L'idiota

Di

Editore: Newton Compton (Grandi tascabili economici; 608)

4.4
(6485)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 479 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Tedesco , Russo , Francese , Spagnolo , Svedese , Greco , Catalano , Portoghese , Polacco

Isbn-10: 8854119237 | Isbn-13: 9788854119239 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Federigo Verdinois ; Prefazione: Mauro Martini

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Rilegato in pelle , Cofanetto , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
In un'umida giornata novembrina arriva a Pietroburgo il principe Lev Nikolaevic Myskin. Egli è venuto a proclamare la sua verità da 'idiota', che sovverte le tradizionali contrapposizioni tra Bene e Male, tra Amore e Odio e afferma una sua nuova Legge: quella della compassione per il dolore del prossimo. Ma a questa verità tutti si ribellano, soprattutto Nastas'ja Filippovna, donna bellissima e consapevolmente perduta che rifiuta di farsi salvare dal principe e non si sottrae al suo tragico destino, quello di finire vittima del passionale mercante Rogozin.
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  • 5

    Dostoevskij e i bambini.

    “Lébedev, Keller, Gànja, Ptìcyn e molti altri personaggi del nostro racconto vivono come prima, sono poco cambiati e di loro non c’è quasi niente da dire.”

    Io ho iniziato con Dostoevskij. Con “Delitto ...continua

    “Lébedev, Keller, Gànja, Ptìcyn e molti altri personaggi del nostro racconto vivono come prima, sono poco cambiati e di loro non c’è quasi niente da dire.”

    Io ho iniziato con Dostoevskij. Con “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Non sapevo nulla di letteratura. Non sapevo nulla neppure di Dostoevskij. Era uno dei pochi libri presenti in casa, in camera di mia sorella, non so se qualcun altro lo abbia letto, prima o dopo di me. Penso di no. Poi sono arrivati gli altri, in pessime edizioni e in traduzioni ancora più ridicole, ma io pensavo che comprare un libro a pochissimi soldi fosse sempre il migliore degli affari. Ho vissuto abbastanza per poter dire: “Sono passati gli anni.”, senza dovermelo inventare.

    Dostoevskij non è come il principe, d’altronde nemmeno il principe è azzurro ovvero buono e cristico come neanche Dostoevskij sa se l’avrebbe voluto così. Dostoevskij non è buono come i suoi personaggi: un modo più crudele per congedarsi da alcuni di loro non avrebbe potuto trovarlo: “sono poco cambiati e di loro non c’è quasi niente da dire.”

    Io sono cambiato? Io, a differenza di Ippolìt (la sua lettera merita di essere estrapolata e venduta a parte quanto “La leggenda del grande inquisitore”) non ho nessuna ultima spiegazione, non mi occorre. Non ho ucciso il grande amore della mia ossessione come Parfën Rogožin, non ho ereditato nessuna grande fortuna come il principe Myškin, non ho dovuto superare la visione del quadro di Hans Holbein il Giovane. Però dal tempo della mia prima lettura a ora qualcosa è cambiato, e ho qualcosa da dire.

    Anche “L’idiota" è cambiato. Allo stesso modo lo ricordavo tutto e non me ne ricordavo niente. L’altro giorno ho scritto per puro caso alla donna che mi ha sposato, tra una decina di altre cose tutte estemporanee:

    “Ho letto la nuova traduzione de “L’idiota” di Dostoevskij. L’ho letto più di venti anni fa per la prima volta, allora “L’idiota” mi parve un libro immenso, anche fisicamente immenso, e delirante; adesso per me è un libro facile, facilissimo, spietato, e molto lucido, estremamente lucido. O non ero lucido io venti anni fa e prendevo per delirante qualcosa che invece era lucidissimo, oppure sono delirante adesso e prendo per lucido qualcosa che invece è delirantissimo.”

    Ero praticamente un bambino quando ho letto L’idiota la prima volta e la mia impressione fu che i suoi personaggi, i suoi adulti, fossero tutti terribili, tremendi, da esorcizzare. A leggerlo adesso i suoi personaggi mi sembrano tutti dei bambini sperduti, orfani, spaventati, s-gettati, degni della più tenera compassione.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Strano romanzo. Diverso, rispetto a Delitto e Castigo, che si snoda intorno ad un pensiero forte e centrale, un fiume in piena dal flusso quasi lineare, privo di tante anse. Questo ha un percorso ...continua

    Strano romanzo. Diverso, rispetto a Delitto e Castigo, che si snoda intorno ad un pensiero forte e centrale, un fiume in piena dal flusso quasi lineare, privo di tante anse. Questo ha un percorso più placido, meno impetuoso, si divide in tanti rigagnoli: è più multiforme e complesso e più complessi sono già i personaggi, inafferrabili e mutevoli, ambigui, mai prevedibili e mai conosciuti a fondo. Ognuno è un mistero. Soprattutto le donne che hanno i ruoli dominanti nella storia, Nastas’ja e Aglaja, appaiono strane, enigmatiche, furiose e temibili. Ciò che le distingue tra loro è solo la reputazione e l’appartenenza sociale: figlia coccolata di una agiata famiglia la seconda, mantenuta e pubblica peccatrice Nastas’ ja, vittima già da ragazzina di un uomo che avrebbe dovuto proteggerla ed allevarla.
    Myskin, il principe buono protagonista della storia, l’idiota come viene qualificato e interpellato apertamente, ama entrambe ed è naturale essendo loro in fondo due facce della medesima donna, traviata e casta, ribelle, vendicativa e votata alla autodistruzione. Anche il principe ha il suo alter ego, a lui opposto, il torbido Rogozin, il malvagio tanto appassionato e terribile quanto Myskin è mite e inerme. Myskin cercherà di salvare la sua maria maddalena, mosso da una forma di amore estremo, e cercherà di salvare anche il suo persecutore, piangendo con lui e consolandolo per la sua sventura umana, fino a perdersi, a mescolare la sua pietà alla dannazione di lui, in una scena finale che lo annienterà riportandolo nel luogo da cui è venuto e nel nulla della mente. Myskin, il puro, il deriso, il Salvatore ritornato in Russia dall’Occidente dove era stato guarito, ha cercato di portare la salvezza nel mondo dei peccatori, ma ha fallito. Non ha salvato nessuno, il mondo ha continuato il suo giro. Nessuno può salvare nessuno da se stesso.
    Questo e molto altro c’è nel romanzo. Mi ha colpita la descrizione dell’aura, lo stato che precede la crisi epilettica, uno stato che secondo Dostoevskij avvicina all’assoluto, quasi all’estasi mistica. E alla malattia viene attribuito un potere salvifico, lo scoppiare di una crisi salverà il principe dal cadere vittima di un delitto.
    Certo la complessità del romanzo è dovuta, oltre alla corposità dei temi dibattuti nelle conversazioni più o meno salottiere, anche alla presenza di tanti personaggi: tutti quelli che Myskyn incontra nel suo primo giorno a Pietroburgo, se li porterà dietro per tutto il romanzo. E loro lo seguiranno come discepoli adoranti o ostili.

    ha scritto il 

  • 5

    Ti trasporta in Russia

    Ho impiegato più di un anno per leggere questo libro, non perché non mi piacesse, quanto perché intendevo assaporarlo lentamente, senza farmi sfuggire nessun particolare, non è infatti assolutamente u ...continua

    Ho impiegato più di un anno per leggere questo libro, non perché non mi piacesse, quanto perché intendevo assaporarlo lentamente, senza farmi sfuggire nessun particolare, non è infatti assolutamente un "libro da spiaggia", va capito e analizzato con calma. Ho apprezzato soprattutto il suo estremo realismo, con ogni cosa e ogni circostanza descritte con dovizia di particolari, con dei dialoghi dettagliatissimi, veri, che trasportano il lettore direttamente nella Russia di quel periodo, in quella Pietroburgo, in quei locali. Impegnativo, ma ne vale assolutamente la pena.

    ha scritto il 

  • 4

    L'entelechia russa - Dostoevskij inguaribile romantico?

    Basta russi, però...
    Questa potrebbe essere la mia ultima fatica sovietica - soddisfacentissima (anche se a tratti allucinante), ma d'ora in avanti, io, la cortina di ferro, la supererò con cautela.

    D ...continua

    Basta russi, però...
    Questa potrebbe essere la mia ultima fatica sovietica - soddisfacentissima (anche se a tratti allucinante), ma d'ora in avanti, io, la cortina di ferro, la supererò con cautela.

    Di base Bulgakov m'ha detto bene, Fedor è imprescindibile, infinito, echeggerà immortale nei secoli - dovevo sospettarlo, se anche Moravia ne lodava la pachidermica grandezza letteraria qualcosa doveva pur esserci.
    Ma basta russi...

    Hanno modi di pensare molto strani, molto legati a un sottobosco esistenziale granitico e intricatissimo, particolarissimo nella loro ansia filosofica - odiano i gesuiti e si battagliano fra cristiani e nichilisti - di base molto legati alle tradizioni, arrivisti e conservatori, arcigni, gran bevitori - pettegoli nati, suscettibili, irritabili, molto formali.
    Hanno di che discutere, ne hanno un sacco, sopra lo sfondo di una patria che sembra essere sempre martoriata da correnti di pensiero contorte e diaboliche; tutti annegati nei discorsi, nelle parole, nelle perorazioni - tutti seri, contriti, allibiti, sconvolti.
    Ed è incredibile come sia quella nevrotica della Elizaveta Prokof'evna - che di base ti tira ad odiarla per quanto sia ottusa e disperata per tre quarti di libro -a centrare il punto: ‹‹ Noi stessi, quando siamo all'estero, non siamo altro che Fantasia! ››.
    Mi sarebbe piaciuto esser più pratico dell'etichetta russa, dei costumi aristocratici, poichè sfogliando pagine e pagine, a una certa, m'accorgevo con un certo senso di straniamento e sorpresa di quanto si fossero tutti un sacco scandalizzati per episodi ch'io avevo reputato marginali, giusto un poco estravaganti...

    Ma io ho letto il Gattopardo, e non siamo così lontani dalla differenza di classe. Sol che qui non abbiamo principi di Salina, abbiamo i Don Calogeri che cercan di maritare le Angeliche ai Tancredi, e si presentano cogli smoking macilenti agli aperitivi e via discorrendo. C'è già tutta un'etichetta mezza guasta, perpetrata da borghesi arrivisti e giovani nobili scapestrati mezzi spacconi, che giocano a far da principi e principesse, per sentirsi parte d'un qualcosa di grande e bello, per aver rispetto.
    E poi ci sono i rivoltosi, ci sono i nichilisti, che trasudano odio, spocchia, barbarie e cattiveria, e disprezzano quel bel mondo (diroccato), ma per invidia, perchè vorrebbero farne parte, ma vengono tagliati fuori - o peggio, santo cielo, peggio, ricevon da quel mondo una pietà bambina e infantile...

    E poi c'è questo Idiota... Questo principe che è bianchissimo e purissimo, che arriva in cenci, che parla, male o concitato o calmissimo, dipende dalla luna, che va di qua e di là in cerca d'amore e di compassione - che ama l'amore? Che per cinquecento pagine, di fatto, fa il fenomeno da baraccone. Basilarmente, come fosse un Ercole rachitico, passa una serie di fatiche che gli fiaccano i nervi, il cervello, l'animo e il cuore. La Russia è davvero così meschina da accogliere in questo modo il figlio ritrovato? E dire che in Svizzera s'era curato così bene, era così guarito...
    Insomma, per cinquecento pagine, tutti i personaggi di questo volume, ma tutti tutti, si prendono giuoco di lui, e lui, siam sempre lì, non sai se lo capisce o non lo capisce, se è un inguaribile romantico, un buono, che non ce l'avrebbe mai a litigare neanche col peggiore degli assassini, oppure è proprio stupido e le situazioni non c'arriva proprio a capirle...

    E in questa giostra di personaggi meschini, di solitudine, d'abbandono, di grettezza ben vestita, di crudeltà e fin di depravazione, di desiderio e cupidigia, tutto quel che rimane, è la disperata e cieca voglia di affermarsi, come individuo, come persona, come essere - di dir che si esiste, a sperar che la società (qualsiasi che sia) ci riconosca e ci abbia in simpatia e stima. Sia per gli Epancin, che per Ippolit, che per il vecchio generale, che per Rogozin addirittura - ognuno vuole testardamente imporsi, e imporsi come individuo monolitico, per quel che pensa d'essere e meritare.
    E in questa meschinità, riluce ancor di più la purezza del principe Minskin, la si vede, come uno spettro bianchissimo, muoversi attraverso questo roveto di cattiveria e perdere smalto, fin a farsi opaco per non disturbar le spine. E la sua è una sorta di disperata entelechia, lo smodato ottimismo di colui che sa la perfezione dentro ogni cosa e in questo caso raggiungibile attraverso la disciplina e la bontà e la pietà.

    Ho letto ovunque che il principe possa considerarsi un Cristo del diciannovesimo secolo, passato in cenci, predicante, attraverso una terra sconvolta dall'egoismo e dalla fame, per portar niente più che una parola buona... È vero; e tutta questa bontà viene fagocitata in una giostra cattiva, che ne macchia oscenamente le buone intenzioni, e ne fa oggetto di scherno e dileggio e disprezzo. E forse più che il suo "sacrificio", vengono disprezzati - quelli che io ho trovato più profondi e più commoventi - gli ultimi gesti (o quelli che avrebbero dovuto essere gli ultimi) del generale e di Ippolit, ai quali la morte e l'abbandono regala la grande, incommensurabile voglia d'urlare la propria umanità. Il principe si fa infermiere d'una società bacata ma i suoi sogni di misericordia franeranno e verranno pure bollati come "estravaganze europee". Ippolit e il generale abbandonati ai propri deliri di grandezza...

    È stato un romanzo complicato (come si evince dalla lunghezza e dalla tortuosità della mia recensione), eppure - e qui sta la forza di Dostoevskij - per niente difficile. E forse aveva ben ragione Moravia a reputarlo il più grande d'ogni tempo, poichè in questo mattone enorme non v'è parola che vi sembrerà superflua, non v'è ragionamento, episodio, situazione, personaggio che vi parrà si potesse farne a meno. È denso, unico, monolitico e indivisibile - e si risolve a dir "siate gentili, anche se forse paga poco".
    A voi dir se uno così è un idiota o un genio...

    ha scritto il 

  • 0

    Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l'anno scorso, con un tale. Qui c'è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado. Una volta quest'uomo ...continua

    Ma è meglio che vi racconti di un altro incontro che ho fatto l'anno scorso, con un tale. Qui c'è una circostanza molto strana, strana perché un fatto simile accade assai di rado. Una volta quest'uomo fu condotto al patibolo insieme ad altri, e gli fu letta la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione, per un delitto politico. Di lì a venti minuti gli fu letta anche la grazia, e gli fu commutata la pena. Tuttavia, nell'intervallo di tempo fra le due sentenze, che fu di circa venti minuti, o almeno un quarto d'ora, egli visse con l'assoluta convinzione che di lì a qualche minuto tutt'a un tratto sarebbe morto. Avevo sempre una voglia terribile di ascoltarlo, quando a volte egli ricordava le sue impressioni di allora, e cominciai a più riprese a interrogarlo. Egli ricordava tutto con straordinaria chiarezza, e diceva che di quei minuti non avrebbe dimenticato mai nulla. A venti passi dal patibolo, intorno a cui c'era folla e soldati, erano stati piantati tre pali, poiché c'erano parecchi condannati. I primi tre furono condotti ai pali e legati, fu fatto loro indossare l'abito dell'esecuzione (lunghi camici bianchi) e gli furono calzati sugli occhi dei cappucci bianchi perché non vedessero i fucili. Poi, davanti a ogni palo si schierò un drappello composto di alcuni soldati. Il mio conoscente era l'ottavo della lista, quindi doveva andare al palo col terzo turno. Un prete passò da tutti col crocefisso. Gli restavano da vivere cinque minuti, non di più. Egli diceva che quei cinque minuti gli erano parsi interminabili, una ricchezza enorme. Gli pareva che in quei cinque minuti avrebbe vissuto tante vite, che per il momento non bisognava ancora pensare all'ultimo istante, cosicché prese varie risoluzioni: calcolò il tempo occorrente per dire addio ai suoi compagni, e per quello stabilì due minuti, altri due minuti per pensare un'ultima volta a se stesso, e poi per guardarsi intorno un'ultima volta. Ricordava molto bene che aveva preso proprio queste tre decisioni, e che aveva calcolato esattamente in quel modo. Moriva a ventisette anni, pieno di salute e di forza, e ricordava che, dicendo addio ai suoi compagni, aveva fatto a uno di essi una domanda abbastanza banale, e si era anche molto interessato alla risposta. Poi, quando ebbe dato l'addio ai compagni, giunsero quei due minuti che egli si era assegnato per dire addio a se stesso; sapeva in anticipo a che cosa avrebbe pensato: aveva sempre desiderato immaginare con la maggior rapidità e chiarezza possibili come mai potesse accadere quella cosa, per cui in quel momento egli esisteva e viveva, e di lì a tre minuti sarebbe stato nulla, qualcuno o qualcosa, ma chi? Dove? Tutto ciò egli pensava di risolverlo in quei due minuti! Poco lontano di lì c'era una chiesa, e il suo tetto dorato scintillava sotto il sole fulgido. Ricordava di aver fissato con terribile ostinazione quel tetto e i raggi che di là si irradiavano. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quei raggi: gli pareva che essi fossero la sua nuova natura, e che di lì a tre minuti si sarebbe in qualche modo fuso con essi. L'incertezza e la repulsione per quella nuova cosa che sarebbe diventato, e che stava per sopraggiungere, erano orribili, ma egli diceva che in quel momento nulla era stato più penoso del pensiero incessante: "se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!".

    ha scritto il 

  • 4

    La dolcezza del tragico

    Una storia che parla di dolore e bontà, del “sacrificio” di un Cristo ottocentesco che immola la propria sanità mentale per i peccati e le debolezze degli uomini moderni. Lev Nikolaevic Myškin è un gi ...continua

    Una storia che parla di dolore e bontà, del “sacrificio” di un Cristo ottocentesco che immola la propria sanità mentale per i peccati e le debolezze degli uomini moderni. Lev Nikolaevic Myškin è un giovane principe appena tornato in Russia dalla Svizzera, dove ha trascorso lunghi anni della sua adolescenza per curare il male da cui è afflitto: l’epilessia. È proprio questa, infatti, a renderlo agli occhi di molti “idiota”, cioè incapace di intendere e di volere. Dopo le cure europee, però, il principe sembra aver acquistato una maggior consapevolezza, sebbene guardi ancora il mondo con ingenuità e riponga nel genere umano una aprioristica e sconfinata fiducia. Sul treno di ritorno in Russia incontra Parfen Rogozin, altro giovane – rozzo e scaltro – innamorato di Nastas’ja Filippovna, perno chiave del romanzo intero a causa del suo sconfinato fascino, della cattiva fama che la perseguita a causa di un “protettore” avuto tenera età, e della bellezza irresistibile. Di questa anche Myškin finisce per innamorarsi, dopo averne ammirato il ritratto in casa del generale Epancin. Con la donna, nel corso del romanzo, allaccerà una relazione “pericolosa” e nefasta per entrambi. Sono tante le figure femminili, ognuna con una propria specifica personalità e caratterizzazione à la Dostoevskij che permette ai personaggi di “bucare la pagina” e affermarsi nella mente del lettore, trascinandolo fino all’ultima pagina alla scoperta del tragico finale. Tra queste c’è la decisa ed autoritaria moglie del generale, Elizaveta Prokof’evna, lontana parente del principe, e le sue tre affascinanti figlie, Adelaida, Aleksandra e Aglaja. Anche quest’ultima finirà sentimentalmente legata al principe, in una rete di intrighi e gelosie che accompagnano il protagonista per tutto il romanzo. Il “candido” Myškin, purtroppo, sembra incapace di tenere testa ai tanti individui che con lui si confidano e si sfogano, cercando sempre di approfittare della sua gentilezza, della sua bontà e del suo immacolato buon cuore per i propri fini. Tra le pagine, ricche di spunti e riflessioni filosofiche da non affrontare con leggerezza, troviamo il tema della pena di morte (tanto caro all’autore, che sa bene quale sia il trauma subito da un condannato alla pena capitale che si veda graziato una volta salito sul patibolo), la fragilità dell’esistenza umana (sempre strettamente connessa con il dolore e la precarietà), la follia e la malattia. Infine, ma non meno importante, l’incapacità di eliminare il male dal mondo, malgrado il proprio sacrificio. Un’immolazione che richiama da vicino la figura di Cristo.

    ha scritto il 

  • 1

    Autoerotismo

    "Dostoevskij era un idiota, per
    sua stessa ammissione: la figura principale de
    L'idiota l'ha concepita prendendo se stesso come
    modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi
    nell'estate del '93 o ...continua

    "Dostoevskij era un idiota, per
    sua stessa ammissione: la figura principale de
    L'idiota l'ha concepita prendendo se stesso come
    modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi
    nell'estate del '93 o '94. Ora gli darei fuoco urlando
    "Heil Hitler". In qualche modo, data la mia stessa
    idiozia, mi identificavo nella "purezza" del
    protagonista, un piccolo cristo epilettico
    emotivamente perturbato e naif.
    Letteralmente un idiota. La morale è che la società è
    così corrotta che un simil-cristo ne verrebbe
    devastato psicologicamente e perderebbe la ragione.
    Il tutto, tenendo buona la premessa iniziale, sembra
    un formidabile atto di autoerotismo da parte di
    Dostoevskij, sempre impegnato a costruire
    personaggi che cadono vittima di se stessi, o che,
    come in questo caso, sono sopraffatti da un elemento
    cristiano che lui concepisce come docilità e
    sottomissione, immolazione ed espiazione -
    sussurandosi mentre scrive "oh, quanto sei sensibile
    e tenero, idiota, quanto soffri: vorrei tanto che
    qualcuno mi frustasse". Come se non bastasse,
    nonostante sia un idiota, tutte si innamorano
    segretamente di lui, pur andando con altri. Ma
    suvvia! Orsù! Non lo rileggerò mai più!"

    da "Alcune note su una non entità" di Umberto Bieco

    ha scritto il 

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