credo che nei miei appunti sparsi lungo gli anni ci sia una nota che ricorda, prima o poi, di leggere “Giuliano” il libro sull’imperatore apostata di Gore Vidal. Beh, il libro non c’è ancora ed ho invece affrontato questo, che sempre di storia parla. Ma di quella recente, attuale, contemporanea. È, infatti, l’ultimo di 7 volumi di storia romanzata che Vidal dedica alle vicende della storia americana, dalla nascita della nazione al suo passaggio ad Impero mondiale. Il libro è un po’ lento, risente molto del fatto che viene dopo altri sei, e quindi ci sono continui rimandi. Inoltre è molto pieno di storia americana (fortunatamente con molte note a piè pagina che tentano di dare informazioni a noi di qua dell’Oceano). Ma i capisaldi ci sono, chi non conosce i Roosevelt, Truman, i Kennedy, Hearst della carta stampata e via discorrendo. Ben si capisce che Vidal parla qui di cose che conosce bene. Della storia recente fa pure parte, sia come scrittore, ma anche come politico (il nonno era senatore), che come uomo di spettacolo (sceneggiatore ad Hollywood, poi saggista, commentatore televisivo). Il libro ci accompagna dal 1939, quando Hitler invade la Cecoslovacchia e Roosevelt decide di presentarsi per la terza volta come presidente (solo negli anni Cinquanta fu fatta la legge che impediva di presentarsi per più di due mandati consecutivi). Fino al 1954, alla fine della guerra di Corea, con la fine di molte delle illusioni che una classe medio - alta americana aveva verso una possibile età dell’ora, verso un’era di stabilità e concordia. Con una breve chiusa sull’anno 2000 che serve a Vidal per tirare un po’ le fila di tutti e sette i suoi romanzi sull’America. Il tutto visto con gli occhi dei personaggi fittizi, ma plausibili, inseriti nella storia. Quelli della dinastia dei Sanford. Prima con quelli di Carolina (personaggio centrale dei precedenti Hollywood e Impero), poi con quelli di suo nipote Peter (eroe del primo romanzo Washington D.C.). Anzi, molti degli avvenimenti sono ripresi proprio dal primo libro, che attraversa lo stesso periodo. Ma lì erano soprattutto i personaggi inventati che tenevano banco, mentre ora entrano, e di potenza, anche quelli storici. Non a caso sono passati più di trenta anni tra i due scritti. Certo, la vena democratica e liberal di Vidal qui si esprime in pieno, presentando le meschinerie del mondo politico americano, il modo assurdo con cui vengono affrontati i grandi temi. Perché in fondo gli Americani sentono la mancanza di un retroterra culturale, ed andranno a dominare il mondo in virtù della loro potenza economica. Ci da uno sguardo interno all’atteggiamento di Roosevelt verso la guerra con il Giappone, così come della miopia di Truman sia per l’uso della bomba atomica, sia per la sfrontata avventatezza con cui consegna anni ed anni americani al viscerale anticomunismo di McCarthy e soci. Ma l’ansia di spiegare le mosse politiche, lascia poco spazio alla costruzione dei caratteri di finzione, che avevano caratterizzato al meglio alcuni libri precedenti. I personaggi scorrono, e le loro vite, eponime di quelle di tanti e tanti americani, non hanno presa. Perché poi si torna sempre lì, alla ricca dinastia dei Sanford, ed ai loro intrecci pubblici e privati. Ma sono sterili e poco coinvolgenti, tanto che basta leggere la prima pagina, con la cronologia dei personaggi, che già si capiscono le loro storie. Chi va con chi. Chi lascia chi. Quando ci sono. Quando muoiono. Alla fine, il cammeo del 2000 è forse la punta più bassa di tutto il libro. Cammeo, perché presenta in una ventina di pagina un lungo duetto televisivo tra Peter Sanford, ormai quasi ottantenne, ed il settantacinquenne … Vidal. Sì, perché lo scrittore si inserisce di persona nella storia (ne aveva comunque fatto parte), ma questo inserimento sa tutto di autocompiacimento ed autoincensamento. Certo Vidal soffre di mania di esposizione, e lo possiamo capire. Ma questa parte stona un po’. Mette certo tutti i punti finali sui personaggi che abbiamo incontrato lungo la strada, tuttavia… Non mi è piaciuto, troppa finzione per essere storia, troppa storia per essere finzione. E poca invenzione fantastica, come ad esempio (saltando di palo in frasca) nel gustoso film di Allen “Midnight in Paris”, dove la fantasia riscatta la presenza benché onirica di personaggi storici. E ci da una risposta, almeno quella di Allen, che la vera età dell’oro è solo il presente, che dobbiamo vivere e godere, perché qui e ora siamo. Aderisco alle richieste di Allen e lascio da parte il buon vecchio Vidal.
    “È triste che non sappiamo mai dove abbiamo sbagliato come genitori finché non è troppo tardi.” (218)

    ha scritto il 

  • 4

    Indubbiamente per me un libro molto interessante,uno stimolo per approfondire la storia americana,il suo sistema politico e gli eventi che hanno caratterizzato il periodo che Vidal analizza in queste ...continua

    Indubbiamente per me un libro molto interessante,uno stimolo per approfondire la storia americana,il suo sistema politico e gli eventi che hanno caratterizzato il periodo che Vidal analizza in queste pagine. Certo la lettura non è semplice,si alternano personaggi reali con quelli di fantasia,ma con calma si riesce ad entrare nei vari ruoli,a capire i meccanismi,gli intrighi e si può così cercare di familiarizzare con quanto ci racconta l'autore,profondo conoscitore dell'argomento.

    ha scritto il 

  • 0

    E alla fine mi sono svegliato...

    Un libro politico, politichese, zeppo di gossip da salotto per bene, di una noia mortale. Consigliato solo agli amanti del genere, forse solo all'autore stesso...

    ha scritto il