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L'idiota

Di

Editore: Rizzoli (BUR)

4.4
(5982)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 695 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Tedesco , Russo , Francese , Spagnolo , Svedese , Greco , Portoghese

Isbn-10: 8817189375 | Isbn-13: 9788817189378 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giovanni Faccioli ; Prefazione: Fausto Malcovati

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Rilegato in pelle , Cofanetto , eBook

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
La storia, estrema e paradossale, di un uomo completamente buono:spiritualmente superiore, generoso e pieno di fiducia nel prossimo, il protagonista è di fatto incapace di vivere, vittima di una paralisi della volontà che lo porterà alla follia.
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  • 5

    Siamo tutti ridicoli, non abbiamo scampo

    Immaginate di entrare nel classico, sontuoso salotto frequentato dal cosiddetto "gran mondo". Scorgete in disparte un biondino insignificante, sguardo un po' ebete: non se lo fila nessuno. Impietosito ...continua

    Immaginate di entrare nel classico, sontuoso salotto frequentato dal cosiddetto "gran mondo". Scorgete in disparte un biondino insignificante, sguardo un po' ebete: non se lo fila nessuno. Impietosito, qualcuno gli si avvicina con l'intento di coinvolgerlo in una conversazione; questi comincia letteralmente a esondare, come se prima si stesse trattenendo, si anima, diventa febbrile e gesticolante mentre intorno calano gelo e imbarazzo; nella foga dell'agitazione, urta e manda in frantumi un grosso vaso cinese.
    Damy i gospoda, ecco a voi il principe Lev Nikolaevic Myškin, il "cavaliere povero" da molti bollato come un perfetto "idiota", impareggiabile dispensatore di scandali. Nessun filtro tra pensiero e parola, nessun pregiudizio nei confronti di alcuno, neanche dei peggiori fedifraghi, bugiardi, cialtroni, ruffiani e violenti. Dostoevskij ha voluto dar vita ad un uomo perfettamente "buono", di una bontà consapevolmente ingenua perchè spoglia di qualsiasi etichetta o formalità, indifesa perchè pervasa dalla convinzione che nessuno in fondo è malvagio. Un essere che non conosce competizione nè ambizione, che per mitezza risulta simile all' Agnello di Dio. Anche se solo in parte.
    Ecco, su questa banalizzazione vorrei soffermarmi brevissimamente, dicendo con sicurezza che no, Myškin non rappresenta una sorta di "secondo Cristo in terra", come frettolosamente si può supporre. Gesù Cristo ha una personalità, un carisma, una umanità estranei al buon principe Myskin. Il Cristo si addossa le sofferenze per salvare, Myskin patisce perchè non conosce altra reazione che l'accettazione. D'altro canto il Cristo non si fa problemi a dare un paio di salubri scudisciate ai mercanti del tempio, mentre Myskin non lo farebbe mai, perchè lui tollera praticamente tutto. Dissipata la noiosa nebbiolina di una banale cristologizzazione dell'Idiota, andiamo avanti.
    Myškin è letterariamente paragonabile ad una miccia sfrigolante in un palazzo. Tutti guardano questa miccia trattenendo il respiro, temendo l'inevitabile esplodere dello scandalo ma allo stesso tempo sono incapaci di prevenirlo. E' senza dubbio la generalessa Epančina il personaggio che riassume meglio questa scandalofobica, nobile Russia inconcludente del XIX secolo. Donna energica ma eternamente indecisa, tenera chioccia e matrona irascibile, ora ama ora disprezza il principe idiota con egual passione, in un esilarante tiramolla in cui si trascina dietro figlie, cognati e tutta la gran coorte assortita di questo romanzo. Una pletora interminabile di lacchè, studenti malaticci, nichilisti, mantenute, giornalisti, militari, principi, rissaioli, ubriaconi - perchè un romanzo affollato come questo, vi assicuro, è davvero ostico trovarlo. In questo aspetto dell' incessante radunarsi di un popolo "diversamente peccatore" attorno al principe possiamo riconoscere una efficace rievocazione della figura di Gesù. Tutti si trovano a ronzare attorno all'imprevedibile buon epilettico e alla sua dolce, paziente favella, suggendo (e contestando) le sue stille di povera saggezza.
    La mia massima preferita è senza dubbio quel salace "Siamo tutti ridicoli, non abbiamo scampo" pronunciato nel salotto dove avviene l'epic fail descritta all'inizio. Ma quella che è rimasta più impressa nella memoria collettiva è l' iconica "La bellezza salverà il mondo"; nel dialogo ove essa è contenuta, viene immediatamente opinato dal giovane "eterno morente" Ippolit: "Sì, ma quale bellezza?". Si aprono suggestive interpretazioni; trascendendo da quelle più ovvie e direttamente legate al testo, ovvero la bellezza dei personaggi principali femminili - la bellezza di Nastassja Filippovna, amata dal principe per pura pietà come la peccatrice perdonata del Vangelo, o quella della lunatica Aglaja, che suscita un timore reverenziale - vi è ad esempio la bellezza rappresentata dall'iconografia russa ortodossa, e la nota religiosità di Dostoevskij (un fervente anti-cattolico, va ricordato) ha ovviamente aperto la strada all'appropriazione teologica di questo felice motto.
    Dire che la bellezza popola questo romanzo può essere una frasetta ad effetto, ma sarebbe del tutto insincera. E' la meschinità la grande protagonista. Sebbene va detto come in letteratura a volte la meschinità riesca a sovrapporsi magicamente alla bellezza, in un gioco di prestigio che solo i grandi scrittori sanno fare, perchè i personaggi più bassi, quando sono percettibilmente "amati" dalla penna di chi li crea, non possono che risultare di una singolare bellezza. Tale è il caso di quel magnifico bugiardo, adorabile fanfarone del generale Ivolgin, totalmente incapace di dire la verità, incapace di farsi rispettare in famiglia, di avere una dignità. Perfino ladro. Eppure noi, come il suo giovane figliolo Kolja, ci troviamo al suo fianco, mai sazi delle due panzane e delle sue millantate conoscenze che toccano l'assurdo, l'impossibile storico. Così giungiamo a dire che sì, per quanto mi riguarda lui può essere stato davvero paggio di Napoleone, anche quando tutto dice il contrario; se avete visto lo scoppiettante Big Fish di Burton, capite di cosa sto parlando.
    Allo stesso modo risulta istintivo disprezzare untuosi personaggi come Lebedev, adulatori fasulli, camaleonti pronti a darti ragione su tutto salvo poi pugnalarti alle spalle (fatto curioso, Dostoevskij fa intessere una gioviale amicizia tra questi due opposti), così come il vile Gavrila Ardalionovic, aka Ganja, che fa il leone in casa ma è servile nei confronti di chi conta.
    In definitiva ogni personaggio, come sempre accade nei buoni romanzi, è una finestra verso un tema; ho già accennato del malaticcio Ippolit, ebbene la sua "spiegazione necessaria" è una delle digressioni che più mi sono rimaste impresse. In particolare serberò sempre ricordo di questa frase: "Chiunque attacchi la carità individuale, attacca anche la natura umana e mostra disprezzo per la dignità personale". Ah, come mi piacciono queste parole, come le urlerei nell'orecchio di tutti quei bravi saputi cittadini modello che contestano la libertà di elemosina. Chiusa parentesi sociale.
    E poi il doppio, tema già affrontato nel claustrofobico romanzo "Il sosia", che vede in Rogožin lo specchio deformante del buon idiota Myškin, il suo dark side violento, ateo e passionale.
    C'è molto altro, ovviamente; ma mi fermo qua.
    Concedetevi anche voi questa incredibile passeggiata nel giardino del bene e del male, tra amori, litigi e pettegolezzi, tra fede, filosofia e politica salottiera, in cui Dostoevskij ci fa da guida con la sua penna affilata, mostrandoci il ventre molle della Russia ottocentesca.

    ha scritto il 

  • 4

    Una volta lessi, in Proust se non sbaglio, un giovane personaggio dire che avrebbe passato qualche lieta ora a divertirsi leggendo un libro. Un divertimento, ecco cosa era allora leggere, e cosa conti ...continua

    Una volta lessi, in Proust se non sbaglio, un giovane personaggio dire che avrebbe passato qualche lieta ora a divertirsi leggendo un libro. Un divertimento, ecco cosa era allora leggere, e cosa continua ad essere ancora, quando ci si imbatte in libri come questo: avvincente, da divorare pagina dopo pagina. Passavano le ore, e non mi riusciva di staccarmene. Veniva il tempo di fare altro, di uscire, di dormire, e a malincuore dovevo chiudere il libro. L'ho amato. Tantissimo. Storia struggente, incredibilmente moderna e dal finale inaspettato.

    ha scritto il 

  • 3

    Perplessità

    Devo pensare e ripensare. Questo mostro sacro della letteratura mondiale è costituito da tre parti fra loro a volte quasi contraddittorie. La conoscenza della storia e cultura russa del periodo sono i ...continua

    Devo pensare e ripensare. Questo mostro sacro della letteratura mondiale è costituito da tre parti fra loro a volte quasi contraddittorie. La conoscenza della storia e cultura russa del periodo sono indispensabili. Alcuni personaggi mi sfuggono, per esempio Lebedev e soprattutto Myskin: uomo "assolutamente buono" o assolutamente fuori dalla realtà? Metafora di Cristo, come sembra volesse l'Autore, o utopia esangue? Forse un giorno rileggerò, per la terza volta.

    ha scritto il 

  • 4

    In generale mi è piaciuto molto.
    A tratti l'ho trovato un filino troppo prolisso e pesante a causa dei dialoghi troppo lunghi e inutili per la trama principale, così come lo sono altre parti (per esem ...continua

    In generale mi è piaciuto molto.
    A tratti l'ho trovato un filino troppo prolisso e pesante a causa dei dialoghi troppo lunghi e inutili per la trama principale, così come lo sono altre parti (per esempio lo scritto, il delirio, di Ippolit). La prima parte è rimasta fino alla fine quella che mi è piaciuta di più.

    ha scritto il 

  • 4

    Io, L'idiota e Zweig

    "È cosa ardua e piena di responsabilità parlare degnamente di Fëdor Michajlovič Dostoevskij e della sua
    importanza per il nostro mondo interiore, perché la grandezza e la potenza di quest’uomo unico r ...continua

    "È cosa ardua e piena di responsabilità parlare degnamente di Fëdor Michajlovič Dostoevskij e della sua
    importanza per il nostro mondo interiore, perché la grandezza e la potenza di quest’uomo unico richiedono
    una misura nuova". (S. Zweig)
    Bene, ora ho capito perchè ad una settimana dalla fine della lettura non riesco ad esprimere un giudizio
    compiuto, mi occorre una misura nuova per valutarlo.
    "Sempre in Dostoevskij la prima impressione è di brivido e la seconda di grandezza." (idem)
    Di brividi ne ho provati molti, il suo racconto di cosa significa essere condannati a morte, il sogno di Ippolit,
    tutte le volte che Rogozin si manifesta (quegliocchi nel buio), tutta la struggente parte finale.
    "...la forma della sua vita imita in modo misterioso quella delle sue opere" (idem)
    In più di una occasione ho avuto come l'impressione che l'autore usasse il suo sangue per scrivere questa
    storia, proprio il suo sangue.
    " C’è una lotta continua fra Dostoevskij e la sua sorte, una specie di amorevole inimicizia. In lui tutti i conflitti, tutti i contrasti sono portati a un grado di dolorosa intensità; la vita gli fa male perché lo ama e lui la ama perché essa lo afferra così duramente..."
    Che aggiungere a questo perfetto ritratto?
    ..."le creature di Dostoevskij sono esseri di un nuovo principio. Hanno, con tutta la loro genialità e il loro cervello adamantino, cuori di fanciulli, desideri di fanciulli; non vogliono questo o quello, ma vogliono tutto e tutto intensamente: il bene e il male, il caldo e il freddo, il vicino e il lontano; sono degli esagerati, dei senza misura."
    Ad esempio il principe Miskin: entra di soppiatto nelle righe che leggi, si intrufola nei tuoi pensieri quando meno te l'aspetti, scivola dolcemente in mezzo agli affanni che popolano la storia e senza accorgertene te lo ritrovi accanto, ci pensi non solo mentre leggi ma mentre vivi, mentre tenti di comprendere dove ti porterà la storia. Lui è li, accanto a te, il suo struggimento è il tuo, la sua tristezza impossibile da sopportare, il suo destino così umano da far male.
    Insomma spero di averlo detto seppur confusamente, più che un libro questa è un'esperienza, devastante.

    ha scritto il 

  • 5

    Egregio Maestro,

    spero perdonerete la mia libertà nell’inviarvi questo biglietto: chi vi scrive queste poche righe è una signorina inglese di buona famiglia che passa i suoi pomeriggi nel salotto buono a leggere e a s ...continua

    spero perdonerete la mia libertà nell’inviarvi questo biglietto: chi vi scrive queste poche righe è una signorina inglese di buona famiglia che passa i suoi pomeriggi nel salotto buono a leggere e a scrivere come voi di emozioni e pensieri e che vorrebbe farvi avere la sua modesta opinione sulla vostra opera.

    Conoscevo già qualcosa scritto da voi attraverso la lettura di qualche vostro romanzo breve, ma è solo con questo capolavoro ,in bella vista nella libreria paterna, che ho potuto apprezzare tutto il vostro genio. Anche io sapete raccontando di balli, passeggiate e amori più o meno felici sto tentando di tracciare un ritratto della società che mi circonda, del mondo che posso osservare dalla finestra che ho vicino al mio tavolo da lavoro e ho imparato moltissimo dal meraviglioso affresco del mondo moscovita che il vostro estro ha generato.

    Il principe Lev Nikolaevic Myskin è un personaggio che ho amato fin dalle prime pagine – tutto tremante col suo fagotto nello scompartimento del treno – e che ora vorrei poter abbracciare là dove lo avete voluto lasciare, tutto raggomitolato nella poltrona della residenza svizzera. Non immaginate quanto avrei voluto soccorrerlo quando la febbre cerebrale lo colpiva mettendogli un morbido cuscino sotto la testa(anche io ho i miei problemi di salute e so bene quanto sia medicina potente il sentirsi accuditi con gentilezza). Ho infine ammirato e detestato (scusate l’ardire) le vostre figure femminili che io non avrò mai il coraggio di descrivere così brutalmente nella loro cattiveria, spavalderia, corruzione e per questo umanissime.

    Voi Dostoevskij avete disegnato con “l’Idiota” la purezza, il candore, l’innocenza e l’ingenuità usando matita e lettere anziché pennelli e colori realizzando un capolavoro di cui farò tesoro senza esitazione alcuna.

    Da ora sempre vostra,
    Miss Jane Austen

    ha scritto il 

  • 5

    Un secolo separa il Principe Myskin di Dostoevskij dal Principe Saurau di Bernhard: “L’idiota” viene infatti composto tra il 1867 e il 1868, “Perturbamento” esce in prima edizione nel 1967. Un filo ro ...continua

    Un secolo separa il Principe Myskin di Dostoevskij dal Principe Saurau di Bernhard: “L’idiota” viene infatti composto tra il 1867 e il 1868, “Perturbamento” esce in prima edizione nel 1967. Un filo rosso li lega, li mette in rapporto, li pone uno di fronte all’altro nella loro compiutezza, in un impossibile confronto e in un altrettanto impossibile dialogo. Nati da mondi letterari lontanissimi tra di loro nel tempo e nello spazio, può accadere che essi assumano ruoli analoghi nell’esperienza di un singolo lettore, entrambi oggetto, per motivi diversi, di un analogo “esercizio di ammirazione”. Può accadere che il primo sia responsabile dell’avvio di una affezione all’universo che la letteratura schiude, del contagio di quel vizio che si potrebbe definire “assurdo”, se non si temesse l’indebita intrusione nel mondo di Pavese; e che il secondo segni per sempre la futura direzione, delimiti il territorio che sarà per sempre una vera casa letteraria, da cui partire spesso, ma alla quale, altrettanto spesso, ritornare. Da un principe all’altro, da un idiota a un folle, è lungo la strada da loro segnata che sono diventata una lettrice. Il Principe Myskin, l’uomo per cui la compassione è più forte di tutto, persino dell’amore, protagonista di quella che Dostoevskij considerava la sua opera più riuscita, è uno splendido antieroe dall’anima poetica, bella e ricca, che avanza controvento e contro ogni logica del mondo, disarmato disarma l’arroganza, umile umilia la presunzione, imbelle neutralizza il potere. Un uomo assolutamente buono che perdona tutto e scusa tutti, idiota per se stesso e per il mondo, un malato, un mentecatto, un discendente dei folli di Dio della tradizione russa. Il Principe Myskin incarna l’assoluta bontà, l’assoluta bellezza morale e sembrerebbe perciò possedere tutti i requisiti atti a suscitare l’antipatia e l’irritazione del lettore. Solo chi è comico o totalmente innocente, come un bambino, può permettersi di combattere contro i mulini a vento. Dostoevskij è riuscito ad illuminare “l’idiota” con la grazia dell’innocenza perfetta e a renderla plausibile mediante la malattia di cui è affetto, l’epilessia, che in qualche modo lo pone in contatto con la trascendenza. E’ riuscito a rendere viva e affascinante l’innocena estatica, a renderla il lievito di una complessa serie di rapporti umani complicati e tempestosi che, con il procedere del romanzo, vengono tutti irradiati dalla sua forza. L’idiota appare sulla scena e ribalta le convenzioni sociali; la sua sola presenza è scandalosa, ma è uno scandalo che genera stupore più che indignazione e che opera il miracolo di mettere a nudo i rapporti autentici, profondi, tra gli uomini. Forse perché i rapporti umani sono il suo unico interesse; al di fuori di essi il Principe Myskin non esisterebbe, le sue parole, i suoi lunghi racconti – che hanno il tono di umanissime parabole – si collocano, tutti, in contesti dialogici, entro la cornice, usuale nel romanzo ottocentesco, delle conversazioni che si usano svolgere in società, oppure, nelle sequenze più drammatiche, le sue parole sono scandagli che penetrano nell’animo dell’ascoltatore, costretto alla resa, o strenuamente arroccato a difesa della propria imperfezione, del proprio umano peccato, o destino di perdizione, contro l’assalto dell’estremo bene, del bello assoluto. Insomma, il Principe Myskin che, con la fermezza dell’amore puro e disinteressato, legge nei cuori di tutti e si affida ai presentimenti e alle intuizioni più che alla razionalià e alle convenienze, non esisterebbe senza la sua controparte, l’inperfetta e tormentata umanità, senza l’umanità più restia alla redenzione perché non se ne ritiene degna, senza Nastasja Filippovna, per intenderci. L’idiota non esisterebbe al di fuori del dolore dell’uomo. E’ ciò che ha ben compreso Ingeborg Bachmann, forse per quel suo essere contagiata, a sua volta, dalla follia dell’assoluto – certo in tempi e contesti letterari molto diversi – scrivendo “Un monologo del Principe Myskin per il balletto-pantomima L’idiota” (spettacolo realizzato con le musiche del suo fraterno amico Hans Werner Henze): “Ferma! E’ te che scongiuro,/ volto dell’unico amore,/ resta limpido e calando le ciglia/ chiudi gli occhi sul mondo, resta bello,/ volto dell’unico amore,/ e solleva la fronte/ oltre il balenare dei dubbi./ Si spartiranno i tuoi baci,/ ti sfigureranno nel sonno,/ se andrai in cerca di specchi/ in cui ad ognuno appartieni!”. Da un secolo all’altro, da un principe all’altro, dall’idiota al folle. Il Principe Saurau, nella sua splendida solitudine, cammina lungo le mura del castello di Hochgobernitz e pronuncia lo sterminato monologo che costituisce la seconda parte di “Perturbamento”. E come l’idiota non esisterebbe al di fuori del rapporto con il mondo, così il lucido folle bernhardiano non esiste al di fuori della cupa segregazione della sua mente, del labirinto che va percorrendo e misurando fino al suo estremo limite, senza neppure ipotizzare una sua possibile redenzione. Esclusa ogni possibilità di dialogo – “Evidentemente il tempo della nostra vita non basta per riuscire a farci capire” – sembra lontano, sempre più lontano, il luogo dove si trova la spiegazione di tutto. Esclusa ogni possibilità di dialogo, la voce non può essere che monologante e scandita, come una giaculatoria, da affermazioni lucidissime e consequenziali, intervallate da deliranti divagazioni che, attraverso arditezza di pensiero e raffinate costruzioni linguistiche, compongono un quadro distruttivo che distrugge il suo stesso artefice: “Io sono costruito interamente contro la realtà […] il più delle volte ormai trovo conforto soltanto nello sconforto”, “Ma l’uomo continua a parlare, parla continuamente, continua a parlare del proprio disgusto ogni volta che parla del proprio destino”, “I nostri maestri ci hanno lasciati soli. Non ci saranno maestri del futuro e quelli del passato sono morti”, “Siamo tutti orfani, non siamo solitari, ma sempre soli”, “Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nosre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un’ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa.”. Un’insistenza che rivela forse la “gioia di inventare frasi complicate, ineccepibili”, un inarresttabile flusso di parole che dicono l’impossibilità del dire e che rivelano una fortissima valenza teatrale, propria di tutte le prose bernhardiane. Il Principe Saurau si staglia sullo sfondo buio del suo palcoscenico con i suoi occhi dolorosamente chiusi sulla propria disillusa interiorità, principe dell’intransigenza e dell’assoluto, così come lo è l’idiota, con i suoi occhi dolorosamente aperti sul palcoscenico del mondo.

    ha scritto il 

  • 2

    Veramente arduo da leggere questo Dostoevskij, il principe descritto è un uomo che si sacrifica, un "Cristo" in perenne conflitto con due donne e con la ridda di personaggi che gira a lui intorno... ...continua

    Veramente arduo da leggere questo Dostoevskij, il principe descritto è un uomo che si sacrifica, un "Cristo" in perenne conflitto con due donne e con la ridda di personaggi che gira a lui intorno...

    ha scritto il 

  • 5

    L'inesperienza innata...

    L’idiota è qualcosa di più che una storia di un uomo intelligente. Direi che rappresenta l’umanità nella sua interezza. Ciò che si dovrebbe essere, ma che è utopico pensare che lo si potrebbe essere. ...continua

    L’idiota è qualcosa di più che una storia di un uomo intelligente. Direi che rappresenta l’umanità nella sua interezza. Ciò che si dovrebbe essere, ma che è utopico pensare che lo si potrebbe essere.

    L’idiota seduce, commuove, affascina, irride e ispira chi gli sta intorno a gesta sempre più eclatanti che lo mortificano o che lo declamano ad eroe incompreso. I personaggi che lo accompagnano confermano la genialità dell’autore che non solo rende nudi davanti al protagonista, coloro che sono acerbi di sentimenti e privi, all'apparenza, di ogni tipo di comprensione; ma muta in loro l’essere e lo stato d’animo a qualcosa di migliore e altruistico. Infatti, molti di loro scoprono in sé stessi qualcosa di meraviglioso. Si pensi ad Ippolit e all’amore che scopre per gli alberi o anche al generale (padre di Kolya), che assecondato dal protagonista si vede per certi versi illuminato.

    Il lato romantico scopre che le donne restano ammaliate dal principe, che indissolubilmente eccita sentimenti profondi in loro, scatenando imbarazzo e paure che portano alcune delle protagoniste a scelte disperate.. ma ogni “abbandono” ha le sue conseguenze e ogni risorsa morale gioca la sua parte nel rincorrere un destino comunque scritto, che finisce il libro così come lo inizia.

    ha scritto il 

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