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L'età dell'innocenza

Di

Editore: Newton & Compton

4.0
(1650)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Spagnolo , Portoghese

Isbn-10: 8879832565 | Isbn-13: 9788879832564 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Pietro Negri

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Descrizione del libro
Al centro di questo romanzo c'è una figura di donna tenera, eppure volitiva,desiderosa di affermare la propria individualità, disposta ad affrontare molto in nome della libertà di amare l'uomo che ha scelto e destinata a vedernaufragare il suo sogno contro l'ostile rifiuto di una società schiava deipregiudizi. La cornice è il dorato mondo dell'aristocrazia newyorkese di finesecolo, un mondo brillante e animatissimo che però condanna senza remissionealla solitudine chiunque voglia sottrarsi alle sue convenzioni.
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  • 2

    L'eterna età dell'ipocrisia

    Al peggio non c'è mai fine. Vero.
    Avrei dovuto tenere bene a mente questa massima quando, non più tardi di un paio d'anni fa, imbattendomi nell'ignobile figura di Angel Clare (co-protagonista di Tess ...continua

    Al peggio non c'è mai fine. Vero.
    Avrei dovuto tenere bene a mente questa massima quando, non più tardi di un paio d'anni fa, imbattendomi nell'ignobile figura di Angel Clare (co-protagonista di Tess dei d'Urberville), ebbi l'ardire di dichiararlo il personaggio letterario maschile più disdicevolmente ipocrita che avessi mai incontrato. Chiariamo: non si trattava di un "cattivo" nel senso classico del termine, bensì di un comune bravo ragazzo - si fa per dire - dagli elevati principi morali - anche qui si fa per dire - che seppur estremamente indulgente verso i propri (tutt'altro che immacolati) trascorsi, non poteva perdonare all'amata neo sposa la seduzione (o più propriamente: la violenza) subita anni prima per mano di un infame signorotto, e l'abbandonava così, disperata e indifesa, a un destino funesto.
    Certo, non immaginavo all'epoca, che un giorno avrei avuto la sventura d'incrociare un altro personaggio, tal Newland Archer, in confronto al quale il vile Angel mi sarebbe parso il più impeccabile dei gentiluomini.
    Il nome, a dirla tutta, faceva ben sperare: Newland, quasi a suggerire freschezza e integrità; Archer, come la tenace e indimenticabile Isabel del jamesiano The Portrait of a Lady. Troppe volte però, i nomi, tanto quanto le apparenze, traggono in inganno!
    E così, con mio grande disappunto, ho fatto la conoscenza di questo illustre giovanotto: un ineguagliabile modello di pochezza morale, perbenista come tanti e incoerente come pochi, che da finto progressista qual è, propugna per la donna una libertà che mai auspicherebbe nella propria sposa, e giudica con disgusto nel prossimo, le medesime attitudini che invece reputa onorevoli e giustificate in se stesso.
    Ma andiamo con ordine.

    La vicenda ha inizio in una sera di gennaio, all'Academy of Music di New York, dove tra l'alta società riunitasi per assistere al Faust, fa bella mostra di sé l'incantevole May Welland, timida fanciulla dall'irreprensibile condotta e l'ancor più elevato candore. A contemplarla da lontano, deliziato e sognante, un giovane avvocato di buona famiglia - il già citato Archer - che di lì a poco proclamerà ufficialmente il loro fidanzamento.
    Tutt'a un tratto, nel bel mezzo della rappresentazione, l'interesse dei presenti è calamitato dalla comparsa, nel palco della famiglia Welland, di un'avvenente sconosciuta dalla pelle chiara e la nera chioma: è Ellen Olenska, una cugina di May appena rientrata in America dopo anni di permanenza in Europa, dov'è reduce da un disastroso matrimonio. Cresciuta all'estero con un'originale zia, e dotata lei stessa di una personalità brillante e anticonvenzionale, Ellen suscita il biasimo dei rispettabili parenti disdegnando le formalità del bel mondo, e - cosa ben più scandalosa - annunciando la propria intenzione di divorziare dal marito, un abietto conte polacco da cui è fuggita.
    Quando Newland, spinto dai preoccupati familiari, incontrerà Ellen per dissuaderla dal suddetto proposito, tra i due nascerà una profonda ed inopportuna attrazione che segnerà ineluttabilmente le loro vite.

    La trama, in realtà, è solo un pretesto: ciò che Edith Wharton si propone di raccontarci, infatti, non è il prevedibile triangolo amoroso tra i protagonisti, bensì un qualcosa di più complesso nonché realista, di cui i tre costituiscono nient'altro che un singolo aspetto: l'alta società newyorchese di fine Ottocento.
    Con mano ferma e penna affilata, la scrittrice traccia l'impietoso ed incisivo ritratto di un mondo fatto di maldicenze, tradimenti, e moralismi di facciata, dove l'uomo è educato fin da giovanissimo a distinguere "le donne che si amano e si rispettano, da quelle con cui ci si diverte", e dove le questioni etiche vengono abitualmente valutate secondo due pesi e due misure, a seconda del sesso delle parti coinvolte. Quella che la Wharton dipinge, è una New York ben più retrograda e maschilista della tanto vituperata Inghilterra vittoriana, assai lontana dall'immagine romantica - e probabilmente tutta europea - di un Nuovo Mondo lungimirante e cosmopolita.
    È in questo scenario soffocante, dove la sostanza viene indiscriminatamente sacrificata sull'altare delle apparenze, che interpreta il suo ruolo Newland Archer, ipocrita tra gli ipocriti: il figlio prediletto di quella società che lui stesso deplora, e di cui, incapace di affrancarsene, è nel contempo il più irriducibile sostenitore.
    Poche volte una creatura letteraria mi ha suscitato un disprezzo tanto intenso quanto quello ispiratomi da Archer: un individuo così vacuo da compiere le proprie scelte solo in funzione del giudizio altrui; così meschino da legarsi deliberatamente a una donna che sa di non amare - e che inganna senza scrupoli - pur di non rinunciare all'idea di "un buon matrimonio"; così indegno da tradire la propria sposa con la di lei cugina fin dai tempi del fidanzamento; così spregevole da dispiacersi perché la giovane moglie, disgraziatamente per lui, avrà ancora tanti anni di vita davanti a sé... Ma il lato più "affascinante" di quest'uomo (sempre ammesso che lo si possa ritenere degno di tale appellativo) è l'incrollabile fede che egli nutre circa la propria superiorità morale: perché è palese come, dal suo punto di vista, sia ammissibile che il consorte di una fanciulla superficiale e povera di spirito come May, finisca col preferirle una donna del calibro di Madame Olenska... Già, peccato però che il nostro protagonista fosse pienamente conscio delle mancanze della sua sposa, e che fino a poco prima, le giudicasse non come dei difetti, bensì come le qualità più desiderabili che un buon marito possa trovare nella propria moglie!
    Ma del resto, come ci dimostrano i fatti, Newland Archer non è tipo da assumersi alla leggera la responsabilità delle proprie azioni, e infatti, non appena gli si presenta l'occasione, eccolo pronto ad incolpare gli altri (siano esse le convenzioni, la famiglia, o la sua stessa amata) per quelle scelte che, seppur compiute in piena autonomia, si rivelano per lui un fardello troppo gravoso con cui convivere: "Io sono quello che hai voluto tu assai più di quanto tu sia quello che volevo io. Io sono l'uomo che ha sposato una donna perché un'altra gli ha detto di farlo.", dirà infatti ad Ellen a proposito del proprio infelice matrimonio.
    Se le azioni di Archer sono fondamentalmente ascrivibili alla superficialità e alla codardia, quelle di Ellen Olenska sono invece dettate da una coscienza che, malgrado tutto, le impedisce di divenire interamente complice dell'uomo che (incomprensibilmente) ama. Avrei voluto conoscere meglio questo personaggio, carpirne i pensieri, vederne delineata la psicologia; purtroppo, invece, di lei ci sono concessi solo dei lampi fugaci, immagini e impressioni ricavate per lo più dallo sguardo inaffidabile di Archer che la osserva e la idealizza. Non sappiamo mai cosa passi davvero per la mente di Ellen: tutto ciò che ci viene mostrato è la maschera che ella è tenuta a indossare di fronte a quella società, alla sua stessa famiglia, che la accoglie, le dà consigli, le sta accanto... e che soprattutto la giudica e, come lei stessa confiderà all'amato, le impone di fingere.
    Eppure, anche nei confronti dell'infelice contessa, non sono riuscita a provare sentimenti benevoli: forse perché troppo poco approfondita per riuscire a colpirmi umanamente; forse perché la sua relazione con Archer, oltre a sembrarmi basata sul niente, mi ha essenzialmente irritato; forse perché la sua scelta finale - che pure l'ha indiscutibilmente rivalutata ai miei occhi - mi è parsa ben poca cosa rispetto ai sacrifici sostenuti da altre due protagoniste letterarie, Isabel Archer e Maggie Tulliver (Mill on the Floss), a me infinitamente più care.
    La sola figura del romanzo, che pur senza ispirarmi simpatia, mi ha suscitato pena, è quella di May Welland, che Edith Wharton definisce (e come darle torto?) come il "terrificante prodotto del sistema sociale cui lui apparteneva e in cui credeva, la fanciulla che non sa nulla e si aspetta tutto". May è una ragazza senza spessore, educata allo snobismo e al culto della rispettabilità; una bambolina costruita ad arte per essere un mero oggetto ornamentale nelle mani di uomini come Newland Archer, ai quali la vanità e le convenzioni sociali impongono matrimoni in cui "il dovere di un marito è di nascondere il proprio passato alla moglie, e quello di una moglie di non avere alcun passato da nascondere."
    Anche May, tuttavia, saprà tirare fuori le unghie e difendere ciò che le appartiene (peccato che, considerato l'oggetto della contesa, non ne valga assolutamente la pena)... Lo farà, per lo meno, come le è stato insegnato: attraverso i sotterfugi, gli inganni, ancora una volta nell'ombra di quella patina di falso decoro sotto la quale si celano tutti i misfatti, le sofferenze, le illusioni inconfessabili di un mondo in cui non c'è spazio per la sincerità e i rapporti genuini.

    È superfluo soffermarsi sull'indiscutibile bravura di Edith Wharton: impareggiabile ritrattista dell'ipocrisia e delle dinamiche del bel mondo, nonché narratrice pungente e sempre elegante. Questa volta, tuttavia, l'ho percepita troppo distaccata, spietata, quasi cinica; il che, unito a un'ironia tagliente ma amarissima, e all'invincibile insofferenza della sottoscritta rispetto al contesto sociale, ha reso impossibile il coinvolgimento nella storia, facendomi sentire come una fredda - e non di rado annoiata - spettatrice, insensibile alle vicissitudini dei personaggi, più incline a godere delle loro disgrazie che a dispiacersene.
    The Age of Innocence, dal canto suo, svolge egregiamente la propria funzione di denuncia... Perfino troppo, oserei dire: infatti, se al termine della lettura la mia sincera stima per Edith Wharton - che tanto avevo apprezzato nel breve e doloroso Ethan Frome - è certo rimasta immutata, il profondo senso di disgusto nei confronti dell'alta società newyorchese e dei suoi notevoli rappresentanti, ha innegabilmente inciso in modo negativo sul mio apprezzamento complessivo del romanzo.

    L'ultimo intenso capitolo, che racchiude in sé tutto il significato dell'opera, risolleva decisamente il tenore di un intreccio talvolta tedioso e fin troppo dilatato, regalandoci, nella malinconia delle riflessioni conclusive, forse l'unico attimo veramente bello e toccante dell'intero romanzo.
    S'illude - questo pare voglia dirci la Wharton - chi immagina un'era in cui l'innocenza regni sovrana: perché essa non è esistita, né probabilmente esisterà mai; perché il mondo, e con esso la società che lo popola, è intrinsecamente dominato dalla superficialità, dalla falsità, dalle sovrastrutture che paradossalmente tramutano l'involucro nella vera essenza delle cose; perché a dispetto degli inevitabili cambiamenti, quel mondo che la scrittrice ha saputo ritrarre con così grande precisione, non è solo l'America di fine Ottocento: è la realtà trasversale e imperitura di un'umanità che, in fin dei conti, resta sempre identica a se stessa.
    E nel porci la domanda su cosa ci resti, oggi, di quella società dove l'ignoranza è travestita da innocenza, dove la menzogna diviene una seconda natura, dove i silenzi sono il pane quotidiano di tante coppie solo in apparenza felici e armoniose, la riposta, ahimè, non può che essere una: ci resta tanto. Troppo.

    ha scritto il 

  • 3

    Un classico ottocentesco sull'amore impossibile

    Ci sono libri che stanno lì ad aspettarci. A me è successo con “L’età dell’innocenza” che mi ero ripromesso di leggere da quando vidi il bellissimo film che ne trasse Scorsese. Ho negletto il proposit ...continua

    Ci sono libri che stanno lì ad aspettarci. A me è successo con “L’età dell’innocenza” che mi ero ripromesso di leggere da quando vidi il bellissimo film che ne trasse Scorsese. Ho negletto il proposito per lungo tempo, ma alla fine – più di vent’anni dopo! – sono giunto all’appuntamento.
    Nel testo letterario di Wharton prevale la dimensione di affresco storico rispetto alla tematica amorosa, che pur resta il nucleo. L’amore tra Archer e la contessa Olenska, la fascinosa ed enigmatica Ellen - che sugli schemi avrebbe incontrato una degna interprete in Michelle Pfeiffer, ai vertici della bravura e della bellezza – non poteva avere un lieto fine prima di tutto per le convenzioni sociali della società americana dell’epoca. Tuttavia è proprio Ellen a suggerire un’interpretazione più eroica e di maggior spessore morale: non si può costruire la propria felicità sul dolore di una vittima.
    Archer resta al di sotto di questa soglia sacrificale.

    ha scritto il 

  • 4

    Un jeune homme bien sous tous rapports

    Newland Archer tombe amoureux d'une jeune femme affranchie. Mais il est marié, et elle aussi, bien que fraîchement séparée. L'histoire serait banale aujourd'hui, mais nous sommes au XIXe siècle et dan ...continua

    Newland Archer tombe amoureux d'une jeune femme affranchie. Mais il est marié, et elle aussi, bien que fraîchement séparée. L'histoire serait banale aujourd'hui, mais nous sommes au XIXe siècle et dans la riche bourgeoisie new-yorkaise. Le poids des traditions et des mœurs y est écrasant, que décrit avec subtilité et talent Edith Wharton, orfèvre en la matière. Un bon roman, tout en finesse, qui lui a valvule prix Pulitzer en 1921.

    ha scritto il 

  • 5

    L’innocenza da principio è una splendida virtù ma alla lunga è il più vizzo dei vizi.

    Entusiasta del libro (e della raggiunta maturità per volerlo leggere: dieci anni fa indietreggiavo di fronte a ogni libro scritto prima degli Anni Ottanta perché mi dicevo che l’unica letteratura vali ...continua

    Entusiasta del libro (e della raggiunta maturità per volerlo leggere: dieci anni fa indietreggiavo di fronte a ogni libro scritto prima degli Anni Ottanta perché mi dicevo che l’unica letteratura valida fosse quella scritta da gente viva o almeno morta non prima della mia nascita; solo verso i trenta anni ho cominciato a capirci qualcosa ovvero che a morire sono gli scrittori non i libri e che un romanzo quando è ben scritto è più giovane di me sempre) e del titolo – “L’età dell’innocenza” è un titolo bellissimo, e di nuovo fino a pochi anni fa non l’avrei capita la bellezza di questo titolo, e con il presente inciso concludo il mio processo di consapevolizzazione della gioventù che se ne va e che comunque non è affatto superiore alla mia fase adulta attuale (mento!, era superiore, ma devi averla superata per afferrare il concetto, insomma è la fregatura del da-che-mondo-è-mondo) – sono andato a cercarne notizie su Internet, ne ho perfino visto la riduzione cinematografica di Scorsese: la riduzione cinematografica m’ha addormentato prima che Ellen Pfeiffer avesse il tempo di riceve le rose gialle da un Newland Archer che, pagine alla mano, dovrebbe avere circa la mia età, e su Internet tutto quel che si ricava sulla Wharton è che fosse brava ma meno brava di Henry James e lo so bene anche io che Henry James è un demonietto della scrittura ma la New York e la società imbellettata e imbalsamata e soprattutto lo stile della Wharton in “L’età dell’innocenza” può fare tranquillamente a meno di paragoni. A me sarebbero bastate le tre righe per descrivere una stazione, i suoi odori e la gente che ci spassa dentro e fuori per rendermela cara, e uno scrittore che studia di nuovo l’effetto che fa un adulterio sul suo mondo – un adulterio che questa volta nemmeno c’è – rendendomelo come non ne avessi mai sentito scriverne, non così, io lo rispetto al di là di qualsiasi comparazione, specie seppoi mi muove la riflessione finale: all’innocenza manca tutta la grandezza di chi l’innocenza l’ha persa e per questo sa scegliere elaborando una forza d’animo, per affidarvisi, con la quale un innocente non dovrà e non saprà mai competere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Direi che mi aspettavo qualcosa di più da questo romanzo. Niente da dire sul ritratto della borghesia conformista, ipocrita e bigotta della New York ottocentesca ma oltre a questo in pratica non succ ...continua

    Direi che mi aspettavo qualcosa di più da questo romanzo. Niente da dire sul ritratto della borghesia conformista, ipocrita e bigotta della New York ottocentesca ma oltre a questo in pratica non succede niente, tu aspetti per tutto il tempo che Newland Archer combini qualcosa con Ellen Olenska in modo che magari qualcuno si tolga il paraocchi e invece niente....
    In compenso ho odiato con tutta la mia anima May Welland in Archer. Stupida, insipida, gatta morta, che poi tanto stupida non è visto che alla fine si capisce che ha capito che tra il marito e Ellen "gatta ci cova" e ordisce un piano "geniale" per allontanare definitivamente la rivale, il tutto sempre senza clamori, conformandosi al "comme il faut" imperante. Questo romanzo si potrebbe riassumere in "Si sa ma non si dice..."
    Bello per la descrizione del contesto sociale. Trama un po' deboluccia, a parer mio

    ha scritto il 

  • 2

    Storia di un amore che non si comsuma ma che logora i due protagonisti. Newland Archer è un giovane avvocato della "new York bene" del 1870 che sta per sposare una ragazza bella, fine ed educata, tira ...continua

    Storia di un amore che non si comsuma ma che logora i due protagonisti. Newland Archer è un giovane avvocato della "new York bene" del 1870 che sta per sposare una ragazza bella, fine ed educata, tirata fuori da un palchetto dell'opera della sempre presente buona società newyorkese. Ellen Olenska è una donna, anzi una contessa, con un matrimonio fallito in Europa, che torna negli Stati Uniti per riprendere le redini della propria vita. Ovviamente i due si incontrano, nasce subito un sentimento che reprimeranno per la vita perchè Ellen è la cugina della futura moglie.
    Di contorno una serie infinita di discorsi struggenti sul futuro, sul buon onme della famiglia, su cosa sia giusto e cosa no, sull'onore, la libertà, eccetera eccetera. Tutto quello che nel 2014 si chiamano "menate".
    Se Ellen, nel suo essere una libertina composta, mantiene sempre un tono e non è un personaggio fastidioso, Archer, dal canto suo, vorrebbe essere un libertino, ma in realtà è un perbenista e più e più volte si tira indietro di fronte all'amore che ha detto e che dice "ma sì, viviamocela". E Archer è un personaggio fastidioso.
    Alla fine, vincono le convenzioni sociali. Ed è un peccato.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L’affascinante Ellen Olenska torna a New York, la città dov’è nata,dopo il naufragio del suo matrimonio con un conte polacco.
    Già cresciuta con il bagaglio di una stravagante educazione impostale dall ...continua

    L’affascinante Ellen Olenska torna a New York, la città dov’è nata,dopo il naufragio del suo matrimonio con un conte polacco.
    Già cresciuta con il bagaglio di una stravagante educazione impostale dall’originale zia Medora Manson, Ellen si trasferisce in Europa a seguito del suo matrimonio con il conte Stanislao Olenski dove inizia una vita piena e permeata d’arte; frequenta artisti, pittori, musicisti, la sua mente diviene aperta e la sua conversazione brillante. Si invaghisce, però, del suo segretario, Monsieur Rivière, a causa del quale lascia il marito per fuggire a Parigi, ma anche lì le cose non vanno come dovrebbero ed Ellen decide di ritornare alla natia NY. Ovviamente la donna si è del tutto “europeizzata” e il suo stile di vita (per non parlare della la sua separazione) non è assolutamente compatibile con la mentalità newyorkese dell’epoca. Inizia così, un tentativo di ostracismo nei suoi riguardi perpetrato proprio da quelle persone presso le quali Ellen cercava rifugio. Grazie all’intercessione di Newland Archer, giovane avvocato promesso sposo della cugina di Ellen, May, le riserve sociali si sciolgono rapidamente ed Ellen è sempre più richiesta ed ammirata nonostante i suoi atteggiamenti anticonformisti a metà tra un’ingenua spontaneità e una studiata provocazione.
    Il modo di vestire, la scelta del quartiere in cui abitare, la frequentazione di ambienti artistici e soprattutto l’amicizia con Julius Beaufort, uomo ricco e potente dell’alta società newyorkese ma, allo stesso tempo, oggetto di chiacchiere e pettegolezzi per via del suo stile di vita piuttosto libertino, fanno di Ellen una creatura, allo stesso tempo, da rigettare e da adorare. Ed è ciò che capita proprio a Newland Archer, che al primo incontro rimane inconsciamente affascinato da lei, tanto da intercedere presso le più potenti famiglie dell’alta borghesia di New York perché venga accettata in società. In seguito sarà incaricato proprio da Ellen di seguire la questione del suo divorzio e a causa di questa frequentazione che, giocoforza, si è fatta più assidua, nasce tra i due un’attrazione che non può rimanere inconfessata.
    Ellen è l’archetipo del ribelle dal quale si è affascinati e, al contempo, intimoriti. Un classico, insomma, tant’è che, a mio avviso, non è affatto lei la protagonista veramente interessante di questo romanzo, in quanto incarnazione di un cliché, ma è quella di Newland la vera figura originale; un uomo che si è sempre trovato fin troppo a proprio agio immerso nelle tradizioni newyorchesi, in quella reiterata ripetizione di gesti, atteggiamenti, presenze e opinioni che hanno poi finito per diventare un tacito diktat al quale nessuno può nemmeno sognare di opporsi senza pagarne inevitabilmente le conseguenze. L’incontro con Ellen lo sconvolge, ma non fino a tal punto da abbandonare ciò che gli è stato insegnato e che è alla base della sua esistenza. Sposa, quindi, l’ordinaria ma coraggiosa May e resta ancorato al suo vivere di sempre. Newland Archer cede alla paura che ogni essere umano prova di fronte ad un cambiamento destabilizzante, di fronte all’opportunità di una scelta che potrebbe cambiare il corso della propria vita. Non riesce a superare la pressione sociale i cui meccanismi sono penetrati in lui così profondamente da non riuscire ad estirparne le radici. La sua ribellione a tutto questo è solo teorica, qualche parola di rabbia e tanta immaginazione, ma nient’altro. L’arrivo di un figlio è il coronamento di una vita che ha seguito i “binari giusti”, non importa quanto dolore e frustrazione nasconda al suo interno.
    A ben guardare, ci sono più Newland al mondo di quanto si pensi.
    Consigliatissima la trasposizione cinematografica firmata Scorsese.

    ha scritto il 

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