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L'età dell'innocenza

Di

Editore: Fabbri (Biblioteca Romantica)

4.0
(1685)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 317 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Chi tradizionale , Inglese , Francese , Spagnolo , Portoghese , Polacco , Chi semplificata

Isbn-10: A000030765 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Amalia D'Agostino Schanzer

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Descrizione del libro
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  • 4

    Il romanzo è un brillante affresco di una società conformista e puritana, quella della vecchia New York, dove tutto ciò che è genuino e schietto, fuori dai canoni prestabiliti, viene messo al bando “d ...continua

    Il romanzo è un brillante affresco di una società conformista e puritana, quella della vecchia New York, dove tutto ciò che è genuino e schietto, fuori dai canoni prestabiliti, viene messo al bando “da gente che temeva lo scandalo più dei malanni, che anteponeva la rispettabilità al coraggio”. 
Un sistema implacabile, che con le sue leggi non scritte e la sua gelida affabilità finisce per avere la meglio su un amore audace e struggente, tratteggiato senza un filo di retorica e con grande acutezza psicologica. Un amore di cui avvertiamo tutti i palpiti e che concentra la sua sensualità su sguardi che accarezzano, mani che si incontrano, parole sussurrate. 
La figura di Ellen Olenska, misteriosa e civettuola all'inizio, emerge nel corso della narrazione in tutto il suo fascino magnetico, con una personalità intensa che incanta il protagonista. 
Per quest'ultimo, significherà uscire dal suo mondo angusto e respirare un'aria nuova, senza cui non sarà più possibile condurre un'esistenza autentica. 
Per lei, donna di mondo trasfigurata da una sensibilità nuova, sarà la scoperta di un sentimento puro che potrà sempre contemplare: “Non mi sentirò più sola. Ero sola; avevo paura; ma il vuoto e il buio sono spariti; adesso, quando mi guardo dentro, mi sento come un bambino che entra di notte in una stanza dove c'è sempre una luce accesa”. 
Tra di loro, il resto del mondo e tutta una vita da vivere facendo a meno della vita vera.

    ha scritto il 

  • 0

    L’età dell’innocenza, di Edith Wharton

    http://www.meloleggo.it/recensione-leta-dellinnocenza-di-edith-wharton_862/

    Interno. Notte. Festa in società.
    Un uomo dal portamento distinto si aggira tra i rappresentanti della sua classe sociale. H ...continua

    http://www.meloleggo.it/recensione-leta-dellinnocenza-di-edith-wharton_862/

    Interno. Notte. Festa in società.
    Un uomo dal portamento distinto si aggira tra i rappresentanti della sua classe sociale. Ha uno sguardo distante, un malessere di vivere crescente ma, al contempo, sa che il suo posto nel mondo è lì, il suo ruolo nella società è quello di interpretare se stesso, in quella città e con quel futuro davanti.

    Esterno. Giorno. Rhode Island. Una banchina sul mare.
    Lo stesso uomo fissa da lontano una donna di spalle. Sa che ogni desiderio assopito potrebbe tornare a galla grazie a lei e cambiargli la vita, per sempre. Ma forse il cambiamento è già in atto, checchè costui lo voglia, e da quel giorno in poi non sarà mai più lo stesso.

    Basterebbero queste due sole immagini per trascinare il lettore nel mondo di Newland Archer, il protagonista portato in scena dal premio Pulitzer Edith Wharton ne L’età dell’innocenza. E basterebbe immerg... [continua a leggere su www.MeLoLeggo.it]

    ha scritto il 

  • 5

    Interno. Notte. Festa in società.
    Un uomo dal portamento distinto si aggira tra i rappresentanti della sua classe sociale. Ha uno sguardo distante, un malessere di vivere crescente ma, al contempo, sa ...continua

    Interno. Notte. Festa in società.
    Un uomo dal portamento distinto si aggira tra i rappresentanti della sua classe sociale. Ha uno sguardo distante, un malessere di vivere crescente ma, al contempo, sa che il suo posto nel mondo è lì, il suo ruolo nella società è quello di interpretare se stesso, in quella città e con quel futuro davanti.

    Esterno. Giorno. Rhode Island. Una banchina sul mare...

    La mia recensione continua su: http://www.meloleggo.it/recensione-leta-dellinnocenza-di-edith-wharton_862/

    ha scritto il 

  • 3

    究竟精神外遇是不是真的劈腿,我仍然不能確定。
    但紐蘭完全就是我喜歡的型啊,嗚嗚。

    或可稱之為另一個喪生在大時代的悲劇,並沒有絕對的對與錯,美其名純真,或許只是無知吧。

    ha scritto il 

  • 2

    L'età dell'ipocrisia

    Al peggio non c'è mai fine. Vero.
    Avrei dovuto tenere bene a mente questa massima quando, non più tardi di un paio d'anni fa, imbattendomi nell'ignobile figura di Angel Clare (co-protagonista di Tess ...continua

    Al peggio non c'è mai fine. Vero.
    Avrei dovuto tenere bene a mente questa massima quando, non più tardi di un paio d'anni fa, imbattendomi nell'ignobile figura di Angel Clare (co-protagonista di Tess dei d'Urberville), ebbi l'ardire di dichiararlo il personaggio letterario maschile più disdicevolmente ipocrita che avessi mai incontrato. Chiariamo: non si trattava di un "cattivo" nel senso classico del termine, bensì di un comune bravo ragazzo - si fa per dire - dagli elevati principi morali - anche qui si fa per dire - che seppur estremamente indulgente verso i propri (tutt'altro che immacolati) trascorsi, non poteva perdonare all'amata neo sposa la seduzione (o più propriamente: la violenza) subita anni prima per mano di un infame signorotto, e l'abbandonava così, disperata e indifesa, a un destino funesto.
    Certo, non immaginavo all'epoca, che un giorno avrei avuto la sventura d'incrociare un altro personaggio, tal Newland Archer, in confronto al quale il vile Angel mi sarebbe parso il più impeccabile dei gentiluomini.
    Il nome, a dirla tutta, faceva ben sperare: Newland, quasi a suggerire freschezza e integrità; Archer, come la tenace e indimenticabile Isabel del jamesiano The Portrait of a Lady. Troppe volte però, i nomi, tanto quanto le apparenze, traggono in inganno!
    E così, con mio grande disappunto, ho fatto la conoscenza di questo illustre giovanotto: un ineguagliabile modello di pochezza morale, perbenista come tanti e incoerente come pochi, che da finto progressista qual è, propugna per la donna una libertà che mai auspicherebbe nella propria sposa, e giudica con disgusto nel prossimo, le medesime attitudini che invece reputa onorevoli e giustificate in se stesso.
    Ma andiamo con ordine.

    La vicenda ha inizio in una sera di gennaio, all'Academy of Music di New York, dove tra l'alta società riunitasi per assistere al Faust, fa bella mostra di sé l'incantevole May Welland, timida fanciulla dall'irreprensibile condotta e l'ancor più elevato candore. A contemplarla da lontano, deliziato e sognante, un giovane avvocato di buona famiglia - il già citato Archer - che di lì a poco proclamerà ufficialmente il loro fidanzamento.
    Tutt'a un tratto, nel bel mezzo della rappresentazione, l'interesse dei presenti è calamitato dalla comparsa, nel palco della famiglia Welland, di un'avvenente sconosciuta dalla pelle chiara e la nera chioma: è Ellen Olenska, una cugina di May appena rientrata in America dopo anni di permanenza in Europa, dov'è reduce da un disastroso matrimonio. Cresciuta all'estero con un'originale zia, e dotata lei stessa di una personalità brillante e anticonvenzionale, Ellen suscita il biasimo dei rispettabili parenti disdegnando le formalità del bel mondo, e - cosa ben più scandalosa - annunciando la propria intenzione di divorziare dal marito, un abietto conte polacco da cui è fuggita.
    Quando Newland, spinto dai preoccupati familiari, incontrerà Ellen per dissuaderla dal suddetto proposito, tra i due nascerà una profonda ed inopportuna attrazione che segnerà ineluttabilmente le loro vite.

    La trama, in realtà, è solo un pretesto: ciò che Edith Wharton si propone di raccontarci, infatti, non è il prevedibile triangolo amoroso tra i protagonisti, bensì un qualcosa di più complesso nonché realista, di cui i tre costituiscono nient'altro che un singolo aspetto: l'alta società newyorchese di fine Ottocento.
    Con mano ferma e penna affilata, la scrittrice traccia l'impietoso ed incisivo ritratto di un mondo fatto di maldicenze, tradimenti, e moralismi di facciata, dove l'uomo è educato fin da giovanissimo a distinguere "le donne che si amano e si rispettano, da quelle con cui ci si diverte", e dove le questioni etiche vengono abitualmente valutate secondo due pesi e due misure, a seconda del sesso delle parti coinvolte. Quella che la Wharton dipinge, è una New York ben più retrograda e maschilista della tanto vituperata Inghilterra vittoriana, assai lontana dall'immagine romantica - e probabilmente tutta europea - di un Nuovo Mondo lungimirante e cosmopolita.
    È in questo scenario soffocante, dove la sostanza viene indiscriminatamente sacrificata sull'altare delle apparenze, che interpreta il suo ruolo Newland Archer, ipocrita tra gli ipocriti: il figlio prediletto di quella società che lui stesso deplora, e di cui, incapace di affrancarsene, è nel contempo il più irriducibile sostenitore.
    Poche volte una creatura letteraria mi ha suscitato un disprezzo tanto intenso quanto quello ispiratomi da Archer: un individuo così vacuo da compiere le proprie scelte solo in funzione del giudizio altrui; così meschino da legarsi deliberatamente a una donna che sa di non amare - e che inganna senza scrupoli - pur di non rinunciare all'idea di "un buon matrimonio"; così indegno da tradire la propria sposa con la di lei cugina fin dai tempi del fidanzamento; così spregevole da dispiacersi perché la giovane moglie, disgraziatamente per lui, avrà ancora tanti anni di vita davanti a sé... Ma il lato più "affascinante" di quest'uomo (sempre ammesso che lo si possa ritenere degno di tale appellativo) è l'incrollabile fede che egli nutre circa la propria superiorità morale: perché è palese come, dal suo punto di vista, sia ammissibile che il consorte di una fanciulla superficiale e povera di spirito come May, finisca col preferirle una donna del calibro di Madame Olenska... Già, peccato però che il nostro protagonista fosse pienamente conscio delle mancanze della sua sposa, e che fino a poco prima, le giudicasse non come dei difetti, bensì come le qualità più desiderabili che un buon marito possa trovare nella propria moglie!
    Ma del resto, come ci dimostrano i fatti, Newland Archer non è tipo da assumersi alla leggera la responsabilità delle proprie azioni, e infatti, non appena gli si presenta l'occasione, eccolo pronto ad incolpare gli altri (siano esse le convenzioni, la famiglia, o la sua stessa amata) per quelle scelte che, seppur compiute in piena autonomia, si rivelano per lui un fardello troppo gravoso con cui convivere: "Io sono quello che hai voluto tu assai più di quanto tu sia quello che volevo io. Io sono l'uomo che ha sposato una donna perché un'altra gli ha detto di farlo.", dirà infatti ad Ellen a proposito del proprio infelice matrimonio.
    Se le azioni di Archer sono fondamentalmente ascrivibili alla superficialità e alla codardia, quelle di Ellen Olenska sono invece dettate da una coscienza che, malgrado tutto, le impedisce di divenire interamente complice dell'uomo che (incomprensibilmente) ama. Avrei voluto conoscere meglio questo personaggio, carpirne i pensieri, vederne delineata la psicologia; purtroppo, invece, di lei ci sono concessi solo dei lampi fugaci, immagini e impressioni ricavate per lo più dallo sguardo inaffidabile di Archer che la osserva e la idealizza. Non sappiamo mai cosa passi davvero per la mente di Ellen: tutto ciò che ci viene mostrato è la maschera che ella è tenuta a indossare di fronte a quella società, alla sua stessa famiglia, che la accoglie, le dà consigli, le sta accanto... e che soprattutto la giudica e, come lei stessa confiderà all'amato, le impone di fingere.
    Eppure, anche nei confronti dell'infelice contessa, non sono riuscita a provare sentimenti benevoli: forse perché troppo poco approfondita per riuscire a colpirmi umanamente; forse perché la sua relazione con Archer, oltre a sembrarmi basata sul niente, mi ha essenzialmente irritato; forse perché la sua scelta finale - che pure l'ha indiscutibilmente rivalutata ai miei occhi - mi è parsa ben poca cosa rispetto ai sacrifici sostenuti da altre due protagoniste letterarie, Isabel Archer e Maggie Tulliver (Mill on the Floss), a me infinitamente più care.
    La sola figura del romanzo, che pur senza ispirarmi simpatia, mi ha suscitato pena, è quella di May Welland, che Edith Wharton definisce (e come darle torto?) come il "terrificante prodotto del sistema sociale cui lui apparteneva e in cui credeva, la fanciulla che non sa nulla e si aspetta tutto". May è una ragazza senza spessore, educata allo snobismo e al culto della rispettabilità; una bambolina costruita ad arte per essere un mero oggetto ornamentale nelle mani di uomini come Newland Archer, ai quali la vanità e le convenzioni sociali impongono matrimoni in cui "il dovere di un marito è di nascondere il proprio passato alla moglie, e quello di una moglie di non avere alcun passato da nascondere."
    Anche May, tuttavia, saprà tirare fuori le unghie e difendere ciò che le appartiene (peccato che, considerato l'oggetto della contesa, non ne valga assolutamente la pena)... Lo farà, per lo meno, come le è stato insegnato: attraverso i sotterfugi, gli inganni, ancora una volta nell'ombra di quella patina di falso decoro sotto la quale si celano tutti i misfatti, le sofferenze, le illusioni inconfessabili di un mondo in cui non c'è spazio per la sincerità e i rapporti genuini.

    È superfluo soffermarsi sull'indiscutibile bravura di Edith Wharton: impareggiabile ritrattista dell'ipocrisia e delle dinamiche del bel mondo, nonché narratrice pungente e sempre elegante. Questa volta, tuttavia, l'ho percepita troppo distaccata, spietata, quasi cinica; il che, unito a un'ironia tagliente ma amarissima, e all'invincibile insofferenza della sottoscritta rispetto al contesto sociale, ha reso impossibile il coinvolgimento nella storia, facendomi sentire come una fredda - e non di rado annoiata - spettatrice, insensibile alle vicissitudini dei personaggi, più incline a godere delle loro disgrazie che a dispiacersene.
    The Age of Innocence, dal canto suo, svolge egregiamente la propria funzione di denuncia... Perfino troppo, oserei dire: infatti, se al termine della lettura la mia sincera stima per Edith Wharton - che tanto avevo apprezzato nel breve e doloroso Ethan Frome - è certo rimasta immutata, il profondo senso di disgusto nei confronti dell'alta società newyorchese e dei suoi notevoli rappresentanti, ha innegabilmente inciso in modo negativo sul mio apprezzamento complessivo del romanzo.

    L'ultimo intenso capitolo, che racchiude in sé tutto il significato dell'opera, risolleva decisamente il tenore di un intreccio talvolta tedioso e fin troppo dilatato, regalandoci, nella malinconia delle riflessioni conclusive, forse l'unico attimo veramente bello e toccante dell'intero romanzo.
    S'illude - questo pare voglia dirci la Wharton - chi immagina un'era in cui l'innocenza regni sovrana: perché essa non è esistita, né probabilmente esisterà mai; perché il mondo, e con esso la società che lo popola, è intrinsecamente dominato dalla superficialità, dalla falsità, dalle sovrastrutture che paradossalmente tramutano l'involucro nella vera essenza delle cose; perché a dispetto degli inevitabili cambiamenti, quel mondo che la scrittrice ha saputo ritrarre con così grande precisione, non è solo l'America di fine Ottocento: è la realtà trasversale e imperitura di un'umanità che, in fin dei conti, resta sempre identica a se stessa.
    E nel porci la domanda su cosa ci resti, oggi, di quella società dove l'ignoranza è travestita da innocenza, dove la menzogna diviene una seconda natura, dove i silenzi sono il pane quotidiano di tante coppie solo in apparenza felici e armoniose, la riposta, ahimè, non può che essere una: ci resta tanto. Troppo.

    ha scritto il 

  • 3

    Un classico ottocentesco sull'amore impossibile

    Ci sono libri che stanno lì ad aspettarci. A me è successo con “L’età dell’innocenza” che mi ero ripromesso di leggere da quando vidi il bellissimo film che ne trasse Scorsese. Ho negletto il proposit ...continua

    Ci sono libri che stanno lì ad aspettarci. A me è successo con “L’età dell’innocenza” che mi ero ripromesso di leggere da quando vidi il bellissimo film che ne trasse Scorsese. Ho negletto il proposito per lungo tempo, ma alla fine – più di vent’anni dopo! – sono giunto all’appuntamento.
    Nel testo letterario di Wharton prevale la dimensione di affresco storico rispetto alla tematica amorosa, che pur resta il nucleo. L’amore tra Archer e la contessa Olenska, la fascinosa ed enigmatica Ellen - che sugli schemi avrebbe incontrato una degna interprete in Michelle Pfeiffer, ai vertici della bravura e della bellezza – non poteva avere un lieto fine prima di tutto per le convenzioni sociali della società americana dell’epoca. Tuttavia è proprio Ellen a suggerire un’interpretazione più eroica e di maggior spessore morale: non si può costruire la propria felicità sul dolore di una vittima.
    Archer resta al di sotto di questa soglia sacrificale.

    ha scritto il 

  • 4

    Un jeune homme bien sous tous rapports

    Newland Archer tombe amoureux d'une jeune femme affranchie. Mais il est marié, et elle aussi, bien que fraîchement séparée. L'histoire serait banale aujourd'hui, mais nous sommes au XIXe siècle et dan ...continua

    Newland Archer tombe amoureux d'une jeune femme affranchie. Mais il est marié, et elle aussi, bien que fraîchement séparée. L'histoire serait banale aujourd'hui, mais nous sommes au XIXe siècle et dans la riche bourgeoisie new-yorkaise. Le poids des traditions et des mœurs y est écrasant, que décrit avec subtilité et talent Edith Wharton, orfèvre en la matière. Un bon roman, tout en finesse, qui lui a valvule prix Pulitzer en 1921.

    ha scritto il 

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