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L'impero dei segni

Di

Editore: Einaudi (Gli struzzi)

4.3
(308)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 139 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806568957 | Isbn-13: 9788806568955 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Marco Vallora

Genere: Art, Architecture & Photography , Philosophy , Travel

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Descrizione del libro
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  • 0

    Barthes tout le jour

    Mi è parso un libro più adatto per gli estimatori di Barthes che del giappone.
    La visione di Barthes è particolare, votata alla semiotica come chiave di lettura e, come da premessa dello stesso Barthes, non intenzionata a descrivere IL Giappone ma "un paese che qui chiameremo Giappone".
    ...continua

    Mi è parso un libro più adatto per gli estimatori di Barthes che del giappone.
    La visione di Barthes è particolare, votata alla semiotica come chiave di lettura e, come da premessa dello stesso Barthes, non intenzionata a descrivere IL Giappone ma "un paese che qui chiameremo Giappone".
    Anche lo stile di scrittura è controverso. Barthes non è certo un narratore, la sua scrittura è densa, ricca di riferimenti teorici e culturali, e le sue frasi non sono mai costruite con un fine di massima trasparenza.
    Ma i contenuti?
    I contenuti sono anche interessanti, diciamo che non lo consiglierei mai come primo approccio alla cultura giapponese perchè ci si potrebbe fare l'idea che qui si dica "come stanno le cose" quando invece sono impressioni di viaggio di un intellettuale sì ma non certo asperto d'asia.
    Mi è piaciuta molto l'interpretazione del Bunraku che mi ha rimandato alla mente quella del Noh di Tanizaki (in Libro d'ombra). Un po' meno convincente la visione barthesca dell'haiku, non che io sia un'esperta - giammai - però mi è parsa piatta in alcuni punti.

    ha scritto il 

  • 2

    Un libro non di facile lettura. Il problema di questo saggio è che all’interessante analisi di alcuni aspetti della cultura giapponese, alterna passaggi nei quali cerca forzatamente di trovare significati reconditi o di confermare alcuni clichè. Ne sono esempi i capitoli sul Bunraku, o sul Pachin ...continua

    Un libro non di facile lettura. Il problema di questo saggio è che all’interessante analisi di alcuni aspetti della cultura giapponese, alterna passaggi nei quali cerca forzatamente di trovare significati reconditi o di confermare alcuni clichè. Ne sono esempi i capitoli sul Bunraku, o sul Pachinko. Non capisco come tanti possano aver capito la complessa società giapponese o essersi avvicinati alla sua cultura da queste pagine. O forse sono semplicemente io che non sono stato capace di coglierne la profondità.

    ha scritto il 

  • 0

    imperativi del vuoto

    il corpo, il viso, la scrittura i gesti e soprattutto i segni in questo libro trovano una rete che ci cattura lasciandoci liberi di conoscere i significati di questa cultura. il discorso che affronta e molto intimo, ma l'autore ha la capacità di renderlo pubblico di dare a noi la visione di quei ...continua

    il corpo, il viso, la scrittura i gesti e soprattutto i segni in questo libro trovano una rete che ci cattura lasciandoci liberi di conoscere i significati di questa cultura. il discorso che affronta e molto intimo, ma l'autore ha la capacità di renderlo pubblico di dare a noi la visione di quei segni come universo di un mondo, di una cultura.
    un haiku molto filosofico dice:
    se cammini, accontentati di camminare.
    se stai seduto, accontentati di stare seduto.
    ma soprattutto non esitare.

    barthes sostiene che lo haiku è una ripetizione senza origine, un evento senza causa, una memoria senza persona, una parola senza ormeggi. sono i sensi ad evaporare apparentemente, quello che li tiene fermi è la scrittura, ben rappresentata iconograficamente nel libro, non scritta ma disegnata con una cura che stà fra la leggerezza e l'impressione.
    è la scrittura che affascina barthes, il simbolo, la metafora, la morale, l'emozione concentrata con un gesto.
    il paese viene descritto nella sua tradizione dei segni come unico luogo dove la scrittura si prende cura del significante.
    impermanenza della bellezza che concede a chi si accosta alla consapevolezza di questo un margine di cortesia verso se stessi.
    e poi il vuoto che creano questi segni rappresentano il vuoto imperiale del popolo giapponese scisso tra tradizioni millenarie e un imabarazzante modernità che la mette di fronte ad uno specchio. e dice in un illuminante pagina: 'lo specchio non capta altro se non altri specchi, e questo infinito riflettere è il vuoto stesso, (che, lo si sa, è la forma).'

    ha scritto il 

  • 2

    Pessimo

    Un libro che piace solo a chi in Giappone non è mai stato o comunque che ha un interesse superficiale verso di esso. Una marea di luoghi comuni e frasi fatte che nulla dicono davvero sul Paese del Sol Levante. L'unica parte davvero godibile è quella sulla poesia.

    ha scritto il 

  • 4

    Bello.
    In qualche passaggio si ha l'impressione di ascoltare l'Enrico Ghezzi di Fuori Orario, e un po' si sbanda.
    Grande libro, comunque, che tra l'altro permette di intuire la distanza quasi infinita tra il "nostro" modo di vedere il mondo e quello degli abitanti del Giappone.

    ha scritto il 

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